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IL
RITMO NARRATIVO
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Una
lingua per ogni personaggio
Uno scrittore alle prime
armi non sa di dover ingaggiare una lotta «contro» la propria scrittura.
Egli non possiede ancora una sufficiente coscienza linguistica; non
ha ancora familiarizzato con le convenzioni del linguaggio e resta vittima
della scrittura, la quale gli chiede soluzioni narrative e stilistiche
che non sa immediatamente trovare.
E quando sente di «andare in barca», l’istinto lo porta a regredire
nelle proprie esperienze personali, perché crede di «restituirle » bene,
perché sono ricche di sentimenti autenticamente vissuti, perché popolate
di luoghi e personaggi sperimentati e cristallini, apparentemente facili
da descrivere.
Lo scrittore esordiente, non sapendo trarre dal linguaggio le idee,
non sapendo suonare lo strumento della scrittura, trova sicurezza nell’autobiografia.
Come si imparerà durante il corso, non è un atteggiamento
corretto, perché la prima cosa che uno scrittore deve imparare è
«uscire da sé» e assumere i panni di personaggi diversissimi
e lontanissimi da lui. Solo in questo modo potrà trovare un lessico
e una lingua per ogni personaggio. Altrimenti, come spesso succede,
si utilizza una sola lingua, la propria.
L’autobiografia è in assoluto il genere letterario più difficile da
affrontare.
Lo scrittore deve imparare a lavorare «contro natura». Non deve «adagiarsi»
sulla propria lingua e sulle proprie esperienze, perché rischia lo scarso
controllo della drammaturgia, calato com’è in un racconto che spinge
fatalmente a una struttura di tipo cronologico.
Per creare il distacco dai personaggi lo scrittore dovrebbe esercitarsi
a lungo a scrivere...
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informazioni sulle sue modalità, si può scrivere al docente
Francesco Cascioli
Corso di scrittura
online: un dialogo fatto male
Cerami, in "Consigli
a un giovane scrittore", presenta uno dei più brutti dialoghi possibili,
per indicare subito quello che non bisogna fare.
Il brano è ripreso da un film che inizia presentando un uomo e una donna
seduti di fronte, al di qua e al di là di un tavolino.
LUI: Tu non puoi parlarmi così Maria.., io sono tuo marito da
sei anni, e lavoro dalla mattina alla sera alla Standa per un milione
al mese!
LEI: Invece ti parlo cosi Giovanni, perché stiamo poco insieme
visto che anch‘io lavoro, ma all’Italsider... e poi ti dimentichi di
nostra figlia Teresa...
LUI: Ma lei va a scuola, fa la quinta elementare... ecc.
È evidente che i due personaggi stanno passando informazioni al pubblico.
Sanno bene di essere marito e moglie, di chiamarsi Maria e Giovanni,
di avere una figlia di nome Teresa che fa la quinta elementare e di
lavorare uno alla Standa e l’altra all’Italsider: non hanno bisogno
di dirselo.
Non è un dialogo ma un "a parte", o meglio: un "a
parte" travestito da dialogo.
L’esempio mette a fuoco un problema che è sempre presente in un dialogo:
chiarire e spiegare nel modo più invisibile. Tanto che possiamo considerare
valida l’equazione: meno informazioni ci sono tanto più il dialogo
è efficace.
L’autore della goffa lite dei coniugi ha fatto l’errore di mettere subito
in conflitto due personaggi di cui lo spettatore non sa proprio nulla.
E una situazione identica all’esempio che ho fatto prima, dei due che
litigano per strada.
Come si imparerà nel corso, non è certamente vietato cominciare
un film con due persone che parlano, ma a condizione di non sovraccaricare
il dialogo con l’extratesto (con quanto non fa parte del testo).
Bisogna trovare il coraggio di...
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Francesco Cascioli
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Per
comprendere che cosa sia un dialogo drammaturgico basta analizzare il
suo opposto: il dialogo dottrinale.
Due chiacchiere tra Platone e Socrate verteranno sicuramente su problemi
che li riguardano solo come rappresentanti del genere umano.
Difficile immaginare che due personalità di quel calibro si intrattengano
sulle corna dell’uno e l’ulcera dell’altro. In realtà sono due tinche
che fanno parlare il loro pensiero, le loro filosofie e non le loro intimità.
Non c’è bisogno che i due siano «messi in situazione», perché il lettore
non sarà mai incuriosito dal loro rapporto personale, se ne sta li a bearsi
della loro intelligenza e degli alti contenuti dei discorsi. Ho detto
«discorsi» non a caso, perché i dialoghi dottrinali non sono mai battibecchi
(« botta e risposta») ma veri e propri brani articolati letterariamente.
Tutto il teatro scritto, concepito lontano dal palcoscenico e dove lo
stile di scrittura è autoreferenziale (vive autonomamente rispetto ai
personaggi), fa del pensiero e della letteratura il suo assunto principale.
Basta pensare a Eliot, a Pasolini, ai dialoghi di Pavese.
Ma occupiamoci del dialogo drammaturgico.
Come si imparerà nel corso, esso, al contrario degli scambi filosofici
tra Socrate e Platone, racconta le...
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Francesco Cascioli
Le parole di un personaggio
sono diverse secondo con chi si rapporta
Alcune scuole di teatro,
specialmente in Francia, fanno un lavoro particolare e interessante
con gli attori.
Questi, durante le prove, passano lunghe ore a «ricercare» il proprio
personaggio. Dopo averlo studiato attraverso una ricca documentazione,
salgono sulla pedana e provano a farlo esistere. Ricordo un’esercitazione
in cui un’attrice doveva ricoprire il ruolo di una cameriera che lavorava
presso una grande villa. L’esercizio consisteva nel bere una tazzina
di caffè. Il regista le disse che era sola in giardino, dopo una mattinata
di lavoro: doveva uscire e bersi beatamente il suo caffè. Lei eseguì:
si gettò su una poltrona di vimini e, stanca scosciata, succhiò lentamente
il suo caffè.
A questo punto il regista fece entrare in scena l’attore che ricopriva
il ruolo del giardiniere, con la zappa in mano. La donna non batté ciglio.
Allontanatosi il giardiniere, fece il suo ingresso una elegantissima
e austera signora, la padrona della villa. la cameriera saltò subito
in piedi e smise di bere.
Poi giunse il padrone, un bell’uomo. La cameriera sorseggiò il caffè
in modo diverso: con finezza quasi ostentata, civettuola.
Insomma, davanti alla cameriera sfilarono i ventisei personaggi della
commedia: l’attrice si esercitò a trovare ventisei modi diversi di comportarsi,
con una situazione di base sempre uguale.
Nella commedia non era previsto che la cameriera prendesse un caffè,
tuttavia quell’esercizio era utile all’attrice per capire «chi era»
e per costruirsi, in relazione con gli altri personaggi, un background,
un piccolo passato, una memoria personale.
Ogni attore «improvvisava» un comportamento, un modo di essere e di
muoversi che modificava leggermente a seconda di chi gli capitava davanti.
Si chiamavano esercizi di fantasia corale. Era un lavoro che aiutava
l’attore ad «uscire da sé» per assumere i panni di qualcun altro. Un
lavoro molto somigliante a quello dello scrittore.
Un attore che resta troppo distante dal personaggio tende d’istinto
alla...
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Francesco Cascioli
Corso di scrittura
online: il
vero si può riprodurre solo con il falso
Poniti ora una questione.
Se nascondi un registratore sotto il tavolino di un bar, trascrivi i
discorsi dei tre amici e poi li metti in scena recitati da tre attori
cosi come sono stati pronunciati, è teatro questo o no? Si potrebbe
rispondere: « dipende da quello che si son detti!» Questo è pur vero,
ma ciò che rende difficilmente «teatrabile» quel dialogo a tre è il
contesto, il fatto che manca la platea, il pubblico dell’ultima fila.
I tre hanno chiacchierato sapendo che nessuno li ascoltava, senza alcuna
«teatralità».
Quelle battute, infatti, se recitate in teatro, cioè ad alta voce da
attori, cambiano completamente di segno: i tre personaggi darebbero
l’impressione di litigare piuttosto che parlare e comunque ogni frase
- come si imparerà durante il corso - prenderebbe un’enfasi incongrua,
ridicola.
Se vuoi invece, restituire quella conversazione come si è svolta,
bisogna riscriverla tutta secondo le...
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Francesco Cascioli
In teatro il dialogo è di
gran lunga più presente delle azioni
In teatro il dialogo è di
gran lunga più presente delle azioni, la gran parte delle quali, spesso,
avviene fuori scena.
La ragione è facilmente intuibile: da un lato c’è una oggettiva
difficoltà a renderle teatralmente credibili e dall’altro, in un contesto
linguistico cosi fortemente evocativo, il racconto d’un fatto accaduto
fuori scena ha una «teatralità» (e quindi una verità) ancora più efficace.
La drammaturgia si conforma a queste caratteristiche e cerca di «far
passare» attraverso le parole recitate tutto quanto nel cinema e nella
narrativa è materia di background, di flashback e di passaggi di tempo.
Non è un caso che il teatro tenda naturalmente alle unità di luogo (un
ambiente per ogni atto), anche se è del tutto lecito inventare situazioni
complicate, bizzarre e insolite.
Teoricamente sui palcoscenico, date le possibili stilizzazioni
degli ambienti, è legittima anche una storia con mille sfondi diversi.
Di fatto nella maggior parte dei testi teatrali pubblicati il...
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Francesco Cascioli
Corso di scrittura
online: la costruzione
del dialogo
Guarda
ora come le battute si legano fra loro (enchainement) e soprattutto qual è il meccanismo con cui vengono suggeriti
i rapporti profondi tra i personaggi. Un esempio.
A una scrivania è seduto
un uomo A. Davanti a lui, in piedi, c’è un altro uomo, B. Il primo pronuncia
una frase, l’altro replica. Ecco le battute:
A: « Cretino, sei licenziato! »
B: «Finalmente, non ce la facevo più! »
Adesso togli B e al suo posto metti un altro uomo, C. Questi replica
in modo diverso.
Vediamo la scena:
A: « Cretino, sei licenziato! »
C: « Pezzente, vai al diavolo! »
Le due reazioni indicano che le personalità di B e di C sono differenti.
B: se faci attenzione, noti che la sua battuta si appoggia su:
«sei licenziato! »Infatti risponde: « Finalmente, non ce la facevo più!
C invece appoggia la risposta su: «Cretino... » Infatti risponde: «Pezzente...
»
Cosa se ne deduce? Che B non è affatto colpito dall’insulto, non gli
dà peso (probabilmente è abituato a farsi maltrattare), e accoglie il
licenziamento come una liberazione.
Quel che offende C è invece proprio l’insulto. Infatti reagisce con
un altro insulto («Pezzente...)
E’ facile adesso immaginarsi i due impiegati: il primo remissivo, paziente,
che ha mandato giù rospi su rospi; il secondo orgoglioso, sprezzante,
sicuro di sé.
Le due semplici battute raccontano un licenziamento e contemporaneamente
disegnano un ritratto.
Se vai avanti con il dialogo - come imparerai durante il corso - potresti
tracciare un...
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Francesco Cascioli
I dialoghi devono essere
naturali e coerenti al personaggio
Naturalmente, i dialoghi
devono suonare naturali e coerenti al personaggio, cioè devono riflettere
il suo ambiente, la sua personalità e la situazione del momento. Ma
devono essere naturali anche per te che racconti la storia.
Devi sentirti a tuo agio con quel linguaggio. Questo dipende molto dalla
tua personalità. Quando si crea la storia e i personaggi, si deve averli
ben presenti in testa.
Questo corso da estrema importanza al dialogo nella narrazione. Il dialogo
deve essere coerente con la personalità del personaggio. Ci sono molte
cose che determinano il modo in cui parla una persona. Quando incontri
una persona per la prima volta, puoi capire molto di questa, solo dal
modo in cui si esprime: il livello di istruzione, l’origine geografica,
l’ambiente culturale e la personalità possono essere desunti da un dialogo.
Si può indovinare che tipo di lavoro fa, dal registro linguistico che
usa.
La cosa più importante è che si può percepire lo stato d’animo della
persona: se è triste, depressa, felice e così via. Le persone frustrate
o arrabbiate spesso si esprimono a...
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Francesco Cascioli
Corso di scrittura
online: rielaborare
linguaggi presi dalla vita quotidiana
Dice CARMEN COVITO:
Io nei miei libri sperimento un linguaggio preso dalla vita quotidiana,
dal parlato e lo rielaboro.
Ma non è mai una trascrizione.
Anche volendo scrivere un’intervista non si può mai sbobinare semplicemente,
bisogna dare sempre una costruzione letteraria per riprodurre il...
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