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MESCOLARE
"MOSTRARE" E "NARRARE"
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Congiuntivo e condizionale
Il "se" non porta
automaticamente il congiuntivo: intanto, le ipotetiche possono andare
anche all’indicativo, come si sa: «Se dici questo, hai ragione».
In secondo luogo, ed è ciò che importa osservare, il se ipotetico va tenuto
distinto dal se interrogativo.
Basta considerare i diversi significati di queste due frasi:
1. Raffaella non sapeva se Carla sarebbe partita.
2. Raffaella non sapeva se Carla fosse partita.
Non lasciarti ingannare dalla terminologia grammaticale, che definisce
"sarebbe partita" un condizionale passato: in usi come...
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Francesco Cascioli
Corsi per imparare
a scrivere. L’uso del congiuntivo
A differenza dell’indicativo,
che è tipico della realtà e della certezza, il congiuntivo è il modo verbale
che esprime la possibilità, l’opinione, il dubbio, la speranza, il timore.
E’ il modo più difficile da usare, e meritava un suo spazio in
corsi come questo.
Nelle coppie di frasi che seguono, per esempio, quelle contrassegnate
con a riguardano cose sicure, constatazioni, mentre le altre con b contengono
sfumature di incertezza, augurio, ipotesi ecc.:
1a. Vedo che siete arrivati sani e salvi
1b. Ho pregato tanto perché arrivaste sani e salvi
2a. So che Elena non ti ha ancora restituito il libro
2b. Immagino che Elena non ti abbia ancora restituito il libro
3a. Se dici una cosa simile sei uno stupido
3b. Se tu dicessi una cosa simile saresti uno stupido
4a. Oggi andiamo in campagna
4b. Magari andassimo in campagna, oggi!
Il congiuntivo è obbligatorio:
- nelle finali introdotte da...
La
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docente Francesco Cascioli
- nelle
esclusive introdotte da senza che (Ho mangiato la Nutella senza che
la mamma se ne accorgesse);
- nelle eccettuative introdotte da salvo che, eccetto che,
a meno che (Non ammetto ritardi, a meno che si tratti di gravi e giustificati
motivi);
- nelle proposizioni di adeguatezza introdotte da perché,
quando nella reggente c’è un avverbio di quantità (poco, troppo, abbastanza,
troppo poco), se il soggetto della dipendente è diverso da quello della
reggente (Sei troppo piccolo perché io ti lasci usare le forbici. Ci siamo
frequentati troppo poco perché lui possa ricordarsi di me).
Ci sono poi le interrogative indirette, frasi dipendenti che esplicitano
una domanda o un dubbio contenuti nella reggente.
Secondo la vecchia grammatica normativa, come si impara in corsi come
questo, andrebbero costruite sempre col congiuntivo; oggi però la situazione
appare più fluida, e si può ritenere che il congiuntivo in tali proposizioni
sia tipico della lingua scritta e comunque di un livello stilistico più
formale, mentre l’indicativo si è imposto in molte zone della lingua parlata.
Pertanto sono preferibili le realizzazioni col congiuntivo se il registro
espressivo è elevato (C’è da chiedersi quale sia il movente di quel delitto.
Mi domando quanto ancora tu possa resistere. Molti vorrebbero sapere in
che consista il terzo segreto di Fatima), mentre in contesti stilisticamente
bassi è accettabile anche l’indicativo (Vorrei sapere dove sei stato fino
a quest’ora. Ti chiederanno chi sei e cosa stai facendo. L’ho scelto d’impulso,
senza domandare quanto costava).
Nelle subordinate soggettive, oggettive e relative (che sono poi i tipi
più frequenti nella sintassi del periodo italiano) il congiuntivo si usa
non soltanto in funzione della La
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docente Francesco Cascioli
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Corsi imparare scrivere:
quando è necessario il congiuntivo
Osservazioni: il congiuntivo
è necessario dopo verbi e locuzioni che esprimono volontà, desiderio,
ordine, speranza, timore e simili (aspettare, escludere, esigere, impedire,
lasciare, ordinare, ottenere, permettere, preferire, pretendere, proporre,
raccomandare, sperare, suggerire, temere, volere); dopo verbi e locuzioni
che esprimono...
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Francesco Cascioli
Osservazioni: quando
nella reggente c’è un superlativo relativo, oppure in dipendenza da locuzioni
del tipo l’unico che, il solo che, nessuno che, il primo che, l’ultimo
che è preferibile ricorrere al congiuntivo. Di conseguenza, come si impara
in corsi come questo, le frasi 6a e 7a hanno un registro più colloquiale,
meno sorvegliato. Dagli esempi 8a e 8b si capisce invece che il significato
di una relativa può cambiare sensibilmente a seconda che vi compaia l’indicativo
o il congiuntivo: nel primo caso si parla di un vestito specifico, che
esiste e può essere indossato, mentre nella seconda frase il vestito oggetto
della ricerca è immaginario, ideale, e la relativa (con sfumatura consecutiva)
ne indica le caratteristiche desiderate (Voglio comprare un vestito tale
che abbia il colletto bianco).
C’è infine da ricordare che il modo congiuntivo ha la sua utilizzazione
nella protasi del periodo ipotetico della...
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Francesco Cascioli
Corsi per imparare
scrivere. Il passivo. Uso e abuso
Il modo più semplice e diretto
di costruire una frase consiste nell’assumere come soggetto la persona
o la cosa che compie l’azione (per esempio Io guardo, Tu corri, Il delitto
non paga); se poi l’azione ricade su qualcuno o qualcosa, e se il verbo
è transitivo, si avrà anche un complemento oggetto (Io sbuccio una mela).
Come tutti sanno, questo modello di frase può essere ribaltato: la costruzione
attiva si trasforma allora in passiva, il complemento oggetto diventa
soggetto, mentre quello che prima era soggetto diventa un complemento
d’agente (se si tratta di persona o animale) o di causa efficiente (se
si tratta di un’entità inanimata). La frase precedente, volta in forma
passiva, suona così: Una mela è sbucciata (o viene sbucciata) da me. In
primo piano adesso c’è la mela, e quell’io che materialmente compie l’azione
di sbucciare è messo in disparte, grammaticalmente declassato: il passivo
ha cambiato in maniera netta il punto di vista del discorso.
Se poi, in corsi come questo, si osserva la parte verbale della frase
si nota che...
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Francesco Cascioli
L’uso del "che"
nella lingua parlata
Esamina la frase:
«Anche la Maria, del resto, mi ha detto che non si serve più da
quella sarta, che le ha sbagliato quel vestito rosso".
Una ripetizione di che, frequente nella realtà della lingua orale:
ma qual è la loro natura grammaticale?
Il primo che è una congiunzione («mi ha detto che"); la natura
del secondo è molto più incerta: potrebbe intendersi
1. come un relativo («da lei la quale...»),
2. come una congiunzione...
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Corsi per imparare
a scrivere: l’uso di "ne".
Ne deriva dall’avverbio di
luogo latino inde (= da lì) e anche in italiano il suo
primo significato è avverbiale, come nelle frasi:
Posso dirti che il teatro è pienissimo: ne (= da lì) vengo proprio adesso
Me ne (= da lì, o da qui) andrò senza rimpianti.
Inoltre, ne può avere anche funzione di pronome: in questo caso
sostituisce le locuzioni di...
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Francesco Cascioli
Come pronome, il ne compare
in forma pleonastica abbastanza di frequente:
- ci sono alcune locuzioni fisse da cui non può essere eliminato,
come ad esempio non poterne più di,farne di: frasi come Non ne posso più
di questa pioggia oppure Pierino ne ha fatte di tutti i colori risulterebbero
incomprensibili se provassimo a escludere il ne: anche questa famiglia
di espressioni dunque è corretta;
- ci sono poi gli usi "intensivi" di ne, che hanno
invaso il parlato (anche se fanno arricciare il naso a molti), del tipo
"Ne ho un cassetto pieno, di queste cianfrusaglie" oppure "Di
questo problema ne ho parlato con tutti": queste frasi non sono accettabili
se il livello espressivo è formale né, a maggior ragione, nella lingua
scritta. Dunque sarà meglio evitarle, come si impara in corsi come questo,
ripiegando su espressioni meno "colorite" ma più corrette, come:
Di queste cianfrusaglie ho un cassetto pieno (oppure Ho un cassetto pieno
di queste cianfrusaglie)
Di questo problema ho parlato con tutti (oppure Ho parlato con tutti di
questo problema);
- infine ci sono i casi, del tutto inaccettabili anche nel parlato,
in cui ne è pleonastico rispetto a un pronome relativo, come *Vado dal
mio amico Andrea, di cui te ne ho tanto parlato (l’asterisco segnala che
questa frase è assolutamente scorretta); si deve dire e scrivere, è ovvio,
Vado dal mio amico Andrea, di cui (o del quale) ti ho tanto parlato.
In molti casi la frase costruita con il pronome ne è...
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Francesco Cascioli
La posizione dell’aggettivo
A differenza di molte altre
lingue europee, l’italiano non ha una posizione fissa per l’aggettivo:
questo infatti può sia precedere che seguire il sostantivo cui si riferisce.
Pertanto si può dire
È stata un’indimenticabile giornata
ma anche
È stata una giornata indimenticabile.
Però, in alcuni casi il significato della frase cambia a seconda che l’aggettivo
stia a destra o a sinistra del nome. Negli esempi che seguono, la cosa
risulta abbastanza chiara:
Un vecchio amico / Un amico vecchio
Un’unica maestra / Una maestra unica
Una buona opera / Un’opera buona
Numerose classi / Classi numerose
Limitandoti al primo caso, puoi osservare che...
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Francesco Cascioli
Corsi per imparare
a scrivere: nuove frontiere per maschile e femminile
La lingua italiana funziona
così: possiede parole di genere maschile e di genere femminile, in alcuni
casi distribuite in modo arbitrario (perché divano è maschile e ottomana
femminile?, perché sgabello e sedia?, perché cucchiaio e forchetta?, perché
calabrone e vespa?), e in altri casi in corrispondenza precisa col sesso
maschile o femminile dell’oggetto nominato (amico / amica, leone / leonessa,
fratello / sorella).
Però, come si impara in corsi come questo, quando si vuole indicare una
categoria indipendentemente dal sesso dei suoi singoli componenti, si
usa il maschile plurale: posso dire I miei amici mi sono stati vicini,
e si tratterà indifferentemente di ragazzi e ragazze, oppure Tutti i cittadini
sono uguali di fronte alla legge, e ognuno capisce che sono comprese anche
le cittadine.
Il maschile può essere usato in senso...
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Francesco Cascioli
Uno degli argomenti al centro
della discussione è la definizione della forma femminile corretta per
professioni, cariche, titoli e mestieri che fino a tempo fa erano di
pertinenza esclusivamente maschile, come deputato, senatore, ministro,
direttore d’orchestra, giudice, amministratore delegato, notaio, prefetto,
pretore e così via.
Le possibilità sono molte: si possono estendere a questi sostantivi
i suffissi femminili già attivi nella lingua italiana e coniare termini
come senatrice, direttrice d’orchestra, amministratrice delegata (sulla
falsariga di pittore / pittrice), deputatessa, prefettessa, pretoressa
(sulla falsariga di professore / professoressa), nonché arbitra, ministra,
notaia (senza suffisso, sulla scorta di lattaio / lattaia).
Oppure, come suggeriscono in alcuni corsi imparare scrivere, si può
decidere che conta la funzione svolta, e non il sesso di chi la svolge,
e pertanto è inutile volgere al femminile sostantivi che per lunga tradizione
posseggono solo la forma maschile; secondo questa linea è più corretto
dunque dire: il presidente della Camera Irene Pivetti, il ministro della
Sanità Rosy Bindi, il prefetto Annamaria Rossi, il magistrato Anna Bianchi.
Una variante di questa scelta consiste nel lasciare invariato il titolo,
ma farlo precedere dall’articolo femminile (La giudice Silvia Conti,
la sergente maggiore Carla Rossi, e addirittura la notaio Franca Verdi
e simili).
C’è poi la possibilità, molto frequentata dai giornalisti ma aborrita
dalle donne e in generale rifiutata negli ambienti ufficiali, di precisare
il titolo con l’aggiunta di donna (il giudice donna, la donna architetto),
o peggio ancora con l’estensione in gonne/la (il vigile in gonne/la,
l’arbitro in gonnella), che ha un effetto francamente offensivo.
In tanto disordine (che aveva ripercussioni anche protocollari), alcuni
anni fa la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha incaricato una donna
di studiare il problema e cercarne la soluzione. Il libro risultato
da quella ricerca ha per titolo "Raccomandazioni per un uso non
sessista della lingua italiana" e contiene fra l’altro una puntigliosa
esemplificazione delle formule da evitare, accompagnate da proposte
alternative: comincia con lo sconsigliare l’uso del maschile "non
marcato" (non si deve dire uomo ma persona, non caccia all’uomo
ma caccia all’individuo, non gli Ateniesi ma il popolo ateniese, non
i bambini ma le bambine e i bambini); prosegue stigmatizzando l’uso
non simmetrico di nomi, cognomi e titoli (non Brandt e la Thatcher,
e nemmeno la Signora Thatcher e Brandt, ma Brandt e Thatcher, oppure
il Brandt e la Thatcher, o ancora il Signor Brandt e la Signora Thatcher)
e il doppione Signora/Signorina cui corrisponde l’unico maschile Signor(e).
Infine affronta l’argomento dei titoli, mestieri e professioni raccomandando
di usare sempre, per le donne, una forma femminile, anche se inusitata
(dunque l’amministratrice unica, la sottosegretaria, la senatrice, la
notaia, la magnifica rettrice dell’Università, la ministra, la sindaca,
la questrice, la carabiniera, la cavaliera del lavoro), ad eccezione
di quelle costruite col suffisso -essa, che sarebbe screditato per le
sue connotazioni negative e irriguardose (termini come vigilessa equivarrebbero
insomma quasi a un insulto): perciò, rifiutato la poetessa, il libro
consiglia la poeta, e analogamente la prefetta, la pretora, l’avvocata,
la profeta. Infine arriva a prefigurare la prete, la sacerdote, la rabbina.
Per le alte cariche militari, propone la comandante, la generale, l’ammiraglia
e (stranamente) la Capo di Stato Maggiore...
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informazioni sulle loro modalità, si può scrivere a
docente Francesco Cascioli
Sigle o acronimi
Le denominazioni degli enti,
delle associazioni, delle imprese industriali, dei partiti politici,
spesso costituite da molte parole, nella loro forma completa sono difficili
da memorizzare e anche da pronunciare. Prendiamo per esempio l’Istituto
Regionale per la Ricerca la Sperimentazione e l’Aggiornamento Educativo:
sarebbe impegnativo ripeterne per intero il nome, ogni volta che si
fa riferimento ad esso. Ma per fortuna esiste la sigla, e tutti, al
bisogno, lo chiamano IRRSAE.
Lo stesso discorso - come si insegna nei corsi per imparare scrivere
- può valere per infiniti altri esempi, da UNICEF (= United Nations
International Children’s Emergence Found, ossia Fondo Internazionale
di Emergenza per l’Infanzia delle Nazioni Unite) a UCIGOS (= Ufficio
Centrale per le Investigazioni Generali e le Operazioni Speciali), da
CENSIS (= Centro Studi Investimenti Sociali) a AIDS (= Acquired Jmmunodeficiency
Syndrome, cioè Sindrome da Immunodeficienza Acquisita). È probabile
che la persona comune, l’uomo della strada, riconosca le sigle e sappia
identificare almeno sommariamente il campo di pertinenza dei diversi
enti e istituzioni; più difficile pensare, come si impara in corsi come
questo, che sia in grado di sciogliere sempre correttamente gli acronimi
iniziale per iniziale.
Perciò è importante, quando si costruisce una sigla nuova, curare per
quanto si può che il ...
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Francesco Cascioli
Corsi per imparare
a scrivere: ulteriori controlli per la battitura del testo
- dopo il punto e
a capo, l’inizio del rigo seguente rientra a destra (battere cinque spazi
con la barra spaziatrice o un colpo di tabulatore);
- i segni di punteggiatura sono seguiti, ma non preceduti da
uno spazio in bianco;
- le note sono numerate progressivamente, capitolo per capitolo,
e disposte a piè di pagina; l’esponente di nota è un numero piccolo in
alto che si scrive, senza spazio, a destra della parola a cui si riferisce.
Se la parola è seguita da segno d’interpunzione, la nota si scrive davanti
al segno;
- i segni d’interpunzione si scrivono dopo le virgolette (tranne
i punti esclamativi e interrogativi, se appartengono al testo riportato
tra virgolette).
Lista di controllo per la presentazione della tesi:
- la pagina si allinea a sinistra (è l’impostazione predefinita
dei programmi di videoscrittura) o è giustificata;
- numero (romano) del capitolo e titolo dei capitolo sono centrati,
lasciando in bianco per circa 1/3 la parte superiore dei foglio;
- i titoli di paragrafo si allineano a sinistra;
- non si scrive il punto fermo dopo i titoli di capitolo e paragrafo;
- si lasciano due righe in bianco prima del titolo del paragrafo
e una dopo;
- per i titoli di capitolo e paragrafo si può usare...
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