A un certo punto - negli anni Trenta - mia madre era passata da una specializzazione in chirurgia generale alla ginecologia e all’ostetricia. Non c’era nulla che le desse maggior soddisfazione di un parto impegnativo - una presentazione di spalla o pa dalica - portato a termine felicemente. A volte però portava a casa feti malformati - quelli anencefalici, con gli occhi sporgenti dalla testa appiattita senza cervello, o quelli affetti da spina bifida, nei quali tutto il midollo spinale e il tronco cerebrale erano esposti. Alcuni nascevano morti, altri erano stati silenziosamente affogati alla nascita da lei e dalla caposala (« come un gattino », mi disse una volta) giacché, se fossero vissuti, non avrebbero mai avuto una vita cosciente o mentale. Ansiosa che imparassi l’anatomia e la medicina, ne sezionò diversi sotto i miei occhi, insistendo - avevo solo undici anni - perché seguissi il suo esempio. Credo che non abbia mai capito quanto ci stessi male - probabilmente immaginava che condividessi il suo entusiasmo. Sebbene avessi cominciato a fare esperimenti da solo - con i lombrichi, le rane e il mio polpo - la dissezione di quei feti umani mi riempiva di disgusto. Spesso mia madre mi raccontava di quando ero neonato, di come fosse preoccupata per lo sviluppo del mio cranio, temendo che le fontanelle si fossero chiuse troppo presto e che io potessi diventare un idiota, un microcefalo. Così io vedevo in quei feti ciò che (nell’immaginazione) avrei potuto essere anch’io, cosa che rendeva ancor più difficile prendere le distanze, e amplificava l’orrore.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 269