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Cerchiamo una giovane scrittrice o un giovane scrittore di Roma
per uno STAGE
presso la redazione de Ilpalo

Che cosa succede quando si pensa: la funzione del cervello

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Che succede quando si pensa?

20

L’io pensante scompare appena il mondo reale ritorna ad imporre se stesso

30

La vocina nel cervello

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Il linguaggio interiore

50

La nascita del linguaggio interiore

60

Il linguaggio interiore regola il comportamento

70

Usiamo il linguaggio per spiegare noi a noi stessi e agli altri

100

Conversazioni con noi stessi

110

L’azione decide il tutto

 

Premessa: che succede quando si pensa

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Che succede quando si pensa?

Che succede quando si pensa?

Intanto proviamo ad osservare l’”atto di pensare” dal di fuori, di riconoscerlo dalle sue manifestazioni esteriori.
Quando si trova in momenti di intensa tensione aggressiva, quando la situazione lo costringe a pensare, lo scimpanzè compie agitati e ripetuti movimenti di grattamento, di un tipo particolare e diverso dalla normale reazione al prurito, limitati soprattutto alla zona del capo o talvolta delle braccia e piuttosto stilizzati.
Noi ci comportiamo all’incirca nello stesso modo, compiendo azioni di pulizia e di spostamento, di tipo pomposo. Ci grattiamo la testa, ci tiriamo i baffi, ci aggiustiamo la pettinatura, ci carezziamo i lobi delle orecchie, ci strofiniamo il mento. Il grattarsi la testa come attività di spostamento può presentare delle marcate differenze in un individuo rispetto ad un altro, ma ognuno manifesta un suo modo di farlo fisso e caratteristico.
Queste azioni non comportano una vera pulizia, e non ha importanza che una zona riceva tutta l’attenzione mentre le altre vengono ignorate.
In qualunque gruppo di scimmie o di uomini, i membri subordinati del gruppo sono facilmente riconoscibili dalla grande frequenza con cui compiono azioni di spostamento di autopulizia. L’individuo che domina il gruppo lo si può riconoscere dall’assenza quasi completa di questo tipo di azioni, salvo se è in qualche modo minacciato da qualcuno degli individui presenti.

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L’io pensante scompare appena il mondo reale ritorna ad imporre se stesso

L’io pensante scompare appena il mondo reale ritorna ad imporre se stesso

Eppure ogni tanto ci sorprendiamo a pensare. Ce ne accorgiamo quando un evento – un clacson suonato dall’auto dietro  di noi – ci espelle da quello che definiamo “pensiero” e ci immerge nella “percezione”.

Di fatto, io sono consapevole delle facoltà della mente e della loro riflessività solo finché dura la loro attività. E’ come se gli organi stessi del pensiero, della volontà, del giudizio sorgessero alla luce soltanto quando penso, voglio o giudico. Allo stato latente, ammesso che simile latenza esista, essi non sono accessibili all’introspezione.
L’io pensante, del quale sono perfettamente conscio finché dura l’attività di pensiero, scomparirà come se fosse un puro miraggio non appena il mondo reale ritorna ad imporre se stesso.
Hannah Arendt, “La vita della mente”, Il Mulino, pag. 155

Le attività più tipiche della coscienza non emettono tracce visibili. Vedendo qualcuno che pensa, posso solo supporre che stia effettuando: riflessioni su somiglianze e differenze nelle situazioni;  costruzione di modelli mentali; progettazione di azioni future.
La sola manifestazione esteriore della mente è la distrazione, un’evidente noncuranza del mondo circostante, qualcosa di completamente negativo, che non illustra in alcun modo ciò che sta realmente accadendo dentro di noi.
Hannah Arendt, “La vita della mente”, Il Mulino, pag. 155

Finché non siamo distratti dal mondo, restiamo concentrati sulla nostra mente interiore, intenti a congiungere eventi, concetti  modelli mentali.

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La vocina nel cervello

La vocina nel cervello

Parliamo ora della “vocina nel cervello”. È un concetto falso su cui torneremo, ma che è indubbiamente una spontanea interpretazione di quel che ci succede mentre pensiamo.
Quando siamo impegnati a riflettere, abbiamo l’illusione molto realistica che ci sia una ”voce” nella mente che da forma ai pensieri. Il cervello non funziona così, ma per ora accettiamo questa metafora della voce interiore. Cerchiamo anzi di capire come è nata e come agisce. È il problema della coscienza e del linguaggio interiore.

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Il linguaggio interiore

Il linguaggio interiore

Il linguaggio interiore, il monologo che si ha con se stessi, gioca un ruolo importante nella regolazione del pensiero.
Dal momento che il linguaggio interiore ètacito, esso costituisce un veicolo molto rapido per i pensieri. Il linguaggio interiore costituisce inoltre una forma di rappresentazione condensata. Vygotskii ha osservato che il linguaggio interiore tipicamente fa uso di predicati: “Se vado…”, “prendendo la strada…”.
Dato che è il linguaggio che usiamo con noi stessi, la specificazione del soggetto è superfluo, ridondante. Il linguaggio interiore è simile al linguaggio usato dalle persone che si conoscono molto bene.
Nel linguaggio interiore, una parola può essere dotata di molteplici significati diversi. Il linguaggio interiore trasmette il significato personale delle parole, piuttosto che il significato convenzionale. Quello che “paura” è “paura per me”, non il “paura” di un’enciclopedia.
La parola nella nostra mente incorpora le esperienze collegate a quella parola. Per questa ragione il linguaggio interiore è un medium molto ricco.

Una funzione del linguaggio interiore particolarmente importante, secondo Vygotskij, è quella della pianificazione delle operazioni cognitive.
Vygotskij ha paragonato il monologo interno ad uno schizzo mentale. Il linguaggio interiore consente di pianificare e di organizzare i pensieri. Mentre siamo impegnati a svolgere un determinato compito (quello ad es. di sostituire la gomma di un’automobile), il linguaggio interiore ci fornisce le istruzioni per eseguire le operazioni necessarie al completamento del compito intrapreso.
[Benjafield 1969; Luna 1961; Wertsch e Stone 1983].

50

La nascita del linguaggio interiore

La nascita del LINGUAGGIO INTERIORE

L’intelligenza, la capacità di pensare e costruire modelli, ha due nascite.
Una evolutiva: il passaggio dalla scimmia all’uomo. Una nell’apprendimento: il lento svilupparsi del cervello nel bambino.
La vera fonte della civiltà che sempre si rinnova, è proprio nel periodo di comunicazione tra il bambino e l’adulto.
Il neonato diventa bambino imparando a parlare. Nella fase iniziale la funzione è ancora divisa tra due persone: l’adulto dà al bambino l’istruzione verbale “prendi la tazza”, e il bambino obbedisce, prendendo la cosa che gli e stata nominata.

Allo stadio successivo di sviluppo, il bambino, che ha precedentemente obbedito alle Istruzioni dell’adulto, ora ha imparato a parlare e potrebbe darsi da solo le istruzioni verbali, e cominciare a subordinare il proprio comportamento a queste istruzioni.
È nato il fedele compagno delle “conversazioni con noi stessi”: il linguaggio interiore.
Il bambino può ora nominare gli oggetti da solo, e nominandoli da sé, li distingue dal resto dell’ambiente e vi dirige la propria attenzione.
Con l’organizzazione interna dei processi psicologici, si sviluppa l’attenzione volontaria e si arriva all’autoregolazione.

60

Il linguaggio interiore regola il comportamento

Il linguaggio interiore regola il comportamento

Il linguaggio, un mezzo di comunicazione, è diventato allo stesso tempo anche un meccanismo dell’attività intellettuale, un metodo per far uso delle operazioni di astrazione e generalizzazione e una base per il pensiero categoriale. Distinguendo determinati aspetti, fissando le intenzioni e formulando i programmi dell’attività, il linguaggio diventa allo stesso tempo un metodo di regolazione del comportamento e di sistematizzazione del susseguirsi dei processi mentali.

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Usiamo il linguaggio per spiegare noi a noi stessi e agli altri

Usiamo il linguaggio per spiegare noi a noi stessi e agli altri

Il linguaggio consente e richiede l’abilità di produrre nella mente simboli, che poi possono essere rimescolati e organizzati proprio per quella capacità «generativa» di nuovi pensieri che il cervello possiede.
Il pensiero dipende dall’elaborazione mentale di tali simboli, che sono rappresentazioni arbitrarie di aspetti del mondo sia interiore che esterno.

Ad un certo punto l’uomo primitivo ha scoperto che gli riusciva facile stendere l’elenco mentale degli strumenti per costruire una trappola per la selvaggina. Formulato il modello, riusciva altrettanto facile predisporre un agguato efficace con la minima fatica, cercando fibre e poi intrecciando una corda, né troppo lunga né corta, ma quella giusta per la trappola.

Fibre, corda, trappola, sono parole con cui “giocare”. Un messaggio e un concetto, di qualunque genere, non consiste degli oggetti che esso denota («La parola ‘gatto’ non ci può graffiare»).
Il linguaggio, piuttosto, sta con gli oggetti che denota in una relazione paragonabile a quella esistente tra la mappa e il territorio.
La comunicazione enunciativa – il linguaggio interiore che modula i pensieri - è possibile solo in seguito allo sviluppo di complesse regole metalinguistiche che governano le relazioni tra parole e proposizioni da una parte, e oggetti ed eventi dall’altra.
Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 220

Questi simboli che sono le parole, prendono corpo a loro volta nei suoni che, organizzati secondo certe regole, costituiscono il linguaggio. Noi lo usiamo per spiegare noi a noi stessi e agli altri.
Tattersal T., “Il cammino dell’uomo”, Garzanti, pag. 167

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Conversazioni con noi stessi

Conversazioni con noi stessi

Grazie alle parole, noi teniamo conversazioni con noi stessi, è il cosiddetto linguaggio interiore.
Il linguaggio, nato come strumento di comunicazione interpersonale, con lo sviluppo del cervello è divenuto anche lo strumento della disamina interiore dei modelli e delle alternative di scelta. È diventato il mezzo principale per pensare.

Il linguaggio usa le parole in primo luogo come un metodo di analisi e generalizzazione dell’informazione in arrivo e, in secondo luogo, come strumento per formulare decisioni e trarre conclusioni.

Quindi il linguaggio può essere visto come strumento per l’attività intellettuale e infine, come metodo per regolare e organizzare i processi mentali umani.

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L’azione decide il tutto

L’azione decide il tutto

A un certo punto del pensare si deve agire, just do it, “fallo e basta”.
Cioè, la regola che ha fatto optare per una certa decisione dev’essere semplicemente eseguita dall’attività riflessa, di forza bruta, del sistema chiamato all’azione.
Il sistema “me stesso”, se messo in opera come macchina, non segue regole, ma obbedisce alle leggi della fisica.
Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 107

Ad esempio una volta deciso di “chiedere informazioni ad un passante”, il controllo dell’attenzione - cioè il potere di concentrazione del vivente – lascia tutte le risorse all’occhio, che deve individuare il passante più vicino. Il nervo ottico obbedisce alle leggi della fisica, e confronta la percezione che ha della distanza di vari esseri umani, per scegliere quale interpellare.

 

 

 

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Prima pagina e indice della sezione riguardante: mente coscienza e cervello

Premessa: l’importanza di saper pensare

Le parole sulla punta della lingua

Che succede nel pensare

I modelli mentali

L’intelligenza funzionale e il significato

Rapporto mente-cervello: il contributo di Dennet

Immagini e immaginazione

L’emisfero destro del cervello

Le emozioni

L’attenzione: una risorsa del cervello

Il genio e le idee

Cosa fare in presenza di problemi

L’autoconsapevolezza acquisita

La preistoria del linguaggio

La comunicazione non verbale

Il parlare

La comunicazione e i ruoli che si recitano

La narratizzazione e la conciliazione creano il sè

Bugie: il mentire sintomo dell’intelligenza

La doppiezza nel pensare e comunicare

La persuasione e la comunicazione

Cerchiamo una giovane scrittrice o un giovane scrittore di Roma
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