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MESCOLARE
"MOSTRARE" E "NARRARE" |
La scrittura come rimedio
contro la solitudine
La scrittura è anche usata
come rimedio contro la solitudine in tutte le situazioni di isolamento
fisico o psicologico. Per esempio il carcere.
Molte persone che per inquietudine, attaccamento a miti sbagliati, cattive
amicizie, si sono lasciate andare ad una vita di abbrutimento, scoprono
in carcere che hanno una parte di sé inespressa: una parte riflessiva,
ragionativa, attenta ai moti dello spirito e cominciano a leggere, a
scrivere. Finiscono per trovare, magari dopo tanto tempo, un altro se
stesso, magari grazie a delle scuole di scrittura creativa.
Scrivere vuoi dire dare fiducia al pensiero, come si impara nelle scuole
di scrittura creativa. E il pensiero vuole un nutrimento che è offerto
dalla parola scritta: i libri.
Chi sta in carcere di solito nella vita esterna ha dato la precedenza
all’azione, trascurando il pensiero come poco interessante, poco redditizio.
Solo l’isolamento, la reclusione, lo spazio ridotto e il tempo fermo
riportano al centro della vita un valore perduto: la riflessione e il
gioco dell’immaginazione. Leggere e scrivere diventano parte di una
nuova e più intensa identità.
Ci sono molti scrittori che, avendo vissuto esperienze criminali, si
sono poi fatti le ossa letterarie in prigione. Un caso clamoroso è quello
di Malcolm X, giovane inquieto che dalla strada è passato al carcere
e dal carcere alla politica. Dopo essere stato ladro, spacciatore, drogato
e avere appreso in carcere l’arte della penna, ha scritto una toccante
autobiografia...
La zona di testo successiva è
stata rimossa; è presente solo nelle dispense inviate a chi si
iscrive al corso di scrittura creativa. Per richiedere l’iscrizione al corso di scrittura, o ricevere maggiori informazioni sulle sue modalità, si può scrivere al docente
Francesco Cascioli
Scuole di scrittura
creativa: trasferire
drammi e sofferenze nella scrittura
In letteratura le esperienze
drammatiche devono essere o straordinariamente vere o straordinariamente
inventate. A me colpisce, magari grazie alla sensibilità appresa
in scuole di scrittura creativa, l’urgenza di una scrittura che, lo
si capisce, non ha nessuna mediazione, che viene fuori come da sé, come
se il cuore, i sentimenti si incidessero sulla pagina; all’estremo opposto
un’impressione di drammaticità può invece essere ricreata da un grandissimo
scrittore che lavora soltanto sulla fantasia. Quello che non convince
è la via di mezzo, cioè l’esperienza personale che si vuole abbellire
o che si vuole... |
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Nel dicembre 1991 la scrittrice Isabel Allende partecipò a un ricevimento per il lancio del suo ultimo romanzo. Mentre spiegava agli invitati come era arrivata a scriverlo, ricevette una notizia allarmante: la figlia Paula di ventisette anni era stata portata di corsa in ospedale. Da anni Paula e la sua famiglia sapevano del raro disturbo metabolico che la ragazza aveva ereditato, la porfiría, che adesso l’aveva mandata in coma. La scrittrice rimase al capezzale della figlia per tutto l’anno in cui Paula restò in coma prima di morire. Incapace di svegliarla e non sapendo bene se sua figlia avrebbe ritrovato il proprio passato se mai si fosse svegliata, la scrittrice cercò di infonderle dei ricordi. «Ascolta», scrisse nella prima riga di Paula, un diario della spaventosa malattia, « ti racconterò una storia, cosí al tuo risveglio non ti sentirai persa». La scrittrice narra le esperienze condivise con lei, la mette a parte di segreti personali di cui la ragazza era all’oscuro e le rivela le leggende di famiglia sugli avi delle generazioni passate. La Allende tentava di squarciare il velo di silenzio che isolava Paula riunendo i frammenti della sua autobiografia in un insieme coerente per la figlia che giaceva inerte. «Nelle lunghe ore di silenzio», rifletteva la Allende, «sono schiacciata dai ricordi, che si presentano tutti nello stesso istante, come se la mia vita intera fosse un’unica insondabile immagine. La bambina e la ragazza che ero, la donna che sono, la vecchia che sarò, sono acqua dello stesso impetuoso torrente. La mia memoria è come un murales messicano in cui le epoche sono simultanee».
Isabel Allende racconta la propria storia con accenti molto espressivi. E il fatto che la sua autobiografia sia cosí serrata nell’alternarsi alla malattia della figlia conferisce al racconto un’intensità speciale. Per molti versi però, i ricordi autobiografici della scrittrice rassomigliano da vicino alle rievocazioni che chîunque fa della propria vita: un complesso arazzo comprendente i ricordi di momenti specifici e rievocazioni piú generali di porzioni piú grandi di tempo. La Allende rievoca le stelle di quando era ragazzina a La Paz, un pauroso e frastornante incontro sessuale su una spiaggia quando aveva otto anni. Ricorda com’era vivere in Libano negli anni Cinquanta. E narra centinaia di altri episodi, di incontri, di lezioni della propria vita mentre siede al capezzale di Paula.
Malgrado la complessità dei ricordi personali, le rievocazioni autobiografiche contengono anche una notevole struttura di base. Benché i ricordi del passato possano sembrare una varietà informe di istantanee e di vicende, molti ricercatori distinguono vari livelli di conoscenza autobiografica. Sono stati proposti diversi termini per descriverli, ma mi sento di adottare le distinzioni suggerite da due pionieri della ricerca sulla memoria autobiografica: Martin Conway e David Rubin, che postulano tre tipi di conoscenza autobiografica organizzati gerarchicamente. Il livello piú alto comprende i periodi di vita: lunghi segmenti di vita misurati in anni o decadi, ad esempio quello universitario, quello in Arizona o l’impiego in un determinato posto. Il livello intermedio comprende gli eventi generici: episodi ampi ed eterogenei misurati in giorni, settimane o mesi come le partite viste durante il primo anno di università, la villeggiatura al Gran Canyon o il primo vero lavoro. Il livello piú basso della gerarchia è riservato alla conoscenza specifica dell’evento: singoli episodi misurati in secondi, minuti od ore, come la zuffa che ha chiuso la finale della stagione di football, il momento in cui avete posato gli occhi sul Gran Canyon o quando siete arrivati a una riunione impreparati.
Questi tre tipi di conoscenza sono di solito presenti e si alternano quando le persone raccontano la storia della propria vita. Isabel Allende parla in termini globali di quando abitava in Libano. All’interno di questo periodo di vita, colloca le rievocazioni di ciò che ho definito gli eventi generici. Rievoca per esempio i ripetuti giri per i suk - vicoli stretti e serpeggianti pieni di negozi che vendono ogni tipo di cibo immaginabile. « Sento ai,.cora l’odore di quei mercati! » ricorda. «Ogni aroma del pianeta si diffondeva per quelle vie tortuose, una miscela di vapori esotici». Allende ricorda come «i mercanti venivano incontro ai clienti e quasi li trascinavano in quelle caverne di Alí Baba traboccanti di tesori». Qui, anziché ricordare un episodio specifico verificatosi in un momento e un luogo particolare, distilla le caratteristiche e i temi comuni a molti episodi: sta rievocando un evento generico. Ma può anche scendere di un livello e rievocare la conoscenza specifica dell’even to. Cosí, continuando a rievocare i mercati libanesi, ricorda il giorno in cui sua madre, mentre erano in giro a fare spese, la costrinse a comprare la stoffa per l’abito da sposa a prezzo stracciato, anche se la giovane Isabel non aveva ancora nessun matrimonio in vista. « Lasciammo il bazar con metri e metri di organza bianca ricamata in seta», ricorda la Allende, «piú diverse tovaglie per il corredo e un paravento in legno intagliato che ha superato trent’anni, un numero imprecisato di traslochi e l’esilio»».
Studi controllati hanno rivelato che ciascun livello di conoscenza autobiografica obbedisce a diverse funzioni, e potrebbe essere perfino arbitrato dai diversi sistemi cerebrali che ne sono alla base. Gli eventi generici sembrano entrare naturalmente nella nostra memoria autobiografica. Quando le si chiede di raccontare un’esperienza del passato, una persona preferisce descriverla a livello di evento generico. Di solito dice: «Mi divertivo proprio a giocare a pallacanestro quando facevo il liceo», anziché dire che è stata al liceo o rievocare un episodio specifico di una determinata partita.
Gli eventi generici godono di questa posizione privilegiata perché accumulano i benefici della ripetizione. Ricordo con facilità il mio primo corso agli studenti di Harvard perché ho tenuto molti corsi a quella classe durante il semestre. Mi è molto piú difficile rievocare gli episodi specifici di una determinata classe perché sono avvenuti solo una volta. Teniamo presente che nello studio delle proprie esperienze, Marigold Linton scoprí che fino a circa un anno di distanza il suo ricordo di un evento specifico era molto accurato, ma passato un anno questa conoscenza specifica dell’evento cominciava a perdere il dettaglio caratterizzante e gli episodi particolari cominciavano a mescolarsi, tramutandosi in eventi generici. Il destino di questi ricordi suggerisce che le perdite a livello di conoscenza specifica dell’evento possono essere trasformate in «guadagni» a livello di evento generico. Questo può aiutarci a capire perché tendiamo a «inserire» il nostro vissuto a livello di evento generico. Gli eventi generici catturano il sapore distintivo del nostro passato e sono subito accessibili perché si sono rafforzati grazie alla ripetizione.
Il periodo di vita obbedisce a una funzione diversa. Se vi chiedessi di rievocare le esperienze di un qualunque momento della vostra vita, penso che non citereste un periodo di vita del tipo *quando facevo il liceo». È un’informazione talmente generica
e non comunica granché della vostra autobiografia. Avreste però potuto avviare la vostra ricerca generando un periodo di vita per recuperare un evento generico di quell’epoca. I periodi di vita aiutano a trovare la conoscenza specifica e quella generica dell’evento; rappresentano l’ossatura delle nostre memorie autobiografiche.
In base a queste considerazioni Conway e Rubin avanzarono un’importante proposta sulla natura della memoria autobiografica, che echeggia le idee sviluppate nelle pagine precedenti. Secondo i due studiosi non c’è un’unica rappresentazione o engramma immagazzinato nella memoria che abbia una relazione univoca con l’esperienza mentale di rievocazione del proprio passato. Queste esperienze invece sono sempre costruite combinando brandelli di informazioni provenienti da ciascun livello della conoscenza autobiografica. Cosí come i ricordi dei singoli eventi rassomigliano ai puzzle, lo stesso vale per la storia della nostra vita.
A chiarire questo concetto è una bizzarra variante dell’amnesia retrograda. Nel 1993 i ricercatori inglesi John Hodges e Rosaleen McCarth descrissero il caso di un paziente di sessantasei anni, PS, che aveva subito un colpo al talamo, una struttura spesso danneggiata nei casi di amnesia. PS aveva grosse difficoltà a ritenere gli eventi in corso e non riusciva a ricordare gli episodi precedenti alla malattia, se non un periodo della sua vita. Insisteva a dire di essere in licenza temporanea dalla marina durante la seconda guerra mondiale. Credeva fermamente di essere in servizio attivo e di dover tornare presto sulla sua nave. Malgrado la capacità di richiamare qualche frammento di conoscenza di altre parti della sua vita, la sua comprensione di sé era dominata dalla convinzione maniacale di trovarsi a vivere in un’epoca trascorsa da quasi cinquant’anni.
Il suo destino sconcertante è l’esempio di cosa accade quando i diversi livelli della conoscenza autobiografica sono scissi. PS riusciva a rievocare qualche evento generico ma quasi nessuna conoscenza specifica dell’evento. È difficile che quei ricordi fossero stati cancellati; nessuno ha mai ipotizzato che il talamo sia il magazzino della memoria. Ricordate che GR, anche lui colpito da amnesia a causa di una lesione al talamo, finí per riacquistare il proprio passato. Inoltre PS non aveva riportato danni alle aree corticali che ho indicato come depositi degli engrammi permanenti (consolidati). Il talamo è però una stazione chiave di smistamento che collega i sistemi della parte anteriore e posteriore del cervello. Hodges e McCarthy suggerirono che la conoscenza degli eventi passati del loro paziente era stata disinnestata dai sistemi di recupero nei lobi frontali che di norma ne consentono l’accesso.
Ma l’ipotesi della disconnessione non spiega da sola la persistente mania di PS. Il paziente soffriva di uno specifico deterioramento a livello piú alto della conoscenza autobiografica: il periodo di vita. La conoscenza che noi tutti possediamo dei periodi specifici della nostra vita è normalmente a riposo, o inibita, a meno che non siamo impegnati in un atto di rievocazione che la attiva momentaneamente. So per esempio che negli anni Settanta sono stato all’università nella Carolina del Nord, ma questo periodo di vita di solito permane in uno stato di quiete. La conoscenza si attiva quando rivolgo l’attenzione a quel periodo della mia vita, senza però indurmi a credere che ora vivo nella Carolina del Nord degli anni Settanta e tornerà a disattivarsi quando i miei pensieri si volgeranno ad altro. Nel caso di PS, invece, la rappresentazione neurale del periodo di vita «quando ero in marina durante la seconda guerra mondiale» sembra continuamente in funzione e non più reversibile. PS è intrappolato in quel mondo perché la lesione al talamo ha in qualche modo fatto scattare un interruttore che non è in grado di spegnere. In parte crede di vivere negli anni Quaranta perché il suo servizio militare in tempo di guerra costituisce un momento particolarmente significativo della sua vita. Ho inoltre l’impressione che si sia formato questa convinzione patologica perché la conoscenza attivata in modo anormale del periodo di vita è staccata dagli altri ricordi. Incapace di ricordare molto altro del proprio passato, PS non riesce a togliersi dalla testa che presto dovrà tornare a bordo della sua nave.
Quando le diverse componenti della conoscenza autobiografica vanno incontro a questo scollamento, cominciamo a intravedere, sotto la superficie delle rievocazioni normalmente indivise della miriade di circostanze del nostro passato, una struttura e una complessità di notevoli proporzioni. Ciò che viviamo come memoria autobiografica nasce dalla conoscenza dei periodi di vita, degli eventi generici e degli episodi specifici. Quando riuniamo tutte queste informazioni, cominciamo a raccontare la storia della nostra vita. Isabel Allende aveva chiaramente afferrato la natura costruttiva del ricordo autobiografico mentre dispiegava alla figlia gravemente malata le vicende della propria vita. «La mia vita si crea mentre la racconto», scrisse, «e la mia memoria si rafforza con la scrittura». Guardando al momento del risveglio di Paula - che non sarebbe mai arrivato - la Allende immagina di poter erigere insieme a lei l’edificio della memoria. «Quando ti sveglierai avremo mesi, forse anni, per rimettere insieme i frammenti sparsi del tuo passato; anzi potremo inventarci ricordi piú adatti alle tue fantasie».
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 90 |