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I
PERSONAGGI
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Il processo
mentale di estrazione del significato delle frasi
Le informazioni vengono prima registrate in una memoria iconica ad alta
capacità, ma di breve durata.
Esempio: «Il primo segno che sto osservando è una "C", la seconda
lettera una "O"».
Da questo magazzino iconico, le informazioni vengono quindi analizzate con
un processo velocissimo che le pone in contatto con degli stati categorici
conservati in una memoria polmone di riconoscimento.
Di norma, esse poi entrano in un ciclo che può essere ripetuto più volte
attraverso un processo di denominazione. È in un qualche punto di questa
operazione di denominazione e ripetizione che le lettere vengono codificate
(definite) nei termini delle loro proprietà di linguaggio.
Esempio:
«Ho letto "CO…". La parole letta prima era "Ufficio
di…" Quindi posso non leggere le lettere seguenti, e passare ad esaminare
l’inizio della parola successiva…».
Tutto questo accade in meno di un quarto
di secondo ed in maniera del tutto inconscia. Se si chiede al soggetto:
"Ha veramente letto tutte le parole?" Risponderà: "Certo!"
Per accorgersi del problema,,come
si apprende nelle scuole di scrittura creativa,
basterà leggere una vignetta con un refuso che trovate alla pagina:
www.ilpalo.com/errori/pages/ciacci-informazioni_jpg.htm
Scuola di scrittura
a Roma.
Ricerche sulla teoria della doppia
codifica parola/immagine
Paivio ha esaminato il ruolo dell’immaginabilità nell’apprendimento e
nella comprensione, usando un compito di apprendimento di coppie di parole.
Ai soggetti di quattro gruppi venivano forniti differenti tipi di coppie
associate. Nel caso del primo gruppo, entrambi i termini delle coppie
di parole erano concreti (per esempio, caffè-matita); nel secondo
gruppo, il primo termine era concreto e il secondo astratto (corda-idea);
nel terzo gruppo, il primo termine era astratto e il secondo concreto
(virtù-sedia); nel quarto entrambi i termini erano astratti (evento-teoria).
Nella fase di acquisizione i soggetti dovevano memorizzare le coppie di
parole; nella fase di test veniva presentato il primo termine di ciascuna
coppia di parole e i soggetti dovevano rievocare il secondo. L’apprendimento
risultò migliore quando entrambe le parole erano concrete e peggiore quando
erano entrambe astratte.
Risultati come questi possono essere spiegati nel modo seguente.
Una parola concreta può essere codificata sia per mezzo del sistema verbale
sia per mezzo del sistema non verbale, mentre una parola astratta rende
ad essere codificata soltanto per mezzo del sistema verbale, dato che
non è in grado di produrre un’immagine.
Generalmente, la rievocazione di una parola concreta è più facile perché
essa è disponibile in memoria in entrambi i codici. Le astratte invece,
come si apprende nelle scuole di scrittura creativa, sono codificate soltanto
in maniera verbale.
Le parole concrete sono avvantaggiate per il fatto di essere presenti
in entrambi i sistemi di codifica.
La difficoltà di estrarre il
significato da frasi ambigue
Prendi in considerazione la frase: «Mentre cuciva la manica cadde dal
suo grembo». Si tratta di una frase che viene detta a deviazione,
in quanto, mentre viene pronunciata, richiede che a metà venga reinterpretata.
Inizialmente, infatti, la frase implica chiaramente che il soggetto sta
cucendo una manica; improvvisamente, però, compare il verbo «cadde», che
sarebbe privo di senso se la frase affermasse che la persona cuce la manica.
Bisogna allora concludere che il soggetto stia cucendo probabilmente qualcosa
d’altro, mentre una manica cade dal suo grembo. Specificamente, le parole
«Mentre cuciva» vanno ora interpretate come un sintagma preposizionale.
Questa costruzione viene detta «a deviazione» perché la prima parte della
frase, sino a MANICA, è fuorviante rispetto a quella che sarà l’interpretazione
dell’intera frase.
Frazier e Rayner hanno trovato che le persone in una frase del genere osservano
più a lungo la parola CADDE, rispetto a quel che avviene in una frase
di controllo dove non vi è una costruzione a deviazione («Mentre cuciva
la manica questa cadde dal suo grembo»). |
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Noi
sappiamo che per un lettore normale una fissazione media è di circa un quarto
di secondo, o 250 millisecondi. Perché le persone possano estendere tale
durata in risposta ai problemi grammaticali sollevati dalla parola CADDE,
occorre che in questo breve periodo possa svolgersi un buon numero di
analisi a livello molto elevato. In altri termini, mentre gli occhi rimangono
sulla parola CADDE, i soggetti devono capirne il significato, e capirlo
sino al punto di rendersi conto che l’interpretazione da essi abbozzata
della prima parte della frase non concorda con tale significato.
Se il processo di comprensione si svolgesse una volta che gli occhi hanno
già determinato la loro localizzazione, allora nel tempo in cui suona il
«segnale d’allarme» in risposta a CADDE, il sistema visivo sarebbe
già passato a una nuova localizzazione e focalizzazione dell’attenzione.
Crowder
R., "Psicologia della lettura", Il Mulino, pag. 145
Conciliazione: il
fare nello spazio mentale quel che la narratizzazione fa nel tempo mentale
Se ti viene chiesto di pensare
contemporaneamente a un pascolo di montagna e a una torre, automaticamente
unisci le due richieste facendo sorgere la torre sul pascolo. Ma se ti
viene chiesto di pensare al pascolo di montagna e a un oceano nello stesso
tempo, la conciliazione tende a non verificarsi ed è probabile che pensi
prima a una delle due cose e poi all’altra. È possibile combinarle assieme
solo per mezzo di una narratizzazione.
Il linguaggio interiore, la coscienza, opera concliazioni e fa nello spazio
mentale quel che la narratizzazione fa nel tempo mentale o tempo spazializzato.
La conciliazione raccoglie assieme le cose come oggetti di cui ha coscienza,
esattamente come la narratizzazione combina assieme le cose nella forma
di una storia. E questa combinazione di elementi in un tutto coerente
o probabile viene eseguita secondo regole che si sono formate nella nostra
esperienza.
Nella conciliazione noi facciamo selezioni o narratizzazioni compatibili
fra loro, esattamente come nella percezione esterna i nuovi stimoli vengono
portati in accordo con la concezione interna.
Julian Jaynes, "Il crollo della mente bicamerale", Adelphi,
pag. 90
Bateson: "Non
c’è nulla di specificatamente simile a cinque nel numero cinque; non c’è
nulla di specificatamente simile a un tavolo nella parola ‘tavolo’"
Nella comunicazione umana si
hanno due possibilità del tutto diverse di far riferimento agli oggetti
(in senso esteso): o rappresentarli con una immagine (come quando si disegna)
oppure dar loro un nome.
Questi due modi di comunicare (quello mediante l’immagine esplicativa
e quello mediante la parola) sono rispettivamente equivalenti, come è
facile capire, ai concetti di analogico e di numerico.
Ogni volta che si usa una parola per nominare una cosa è evidente
che il rapporto tra il nome e la cosa nominata, è un rapporto stabilito
arbitrariamente.
"Non c’è nulla di specificatamente simile a un tavolo nella parola
‘tavolo’".
Cosa è la comunicazione analogica?
La risposta è abbastanza semplice: è la comunicazione non verbale. Tuttavia
questo è un termine ingannevole perché spesso se ne limita l’uso al solo
movimento del corpo, al comportamento noto come cinesica.
A nostro parere, invece, il termine deve includere le posizioni del corpo,
i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza
il ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non
verbale di cui l’organismo sia capace, come pure i segni di comunicazione
immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo una interazione.
Nella comunicazione analogica si può far riferimento con maggiore facilità
alla cosa che si rappresenta. Un esempio chiarirà meglio la differenza
tra questi due moduli di comunicazione: non arriveremo a capire una lingua
straniera ascoltandola alla radio (per quanto si possa prolungare il tempo
di ascolto), mentre è possibile dedurre con una certa facilità informazioni
fondamentali dall’osservazione del linguaggio dei segni e dei cosiddetti
‘movimenti di intenzione’ anche quando li osserviamo in una persona la
cui cultura è completamente diversa dalla nostra.
La comunicazione analogica, è bene ricordarlo, ha le sue radici in periodi
molto più arcaici della evoluzione e la sua validità è quindi molto più
generale del modulo numerico della comunicazione verbale, relativamente
recente e assai più astratto.
Watzlawick P., "Pragmatica della comunicazione umana"
L’uomo ha la necessità
di combinare questi due linguaggi numerici e analogici (come trasmettitore
e come ricevitore) e deve costantemente tradurre dall’uno all’altro
Ci sono lacrime di dolore e
lacrime di gioia; l’atto di serrare i pugni si può interpretare come un
segno di aggressività oppure di costrizione; con un sorriso si può esprimere
comprensione oppure disprezzo; la riservatezza può essere una manifestazione
di indifferenza oppure di tatto. Insomma, si arriva a domandarsi se tutti
i messaggi analogici hanno questa qualità curiosamente ambigua.
Nella comunicazione analogica non si trovano né qualificatori che specifichino
quale dei due significati discrepanti è quello esatto, né indicatori che
consentano di distinguere tra passato, presente, o futuro, qualificatori
e indicatori che invece si trovano sempre nella comunicazione numerica
(quella verbale), anche se a quest’ultima manca spesso un vocabolario
adeguato agli accadimenti particolari della relazione.
L’uomo ha la necessità di combinare questi due linguaggi (come trasmettitore
e come ricevitore) e deve costantemente tradurre dall’uno all’altro.
Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello
analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa
e di estrema efficacia, ma manca di una semantica adeguata nel settore
della relazione; mentre il linguaggio analogico ha la semantica ma non
ha alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo
la natura delle relazioni.
Watzlawick P., "Pragmatica della comunicazione umana", Astrolabio,
pag. 59
I gesti di chi pensa:
in momenti di intensa tensione aggressiva, lo scimpanzé compie agitati e
ripetuti movimenti di trattamento
Lo sviluppo dirompente del
linguaggio può essere cominciato solo centomila anni fa (soltanto un attimo,
in termini evolutivi), insieme ad un accresciuta capacità di fare programmi
a lungo termine e di far ricorso alle esperienze passate.
Il gesto, come linguaggio comunicativo, e ben più antico di quel sofisticatissimo
strumento che è la parola. Uno svantaggio della comunicazione a gesti
è che richiede una costante attenzione visiva da parte di chi riceve il
segnale.
Quando si trova in momenti di intensa tensione aggressiva, lo scimpanzé
compie agitati e ripetuti movimenti di grattamento, di un tipo particolare
e diverso dalla normale reazione al prurito, limitati soprattutto alla
zona del capo o talvolta delle braccia e piuttosto stilizzati. Noi ci
comportiamo all’incirca nello stesso modo, compiendo azioni di pulizia
e di spostamento, di tipo pomposo.
Ci grattiamo la testa, ci tiriamo i baffi, ci aggiustiamo la pettinatura,
ci carezziamo i lobi delle orecchie, ci strofiniamo il mento. Il grattarsi
la testa come attività di spostamento in un individuo può presentare delle
marcate differenze dal suo equivalente in un altro, ma ognuno manifesta
un suo modo di farlo fisso e caratteristico.
Queste azioni non comportano una vera pulizia e non ha importanza che
una zona riceva tutta l’attenzione mentre le altre vengono ignorate.
In qualunque gruppo di scimmie o di uomini, i membri subordinati del gruppo
sono facilmente riconoscibili dalla grande frequenza con cui compiono
azioni di spostamento di AUTOPULIZIA.
L’individuo che domina il gruppo lo si può riconoscere dall’assenza quasi
completa di questo tipo di azioni, salvo se è in qualche modo minacciato
da qualcuno degli individui presenti.
Scuola di scrittura
a Roma. Il
linguaggio: forme fonetiche e significati
In semantica si dice che le parole non possono essere considerate di per
se stesse, ma vanno viste all’interno di un sistema di un linguaggio complesso
nella sua interezza.
Il linguaggio è da un lato una serie di forme fonetiche che cambiano
nel tempo, e dall’altro è un insieme di significati che cambiano
nel tempo.
Questa impossibilità di fissare dei momenti discontinui nella perenne evoluzione
del linguaggio e dei significati, è una delle problematiche in cui la semantica
non riesce a trovare una definizione univoca.
Le traduzioni da linguaggi
diversi
Ci sono più linguaggi di comunicazione,
come si apprende nelle scuole di scrittura creativa, e di solito, consciamente
o inconsciamente, ne vengono usati contemporaneamente più di uno.
Ognuno di questi linguaggi, nell’azione di decodifica da parte del recettore,
viene trasformato, consciamente o inconsciamente, in un altro: viene tradotto.
Queste traduzioni da linguaggi diversi, cui una "versione dall’italiano
in latino" è un caso ipersemplificato, merita più attenzione.
Non è del tutto chiaro come si ricavi dal comportamento non verbale dell’interlocutore
giudizi che "a pelle" ce lo fanno sentire antipatico o simpatico,
ostile o disponibile, eppure questa analisi e la successiva deduzione,
avviene ogni giorno più volte al giorno.
Vengono tradotte informazioni da linguaggi diversissimi tra loro, molto
più diversi che l’Italiano e il latino.
Spesso la traduzione tra linguaggi profondamente differenti come testo
e immagini, conserva solo una parte delle informazioni che il linguaggio
originale offriva.
Ad esempio la didascalia di una foto è una traduzione in parole di un
linguaggio originale espresso in un’immagine.
I titoli dei quadri ("Notte d’autunno" o, per assurdo, anche
il diffusissimo "Senza titolo n°1") sono "traduzioni tra
linguaggi diversi". La richiesta ad un illustratore di eseguire un’immagine
con un dato titolo (esempio: realizza un’illustrazione su "L’unificazione
dei regimi pensionistici"), forza un professionista ad elaborare
una "traduzione" accettabile della frase verbale in un prodotto
iconografico.
Per tradurre una frase-didascalia-titolo in un’immagine, l’illustratore
prima analizza i soggetti e gli oggetti presenti nel testo. Da "pensionistico"
passa a "pensioni", quindi ad "anziani". Quali sono
gli "oggetti pertinenti" al concetto di "anziano"?
Panchine, cappello, bocce, code all’ufficio postale, bastone da passeggio.
L’illustratore sceglierà una o più cose concrete – fotografabili – come
elementi dell’illustrazione, e metà del suo problema è risolto.
È impossibile, o almeno molto difficile, raffigurare i verbi: "Non
esiste una foto del verbo "trasformare" o "unificare".
Nel linguaggio delle immagini i verbi vengono raffigurati utilizzando
le POSIZIONI RELATIVE degli oggetti. Un piede posato sulla schiena di
un uomo indica "sottomettere". Tanti assegni pensionistici dentro
un imbuto possono indicare "unificare".
Decifrare il significato di
comunicazioni schizofreniche
Si dà pure il caso di persone
che pare che vogliano comunicare, senza però accettare l’impegno
inerente a ogni comunicazione. Per esempio, una giovane donna schizofrenica
irruppe nello studio dello psichiatra per la sua prima intervista e enunciò
allegramente:
"Mia madre ha dovuto sposarsi ed ora eccomi qua".
Ci vollero settimane per chiarire alcuni dei molti significati che aveva
condensato in questa dichiarazione, significati che erano contemporaneamente
squalificati sia dalla loro formulazione enigmatica sia dall’ostentazione
da parte della donna di uno humour e di una energia che non erano affatto
autentici.
In seguito risultò che questa sua mossa iniziale doveva informare il terapeuta
che:
(1) era il frutto di una gravidanza illegittima;
(2) il fatto aveva in qualche modo provocato la sua psicosi;
(3) la frase "ha dovuto sposarsi", riferendosi alla natura
del matrimonio imposto con la forza, poteva voler dire due cose: che la
Madre non era da biasimarsi perché le pressioni sociali l’avevano costretta
al matrimonio,
oppure che la Madre risentiva della natura coercitiva della situazione
e per questa ragione rimproverava alla paziente di essere in vita;
(4) ‘qua ‘ voleva dire sia lo studio dello psichiatra che l’esistenza
della paziente sulla terra; era dunque implicito che la Madre l’aveva
fatta impazzire ma lei doveva esserle eternamente debitrice perché la
madre aveva peccato e sofferto per farla venire al mondo.
Lo "schizofrenese" è dunque una lingua che lascia all’ascoltatore
la scelta tra i molti significati possibili (che non soltanto sono diversi
ma possono anche essere incompatibili).
Watzlawick P., "Pragmatica della comunicazione umana", Astrolabio,
pag. 65
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