Ancor più mi attiravano le fotografie di una volta, con i loro tenui toni color seppia - ce n’erano moltissime negli album di famiglia più antichi e sulle vecchie riviste che un giorno trovai ammucchiate nella legnaia. Nel 1945 vedevo bene che i tempi erano cambiati - che la vita di prima della guerra ormai se n’era andata, per sempre. Ma c’erano ancora le fotografie, immagini spesso casuali, che ora assumevano un valore speciale: fotografie di vacanze estive, fotografie di amici, vicini e parenti immortalati alla luce di un sole del 1935 o del 1938, senz’ombra di una premonizione di quanto sarebbe accaduto poi. Mi sembrava meravigliosa questa capacità delle fotografie di cogliere momenti reali, di essere precise sezioni trasversali del tempo che, per così dire, rimaneva fissato per sempre nell’argento.
Desideravo moltissimo fare io stesso delle fotografie, per documentare e descrivere scene, oggetti, persone, luoghi, momenti, prima che cambiassero o scomparissero, inghiottiti dalle trasformazioni della memoria e del tempo. In parte, questa esigenza di documentare derivava dal fatto che oggetti in apparenza eterni fossero stati completamente distrutti o eliminati.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 155
Viraggi seppia all’oro
Potevo anche impregnare la carta direttamente con del cloruro d’argento, evitando del tutto di usare la gelatina, immergendo la carta dapprima in una soluzione di cloruro di sodio e poi nel nitrato d’argento; il cloruro d’argento che si formava sarebbe stato trattenuto dalle fibre della carta. In un modo o nell’altro, ero in grado di preparare la mia carta per le stampe, e con essa potevo ottenere stampe a contatto dai negativi, oppure le silhouette di merletti o di foglie di felce, sebbene occorressero diversi minuti di esposizione alla luce solare diretta.
Dopo l’esposizione, la fissazione delle stampe con l’iposolfito tendeva a produrre colori bruni piuttosto sgradevoli, e questo mi indusse a sperimentare diversi viraggi. Il più semplice era un viraggio color seppia - purtroppo non fatto con inchiostro di seppia, come avrei sperato, ma convertendo l’argento dell’immagine in solfuro d’argento. Si poteva fare anche un viraggio all’oro, che richiedeva l’immersione in una soluzione di cloruro d’oro, e produceva un’immagine d’un viola bluastro, poiché l’oro metallico precipitava sulle particelle d’argento. E se si provava questa procedura dopo il viraggio al solfuro, si otteneva un bel color rosso: un’immagine al solfuro d’oro.
Ben presto passai da queste ad altre forme di viraggio. Quello al selenio conferiva alle stampe un intenso colore rossastro, mentre quelle trattate con viraggio al palladio e al platino avevano un aspetto morbido e piacevole, più delicato, mi sembrava, delle solite stampe all’argento. Naturalmente si partiva sempre da un’immagine all’argento, perché solo i suoi sali erano sensibili alla luce; poi però lo si poteva sostituire con qualsiasi altro metallo (o quasi). Il rame, l’uranio o il vanadio rimpiazzavano facilmente l’argento. Una combinazione particolarmente audace consisteva nel combinare un sale di vanadio con un sale di ferro come l’ossalato ferrico: in tal caso il giallo del ferrocianuro di vanadio e il blu del ferriferrocianuro si sarebbero combinati generando un verde brillante. Mi divertivo a sconcertare i miei genitori con immagini di tramonti verdi, facce verdi, autopompe antincendio e autobus londinesi a due piani anch’essi diventati di color verde. Il mio manuale di fotografia descriveva anche il viraggio con lo stagno, il cobalto, il nichel, il piombo, il cadmio, il tellurio e il molibdeno; a questo punto mi fermai, perché la cosa diventava un’ossessione: stavo esagerando con la tecnica del viraggio - volendo usare per forza tutti i metalli che conoscevo in camera oscura, dimenticando il vero scopo della fotografia.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 160