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I
PERSONAGGI |
Compito dello scrittore
è di svelare una realtà poco visibile, di mostrare il lato nascosto delle
persone, delle storie
Compito dello scrittore è di
svelare una realtà poco visibile, di mostrare il lato nascosto delle persone,
delle storie, correndo magari il rischio di sconcertare il lettore.
Questo sconcerto lo possiamo considerare un traguardo, alcuni lo giudicano
tale. Altri invece ne sono disturbati.
Il lettore spesso si trova a suo agio in mezzo ad una narrazione che gli
sembra di conoscere già e quindi lo rassicura.
Chi non è abituato alla lettura si farà sedurre dal già noto, ma poi scoprirà
che si tratta di un gioco che finisce in una reciproca...
La
zona di testo successiva è
stata rimossa; è presente solo nelle dispense inviate a chi si iscrive alla scuola di scrittura. Per richiedere l’iscrizione alla scuola di scrittura online, o ricevere maggiori informazioni sulle sue modalità, si può scrivere al docente
Francesco Cascioli
La scuola di scrittura
deve saper far riflettere sul conflitto tra il "sapere qual è la
cosa giusta da fare", e "non poterci fare nulla"
Weakland e Jackson hanno
usato per primi il termine di illusione di alternative in relazione
alle circostanze interpersonali di un caso di schizofrenia.
Si tratta di situazioni simili a quella in cui si troverebbe l’imputato
a cui si chieda: "Hai smesso di picchiare vostra moglie? Rispondi
sì o no" e lo si minacci con l’accusa di disprezzo della corte
se tenta di respingere entrambe le alternative (che sono inapplicabili
perché lui la moglie non l’ha mai picchiata).
Ma mentre qui si tratta di un esempio e chi fa la domanda sa di usare
un trucco perfido, nelle situazioni della vita reale di solito mancano
una consapevolezza e una intenzione del genere.
Le comunicazioni paradossali legano tutti coloro che vi sono coinvolti:
il marito quanto la moglie, la madre e la figlia.
Una madre stava parlando con lo psichiatra della figlia schizofrenica.
Il terapeuta le chiese di fare un esempio di quello che la madre definiva
"comportamento disturbato" e la donna rispose...
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Francesco Cascioli
Scuola di scrittura
a Roma. La
narrativa deve analizzare e saper raccontare i contrasti, come quelli
tra volontà e impossibilità del cambiamento
La narrativa, come si può
imparare anche a Roma in una scuola di scrittura, deve analizzare
e saper raccontare i contrasti, come quelli tra volontà
e impossibilità del cambiamento.
La morale popolare si fonda sull’ipotesi che «con un po’ di "buona
volontà" si potrebbero cambiare le cose», e che quindi tocca
alle persone che vengono a trovarsi in una data situazione scegliere tra
salute e sofferenza. Tuttavia questa ipotesi non è niente altro che una
illusione di alternative, l’individuo ogni volta può respingerla con la
replica irrefutabile: "Non posso farci niente". |
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L’attività o l’inattività,
le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli
altri; gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni
e in tal modo comunicano anche loro.
Il semplice fatto che non si parli o che non ci si presti attenzione
reciproca, non costituisce eccezione a quanto è stato appena asserito.
L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola
calda affollata di Roma, o il passeggero d’aereo che siede con
gli occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare
con nessuno né vogliono che si rivolga loro la parola, e i vicini di
solito ‘afferrano il messaggio’ e rispondono in modo adeguato lasciandoli
in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione
nella stessa misura in cui lo è una discussione...
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Francesco Cascioli
Scuola di scrittura
a Roma. Ridurre
la distanza tra il messaggio emesso e quello ricevuto. L’efficacia comunicazionale
E neppure possiamo dire che
la comunicazione ha luogo soltanto quando è intenzionale, conscia, o efficace,
cioè quando si ha la comprensione reciproca. Che il messaggio ricevuto
eguagli o meno il messaggio emesso, rientra in un ordine di analisi
importante ma diverso, in quanto deve basarsi su valutazioni di dati specifici,
introspettivi, riferiti dal soggetto.
Lo scrittore, con tecniche e abilità nell’uso delle parole, deve rendere
il messaggio che il lettore riceverà, capace di suscitare la stessa emozione
che ha provato chi l’ha emesso: è l’efficacia comunicazionale.
Watzlawick P., "Pragmatica della comunicazione umana", Astrolabio,
pag. 44
Passiamo il novanta
per cento della nostra vita senza parlare, chiusi in noi stessi. Ma quante
cose succedono in quel silenzio. Quasi tutto. Agiamo, prendiamo decisioni,
pensiamo.
Ciò che più parla nelle parole
è il silenzio. In teatro il silenzio viene raccontato attraverso il monologo.
Osserva la tua vita. Se ognuno di noi contasse il tempo in cui parla con
gli altri nel corso di una giornata si accorgerebbe che si tratta di minuti
e non di ore.
Supponi, con molta generosità, di concentrare in un’ora il nostro «parlato»
di un intero giorno, a disposizione del silenzio te ne restano ventitré.
Se otto le passi dormendo, per ben quindici ore non usi la parola. Passi,
insomma, il novanta per cento della vita senza dire, chiuso in te stesso.
Ma quante cose succedono in quel silenzio. Quasi tutto.
Agisci, prendi decisioni, pensi. Ma fai anche cose di cui neanche ti accorgi.
Per esempio custodisci le paure, tieni a freno l’ira, fantastichi, giudichi,
ti lasci turbare, controlli le emozioni o le cerchi, sei scontento o contento,
rimuovi le angosce, metabolizzi le cattive notizie, ti accetti, ti rifiuti,
eccetera. Dentro il silenzio diventi più bambino oppure ti confessi l’inconfessabile,
parli con Dio, non ti vergogni dei tuoi impulsi, non sei terrorizzato
dai tabù, desideri ciò che gli altri ti vietano, ti viene voglia di uccidere,
di fare all’amore, di scappare. E tutto questo avviene quando sei seduto
nel vagone della metropolitana di Roma, mentre attraversi una strada,
prendendo un caffè al bar, nelle sale d’aspetto, davanti allo specchio
con il pettine in mano, accendendoti una sigaretta.
La tua immensa vita silenziosa e sommersa non scompare d’incanto quando
usi la parola.
Parlare, come si può imparare in una scuola di scrittura
come questa di Roma, è sempre un po’ balbettare, ha in sé qualcosa
di repressivo, di formalizzato e contempla sempre, nascostamente, una
frustrazione, in quanto la complessità dei silenzio (nel quale trascorre
gran parte della esistenza) non passa attraverso la lingua parlata.
Uno scrittore non può fare a meno di attingere a questa zona muta dei
suoi personaggi. In fondo il suo mestiere è proprio questo: far emergere
in superficie quanto...
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Francesco Cascioli
Scuola di scrittura.
Da dove prende le idee uno scrittore: Eco e il suo libro misterioso
Umberto Eco [ "Interpretazione
e sovrainterpretazione", Bompiani pag. 103] scrive che: «Chi ha letto
"Il nome della rosa" sa che vi si parla di un manoscritto misterioso
che contiene il secondo libro perduto della "Poetica" di Aristotele,
e che le sue pagine, imbevute di veleno, sono così descritte (p. 472):
Lesse ad alta voce la prima pagina, e sfogliò in fretta le pagine seguenti:
ma dopo alcuni fogli incontrò una resistenza, perché presso il margine
laterale superiore, e lungo il taglio, i fogli erano uniti l’uno con l’altro,
come accade quando — inumiditasi e deterioratasi — la materia cartacea
forma una sorta di glutine colloso...
Ho scritto queste parole alla fine del 1979. L’anno seguente, forse anche
a causa del Nome della rosa, ho iniziato ad avere contatti frequenti
con bibliotecari e collezionisti di libri (certamente anche perché avevo
un po’ più di denaro a mia disposizione), divenendo io stesso un collezionista
di libri rari. Era accaduto anche in precedenza che avessi comprato qualche
vecchio libro, ma unicamente per caso e quando era veramente economico.
È solo nell’ultimo decennio che sono diventato un serio collezionista
di libri, e per "serio" intendo dire uno che consulta cataloghi
specializzati e deve scrivere, per ogni libro, una scheda tecnica con
la collazione, l’informazione storica sulle edizioni precedenti o successive,
e un’esatta descrizione dello stato fisico della copia. Quest’ultimo lavoro
richiede, affinché si sia precisi, un gergo tecnico: arrossature, bruniture,
fioriture, tagli marginali, barbe, eccetera.
Un giorno, mentre rovistavo tra gli scaffali più alti della mia biblioteca,
scoprii un’edizione della Poetica di Aristotele con i commenti
di Antonio Riccoboni, pubblicata a Padova nel 1587, e di cui mi
ero completamente dimenticato.
Sull’ultima pagina, scritto a matita, c’era un 1000, il che significava
che dovevo avere comprato il libro per quella cifra vent’anni prima, se
non di più. I miei cataloghi dicevano che si trattava della seconda edizione,
non eccessivamente rara, di cui veniva conservata una copia al British
Museum; ero comunque felice di averla, dato che non era poi così facile
trovarla e che il commento del Riccoboni è meno conosciuto e meno citato
di altri, ad esempio di quelli del Robortello o del Castelvetro.
Iniziai dunque a stenderne la descrizione. Copiando la pagina del titolo
scoprii che l’edizione aveva un’Appendice: "Ejusdem Ars Comica ex
Aristotele". Ciò significava che Riccoboni aveva cercato di ricostruire
il secondo libro perduto della Poetica. Non trattandosi di un tentativo
inusuale, continuai a compilare la descrizione fisica della copia.
A quel punto, mi capitò quello che era accaduto a un certo Zatesky di
cui racconta Lurija.
Avendo perso parte del cervello in tempo di guerra, e con quella parte
di cervello tutta la sua memoria e la facoltà del linguaggio, Zatesky
era nondimeno ancora in grado di scrivere: automaticamente la sua mano
scriveva tutte quelle informazioni che egli non poteva più pensare e progressivamente
ricostruì così la sua identità leggendo ciò che aveva scritto.
In modo del tutto simile, mentre stavo osservando da un punto di vista
strettamente tecnico il libro che avevo tra le mani, dandone una descrizione,
mi resi improvvisamente conto che stavo di fatto riscrivendo Il nome
della rosa. L’unica differenza era che da p. 120, dove ha inizio l’"Ars
Comica", erano i margini inferiori e non quelli superiori a essere
gravemente compromessi; quanto al resto tutto corrispondeva, le pagine
sempre più arrossate e macchiate di umidità, e alla fine appiccicate tra
loro e con l’aspetto di carte che fossero state spalmate di una sostanza
grassa. Avevo tra le mie mani, in una versione a stampa, il manoscritto
di cui avevo parlato nel mio romanzo. Per anni e anni, senza saperlo,
lo avevo avuto li, a casa mia.
All’inizio pensai che si trattasse di un’incredibile coincidenza; poi
fui tentato dalla fiducia nell’esistenza dei miracoli; alla fine, tuttavia,
decisi che wo Es war, soll Ich werden.
Avevo acquistato quel libro in gioventù, l’avevo sfogliato, mi ero accorto
che era spaventosamente danneggiato, l’avevo messo da qualche parte e
me ne ero totalmente dimenticato. Ma come fossi dotato di un apparecchio
fotografico interno, avevo fotografato quelle pagine e per anni e anni
l’immagine di quei fogli orribili era rimasta sul fondo di una delle zone
più recondite della mia anima, sepolta, fino al momento in cui era riemersa
(non so per quale ragione), e avevo creduto di averla creata ex novo.
Se in tutto ciò c’è una morale, è che la vita privata degli autori empirici
è da un certo punto di vista più insondabile di quella dei loro testi.
Tra la storia misteriosa della produzione di un testo, e l’incontrollabile
deriva delle sue letture successive, il testo in quanto testo costituisce
una presenza rassicurante, un punto fermo a cui attenersi... |