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Indice di Ciacci |
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Sui
fumetti di Ciacci sono usciti tre libri. Riportiamo le prefazioni presenti
nei volumi. |
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Gino
& Michele: "Cronache da dietro la lavagna" |
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| Quando,
nella vita, Bruno D’Alfonso dà del "Ciacci" a Francesco
Cascioli e Cascioli dà del "Cacchioni" a D’Alfonso, i due
lo fanno solo per amore d’aforisma. E l’aforisma dice: l’arte è parabola
di vita. Vero? Non vero? Noi pensiamo di sì. Vero. Lo si capisce
dai nasi che disegna Bruno D’Alfonso, del tutto somiglianti a quelli delle
sue fidanzate, o dai compiti in classe del nipote di Bruno Vespa, molto
più in linea con certi elzeviri del Male (di cui Cascioli è
stato a suo tempo correo) che con i programmi del ministro e gli editoriali
de//’Espresso. Ma è poi vero che Cortellacci, il prof della "3 B", è il sosia sputato di un redattore romano del Corriere e che il preside (a parte la barba) ricorda vagamente la direttrice di Linus? Fu/via Serra nega, ma è stata vista più volte spiare l’operato di Cortellacci, mentre nella classe infuriava la guerriglia a colpi di chicchi di riso sparati dalle cannucce vuote biro bic. "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un povero passi al "Carducci"", dice una parabola di Ciacci. Per questo Cacchioni camuffa i voti con la scolorina, esattamente come fanno le redattrici della Milano Libri ogni qualvolta Bruno D’Alfonso spedisce i suoi disegni da pubblicare, unti e bisunti avvolti nella carta del prosciutto. "In "3 B" quest’anno ci saranno 15 bocciati". Lo dice il Verbo, cioè Cucchiarelli, che è stato in seminario, proprio come D’Alfonso. Il quale, poi, per rimediare, è andato a lavorare in Comune, all’anagrafe. Qui Bruno ha passato gli anni più intensi della sua vita a scarabocchiare certificati di matrimonio con disegnini anatomici. Questi disegni, i più fantasiosi del panorama dalfonsiano (a volte l’immaginazione arriva dove l’esperienza è assente), non verranno mai pubblicati. Ma non rammarichiamoci troppo di ciò: il problema principale restano i 15 bocciati della "3 B". Per questo, chi ha acquistato il presente album con le sue strepitose storie ha compiuto un’opera meritevole. L’incasso totale, infatti, di questa pubblicazione verrà devoluto, in valeriana, a favore delle 15 vittime del prof Cortellacci. |
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| Domenico Starnone: "La barba dei professori" | ||
| Nella scuola
di Bruno D’Alfonso e Francesco Cascioli devo aver insegnato un anno o due.
Forse se ne ricorda Ciacci, forse Iannariello, forse Tom, che viene da Città
del Capo, ha studiato italiano a Perugia e i suoi compagnucci gli hanno
semplificato il nome in Tom: in realtà si chiama Mukambawe Tombukete.
O tutt’al contrario: boh. Veramente il negro che ricordo io si chiamava Maduagwu ed era nigeriano. Negro? Anch’io sono diventato paonazzo quando ho sentito "negro". E ho spiegato alla classe: "non si dice "negro", si dice nero". Quindi gli ho parlato a lungo coi verbi all’infinito. Lui in compenso a giugno mi ha chiesto: professore, quanti materiali a settembre? lo ho risposto: italiano no. Ma dopo aver letto Ciacci mi pare di ricordare male. Forse Maduagwu si chiamava nella realtà Mukambawe Tombukete. Anzi, sicuramente. Nella classe che ricordo io c era anche Cacchioni, e su questo non c’è dubbio. Si sedeva proprio come lui con le chiappe sulla spalliera della sedia e coi piedi sul banco, ad altezza di naso del suo vicino. Gli dicevo: Cacchioni, metti le chiappe al posto giusto. Lui mi spiegava: ti formalizzi. Nel senso che era in conflitto con la forma universalmente accettata del sedersi e, in mancanza di altri conflitti, metteva il sedere al posto delle spalle e i piedi al posto delle mani. Allora non mi sono formalizzato più e, esattamente al modo dei suoi insegnanti e dei suoi genitori (anche a casa Cacchioni siede così), l’ho lasciato seduto come lo disegna D’Alfonso. Forse siederà così per sempre. Nessun dubbio, d’altra parte, che era la mia classe quella dove si faceva "Gnam gnam" mentre io facevo "bla bla". In compenso non mi è mai venuto in mente di dire: basta ruminare; via la gomma nel cestino. Il caos che ne derivava (c’era chi ti mostrava che non masticava gomma ma peperoni, chi sputava semi d’arancia nel cestino, chi la gomma da masticare la lanciava dall’ultimo banco e poi, se finiva sul pavimento, si scusava: ho sbagliato il tiro) era un rimedio peggiore del male. Quale male del resto? "Gnam gnam" è un coro di corpi sani che accompagna il docente ammalatosi nel cervello a forza di ripetere anno dietro anno, il suo bla bla. Invece non ho mai avuto a che fare con lo Spiga, il Sindacato Professori Italiani Geografia Analitica. Forse è un’esagerazione di D’Alfonso e Cascioli. Ma è un’esagerazione prefiguratrice. Se le confederazioni seguitano così e le Gilde gareggiano con loro nel fare peggio, avremo tanti sindacati quante sono le materie d’insegnamento. Quello di religione sarà il più robusto di tutti, e non per merito del Padreterno. Dovrà vedersela solo col sindacato dei tarli che rodono le cattedre. Geniale tarlo di D’Alfonso e Cascioli: compare una sola volta, col "?" sulla testa disorientata dal silenzio che segue alla domanda: "chi vuole essere interrogato?" e vi conquista con la sua potenza simbolica. O no? Per ultimo: gli studenti della scuola di Ciacci sono proprio quelli che conosco io, perché hanno perso in maniera definitiva ogni sacro timore nei confronti di chi ne sa di più. Sarà per merito della televisione che porta teste d’uovo e di cavolo nelle case e abolisce la distanza. Sarà per merito degli insegnanti che in cattedra ci stanno sempre più a disagio e perciò ne sono scesi dicendo: basta, la mia testa non è un genere alimentare; e del resto com’è possibile seguitare a nutrire i giovani con uova e cavoli? Fatto sta che nella scuola di Ciacci circola Moravia, circola Umberto Eco e persino il professor Sanguineti, alla buona, alla mano, gomito a gomito con Micia, Cacchioni e lannarelli. Non è Iannarelli che dice a Eco: "Sembri Lucio Dalla" e lui risponde: "È D’Alfonso che non sa fare le caricature"? Basta. I professori di Ciacci e io siamo identici. Per esempio abbiamo tutti la barba, O almeno i baffi. Segno di saggezza? D’eversione? No. È che siamo barbosi. D’Alfonso e Cascioli non lo sono. Passate a leggere. |
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