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INDICE

INFORMAZIONI SUL CORSO
PERCHE' IMPARARE A SCRIVERE
Barthes: Nascita della retorica

LA SCRITTURA

IL RITMO NARRATIVO

MESCOLARE "MOSTRARE" E "NARRARE"

La retorica (come metalinguaggio) è nata dai processi di proprietà. Verso il 485 a. C. due tiranni siciliani, Gelone e Gerone, operarono delle deportazioni, dei trasferimenti di popolazione e delle espropriazioni per popolare Siracusa ed assegnare lotti ai mercenari; quando furono rovesciati da una sollevazione democratica e si volle tornare all’ante quo, si ebbero innumerevoli processi, dato che i diritti di proprietà erano offuscati.
Questi processi erano di nuovo tipo: mobilitavano grandi giurie popolari davanti alle quali, per convincere, bisognava essere "eloquente".
Questa eloquenza si costituì rapidamente in oggetto d’insegnamento
Si  fissano le cinque grandi parti dell’oratio che formeranno per secoli il "piano" del discorso oratorio:
1) l’esordio,
2) la narrazione o azione (relazione dei fatti),
3) l’argomentazione o prova,
4) la digressione,
5) l’epilogo.

Gorgia, o la prosa come letteratura

Gorgia nato a Lentini, a nord di Siracusa, è giunto ad Atene nel 427; è stato maestro di Tucidide, è l’interlocutore sofista di Socrate nel Gorgia.
Il ruolo di Gorgia è d’aver fatto passare la prosa sotto il codice retorico, accreditandola come discorso colto, oggetto estetico, "linguaggio sovrano", antenato della "letteratura"; è l’avvento di una prosa decorativa, d’una prosa-spettacolo.
In questo passaggio dal verso alla prosa, il metro e la musica si perdono. Gorgia vuoi sostituirli con un codice immanente alla prosa (per quanto preso a prestito dalla poesia): parole d’identica consonanza, simmetria delle frasi, rafforzamento delle antitesi con assonanze, metafore, allitterazioni.

I PERSONAGGI

LA TRAMA

I DIALOGHI

LE FIGURE RETORICHE

L’AUTOBIOGRAFIA

LA PUNTEGGIATURA

LE TECNICHE PER SCRIVERE

ORGANIZZAZIONE DEL TESTO

SUPERARE L’ANSIA DEL FOGLIO BIANCO

DUBBI NELLA SCRITTURA

EDITING: COME SI CORREGGE UN TESTO

REGOLE PER CORREGGERE UN TESTO

LA SCRITTURA ARGOMENTATIVA

LE TECNICHE ARGOMENTATIVE

SCRIVERE PER INTERNET

RAPPORTI CON L’EDITORE

335 LIBRI CAPOLAVORI LETTERARI IN WORD DA SCARICARE

I LUOGHI COMUNI

La retorica aristotelica

La retorica aristotelica pone l’accento sul ragionamento; l’elocutio (o dipartimento delle flgure) ne è solo una parte (minore anche in Aristotele); in seguito è il contrario:  la retorica s’identifica coi problemi, non di "prova", ma di composizione e di stile: la letteratura (atto totale di scrittura) si definisce come il bello scrivere.
Aristotele definisce la retorica come "la facoltà di scoprire speculativamente ciò che in ciascun caso può essere atto a persuadere".
La retorica è: il mezzo per produrre una delle cose che possono indifferentemente essere o non essere, e la cui origine sta nell’agente creatore, non nell’oggetto creato.
Aristotele concepisce il discorso (l’oratio) come un messaggio e lo sottopone ad una divisione di tipo informazionale.
Il libro I della Retorica è il libro dell’emittente del messaggio, il libro dell’oratore: vi si tratta principalmente della concezione delle argomentazioni, nella misura in cui dipendono dall’oratore, del suo adattarsi al pubblico, e questo secondo i tre generi riconosciuti del discorso (giudiziario, deliberativo, epidittico).
Il libro Il è il libro del ricevente del messaggio, il libro del pubblico: vi si tratta delle emozioni (delle passioni) e di nuovo delle argomentazioni, ma questa volta in quanto sono recepite (e non più come prima, concepite).
Il libro III è il libro del messaggio: vi si tratta della elocutio, cioè delle "figure" e della "dispositio", cioè dell’ordine delle parti del discorso.

IL PASSAGGIO DAL PENSIERO ALLA PAROLA

COME SI TRASMETTE IL SIGNIFICATO

IL CERVELLO ESTRAE IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE

DECIFRARE IL PARLARE PER POTER SCRIVERE

LA SCRITTURA DEVE RENDERE L’INESPRIMIBILE

PREZZO DEL CORSO

IL CORSO DAL VIVO A ROMA

IL DOCENTE

CONTATTI

 

La descriptio. Una descrizione regolata di luoghi e di personaggi: è una nuova unità sintagmatica, il "pezzo", meno esteso delle parti tradizionali del discorso

Sul piano sintagmatico, un esercizio è preponderante: la declamatio; è un’improvvisazione su un tema; per esempio: Senofonte rifiuta di sopravvivere a Socrate, i cretesi sostengono di possedere la tomba di Zeus, l’uomo innamorato d’una statua, ecc.
L’improvvisazione relega in secondo piano l’ordine delle parti (dispositio); il discorso, è ormai senza scopo di persuadere, puramente ostentatorio, si destruttura, si atomizza in una serie slegata di pezzi brillanti, giustapposti secondo un modello rapsodico.
Di questi pezzi il principale (che beneficiava d’una quotazione assai grossa) era la descriptio. L’ekphrasis è un frammento antologico, trasferibile da un discorso ad un altro: è una descrizione regolata di luoghi, di personaggi (origine dei topoi del Medioevo).
Appare così una nuova unità sintagmatica, il "pezzo": meno esteso delle parti tradizionali del discorso, più grande del periodo; questa unità (paesaggio, ritratto) lascia il discorso oratorio (giuridico, politico) e s’integra facilmente nella narrazione, nel continuo romanzesco: ancora una volta la recita "morde" sul fatto letterario.
Atticismo, asianesimo.
Sul piano paradigmatico, la neoretorica consacra l’assunzione dello "stile", valorizza a fondo gli ornamenti seguenti: l’arcaismo, la metafora caricata, l’antitesi, la clausola ritmica.
Questo barocchismo chiedeva una contropartita, ed una lotta s’ingaggiò tra due scuole:
1) l’atticismo difeso in particolare dai grammatici, dai custodi dei vocabolario puro (morale castratrice della purezza, che esiste ancor oggi);
2) l’asianesimo rimanda, in Asia Minore, allo sviluppo d’uno stile esuberante fino alla stravaganza, fondato, come il manierismo, sull’effetto di sorpresa; le "figure" vi giocano un ruolo essenziale.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 10 - 28

La macchina retorica.

Nella "macchina" retorica, ciò che si mette all’inizio, emergendo a pena da una nativa afasia, sono dei materiali bruti di ragionamento, dei fatti, un "soggetto"; ciò che si forma alla fine è un discorso completo, strutturato, completamente armato per la persuasione.
Nella sua estensione più grande la tecnè comprende cinque operazioni principali; bisogna insistere sulla natura attiva, transitiva, programmatica, operatoria, di queste divisioni: non si tratta degli elementi d’una struttura, ma degli atti d’una strutturazione progressiva, come mostra bene la forma verbale (per verbi) delle definizioni:
-trovare cosa dire
-mettere in ordine quel che si è trovato
-aggiungere l’ornamento delle figure
-recitare il discorso come un attore: gesti e dizione
-ricorrere alla memoria

La retorica. Scoperta e non invenzione.

L’inventio rinvia non tanto ad una invenzione (degli argomenti) quanto ad una scoperta: tutto esiste già, bisogna solo ritrovarlo: è una nozione più " estrattiva" che "creativa".
Il che è corroborato dalla designazione di un "luogo" (la Topica), da cui si possono estrarre gli argomenti e da cui essi vanno ripresi: l’inventio è un percorso (via argumentorum).
Questa idea dell’inventio implica due sentimenti: da una parte, una fiducia molto ferma nel potere d’un metodo, d’una via: se si getta la rete delle forme argomentative sui materiale, con una buona tecnica, si è sicuri di riportare il contenuto d’un eccellente discorso; dall’altra, la convinzione che lo spontaneo, l’ametodico non porta a niente: al potere della parola finale corrisponde un nulla della parola originale; l’uomo non può parlare se non gli si fa partorire la parola e per questo parto c’è una tecnè particolare, l’inventio.

Convincere/commuovere

Dall’inventio partono due grandi vie, una logica, l’altra psicologica: convincere e commuovere. Convincere (fidem lacere) richiede un apparato logico o pseudo-logico che, all’incirca, viene chiamato Probatio (campo delle "Prove"): attraverso il ragionamento, si tratta di fare una giusta violenza allo spirito dell’ascoltatore, il cui carattere e disposizioni psicologiche non entrano ancora in conto: le prove hanno una loro forza propria.
Commuovere (animos impellere) consiste, al contrario, nel pensare il messaggio probatorio, non in sé, ma secondo la sua destinazione, l’umore di chi deve riceverlo, nel mobilitare le prove soggettive, morali.
Le prove extra-tecniche sono quelle che sfuggono alla libertà di creare l’oggetto contingente; si trovano al di  fuori dell’oratore (dell’operatore della tecnè); sono delle ragioni inerenti alla natura dell’oggetto.
Le prove tecniche (nella tecnè) dipendono invece dal potere ragionato dell’oratore.

Cosa può l’oratore sulle prove? Non può addurle; può soltanto combinarle, farle valere attraverso una disposizione metodica

Cosa può l’oratore sulle prove?
Non può addurle (indurle o dedurle); può soltanto, dato che sono in sé "inerti", combinarle, farle valere attraverso una disposizione metodica.
Quali sono?
Sono frammenti del reale che passano direttamente nella dispositio, fatti semplicemente valere, e non trasformati; o ancora: sono degli elementi del dossier che non si possono inventare (dedurre) e che sono forniti dalla causa in sé, dal cliente (siamo per ora nel campo giudiziario). Queste "prove" sono classificate nella maniera seguente: ci sono:
1) i praejudicia, le sentenze anteriori, la giurisprudenza (il problema è di distruggerli senza attaccarli di fronte);
2) i rumores, la voce pubblica, il consensus di tutta una città;
3) le confessioni sotto tortura (tormenta, quaesita): non un sentimento morale, ma un sentimento sociale nei confronti della tortura: l’antichità ammetteva il diritto di torturare gli schiavi, non gli uomini liberi;
4) gli atti (tabulae): contratti, accordi, transazioni tra privati, fino alle relazioni forzose (furto, assassinio, brigantaggio, oltraggio);
5) il giuramento (jusjurandum): è l’elemento di tutto un gioco combinatorio, d’una tattica, di un linguaggio: si può accettare, rifiutare di giurare, si accetta, si rifiuta il giuramento dell’altro, ecc.;
6) le testimonianze (testimonia): sono essenzialmente, almeno per Aristotele, delle testimonianze nobili, tratte sia da poeti antichi (Solone che cita Omero per sostenere le pretese di Atene su Salamina), sia da proverbi, sia da contemporanei importanti; sono quindi piuttosto delle "citazioni".

L’exemplum (induzione); l’entimema. (deduzione)

A questi frammenti del linguaggio sociale, dati direttamente, allo stato bruto (eccetto la valorizzazione di una collocazione) s’oppongono i ragionamenti che, invece, dipendono interamente dal potere dell’oratore, che fanno parte di una pratica dell’oratore, perché il materiale viene trasformato in forza persuasiva da una operazione logica.
Questa operazione, a rigore, è doppia: induzione e deduzione.
Si dividono quindi in due tipi:
1) l’exemplum (induzione);
2) l’entimema. (deduzione);
si tratta evidentemente di una induzione e d’una deduzione non scientifiche, ma semplicemente "pubbliche" (per il pubblico).
Queste due vie sono costrittive: Tutti gli oratori, per produrre la persuasione, dimostrano con degli esempi o degli entimemi; non vi sono altri mezzi se non questi (Aristotele).

L’exemplum: si trovano buoni exempla se si ha il dono di vedere le analogie

L’exemplum è l’induzione teorica: si procede da un particolare ad un altro particolare per l’anello implicito del generale: da un oggetto si inferisce la classe, poi da questa classe si deduce un nuovo oggetto.
L’exemplum può avere qualsiasi dimensione,
può essere una parola, un fatto, un insieme di fatti ed il racconto di questi fatti. È una similitudine persuasiva, un argomento per analogia: si trovano buoni exempla se si ha il dono di vedere le analogie - ed anche, naturalmente, i contrari; come in dica il suo nome greco, si situa dalla parte del paradigmatico, del metaforico.
Fin da Aristotele, l’exempium si divide in reale e fittizio; il fittizio si suddivide in parabola e favola; il reale copre esempi storici ma anche mitologici, in opposizione, non all’immaginario, ma a quanto viene inventato da sé; la parabola è una comparazione corta, la favola un insieme di azioni. Ciò indica la natura narrativa dell’exemplum, destinato storicamente ad espandersi.
All’inizio del I secolo a. C., una nuova forma d’exemplum appare: il personaggio esemplare (imago) designa l’incarnazione d’una virtù in una figura.
Cato illa virtutum viva imago (Cicerone).

L’entimema. Un sillogismo fondato su verisimiglianze o su segni e non sul vero e l’immediato

L’entimema ha ricevuto due significazioni successive (che non sono contraddittorie).
Per gli aristotelici, è un sillogismo fondato su verisimiglianze o su segni e non sul vero e l’immediato (com’è il caso del sillogismo scientifico); l’entimema è un sillogismo retorico, svolto unicamente al livello del pubblico (nel senso di: mettersi a livello di qualcuno), a partire dal probabile, cioè a partire da quello che pensa il pubblico; è una deduzione il cui valore è concreto, istituito in vista di una presentazione (è una specie di spettacolo accettabile), in opposizione alla deduzione astratta, fatta unicamente per l’analisi; è un ragionamento pubblico, maneggiato con facilità da uomini incolti. In virtù di quest’origine, l’entimema procura la persuasione, non la dimostrazione.

Gusto dell’entimema. L’entimema non è un sillogismo tronco per carenza, ma perché va lasciato all’ascoltatore il piacere di fare tutto lui nella costruzione dell’argomento

Dato che il sillogismo retorico è fatto per il pubblico (e non sotto lo sguardo della scienza), le considerazioni psicologiche sono pertinenti ed Aristotele vi insiste. L’entimema ha il diletto d’un percorso, d’un viaggio: si parte da un punto che non ha bisogno di essere provato e di qui si va verso un altro punto che ha bisogno di esserlo; si ha la piacevole sensazione (anche se questa deriva da una forza) di scoprire cose nuove per una sorta di contagio naturale, di capillarità che sviluppa il conosciuto (l’opinabile) verso lo sconosciuto.
Eppure, per esprimere tutto il suo piacere, questo tragitto va sorvegliato: il ragionamento non deve essere preso da troppo lontano e non si deve passare per tutti i suoi gradi per concludere: cosa che stancherebbe (l’epicherema dev’essere utilizzato soltanto nelle grandi occasioni); dato che, bisogna fare i conti con l’ignoranza degli ascoltatori (l’ignoranza è precisamente questa incapacità d’inferire attraverso più gradi e di seguire a lungo un ragionamento); o piuttosto: questa ignoranza bisogna sfruttarla dando all’ascoltatore la sensazione ch’è proprio lui a farla cessare, con la sua stessa forma mentale: l’entimema non è un sillogismo tronco per carenza, degradazione, ma perché va lasciato all’ascoltatore il piacere di fare tutto lui nella costruzione dell’argomento: è un po’ il gusto che si prova nel completare da soli una data griglia (crittogrammi, giochi, parole incrociate).
Questa soppressione (d’una parte del sillogismo) lusinga la vanità di quelli a cui parliamo, rimettendosi in qualcosa alla loro intelligenza e scorciando il discorso, essa lo rende più forte e più vivo; è però evidente il mutamento morale (in rapporto ad Aristotele): il gusto all’entimema è ricondotto meno ad una autonomia creatrice dell’ascoltatore che ad un eccellere della concisione, trionfalmente data come il segno d’un surplus del pensiero sul linguaggio (il pensiero vince d’una lunghezza sul linguaggio): "...una delle principali attrattive d’un discorso è quella di essere pieno di senso e di dare occasione allo spirito di formare un pensiero più sviluppato di quanto non sia l’espressione..."

Il verisimile.

Il secondo tipo di "certezza" (umana, non scientifica) che può servire da premessa all’entimema è il verisimile, nozione capitale agli occhi di Aristotele.
È un’idea generale che riposa sul giudizio che gli uomini si son fatti attraverso esperienze ed induzioni imperfette.
"Un padre ama i suoi figli", "un furto commesso senza effrazione dentro la casa è stato commesso da un familiare", ecc. e sia, ma il contrario è sempre possibile; l’analista, il retore sentono certo la forza di queste opinioni, ma in tutta onestà, le tengono a distanza, introducendole con un esto (sia) che li sgrava agli occhi della scienza, dove il contrario non è mai possibile.

Il segno.

Il segno, terzo punto di partenza possibile dell’entimema, è un indizio più ambiguo, meno sicuro del precedente. Tracce di sangue fanno supporre un delitto, ma non è sicuro: il sangue può provenire da una perdita dal naso, o da un sacrificio.
Perché il segno sia probante, ci vogliono altri segni concomitanti; o ancora, perché il segno cessi di essere polisemico, bisogna ricorrere a tutto un contesto.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 70

La Topica: una griglia per unire contenuto e forma.

Un altro senso è quello d’un reticolo di forme, d’un percorso quasi cibernetico a cui viene sottoposta la materia che si vuoi trasformare in discorso persuasivo. Bisogna rappresentarsi le cose in questo modo: un soggetto (quaestio) viene assegnato all’oratore; per trovare degli argomenti, l’oratore, "accompagna" il suo soggetto lungo una griglia di forme vuote: dal contatto tra il soggetto e ogni riquadro (ogni "luogo") della griglia (della Topica) sorge un’idea possibile, una premessa d’entimema.
È esistita nell’antichità una versione pedagogica di questo procedimento: la creia o esercizio "utile", era una prova di virtuosismo imposta agli allievi, che consisteva nel far passare un tema attraverso una serie di luoghi: quis? quid? ubi? quibus auxiiis? cur? quomodo? quando?
Ispirandosi alle antiche retoriche, Lamy, nel XVII secolo, propone la griglia seguente: il genere, la differenza, la definizione, l’enumerazione delle parti, l’etimologia, i correlati (è il campo associativo del radicale), la comparazione, la repugnanza, gli effetti, le cause, ecc.
Supponiamo di dover fare un discorso sulla letteratura: "stecchiamo" (e con ragione), ma fortunatamente disponiamo della topica di Lamy: possiamo allora, per lo meno, porci delle domande e tentare di rispondervi: a quale "genere" riferiremo la letteratura? arte? discorso? produzione culturale? Se è un"’ arte", che differenza c’è con le altre arti. Quante parti assegnarle e quali? Cosa c’ispira l’etimologia del vocabolo? il suo rapporto con i vicini morfologici (letterario, letterale, lettere, letterato, ecc.)? Con che cosa sta la letteratura in rapporto di ripugnanza? il Danaro? la Verità? ecc.
Ecco alcuni di questi luoghi reificati (nel Medioevo):
1) topos  della modestia affettata: ogni oratore deve dichiarare che è schiacciato dal soggetto, che è incompetente e che non è certo civetteria dirlo, ecc. (excusatio propter infirmitatem);
2) topos  del puer senilis: è il tema magico dell’adolescente dotato d’una perfetta saggezza o del vecchio fornito della bellezza e della grazia della giovinezza;
3) topos del locus amoenus: il paesaggio ideale, Elisio o Paradiso (alberi, boschetti, fonte e prati) ha fornito un buon numero di "descrizioni" letterarie, ma l’origine è giudiziaria: ogni relazione dimostrativa di una causa obbligava all’argumentum a loco:
bisognava fondare le prove sulla natura del luogo in cui l’azione s’era svolta; la topografia ha poi invaso la letteratura (da Virgilio a Barrès); una volta reiflcato, il topos ha un contenuto fisso indipendente dal contesto; olivi e leoni vengono collocati nelle regioni del nord: il paesaggio viene staccato dal luogo, dato che la sua funzione è di costituire un segno universale: quello della Natura: il paesaggio è il segno culturale della Natura;
4) gli impossibilia: questo topos  descrive una brusca compatibilità di fenomeni, oggetti, esseri contrari, e questa conversione paradossale funziona come il segno inquietante d’un mondo "ribaltato": il lupo fugge davanti ai montoni (Virgilio); questo topos fiorisce durante il Medioevo, dove permette di criticare i tempi: è il tema vecchio e brontolone del "se ne vedono di tutte", o ancora del colmo. Tutti questi topos, anche prima del Medioevo, sono pezzi staccabili (prova della loro forte reificazione), utilizzabili, trasportabili.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 79

Qualche tipologia di Topiche: oratorie, risibili, teologiche, dell’immaginazione

Torniamo alla nostra topica-griglia. La topica di Lamy ne ha dato una idea: vi sono i luoghi di grammatica (etimologia, coniugata), i luoghi di logica (genere, proprietà, accidente, specie, differenza, definizione, divisione), i luoghi di metafisica (causa finale, causa efficiente, effetto, tutto, parti, termini opposti); è evidentemente una topica aristotelica.
Nel secondo caso, che è quello delle Topiche per soggetti, si possono citare le Topiche seguenti:
1) la topica oratoria propriamente detta; essa comprende di fatto tre topiche: una topica dei ragionamenti, una topica dei costumi (intelligenza pratica, virtù, affetto, devozione) ed una topica delle passioni (collera, amore, timore, vergogna ed i loro contrari);
2) una topica del risibile, parte d’una possibile retorica del comico; Cicerone e Quintiliano hanno enumerato qualche luogo del risibile: difetti del corpo, difetti di spirito, incidenti, esteriorizzazioni, ecc.;
3) una topica teologica: essa comprende le diverse fonti da cui i teologi possono attingere i loro argomenti: Scritture, Padri, Concili, ecc.;
4) una topica sensibile o topica dell’immaginazione; la troviamo abbozzata in Vico che parla degli universali fantastici. È possibile vedere in questa topica sensibile un’antenata della critica tematica, quella che procede per categorie, non per autori, quella di Bachelard, insomma: l’ascensionale, il cavernoso, il torrentizio, lo specchiante, il dormiente, ecc. sono "luoghi" a cui sono sottoposte le "immagini" dei poeti.

I luoghi comuni. Può la cosa esser stata fatta o no, potrà esserlo o no?

I luoghi comuni (loci communissimi) hanno per Aristotde un senso del tutto diverso da quello che noi attribuiamo a questa espressione. Per Aristotele, questi luoghi comuni sono, in tutto e per tutto, tre di numero:
1) il possibile/impossibile; confrontati con il tempo (passato, avvenire), questi termini producono una questione topica: può la cosa esser stata fatta o no, potrà esserlo o no? Questo luogo può applicarsi alle relazioni di contrarietà: se è stato possibile che una cosa sia cominciata, è possibile che finisca, ecc.;
2) esistente/non esistente (o reale/non reale); come il precedente, questo luogo può essere confrontato col tempo: se una cosa non facile ad accadere è tuttavia accaduta, quella più facile è certamente avvenuta (passato); sono qui raccolti dei materiali di costruzione: è probabile che (in avvenire) verrà costruita una casa;
3) più/meno: è il luogo della grandezza e della piccolezza; sua molla principale è " a maggiore ragione": vi sono forti possibilità che X abbia battuto i suoi vicini, dato che batte anche il proprio padre.

La tesi è una questione generale: bisogna sposarsi? L’ipotesi: è una questione particolare: X deve sposarsi?

La quaestio è la forma della specificità del discorso. In tutte le operazioni idealmente poste dalla "macchina" retorica, viene introdotta una nuova variabile (che è, per la verità, quando si tratta di fare il discorso, la variabile di partenza): il contenuto, il punto del contendere, in breve il referenziale. Questo referenziale, contingente per definizione, può però classificarsi in due grandi forme, che costituiscono i due grandi tipi di quaestio:
1) la posizione o tesi  (pro positum): è una questione generale, "astratta" diremmo oggi, ma tuttavia precisata, riferita (altrimenti non farebbe parte dei luoghi speciali), senza però (ed è il suo contrassegno) nessun parametro di luogo o di tempo (ad esempio: bisogna sposarsi?);
2) l’ipotesi: è una questione particolare, che implica dei fatti, delle circostanze, delle persone, insomma un tempo ed un luogo (ad esempio: X deve sposarsi?); è chiaro che in retorica le parole tesi ed ipotesi hanno un senso del tutto diverso da quello a cui siamo abituati.

3 Status causae. Congettura, definizione, qualità: il fatto è permesso, utile, scusabile?

La classificazione più semplice enumera tre status causae (si tratta sempre delle forme che il contingente può assumere):
1) la congettura: ciò ha avuto luogo o no (an sit)? è il primo luogo perché è il risultato immediato d’un primo conflitto d’asserzioni: fecisti / non feci: an fecerit? Sei stato tu a far questo / no, non sono stato io: è stato lui?;
2) la definizione (quid sit?): qual è la qualifica legale del fatto, sotto quale nome (giuridico) sussumerlo? è un crimine? è un sacrilegio?;
3) la qualità (quale sii?): il fatto è permesso, utile, scusabile? È l’ordine delle circostanze attenuanti.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 85

Perché conoscere la retorica. Molti tratti della nostra letteratura sarebbero compresi diversamente se si conoscesse il codice retorico

Eppure, lasciando l’antica retorica, vorrei dire quello che mi resta personalmente di questo viaggio memorabile (discesa del tempo, discesa del reticolo, come d’un doppio fiume). "Quello che mi resta" vuoI dire: le domande che vengono da questo antico impero al mio lavoro presente e che, una volta avvicinata la retorica, non posso più evitare.
In primo luogo la convinzione che molti tratti della nostra letteratura, del nostro insegnamento, delle nostre istituzioni di linguaggio (e vi è forse una sola istituzione senza linguaggio?) sarebbero chiariti o compresi diversamente se si conoscesse a fondo (vale a dire se non si censurasse) il codice retorico che ha dato il suo linguaggio alla nostra cultura; una tecnica, un’estetica, una morale della retorica non sono più possibili, ma una storia? Si, una storia della retorica (come ricerca, come libro, come insegnamento) è oggi necessaria, se allargata da un nuovo modo di pensare (linguistica, semiologia, scienza storica, psicoanalisi, ecc.).
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 109

 
La zona di testo successiva è stata in parte rimossa; è presente solo nelle dispense inviate - gratuitamente - a chi si iscrive e a chi richiede informazioni sul corso di scrittura creativa.
Per richiedere l’iscrizione alla scuola di scrittura, per ricevere maggiori informazioni sulle sue modalità, o anche solo per richiedere gratis il materiale allegato al corso di scrittura, si può scrivere al docente Francesco Cascioli
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