| L’agenzia
di grafica pubblicitaria |
Per
la televisione e il cinema vi sono strumenti
specifici per poter dare realizzazione all’intenzione creativa, progettando
spot pubblicitari, molti dei quali girati a Roma:
• il trattamento (o treatment).
Consiste nel racconto dettagliato dello spot. Illustra
lo spirito generale del film, il tipo di location
in cui lo si vuole ambientate, lo sviluppo della storia, la tipologia
degli attori, il gusto fotografico, l’inserimento del prodotto, la musica;
• la sceneggiatura (o script). È la descrizione
delle scene nella loro successione e nelle loro interconnessioni.
La sceneggiatura viene scritta su un foglio diviso verticalmente
in due parti. Sulla parte sinistra è descritta l’azione di ogni
singola scena, sulla parte destra le relative parole che accompagnano la
scena con le voci sia in campo sia fuori campo;
• i keyframe. Si tratta di una sceneggiatura
degli spot pubblicitari accompagnata da fotografie
o disegni che mettono in risalto le scene-chiave del film;
• lo storyboard. Consiste in una serie di disegni
o fotografie che descrivono nella loro successione le singole
scene da girare. Ogni scena è accompagnata dal relativo parlato o dal testo
del jingle;
• il narrative tape. È un’evoluzione delle storyboard.
I disegni che nello storyboard rappresentano le singole scene
vengono fotografati su diapositive. Queste vengono
messe in successione su un proiettore. Il testo e il commento musicale sono
registrati su un nastro.
• l’animatic. È uno storyboard filmato
nel quale il commento sonoro, la musica e il parlato sono praticamente
quelli definitivi degli spot pubblicitari;
• lo stealamatjc (o rubamatic).
È un film realizzato con materiale di repertorio o “rubato” da commercial
o film già esistenti.
Per la radio, invece, la declinazione dell’idea creativa passa attraverso
la preparazione di una sceneggiatura del comunicato, formata dalla descrizione
del testo, del tipo di voci che si vogliono utilizzare e dal tema musicale
di repertorio o composto ad hoc che accompagna il messaggio.
La musica è un elemento importante anche per gli spot pubblicitari:
la sua universalità e la sua capacità evocativa ne fanno un punto fondamentale
nello studio di uno spot. La scelta di una musica viene fatta sulla base
di precisi punti di riferimento, generalmente espressi facendo ricorso a
musiche già esistenti, in grado di esprimere al meglio le intenzioni creative.
Uno stadio più avanzato prevede, invece, l’esecuzione di provini musicali
fatti sulla base di un testo scritto (se questo è contemplato).
Con l’approntamento dei layout, degli storyboard e delle sceneggiature
radio, praticamente si conclude il momento creativo e si entra
in quello in cui si verifica la validità delle idee giudicate degne di interesse.
Lehmann E., “Come si realizza una campagna pubblicitaria”,
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Pubblicità e Testimonial.
La CONNOTAZIONE negli spot
pubblicitari
L’aspetto che colpisce
di più negli spot pubblicitari che presentano come “autorevole fonte”
l’attore in veste di medico (o dentista, o esperto in generale), è proprio
la capacità di far valere il principio d’autorità senza fornire un’autorità
autentica, ma solo la sua apparenza. Questo la dice lunga sulle
reazioni automatiche alle figure autorevoli, che ci rendono altrettanto
vulnerabili ai simboli quanto alla sostanza dell’autorità.
Ci sono diversi tipi di simboli capaci di attivare la nostra risposta
automatica di acquiescenza vedendo degli spot pubblicitari,
anche quando la sostanza autentica dell’autorità non c’è
affatto. È ovvio che se ne servano ampiamente quegli specialisti della
persuasione che in fatto di sostanza non hanno molto su cui contare. I
truffatori, per esempio, si rivestono con i titoli, gli abiti e gli ornamenti
dell’autorità: scendendo ben vestiti da una bella automobile
e presentandosi alla vittima potenziale con un titolo prestigioso, sanno
che così facendo hanno migliori probabilità di riuscire nell’intento.
Ciascuno di questi tre tipi di simboli d’autorità ha una sua storia e
merita di essere considerato separatamente.
Esaminiamo sotto questo profilo tutti gli spot pubblicitariche
vantano i meriti di un prodotto attraverso le parole di un attore professionista,
noto per programmi di successo. Basta però un minimo d’attenzione per
evitarci l’errore di rispondere con deferenza alla pura e semplice esibizione,
negli spot pubblicitari, di un nudo titolo di "celebrità",
o di altri simboli d’autorità che non corrispondono a nessuna
sostanza.
Il telecomando e gli spot
pubblicitari
Il telecomando è, probabilmente,
lo strumento che più ha ereditato - insieme alla pubblicità televisiva
- le funzioni “materne” del doppio vincolo. Esso, infatti, permette la
ricerca costante e inesauribile di brani di programmi, in
genere brevissimi, in particolare quando i programmi “totali” sono avvertiti
come inaccettabili. Paradossalmente, la restrizione temporale della consumabilità
per frazione di canale, prolunga il consumo complessivo del sistema televisivo.
La funzione ipnotica e “vincolante” del telecomando è evidente. La
possibilità ansiosa di raggiungere il programma giusto e definitivo fa
accelerare i ritmi. Minacce e promesse ludiche si
susseguono nei passaggi tra tipi logici differenti. La chiromante ammiccante,
il prete ispirato, gli spot pubblicitari implacabili,
la scena più osé si pongono nel medesimo piano orizzontale e puntiforme;
e la discriminazione tra messaggi diversi diventa non più difficile, quanto
inutile. Ogni frame è come un tassello di un nuovo gioco
dell’oca, dove l’alea dei dadi lanciati dalle mani è sostituita dalla
pressione delle dita sui tasti del telecomando stesso.
La rivitalizzazione dello schermo passa attraverso la nullificazione
delle storie.
Il telecomando (che pure è un grande strumento di’ ‘democrazia
visuale”, in quanto permette a tutti di far sparire velocemente i programmi
o gli spot pubblicitari non graditi) può sia disabituare alla decodifica
di messaggi lunghi e metafonici, che incrementare le capacità
percettive, in quanto là spettatore riesce a decifrare in frazioni di
secondo una serie crescente di codici (numero del canale, sigla della
televisione, genere filmico, tipo di attore, cantante, spot, eccetera).
Il consumo di frazioni di programma si allunga solo quando
appare un segno visuale che può colpire per l’alto livello di immagine,
e allora sopravvive qualche secondo in più, oppure esso viene immediatamente
sostituito da quelli successivi.
- la pubblicità. Il messaggio della pubblicità televisiva sembra
il più adatto ad emanare confusione e indistinzione tra i
segnali di amicizia e di punizione. Sono numerosi i generi
di spot pubblicitari che iniziano o con la comunicazione
di un affetto simulato o con la minaccia che deriva dal non eseguire un
determinato consiglio. Seduzione e disprezzo sono compresenti nei metalinguaggi
pubblicitari (i panni sporchi e il sapone risolutivo): ciò implica uno
smarrimento che, in alcuni casi, è risolto negli spot
pubblicitari dall’umorismo. La battuta arguta, la gag,
permette con facilità il passaggio da un tipo logico a un altro.
[Tratto da Canevaggi Massimo, Antropologia della
comunicazione visuale, Costa & Nolan, pag. 47]
Consumatori e spot
pubblicitari: pensavano che le star dello sport pagassero i fabbricanti
di scarpe
È interessante
citare uno studio del 1995 condotto da Roy F.
Fox dell’Università del Missouri, che dimostra come molti
giovani afferrino intuitivamente le singolari ambiguità di questa sfera.
Lo studio ha dimostrato che gran parte degli studenti delle superiori
del Missouri che guardavano in classe il mix di telegiornale e spot pubblicitari
trasmesso da Channel One, pensavano che le star dello sport
pagassero i fabbricanti di scarpe per apparire nei loro spot. “Non so
perché gli atleti lo facciano, cioè perché paghino tutti
quei soldi per tutti quegli spot scemi. Che ne so, forse così piacciono
di più a tutti e anche le loro squadre piacciono di più.”»
Questa era l’opinione di Debbie, una ragazza di seconda
superiore e una dei duecento studenti che hanno partecipato allo
studio degli spot pubblicitari.
Per Fox, il commento dimostra un’inquietante mancanza di
alfabetizzazione mediatica, prova lampante che
i ragazzi non riescono a dare una valutazione critica degli spot
pubblicitari che vedono in televisione. In un’epoca in cui le persone
sono marchi e i marchi sono cultura, quello che fanno la Nike e Michael
Jordan è molto più simile al cobranding che
al giocare a rimpiattino, e mentre oggi le Spice Girls
possono reclamizzare la Pepsi, domani
potrebbero altrettanto facilmente decidere – tramite una serie di spot
pubblicitari - di lanciare la
Spice-Cola.
[Tratto da Naomi Klein, “No logo”,
Baldini & Castoldi, p. 86]
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