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Bush rivelato da Bush

Il sito di Malatempora con il catalogo
I lapsus freudiani

Decifrare il carattere dell’Imperatore del mondo non è semplice. George W. Bush tende ad apparire come un’icona, un uomo/immagine: il "lavoro da presidente" è la sua facciata pubblica.
Tutto lo staff della Casa Bianca - migliaia di persone, dal truccatore che gli passa il cerone prima di farlo esibire davanti alle telecamere, al Ministro della Difesa - non hanno altro compito che quello di far lavorare il presidente. Riunioni, memorandum, consigli dei ministri tenuti dietro le quinte col solo scopo di far comportare Georgino come un "Presidente".
Purtroppo dietro questa facciata c’è un ometto, un pubblico dipendente, entrato in quel posto perché raccomandato dal padre, la cui vera personalità è repressa e confinata in un angolo della sua vita.
"Liberate il Presidente!" Tengono prigioniero Georgino dentro un ruolo superiore alle sue forze.
Per fortuna c’è Freud, nel senso che ogni tanto (anzi: piuttosto spesso) la vera psiche di George W. gli prende la mano, scavalca "il presidente al lavoro", prende il possesso di cervello e lingua, e lascia uscire uno strafalcione.
Alle volte è ignoranza pura, altre è un grido di dolore che esce dal cuore di questo povero e insieme illustre impiegato statale. Viene alla luce la sua vera anima, e il lapsus libera l’inconscio, come nella frase seguente:

"E il sottoscritto davvero non ha dubbi, nemmeno l’ombra di un dubbio che falliremo."
Washington, DC, 4 ottobre 2001

Gli hanno spiegato cosa vogliono da lui:

"Il mio compito più importante non è quello di fare il governatore o la first lady, nel mio caso."
Pella, Iowa, riportato dal "San Antonio Express News", 30 gennaio 2000

George si sente una "moglie-di-presidente". Chi comanda è il suo staff, lui deve solo stare attento a non fare gaffe in pubblico, tipico ruolo da first lady, da "individuo in crisi di identità".


È chiaro che Georgino si sente inadeguato.

"C’è un clima di grande fiducia. Lo avverto in continuazione. La gente viene da me e mi dice: "Non voglio che mi abbandoni un’altra volta"."
Boston, Massachusetts, 3 ottobre 2000

Sa che già in passato lui e il suo clan hanno fatto promesse elettorali che poi non sono state mantenute.


Nel migliore dei casi ne vengono fuori esempi di autoreferenzialità, da cui si deduce che gli Stati Uniti stimano solo se stessi:

"Ho ribadito al primo ministro canadese che l’America apprezza la propria amicizia."
Dopo un incontro con Jean Chrétien, Washington, DC, 5 febbraio 2001


Di certo lo staff avrà sentito un brivido nell’ascoltare quest’altro delizioso lapsus freudiano commesso parlando degli irakeni:

"Siete liberi, e la libertà è una cosa meravigliosa.
Ci vorrà tempo per ripristinare il caos dall’ordine...
cioè, l’ordine dal caos. Ma ce la faremo."
Washington, DC, 13 aprile 2003


Eppure il "pover’uomo", la facciata pubblica dell’America, sbagliando si rivela profeta. Dopo le notizie sull’occupazione dell’Irak che procede nel disordine più completo, non sembra che il povero George abbia previsto tutto?

Chiediamo troppo alla psiche del giovane Bush?
Quando George osa valutare e tenta di difendere il suo QI, riesce solo a peggiorare la situazione:

"Mi hanno sottosvalutato."
Bentonville, Arkansas, 6 novembre 2000

Lo "sottosvalutano" perché commette "papere" e insieme sbagliando dice la verità, come in questa dichiarazione "equivoca" sul protezionismo in epoca di commercio globale:

"Io e Ann porteremo avanti un messaggio equivoco al mondo: i mercati devono essere aperti."
Durante la cerimonia di giuramento del ministro dell’Agricoltura Ann Veneman, Washington, DC, 2 marzo 2001

In realtà i coltivatori Usa sono iperprotetti dal governo. Nella graziosa testolina del caro Bushino - in quell’ampio spazio vuoto - si agitano i sensi di colpa per le barriere protezionistiche che tengono lontano i prodotti agricoli del Terzo Mondo, ed ecco il lapsus - il "messaggio equivoco" - che si fa vivo in maniera prorompente.

In quanto petroliere, esponente di una dinastia di petrolieri, è sull’ambiente che Bush ha la coscienza molto sporca, e quindi l’inconscio gli genera strafalcioni a raffica:

"Non accetteremmo mai un accordo non ratificato, né tantomeno un accordo che secondo il sottoscritto possa avere senso per il paese."
Parlando del protocollo di Kyoto, "The Washington Post", 24 aprile 2001


Ridurre le emissioni di anidride carbonica ha senso per il mondo, e quindi anche per il suo paese. Peccato che il ruolo politico di George gli imponga di opporsi.

Per di più il giovane Bush non possiede una vasta cultura ecologista:

"Non è l’inquinamento che sta rovinando l’ambiente, ma le impurità nell’aria e nell’acqua"

Ma non è finita. Ecco un altro caso strepitoso di lapsus freudiano:

"La legge che firmo oggi dirige nuovi fondi e maggiore attenzione verso l’obiettivo di raccogliere informazioni essenziali sulla minaccia terroristica e sulle armi di produzione di massa."
Washington, Dc, 27 Novembre 2002

Grazie George!
Se non ci fossi tu a fare chiarezza…
Il vero problema su cui fare attenzione non sono gli arsenali di Saddam, ma le "armi di produzione di massa" che l’Occidente fabbricava "in massa" e poi vendeva all’Irak.


I truismi

Bush è l’uomo dei truismi, cioè di frasi del tutto inutili, di verità ovvie e lapalissiane, del tipo: "un uomo che cammina è un uomo che cammina".
Ad esempio:

"Io sono un uomo paziente. E quando dico che sono un uomo paziente intendo dire che sono un uomo paziente."
Crawford, Texas, 21 agosto 2002

Poverino! Non lo fate spazientire che diventa nervoso.

Oppure:

"Questa è una nazione che ama la nostra libertà, che ama il nostro paese."
Washington, DC, 17 maggio 2002

Se ne esce con frasi che farebbero brillare l’intelligenza dei fratelli De Rege, quelli di "Vieni avanti cretino!":

"La casa è importante. È importante avere una casa."
Crawford, Texas, 18 febbraio 2001

…ma forse si riferiva alla "Casa" Bianca, e ad "averla"!


Autoreferenzialità a tutta birra:

"Il motivo per cui io credo in un consistente alleggerimento fiscale è che ci credo."
Washington, DC, 18 dicembre 2000

Frasi fatte che diventano pura demenzialità:

"Bisogna essere tutti insieme per unirsi."
Tampa, Florida, 4 giugno 2001


Si infila in discorsi articolati, con elenchi, rimandi, concetti altisonanti, e poi ci infila lo strafalcione:

"Chi ha fatto ciò che ha fatto al nostro paese l’11 settembre ha commesso un grave errore.
Ha sottovalutato l’America.
Ha sottovalutato la nostra fermezza, la nostra determinazione, il nostro amore per la libertà.
Ha sottovalutato il fatto che noi siamo capaci di amare il nostro prossimo che si trova nel bisogno.
Ha sottoSvalutato la compassione del nostro paese.
E penso anche che abbia sottoSvalutato la forza di volontà e la determinazione del suo Comandante in capo."
Sede della CIA, Langley, Virginia, 26 settembre 2001

Quando l’Imperatore del mondo apre bocca e gli da fiato, tutta Washington trema, si trattiene, fa attenzione a non lasciarsi sfuggire risate:

"So che a Washington c’è un sacco di gente ambiziosa, com’è ovvio.
Ma spero anche che gli ambiziosi si rendano conto che è più facile avere successo con i successi che non con i fallimenti."
Associated Press, 18 gennaio 2001

Quando George W. si inoltra nelle spiegazioni pseudo-scientifiche, Piero Angela si tuffa nel Valium per farsi passare il panico:

"Il gas naturale è emisferico. Mi piace chiamarlo emisferico in natura perché è un prodotto che possiamo trovare nelle vicinanze"
George W. Bush, 20 Dicembre 2000

I no global rischiano la pelle, Carlo Giuliani ce l’ha lasciata mentre - a suo modo - aiutava il mondo a capire le ingiuste regole del commercio internazionale, e Georgino sentenzia:

"È importantissimo che la gente capisca che quando c’è più compravendita c’è più commercio."
Quebec City, Canada, 21 aprile 2001

Tutti i media son lì che pendono dalle sue labbra ed aspettano l’ennesimo strafalcione, e lui - generosissimo! - supera ogni aspettativa infilandone uno dietro l’altro:

"Uno dei denominatori comuni da me rilevati è che le aspettative vanno al di là delle aspettative."
Los Angeles, 27 settembre 2000


O ancora:
"Se non riusciamo corriamo la possibilità di non riuscire"

Sarà una nuova corsa podistica per dilettanti?


Le metafore


George è un "uomo di parola" (nel senso che spesso deve parlare in pubblico). Ognuno affronta il proprio lavoro mettendoci le virtù e i difetti che gli sono propri. Purtroppo Bush junior non è un linguista provetto, ad esempio spaglia spesso le metafore.
La metafora è, stando allo Zingarelli: "una figura retorica che consiste nel trasferire ad un oggetto il nome proprio di un altro, secondo un rapporto di analogia."
Ma quando George le affronta "lancia in resta", più si impegna e più produce gaffe:

"La famiglia è il luogo in cui dimorano le speranze del nostro paese, in cui alle ali spuntano i sogni."
La Crosse, Wisconsin, 18 ottobre 2000


E ancora:
"Comprendo perfettamente la crescita delle piccole imprese. Io lo sono stato."
"New York Daily News", 19 febbraio 2000


Alle volte la metafora gli finisce direttamente in un "non senso":

"È importante far capire al paese che la vita è importante.
Non solo quella di chi deve ancora nascere, ma anche dei bambini che vivono, come dire, nelle oscure segrete di Internet."
Arlington Heights, Illinois, 24 ottobre 2000

Oscure segrete? Roba da Grande Inquisitore.
Come gli vengono certe idee all’Imperatore del Mondo?
Perché non lo fanno interdire?


Bush junior ha difficoltà non solo con le metafore, ma con tutte le figure retoriche. Non è abile con nessuno strumento linguistico. Genera "neologismi" e invece di nuove parole vengono fuori dei MOSTRI semantici.

"Porterò avanti una politica estera esterodiretta."
Redwood, California, 27 settembre 2000


E ancora:

"Ho ben chiaro ciò in cui credo, intendo continuare a esprimere ciò in cui credo, e ciò in cui credo... io credo che ciò in cui credo sia giusto."
22 luglio 2001


Oppure:

"Le scuole pubbliche sono uno dei pilastri della nostra democrazia. In fin dei conti è lì che i bambini di tutta l’America imparano a essere cittadini responsabili e acquisiscono le competenze necessarie a sfruttare la nostra meravigliosa società opportunistica."
Santa Clara, California, 1 maggio 2002


In realtà nelle scuole americane oltre che l’opportunismo, impazza il conformismo.
Per fare un esempio: gli studenti indossano solo abiti bianchi o di colori neutri. Nessuno si azzarda a vestirsi di nero o in modo originale o "selvaggio".
L’alternativa è un immediato viaggetto nell’ufficio del preside, dove lo psicologo scolastico si accerterà se quella T-shirt "strana" simbolizzi l’intenzione di far fuori la classe a fucilate, come spesso accade nei licei Usa.

Gaffe dopo gaffe, anche George ha capito che la battaglia tra lui e le figure retoriche è impari, che il povero studente texano è sconfitto in partenza:

"Lo ammetto, non sono un grande linguista..."
"Inside the Real West Wing", 23 gennaio 2001


Ma il lavoro è lavoro.
Lui per contratto deve "parlare a tutta la nazione", apre bocca e gli escono frasette come:

"Gli attentati suicidi sono aumentati. Ce ne sono troppi."
Albuquerque, New Mexico, 15 agosto 2001


O ancora:

"Io e Dick Cheney non vogliamo la recessione, anzi. Vogliamo che tutti quelli che riescono a trovare lavoro possano trovare lavoro."
"60 Minutes lI", 5 dicembre 2000


Fino a cadere in orrori linguistici a metà strada tra il truismo e la metafora inopportuna, che però sono gioielli di comicità demenziale:

"Se per integrazione razziale si intende ciò che ho appena descritto, ciò a cui sono favorevole, allora sono favorevole."
St. Louis, Missouri, 17 ottobre 2000

Le metafore gli si inceppano già dall’inizio, già nella fase di conteggio delle parole:

"Una parola probabilmente riassume la responsabilità di ogni Capo, e quella parola è "essere preparati" "
6 dicembre 1993

Se poi si infila nel labirinto della "doppia negazione", perde del tutto la bussola:

"In America più del 75 per cento dei bianchi vive in una casa di proprietà, mentre meno del 50 per cento degli ispanici non vive in una casa di proprietà.
E questo è un divario, un divario di proprietà.
E bisogna farci qualcosa."
Cleveland, Ohio, 12 luglio 2002

Quando cerca e trova l’aggettivo giusto, era meglio se la sbagliava:

"Mi rendo conto, inoltre, di quanto può essere carino il sistema della libera impresa."
Conferenza stampa alla Casa Bianca, Washington, DC, 9 luglio 2002


È vero: il sistema è "carino" con un petroliere figlio di petrolieri, ma lo è altrettanto con un lavoratore precario? "Carini" si nasce da carini? Il figlio di un ex presidente è "carino" per principio?
Il "caro" Bushettino si è mai domandato quanto sia "carino" il suo personaggino?


Altre volte il tutto diventa una baggianata:

"Ho provato un grande orgoglio, l’altro giorno, quando repubblicani e democratici si sono uniti a me nel Giardino delle Rose per formulare una limpida dichiarazione di intenti:
o disarmi tu, oppure disarmiamo noi."
Parlando di Saddam Hussein, Manchester, New Hampshire, 5 ottobre 2002

Il suo blaterare lambisce uno dei fenomeni meno conosciuti in natura: l’invenzione delle barzellette.
George con le sue sciempiaggini ci va molto vicino:

"Per ogni sparatoria fatale ce ne sono state circa tre non fatali.
E una cosa del genere in America è inammissibile. Semplicemente inammissibile.
Cercheremo di rimediare."
Philadelphia, Pennsylvania, 14 maggio 2001

Come commentare perle di questo tipo:

"L’amministrazione sta facendo tutto il possibile per chiudere questa fase di stallo.
Stiamo prendendo le decisioni giuste per porre fine alla soluzione."
Washington, DC, 10 aprile 2001


Oppure:

"Ho avuto buoni pensieri nel passato. Ho avuto buoni pensieri nel futuro".

Si stava meglio quando si stava peggio.
Reagan, l’inventore de "L’impero del male", non era mai arrivato a facezie di tale sublime intensità.

Ci si lamenta - e giustamente - di Berlusconi. Qui siamo invece ad un livello di perfidia storica maggiore. Sarebbe come un’Italia governata non dall’uomo di Arcore che si è fatto da se, ma da suo figlio Piersilvio.
La dinastia, come tutte le dinastie, alla seconda generazione scricchiola. Il ragazzotto raccomandato da un papà ex-presidente, più mira in alto con i concetti, più appare sconclusionato:

"Questo è il Mese della Preservazione. Io apprezzo la preservazione. E’ esattamente quello che si fa quando ci si candida a presidente: preservare."
Discorso in occasione del Mese della Perseveranza alla Fairgrounds Elementary School di Nashua, New Hampshire. "Los Angeles Times", 28 gennaio 2000

Bush junior vive in un mondo ipersemplificato, un universo con i "buoni" e i "cattivi". Non sa chi siano, ma tiene il dito sul grilletto:

"Quando ero ragazzino, il mondo era pericoloso, e sapevi esattamente chi erano loro.
Eravamo noi contro di loro, e chi erano loro era chiaro.
Oggi non siamo più tanto sicuri di chi siano loro, ma sappiamo che ci sono."
Iowa Western Community College, Council Bluffs, 21 gennaio 2000

Purtroppo dietro di lui c’è lo stato militarmente più forte del mondo.

Se annaspa con concetti anche banali come "età pensionabile", non è per senescenza o arteriosclerosi:

"Abbiamo parlato con Joan Hanover. Lei e suo marito George ci hanno accompagnati.
Loro due sono praticamente in pensione...
cioè, stanno per andare in pensione...
sono sul punto di...
insomma, sono due persone intelligenti, attive, capaci e in età pensionabile che di conseguenza stanno per andare in pensione."
Alexandria, Virginia, 12 febbraio 2003

Gli manca la padronanza della lingua, deficienza che l’Università della Terza età potrebbe attenuargli, con sicuro guadagno per lui e per il mondo.

Il discorso presidenziale perfetto è quello che si rivolge a chiunque, che dice poco o meglio niente. Tutto e il contrario di tutto, è il regno delle banalità.
Fortuna George che con i suoi "scivoloni linguistici" ci aggiunge un po’ di pepe:

"Voglio che tutti gli americani sappiano che la responsabilità delle decisioni che prendo è mia, e anche loro."
"Live with Regis", 20 settembre 2000

Non è più un uomo, è solo un Presidente.
Per lui valgono comandamenti diversi da quelli a cui obbediscono i comuni mortali. Anche il Vangelo viene lievemente modificato:

"Tutti quanti dobbiamo ascoltare la chiamata universale ad amare il nostro prossimo come amiamo essere amati noi."
"Financial Times", 14 gennaio 2000

Bush - è più forte di lui! - "non ama se stesso", ma "ama essere amato". Non "porge l’altra guancia", attende che gliela porgano gli altri. Non è un cammello o un ricco petroliere che "non passerà mai per la cruna di un ago", lui - più semplicemente - fa sparare a tutti i cammelli.

L’universo è troppo complicato per l’Imperatore del mondo. Prendiamo il nome dei secoli: perché quello composto da tutti i 19.. (1900, 1901, 1902, ecc.) viene chiamato ventesimo e non diciannovesimo?
Perché il Congresso non ha ancora fatto una legge in proposito?
Perché il mondo intero complotta a tendere trappole verbali ad un povero studente texano?

"È un capitolo, l’ultimo capitolo del ventesimo...
del ventesimo…
l’ultimo capitolo del ventesimo...
ventesimo...
del ventunesimo secolo che molti di noi preferirebbero dimenticare.
L’ultimo capitolo del ventesimo secolo. Questo è il primo capitolo del ventunesimo secolo."
A proposito dello scandalo Lewinsky, Arlington Heights, Illinois, 24 ottobre 2000

La sua battaglia con il concetto di "secolo" è persa in partenza:

"L’Olocausto è stato un periodo osceno nella storia della nostra nazione. Voglio dire nella storia di questo secolo.
Ma tutti noi abbiamo vissuto in questo secolo. Io non ho vissuto in questo secolo."
15 settembre 1995


Quando George si lancia nel difficile campo degli aggettivi, specie quelli più altisonanti, ogni tanto ci lascia le penne:

"Potete immaginare quale onore inimmaginabile sia vivere in questo posto."
Casa Bianca, Washington, DC, 18 giugno 2001

L’ignoranza lo rende prudente. Se George osa esprimere un concetto "forte", lo fa precedere da ben quattro allocuzioni "diminuitive": "auguro", "riuscire", "farmi un’idea", "non io, ma la mia amministrazione", come nel caso seguente:

"Dovessi avere la fortuna di diventare presidente, mi auguro di riuscire a farmi un’idea di come la mia amministrazione gestirà la questione mediorientale."
Winston-Salem, North Carolina, 11 ottobre 2000


Il lavoro da presidente


George è tutto in frasi come questa:

"È chiaramente un bilancio. Ci sono un sacco di numeri."
Reuters, 5 maggio 2000

Perspicace, acuto nelle osservazioni, implacabile nelle analisi. Ci tranquillizza sapere che il mondo è affidato in mani sicure.
Perché il President of United States è "ufficialmente" solo una macchina che legge i promemoria dei suoi assistenti e poi prende decisioni.
Purtroppo a George, che a scuola non è mai stato un genio, dà fastidio leggere. A volte si ribella ai fili che lo reggono proprio come fece il burattino Pinocchio:

"Io non leggo quello che mi danno da leggere."
"The New York Times", 15 maggio 2000

Però quello di Collodi era un Burattino. Gli si poteva perdonare di "vendersi i libri" per andare da Mangiafuoco. Noi amiamo leggere libri, il fatto che George non legga ci preoccupa, preferiremmo che il mondo fosse affidato a mani più sapienti.

Ecco un esempio di come si svolge il lavoro di routine, uno spiraglio per analizzare in che atmosfera si muovono consiglieri e presidente:

"Ho molta fiducia in Linda. Sarà un ottimo ministro del Lavoro. Da quello che ho letto nei comunicati stampa ha tutte le carte in regola."
Austin, Texas, 8 gennaio 2001

Peccato che qui si tratti di un ministro, di uno stretto collaboratore di George, di uno del suo staff. Ma neanche la decisione su chi sarà un suo aiutante, viene presa direttamente da Georgino.

Il compito di Bush junior è in fondo semplice, ma lo staff non glielo deve avere spiegato bene:

"Il potere legislativo ha il compito di creare le leggi, e il potere esecutivo quello di interpretarle."
Austin, Texas, 22 novembre 2000

Lui ce la mette tutta. Pensa al lavoro anche mentre aspetta che il cane faccia pipì:

"Dopodiché ho preso il cane e sono andato a farmi una passeggiata. E ho camminato.
E ho cominciato a pensare a un sacco di cose...
Non mi ricordo a cosa.
Ah, sì! al discorso inaugurale. Ecco a cosa."
Da un’intervista alla vigilia dell’insediamento, "US News & World Report", 22 gennaio 2001

È solo e sperduto in un ambiente ostile. Il mondo politico americano è una jungla, al confronto Palazzo Chigi è il Museo delle cere:

"Washington è così. È un posto dove trovi gente pronta a correre allo scoperto prima ancora che venga sparato un sol colpo."
Westland, Michigan, 8 settembre 2000

Idiosincrasia per le metafore? Atmosfere da "Mezzogiorno di fuoco"? Attori che non reggono il palcoscenico o semplice ignoranza?

Perché il presidente, lo dimostrò Reagan, è soprattutto un attore. Ma George non voleva fare la star, e invece eccolo lì a recitare da "guitto", solo sul palcoscenico, con migliaia di giornalisti famelici pronti a prendersela con lui:

"Sia che le cose vadano bene, sia che vadano male, sono sempre i presidenti che si prendono la colpa."
Washington, DC, 11 maggio 2001


Parla e spera di passarla liscia, e invece tutti, come sciacalli, si buttano ad interpretare "quello che dice", "quello che non dice", "quello che dice e che non voleva dire":

"Spesso quello che cerco di dire a Washington viene filtrato, e altrettanto spesso per la gente le mie parole non sono, come dire, di immediata comprensione."
Kalarnazoo, Michigan, 27 marzo 2001

Quando durante una trasmissione deve vedersela con il "gobbo" - il testo scritto grande su larghi cartoncini tenuto in evidenza sotto la telecamera - il presidente strizza gli occhi, aggrotta le sopracciglia e lo scruta come un ammiraglio che al crepuscolo tenta di avvistare la terraferma.
Eppure, quando le parole scritte dal suo speechwriter gli scorrono davanti, Bush non mostra particolare difficoltà nel ripeterle.
È nelle improvvisazioni, o nelle domande a ruota libera della stampa, che accadono i disastri.
Imponendo a poveri studenti texani ruoli superiori alle loro capacità, si ottengono solo pasticci. Ecco che l’intervistato vuole diventare intervistatore, mentre trionfa la dislessia:

"Quella giornalista che affermava che io sono
dislessico, beh...
io non l’ho mai intervistata."
Orange, California, 15 settembre, 2000
...

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