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Le parole sulla punta della lingua: le funzioni del cervello

 

 

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La disputa tra i seguaci di Platone e di Aristotele

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L’origine del termine “idea”

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Visioni intuitive dirette

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Sulla punta della lingua. Memoria semantica

 

Le parole sulla punta della lingua

 

 

 

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La disputa tra i seguaci di Platone e di Aristotele

La ricerca di una parola sulla “punta della lingua”

 

Nell’Antica Grecia c’era una disputa tra i seguaci di Platone e di Aristotele, a proposito dei concetti. Secondo Platone esisteva un concetto di “cavallo” a cui tutta la “cavallinità” faceva riferimento: il concetto era reale tanto quanto il cavallo stesso, e le idee avevano una loro individualità e persistenza nel tempo.
Secondo Aristotele invece, il concetto di “cavallo” era un artificio della mente umana, che traeva elementi da vari organi di senso e li riuniva per comodità nel concetto di “cavallo”.
Chi aveva ragione dei due?

Oggi c’è una generale accordo sulla vittoria di Aristotele. La prova più convincente riguarda proprio quel piccolo particolare del comportamento umano: la “Parola sulla punta della lingua”.

Spesso si cerca un’informazione nella nostra mente che è presente ma inaccessibile, è un ricordo momentaneamente non disponibile. Ci sono casi ancora più particolari: a tutti noi è capitato di aver dimenticato il nome di una persona o di una parola. Ce l’abbiamo sulla “punta della lingua”, ne conosciamo il significato, abbiamo un’idea precisa dell’aspetto fisico di una parola ma non siamo capaci di dirla.

Si può chiedere al soggetto che ha “una parola sulla punta delle lingua”, di dire qual’è la prima lettera, quante sillabe ha, o altre parole che potesse somigliare come suono. Molto spesso le risposte a queste domande sono corrette, anche se rimane l’incapacità di richiamare la parola giusta. Ad esempio per “sestante” si possono fornire parole come “sestetto”, “secante”, o “sestina”. Si è in grado di respingere le alternative erronee. La parola è quindi disponibile a un qualche livello, pur non essendo direttamente accessibile. E’ una sensazione frustrante: essere molto vicini, eppure di non essere in grado di ricordare una parola.

Ciò dimostra che nome, funzione e immagine visiva delle parole, sono memorizzati separatamente. Nel normale uso del linguaggio noi recuperiamo tutti questi aspetti, ma una volta ogni tanto solo alcuni di essi ci sono accessibili.

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L’origine del termine “idea”

L’origine del termine “idea”

Molti termini filosofici sono metafore, analogie congelate, il cui significato originale si chiarisce quando la parola è riportata al contesto d’origine, presente nella mente del primo filosofo che la impiegò.
Platone introdusse nel linguaggio filosofico la parola «idea». L’idea, o eidos, è la sagoma o il modellino che l’artigiano deve avere innanzi agli occhi della mente prima di iniziare la sua opera.

L’immagine mentale dell’artigiano – il “modellino” cerebrale - dirige la mano del vasaio nel corso della fabbricazione.

L’idea di un vaso che si sta modellando, è un’immagine che sopravvive al processo di fabbricazione, può funzionare da modello ancora una volta e di nuovo, acquisendo così una durata senza fine.
Costituisce la misura della riuscita o dell’insuccesso dell’oggetto. Finita una “prima modellazione”, si confronta mentalmente l’oggetto con la sua idea, e si apportano correzioni.

Allo stesso modo tutti gli elementi del mondo delle apparenze si riferiscono a uno schema invisibile, l’idea o concetto, e sono valutati in rapporto ad esso.
Hannah Arendt, “La vita della mente”, Il Mulino, pag. 191

Le idee hanno quindi una sorta di esistenza autonoma, una loro concreta esistenza, e sono eterne e durature a loro modo, in fondo più dei vasi materiali che possono cadere in mille pezzi.

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Visioni intuitive dirette

Visioni intuitive dirette

 

Sono questi dei casi in cui, se alla fine il nome viene di colpo in mente, ognuno di noi ha potuto sperimentare delle visioni intuitive dirette. Può succedere che, rinunciando a ricordare, abbiamo spostato la nostra attenzione su qualche altra cosa, ma improvvisamente come in un lampo, ci ricordiamo il nome dimenticato. In questo processo non interviene alcun ragionamento. È una visione improvvisa, immediata.
Un altro esempio di visione istintiva spontanea è dato dalle arguzie. In quell’istante di distacco in cui si afferra una battuta di spirito si compie l’esperienza di un momento di “illuminazione”. È ben noto che questo momento deve giungere spontaneamente, che non si può provocarlo “spiegando” lo scherzo, cioè con l’analisi intellettuale.

Finalmente, in un lampo, capiamo la battuta, oppure ci viene in mente la parola, oppure ancora – davanti a problemi di complessa soluzione – ci viene l’idea di come risolverli. N questi momenti abbiamo la prova che il cervello sta funzionando.

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Sulla punta della lingua. Memoria semantica

Sulla punta della lingua. Memoria semantica

La memoria semantica si riferisce alle informazioni di carattere generale che possediamo a proposito del mondo. Tulving [1972] ha paragonato la memoria semantica ad un dizionario mentale che contiene parole, concetti e le loro relazioni. L’uso della memoria semantica può essere esemplificato facendo riferimento, per esempio, ai tentativi di ricordare il nome di una persona. Può capitare talvolta, e capita alquanto spesso, che un nome non ci venga in mente. James ha descritto il fenomeno «sulla punta della lingua» (tip-of-the-tongue phenomenon) in questi termini:
Supponiamo di stare provando a richiamarci alla memoria un nome dimenticato. Lo stato della nostra coscienza è del tutto particolare. Un’interruzione vi è certamente; ma non è una semplice interruzione; è una lacuna intensamente attiva. C’è qualcosa come un’ombra del nome cercato, la quale " serve a mantenere le nostre ricerche in una determinata direzione, che ci dà di tratto in tratto la sensazione di essere vicinissimi a pronunziarlo e poi ci fa ricadere indietro senza il termine tanto desiderato.
Se ci vengono proposti altri nomi che non siano quello che cerchiamo, questa lacuna cosi singolarmente definita si fa immediatamente attiva per espellerli, perché non si adattano all’impronta che essa presenta.
II fenomeno della parola «sulla punta della lingua»
Brown e McNeill [1966] hanno condotto un famoso studio sul fenomeno della parola «sulla punta della lingua». In primo luogo, questi ricercatori hanno osservato questo fenomeno quando accadeva a loro stessi. Uno di loro, per esempio, aveva cercato di ricordare il
nome della strada in cui aveva vissuto un suo parente. Una serie di nomi gli erano venuti in mente, come Congress, Corinth, Concord.
Quando poi questo ricercatore aveva verificato il vero nome della strada, questo nome risultava essere Cornzsh. Questo esempio illustra diverse proprietà del fenomeno della parola «sulla punta della lingua» che in seguito sono state verificate sperimentalmente.
Nei casi in cui una definizione produceva il fenomeno della parola «sulla punta della lingua» i soggetti erano spesso in grado di identificare alcuni aspetti della parola critica Come, per esempio, la sua lettera iniziale e il numero di sillabe. Spesso i soggetti erano anche in grado di giudicare alcuni aspetti delle parole che venivano loro in mente mentre stavano cercando di ricordare la parola critica. Talvolta i soggetti sapevano che le loro congetture errate erano simili alla parola critica nel suono oppure nel significato. Nel corso della ricerca della parola sampan, per esempio, alcuni soggetti si erano resi conto che Siam (Siam) e sarong (sarong) avevano un suono simile alla parola critica. Questo significa che i soggetti sono in grado di accedere a una grande quantità di informazioni a proposito di una parola prima di essere effettivamente capaci di rievocarla. Brown e MeNeill hanno usato l’espressione rievocazione generica (generic recall) per fare riferimento alla capacità di ricordare alcune parti e alcuni attributi di una parola senza però essere in grado di rievocare esplicitamente la parola.
A.S. Brown [1991] ha passato in rassegna la letteratura sul fenomeno della parola «sulla punta della lingua» a partire dallo studio pionieristico di R. Brown e McNeill.
Brown e McNeill [1966] hanno avanzato l’ipotesi che la memoria riguardante le conoscenze lessicali (quel tipo di conoscenze che vengono solitamente considerate come una parte centrale della memoria semantica) sia organizzata come un dizionario. Brown e McNeill, però, si sono resi conto che è poco probabile che un dizionario mentale abbia esattamente la stessa struttura di un dizionario reale.
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Prima pagina e indice della sezione riguardante: mente coscienza e cervello

Premessa: l’importanza di saper pensare

Le parole sulla punta della lingua

Che succede nel pensare

I modelli mentali

L’intelligenza funzionale e il significato

Rapporto mente-cervello: il contributo di Dennet

Immagini e immaginazione

L’emisfero destro del cervello

Le emozioni

L’attenzione: una risorsa del cervello

Il genio e le idee

Cosa fare in presenza di problemi

L’autoconsapevolezza acquisita

La preistoria del linguaggio

La comunicazione non verbale

Il parlare

La comunicazione e i ruoli che si recitano

La narratizzazione e la conciliazione creano il sè

Bugie: il mentire sintomo dell’intelligenza

La doppiezza nel pensare e comunicare

La persuasione e la comunicazione

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