Gli elettroni adesso andavano concepiti come onde; non si poteva più parlare della posizione di un elettrone, Ina solo della sua funzione d’onda, ossia della probabilità che esso si trovasse in un dato punto. Non se ne potevano misurare posizione e velocità simultaneamente. Sembrava, in un certo senso, che un elettrone potesse trovarsi ovunque e in nessun luogo. Tutto questo fece vacillare la mia mente. Avevo sempre guardato alla chimica, alla scienza, come a una fonte da cui ricavare ordine e certezze e ora, improvvisamente, tutto questo svaniva. Era una situazione scioccante; e ormai avevo superato i miei zii. Ero andato oltre, e mi trovavo da solo, in acque profonde.
La nuova meccanica quantistica prometteva di spiegare tutta la chimica. E sebbene io provassi entusiasmo per questo, vi percepivo anche una certa minaccia. « La chimica » scriveva Crookes « sarà fondata su basi interamente nuove ... Non avremo più bisogno di compiere esperimenti, giacché sapremo a priori quale sarà, inevitabilmente, il risultato di ciascuno di essi». Non ero sicuro che tutto questo mi piacesse. Significava, forse, che i chimici del futuro (sempre che fossero esistiti) non avrebbero più dovuto maneggiare un reagente? Che non avrebbero mai visto i colori dei sali di vanadio, mai annusato un seleniuro di idrogeno né ammirato la forma di un cristallo? Che potessero vivere in un mondo matematico senza colori e senza odori? Mi sembrava una prospettiva terribile perché, almeno per quanto mi riguardava, io avevo bisogno di odorare, toccare e sentire, avevo bisogno di collocare me stesso, i miei sensi, al centro del mondo percettivo.
Avevo sognato di diventare un chimico, ma la chimica che mi emozionava veramente era quella descrittiva, naturalistica, diligentemente dettagliata, del diciannovesimo secolo, non la nuova chimica dell’era quantistica. La chimica che conoscevo e che amavo era finita, o stava cambiando natura, lasciandomi indietro (o comunque, così mi pareva). Sentivo di essere arrivato alla fine del cammino, quanto meno del mio, e di aver spinto il mio viaggio nella chimica il più lontano possibile.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 347
Il meraviglioso libro di Primo Levi Il sistema periodico
Il meraviglioso libro di Primo Levi Il sistema periodico, soprattutto il capitolo intitolato «Potassio». Qui Levi parla della propria ricerca, da studente, di « fonti di certezza ». Avendo deciso di diventare un fisico, Levi lasciò il laboratorio di chimica e cominciò un internato al dipartimento di fisica, in particolare con un astrofisico. La cosa non andò assolutamente come lui aveva sperato, perché sebbene fosse effettivamente possibile trovare alcune certezze ultime nella fisica stellare, esse, per quanto sublimi, erano astratte e lontane dalla vita quotidiana. Più vicine alla vita e fonte di maggior nutrimento per l’anima, erano invece le bellezze della chimica pratica, « Quando capisco che cosa sta succedendo dentro una storta, » osservò Levi una volta « sono più felice. Ho allargato un poco le mie conoscenze. Non ho compreso la verità o la realtà. Ho solo ricostruito un segmento, un piccolo segmento del mondo. In un laboratorio industriale questa è già una grande vittoria ».
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 376