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Agenzie di Pubblicità a Roma

Saper comunicare i propri prodotti e servizi è ciò che distingue le agenzie di pubblicità realmente dinamiche dalle altre: ciò permette di porsi ad un livello superiore e quindi di avere successo sui concorrenti, di ampliare i propri obiettivi di mercato, aumentare le vendite e di conseguenza il fatturato. Il compito delle agenzie di pubblicità, a Roma o fuori Roma, è quello di far fruttare gli investimenti delle imprese in comunicazione e quindi di fare sviluppare le imprese stesse. Le agenzie di pubblicità forniscono servizi fondamentali per lo sviluppo delle aziende nel tempo, bisogna però sapersi affidare a professionisti del settore, che sappiano ottimizzare i vostri investimenti. Non bisogna vedere la pubblicità come un lusso che solo le grandi imprese possono permettere: tutte le aziende hanno bisogno di le agenzie di pubblicità capaci di conseguire gli obiettivi azendali.
Le agenzie di pubblicità si distinguono per le loro capacità strategico/creative, qualità delle prestazioni, totale disponibilità di presenza ed assistenza nel rapporto di collaborazione, velocità e rispetto dei tempi di approntamento delle produzioni, contenimento dei costi e capacità di ottimizzazione degli investimenti. Le agenzie di pubblicità, a Roma e fuori Roma,  si occupano dei servizi di comunicazione above the line (pubblicità sui classici media quali stampa, affissione, radio, ecc.) e below the line (loghi e marchi, realizzazione ed invio di brochure istituzionali, depliant, pieghevoli, cataloghi di prodotto, sponsorizzazioni, newsletter aziendali, mailing, acquisto indirizzi, organizzazione inviti, personalizzazione di mezzi di trasporto) allineati agli standards qualitativi richiesti dai clienti.

Come scegliere tra le agenzie di pubblicità: le campagne pubblicitarie «speculative»

C’è chi sceglie fra le agenzie di pubblicità in base a criteri strettamente personali. Qualche utente offre il budget pubblicitario a un’agenzia, perché a dirigerla c’è quel bel tipo con cui si sono trascorsi dei bei giorni sui banchi del liceo o sul campo da golf, o perché ne ha sentito parlare bene dal collega a una convention di utenti.
C’è anche chi sceglie tra le agenzie di pubblicità in base a una simpatia più o meno istintiva.
Sono due criteri strettamente personali, evidentemente non molto seri.
Ci sono poi altri criteri, più ragionati, utilizzati sempre più spesso. Uno è costituito dalle cosiddette «speculative». Si tratta di campagne pubblicitarie - il cui costo viene remunerato o meno - che sono richieste a un numero ristretto di agenzie, per avere una base su cui scegliere quella che ha dimostrato di saper svolgere un lavoro migliore per l’utente.
È un criterio che indubbiamente ha la sua validità. Anche se, a parere di tanti, in queste gare emerge più l’abilità concorrenziale delle agenzie di pubblicità, di Roma o di fuori Roma, che la capacità di fare un buon lavoro a lungo termine.
Il primo obiettivo di chi gareggia è infatti quello di vincere la gara e aggiudicarsi il budget; così può capitare che emerga non l’agenzia più adatta, ma quella più capace di impressionare e suggestionare il cliente.
Un altro criterio è quello della «presentazione d’agenzia». In questo caso non si chiede alle agenzie di pubblicità di fare qualcosa di specifico, ma di presentarsi, cercando di mostrare chi è, quello che sa fare e i risultati che ha ottenuto nel tempo con il suo lavoro, a Roma o fuori Roma, e di analizzare qualche case history di successo della stessa agenzia.
[Tratto da Cervelli F., “Come fare pubblicità”, Sperling]

Il prezzo delle agenzie di pubblicità: il fatidico 15%

Quando nacque la pubblicità moderna, gli annunci erano realizzati direttamente dai mezzi che li ospitavano. Con il passare del tempo, gli editori tesero a delegare la produzione dei messaggi a dei professionisti esterni. Sorse così la commissione d’agenzia come una percentuale che queste strutture esterne ricevevano sull’investimento dell’azienda inserzionista.
In seguito, però, queste le agenzie di pubblicità cominciarono a intrattenere rapporti direttamente con gli utenti pubblicitari. Ciononostante, continuarono per parecchi anni a essere pagate dai mezzi e non dai clienti. Nel frattempo, la commissione assunse un valore valido pressoché in tutto il mondo: il fatidico 15% della spesa dell’inserzionista.
Il sistema del pagamento delle agenzie tramite i mezzi regnò incontrastato fino a qualche decennio fa. A un certo punto, però, le agenzie, a Roma o fuori Roma, cominciarono a chiedere ai clienti di anticipare loro le commissioni che avrebbero ricevuto, in tempi spesso molto lunghi, dalle concessionarie. La commissione che veniva poi riconosciuta dal mezzo diventò il cosiddetto « ristorno d’agenzia», che quest’ultima si impegnava a restituire (ovvero «ristornare » al cliente) dopo aver ricevuto la commissione dalla concessionaria.
Recentemente quasi tutti gli operatori del mondo pubblicitario si sono accordati per migliorare questo sistema. Ai clienti che dispongono di un’agenzia, i mezzi riconoscono uno sconto sui prezzi di listino pari al 15 %. Gli utenti pagano generalmente all’agenzia una percentuale (commissione) che equivale al 15% dell’importo lordo stanziato o al 17,65% del budget al netto dello sconto effettuato dal mezzo.
Nel frattempo, però, ha cominciato a essere sempre più adottata un’altra importante metodologia di remunerazione delle agenzie di pubblicità: quella del fee (che in italiano equivale a onorario). Invece di essere pagata con una percentuale sul budget, l’agenzia riceve dei compensi pattuiti in base a vari criteri: tipo di servizio richiesto, ore di lavoro e così via. Questo sistema è oggi più giustificato dal fatto che non sempre le agenzie di pubblicità, a Roma o fuori Roma, devono dedicare lo stesso impegno a ogni campagna o a ogni cliente. In molti casi, quindi, i fee rispecchiano più fedelmente il compenso che dovrebbe essere corrisposto all’agenzia. In altri casi invece il 15% rimane come termine di paragone ancora un sistema comodo e in grado di accontentare sia il cliente sia l’agenzia.

Gli errori delle agenzie pubblicitarie

Secondo il grande pubblicitario Ogilvy [“La pubblicità”, Mondatori] le agenzie pubblicitarie sprecano il denaro dei clienti ripetendo gli stessi errori.
«Recentemente nella stessa rivista ho contato ben quarantanove annunci "in negativo" (caratteri bianchi su fondo nero) e questo anni dopo che le ricerche hanno dimostrato che tale tipo di soluzione grafica presenta difficoltà di lettura.
Perché è tanto difficile arrivare a codificare l’esperienza? Si deve forse al fatto che la pubblicità non attira gente con mentalità indagativa? Il metodo scientifico è veramente estraneo alla mentalità dei creativi, a Roma o fuori Roma? Hanno forse paura che la conoscenza finisca per imporre una certa disciplina al loro lavoro?
Ma non è stato sempre così. Negli anni ’30, quando George Gallup era direttore di ricerca della Young & Rubicam, non solo si preoccupava di valutare la leggibilità di un annuncio, ma raccoglieva i dati relativi e li analizzava. Trovò infatti che certe tecniche portavano costantemente a risultati migliori. Vaughn Flannery, un brillante art director dell’agenzia, impostò il suo lavoro tenendo presente le scoperte di Gallup e nel giro di pochi mesi gli annunci della Young & Rubicam venivano letti da più persone di quelli di qualsiasi altra agenzia, con un fantastico profitto da parte dei loro clienti.
Mills Shepherd condusse una simile indagine sul contenuto editoriale della rivista McCall’s e arrivò a risultati simili. Vide, per esempio, che le fotografie di piatti già cotti piacevano invariabilmente di più delle fotografie degli ingredienti crudi e che con le ricette su schede si faceva sempre centro tra le casalinghe.
Più avanti il mondo della pubblicità, a Roma o fuori Roma, voltò la schiena a questo tipo di ricerca e le stesse agenzie a suo tempo pionieristiche nella ricerca di nuove conoscenze furono le prime che decisero di violare i principi scoperti dai loro predecessori.
Accade qualche volta che i clienti cambino agenzia perché ne trovano un’altra che può comperare spazio a prezzi più bassi, senza rendersi conto che un copywriter che sa il fatto suo e conosce tutti i meccanismi che fanno scattare l’interesse del lettore può raggiungere un numero di lettori molto più alto di un copywriter meno abile.
Ho seguito per trentacinque anni il cammino segnato da Gallup, raccogliendo fattori come altri collezionano quadri o francobolli. Se decidete di ignorare i dati dell’esperienza, non posso far altro che augurarvi buona fortuna. Un maiale cieco talvolta può trovare i tartufi, nondimeno è utile sapere che si trovano nei boschi di querce.»

Le agenzie di pubblicità sanno tenere sotto controllo le tipografie

Una buona composizione aiuta a far leggere il vostro testo, mentre un cattiva composizione ha l’effetto contrario.
Le agenzie di solito usano le maiuscole per la composizione delle headlines, ma è un errore. Il professor Tinker dell’Università di Stanford, ha stabilito che le maiuscole rallentano la lettura. Le scritte maiuscole non avendo ascendenti o discendenti che aiutino a identificare le parole, tendono a essere lette lettera per lettera.
L’occhio è creatura dell’abitudine. La gente è abituata a leggere libri riviste e giornali, in caratteri più piccoli. Provate a leggere una headline tutta in maiuscole, vedrete come è fastidioso. Un’altra cosa che può rendere difficile la lettura delle headlines è sovrapporle alle illustrazioni.
Un errore comune è quello di mettere il punto alla fine della headline. I punti sono chiamati appunto anche punti fermi perché interrompono bruscamente la lettura. Non troverete mai un punto nei titoli delle riviste dei giornali.
Un errore ricorrente, a Roma o fuori Roma, è anche quello di fare il testo con una giustezza di linea troppo larga o troppo stretta per essere leggibile. La gente è abituata alla lettura dei giornali che usano colonne della larghezza di circa 40 caratteri.

Quali sono i caratteri più facili da leggere?

I caratteri senza grazie sono difficili da leggere. A questo proposito John Updike dice: «le grazie tipografiche esistono per uno scopo: aiutare l’occhio ad afferrare la forma della lettera. Incisivi se usati con parsimonia, i caratteri senza grazie scoraggiano la lettura quando riempiono pagine intere, respingono come la carta paraffinata respinge l’acqua; tutto finisce per diventare fumoso, inconsistente».
Per alcuni art director, il testo non è che un materiale grezzo da usare per comporre le forme più strane, che alla fine rendono illeggibile il tutto.
In una rivista, recentemente ho trovato ben diciassette inserzioni pubblicitarie con il testo in negativo, cioè lettere bianche su fondo nero. Era praticamente impossibile leggerle.
Se dovete comporre un testo molto lungo, ci sono alcuni accorgimenti tipografici che ne aumentano la leggibilità.
1. Un sottotitolo di due righe tra la vostra headline e il testo fa aumentare l’aspettativa del lettore per quello che segue.
2. Se iniziate il testo con un capolettera aumentate la leggibilità di circa il tredici per cento.
3. Limitate il paragrafo introduttivo a un massimo di undici parole.
4. Fate uno stacco ogni sei o sette centimetri di testo, per dividere il testo in blocchetti. Queste divisioni incoraggiano il lettore, a Roma o fuori Roma, a proseguire, specialmente se il capoverso finisce con un interrogativo che eccita la curiosità per quello che segue.
5. Quando ero ragazzo, si usava far quadrare i paragrafi. Adesso si sa che i "righini" aumentano la leggibilità.
6. Usate il corsivo o il neretto per i paragrafi-chiave.
7. Aiutate il lettore a individuare i paragrafi con freccette, puntini, asterischi e segni ai margini.
8. Se dovete recitare un lungo elenco di fatti non correlati, evitate l’uso di pesanti connettivi, limitatevi a numerarli come in questo caso.
9. Qual è il carattere di dimensione giusta? Di solito il corpo 10 o 12 è giusto.
10. Se usate interlinee tra i paragrafi come media la leggibilità aumenta del dodici per cento.
Forse pensate che sto esagerando l’importanza di un buon impianto tipografico. Mi potreste chiedere se ho mai sentito una casalinga dire che ha comprato un nuovo detersivo perché la pubblicità era in carattere Caslon. Certo che no, ma pensate che un annuncio possa vendere, se nessuno è in grado di leggerlo? Non riuscirete mai a salvare delle anime in una chiesa vuota.
Come Mies van der Rohe dice dell’architettura: «Il divino sta nei particolari».
[Ogilvy D., “La pubblicità”, Mondatori]

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