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La
descriptio. Una descrizione regolata di luoghi e di personaggi: è una
nuova unità sintagmatica, il "pezzo", meno esteso delle parti
tradizionali del discorso
Sul piano sintagmatico, un
esercizio è preponderante: la declamatio; è un’improvvisazione su un tema;
per esempio: Senofonte rifiuta di sopravvivere a Socrate, i cretesi sostengono
di possedere la tomba di Zeus, l’uomo innamorato d’una statua, ecc.
L’improvvisazione relega in secondo piano l’ordine delle parti (dispositio);
il discorso, è ormai senza scopo di persuadere, puramente ostentatorio,
si destruttura, si atomizza in una serie slegata di pezzi brillanti, giustapposti
secondo un modello rapsodico.
Di questi pezzi il principale (che beneficiava d’una quotazione assai
grossa) era la descriptio. L’ekphrasis è un frammento antologico, trasferibile
da un discorso ad un altro: è una descrizione regolata di luoghi, di personaggi
(origine dei topoi del Medioevo).
Appare così una nuova unità sintagmatica, il "pezzo": meno esteso
delle parti tradizionali del discorso, più grande del periodo; questa
unità (paesaggio, ritratto) lascia il discorso oratorio (giuridico, politico)
e s’integra facilmente nella narrazione, nel continuo romanzesco: ancora
una volta la recita "morde" sul fatto letterario.
Atticismo, asianesimo.
Sul piano paradigmatico, la neoretorica consacra l’assunzione dello "stile",
valorizza a fondo gli ornamenti seguenti: l’arcaismo, la metafora caricata,
l’antitesi, la clausola ritmica.
Questo barocchismo chiedeva una contropartita, ed una lotta s’ingaggiò
tra due scuole:
1) l’atticismo difeso in particolare dai grammatici, dai custodi dei vocabolario
puro (morale castratrice della purezza, che esiste ancor oggi);
2) l’asianesimo rimanda, in Asia Minore, allo sviluppo d’uno stile esuberante
fino alla stravaganza, fondato, come il manierismo, sull’effetto di sorpresa;
le "figure" vi giocano un ruolo essenziale.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 10 - 28
La
macchina retorica.
Nella "macchina"
retorica, ciò che si mette all’inizio, emergendo a pena da una nativa
afasia, sono dei materiali bruti di ragionamento, dei fatti, un "soggetto";
ciò che si forma alla fine è un discorso completo, strutturato, completamente
armato per la persuasione.
Nella sua estensione più grande la tecnè comprende cinque operazioni principali;
bisogna insistere sulla natura attiva, transitiva, programmatica, operatoria,
di queste divisioni: non si tratta degli elementi d’una struttura, ma
degli atti d’una strutturazione progressiva, come mostra bene la forma
verbale (per verbi) delle definizioni:
-trovare cosa dire
-mettere in ordine quel che si è trovato
-aggiungere l’ornamento delle figure
-recitare il discorso come un attore: gesti e dizione
-ricorrere alla memoria
La
retorica. Scoperta e non invenzione.
L’inventio rinvia non tanto
ad una invenzione (degli argomenti) quanto ad una scoperta: tutto esiste
già, bisogna solo ritrovarlo: è una nozione più " estrattiva"
che "creativa".
Il che è corroborato dalla designazione di un "luogo" (la Topica),
da cui si possono estrarre gli argomenti e da cui essi vanno ripresi:
l’inventio è un percorso (via argumentorum).
Questa idea dell’inventio implica due sentimenti: da una parte, una fiducia
molto ferma nel potere d’un metodo, d’una via: se si getta la rete delle
forme argomentative sui materiale, con una buona tecnica, si è sicuri
di riportare il contenuto d’un eccellente discorso; dall’altra, la convinzione
che lo spontaneo, l’ametodico non porta a niente: al potere della parola
finale corrisponde un nulla della parola originale; l’uomo non può parlare
se non gli si fa partorire la parola e per questo parto c’è una tecnè
particolare, l’inventio.
Convincere/commuovere
Dall’inventio partono due grandi
vie, una logica, l’altra psicologica: convincere e commuovere. Convincere
(fidem lacere) richiede un apparato logico o pseudo-logico che, all’incirca,
viene chiamato Probatio (campo delle "Prove"): attraverso il
ragionamento, si tratta di fare una giusta violenza allo spirito dell’ascoltatore,
il cui carattere e disposizioni psicologiche non entrano ancora in conto:
le prove hanno una loro forza propria.
Commuovere (animos impellere) consiste, al contrario, nel pensare il messaggio
probatorio, non in sé, ma secondo la sua destinazione, l’umore di chi
deve riceverlo, nel mobilitare le prove soggettive, morali.
Le prove extra-tecniche sono quelle che sfuggono alla libertà di creare
l’oggetto contingente; si trovano al di fuori dell’oratore (dell’operatore
della tecnè); sono delle ragioni inerenti alla natura dell’oggetto.
Le prove tecniche (nella tecnè) dipendono invece dal potere ragionato
dell’oratore.
Cosa
può l’oratore sulle prove? Non può addurle; può soltanto combinarle, farle
valere attraverso una disposizione metodica
Cosa può l’oratore sulle prove?
Non può addurle (indurle o dedurle); può soltanto, dato che sono in sé
"inerti", combinarle, farle valere attraverso una disposizione
metodica.
Quali sono?
Sono frammenti del reale che passano direttamente nella dispositio, fatti
semplicemente valere, e non trasformati; o ancora: sono degli elementi
del dossier che non si possono inventare (dedurre) e che sono forniti
dalla causa in sé, dal cliente (siamo per ora nel campo giudiziario).
Queste "prove" sono classificate nella maniera seguente: ci
sono:
1) i praejudicia, le sentenze anteriori, la giurisprudenza (il problema
è di distruggerli senza attaccarli di fronte);
2) i rumores, la voce pubblica, il consensus di tutta una città;
3) le confessioni sotto tortura (tormenta, quaesita): non un sentimento
morale, ma un sentimento sociale nei confronti della tortura: l’antichità
ammetteva il diritto di torturare gli schiavi, non gli uomini liberi;
4) gli atti (tabulae): contratti, accordi, transazioni tra privati, fino
alle relazioni forzose (furto, assassinio, brigantaggio, oltraggio);
5) il giuramento (jusjurandum): è l’elemento di tutto un gioco combinatorio,
d’una tattica, di un linguaggio: si può accettare, rifiutare di giurare,
si accetta, si rifiuta il giuramento dell’altro, ecc.;
6) le testimonianze (testimonia): sono essenzialmente, almeno per Aristotele,
delle testimonianze nobili, tratte sia da poeti antichi (Solone che cita
Omero per sostenere le pretese di Atene su Salamina), sia da proverbi,
sia da contemporanei importanti; sono quindi piuttosto delle "citazioni".
L’exemplum
(induzione); l’entimema. (deduzione)
A questi frammenti del linguaggio
sociale, dati direttamente, allo stato bruto (eccetto la valorizzazione
di una collocazione) s’oppongono i ragionamenti che, invece, dipendono
interamente dal potere dell’oratore, che fanno parte di una pratica dell’oratore,
perché il materiale viene trasformato in forza persuasiva da una operazione
logica.
Questa operazione, a rigore, è doppia: induzione e deduzione.
Si dividono quindi in due tipi:
1) l’exemplum (induzione);
2) l’entimema. (deduzione);
si tratta evidentemente di una induzione e d’una deduzione non scientifiche,
ma semplicemente "pubbliche" (per il pubblico).
Queste due vie sono costrittive: Tutti gli oratori, per produrre la persuasione,
dimostrano con degli esempi o degli entimemi; non vi sono altri mezzi
se non questi (Aristotele).
L’exemplum:
si trovano buoni exempla se si ha il dono di vedere le analogie
L’exemplum è l’induzione teorica:
si procede da un particolare ad un altro particolare per l’anello implicito
del generale: da un oggetto si inferisce la classe, poi da questa classe
si deduce un nuovo oggetto.
L’exemplum può avere qualsiasi dimensione,
può essere una parola, un fatto, un insieme di fatti ed il racconto di
questi fatti. È una similitudine persuasiva, un argomento per analogia:
si trovano buoni exempla se si ha il dono di vedere le analogie - ed anche,
naturalmente, i contrari; come in dica il suo nome greco, si situa dalla
parte del paradigmatico, del metaforico.
Fin da Aristotele, l’exempium si divide in reale e fittizio; il fittizio
si suddivide in parabola e favola; il reale copre esempi storici ma anche
mitologici, in opposizione, non all’immaginario, ma a quanto viene inventato
da sé; la parabola è una comparazione corta, la favola un insieme di azioni.
Ciò indica la natura narrativa dell’exemplum, destinato storicamente ad
espandersi.
All’inizio del I secolo a. C., una nuova forma d’exemplum appare: il personaggio
esemplare (imago) designa l’incarnazione d’una virtù in una figura.
Cato illa virtutum viva imago (Cicerone).
L’entimema.
Un sillogismo fondato su verisimiglianze o su segni e non sul vero e l’immediato
L’entimema ha ricevuto due
significazioni successive (che non sono contraddittorie).
Per gli aristotelici, è un sillogismo fondato su verisimiglianze o su
segni e non sul vero e l’immediato (com’è il caso del sillogismo scientifico);
l’entimema è un sillogismo retorico, svolto unicamente al livello del
pubblico (nel senso di: mettersi a livello di qualcuno), a partire dal
probabile, cioè a partire da quello che pensa il pubblico; è una deduzione
il cui valore è concreto, istituito in vista di una presentazione (è una
specie di spettacolo accettabile), in opposizione alla deduzione astratta,
fatta unicamente per l’analisi; è un ragionamento pubblico, maneggiato
con facilità da uomini incolti. In virtù di quest’origine, l’entimema
procura la persuasione, non la dimostrazione.
Gusto
dell’entimema. L’entimema non è un sillogismo tronco per carenza, ma perché
va lasciato all’ascoltatore il piacere di fare tutto lui nella costruzione
dell’argomento
Dato che il sillogismo retorico
è fatto per il pubblico (e non sotto lo sguardo della scienza), le considerazioni
psicologiche sono pertinenti ed Aristotele vi insiste. L’entimema ha il
diletto d’un percorso, d’un viaggio: si parte da un punto che non ha bisogno
di essere provato e di qui si va verso un altro punto che ha bisogno di
esserlo; si ha la piacevole sensazione (anche se questa deriva da una
forza) di scoprire cose nuove per una sorta di contagio naturale, di capillarità
che sviluppa il conosciuto (l’opinabile) verso lo sconosciuto.
Eppure, per esprimere tutto il suo piacere, questo tragitto va sorvegliato:
il ragionamento non deve essere preso da troppo lontano e non si deve
passare per tutti i suoi gradi per concludere: cosa che stancherebbe (l’epicherema
dev’essere utilizzato soltanto nelle grandi occasioni); dato che, bisogna
fare i conti con l’ignoranza degli ascoltatori (l’ignoranza è precisamente
questa incapacità d’inferire attraverso più gradi e di seguire a lungo
un ragionamento); o piuttosto: questa ignoranza bisogna sfruttarla dando
all’ascoltatore la sensazione ch’è proprio lui a farla cessare, con la
sua stessa forma mentale: l’entimema non è un sillogismo tronco per carenza,
degradazione, ma perché va lasciato all’ascoltatore il piacere di fare
tutto lui nella costruzione dell’argomento: è un po’ il gusto che si prova
nel completare da soli una data griglia (crittogrammi, giochi, parole
incrociate).
Questa soppressione (d’una parte del sillogismo) lusinga la vanità di
quelli a cui parliamo, rimettendosi in qualcosa alla loro intelligenza
e scorciando il discorso, essa lo rende più forte e più vivo; è però evidente
il mutamento morale (in rapporto ad Aristotele): il gusto all’entimema
è ricondotto meno ad una autonomia creatrice dell’ascoltatore che ad un
eccellere della concisione, trionfalmente data come il segno d’un surplus
del pensiero sul linguaggio (il pensiero vince d’una lunghezza sul linguaggio):
"...una delle principali attrattive d’un discorso è quella di
essere pieno di senso e di dare occasione allo spirito di formare un pensiero
più sviluppato di quanto non sia l’espressione..."
Il
verisimile.
Il secondo tipo di "certezza"
(umana, non scientifica) che può servire da premessa all’entimema è il
verisimile, nozione capitale agli occhi di Aristotele.
È un’idea generale che riposa sul giudizio che gli uomini si son fatti
attraverso esperienze ed induzioni imperfette.
"Un padre ama i suoi figli", "un furto commesso senza effrazione
dentro la casa è stato commesso da un familiare", ecc. e sia, ma
il contrario è sempre possibile; l’analista, il retore sentono certo la
forza di queste opinioni, ma in tutta onestà, le tengono a distanza, introducendole
con un esto (sia) che li sgrava agli occhi della scienza, dove il contrario
non è mai possibile.
Il
segno.
Il segno, terzo punto di partenza
possibile dell’entimema, è un indizio più ambiguo, meno sicuro del precedente.
Tracce di sangue fanno supporre un delitto, ma non è sicuro: il sangue
può provenire da una perdita dal naso, o da un sacrificio.
Perché il segno sia probante, ci vogliono altri segni concomitanti; o
ancora, perché il segno cessi di essere polisemico, bisogna ricorrere
a tutto un contesto.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 70
La
Topica: una griglia per unire contenuto e forma.
Un altro senso è quello d’un
reticolo di forme, d’un percorso quasi cibernetico a cui viene sottoposta
la materia che si vuoi trasformare in discorso persuasivo. Bisogna rappresentarsi
le cose in questo modo: un soggetto (quaestio) viene assegnato all’oratore;
per trovare degli argomenti, l’oratore, "accompagna" il suo
soggetto lungo una griglia di forme vuote: dal contatto tra il soggetto
e ogni riquadro (ogni "luogo") della griglia (della Topica)
sorge un’idea possibile, una premessa d’entimema.
È esistita nell’antichità una versione pedagogica di questo procedimento:
la creia o esercizio "utile", era una prova di virtuosismo imposta
agli allievi, che consisteva nel far passare un tema attraverso una serie
di luoghi: quis? quid? ubi? quibus auxiiis? cur? quomodo? quando?
Ispirandosi alle antiche retoriche, Lamy, nel XVII secolo, propone la
griglia seguente: il genere, la differenza, la definizione, l’enumerazione
delle parti, l’etimologia, i correlati (è il campo associativo del radicale),
la comparazione, la repugnanza, gli effetti, le cause, ecc.
Supponiamo di dover fare un discorso sulla letteratura: "stecchiamo"
(e con ragione), ma fortunatamente disponiamo della topica di Lamy: possiamo
allora, per lo meno, porci delle domande e tentare di rispondervi: a quale
"genere" riferiremo la letteratura? arte? discorso? produzione
culturale? Se è un"’ arte", che differenza c’è con le altre
arti. Quante parti assegnarle e quali? Cosa c’ispira l’etimologia del
vocabolo? il suo rapporto con i vicini morfologici (letterario, letterale,
lettere, letterato, ecc.)? Con che cosa sta la letteratura in rapporto
di ripugnanza? il Danaro? la Verità? ecc.
Ecco alcuni di questi luoghi reificati (nel Medioevo):
1) topos della modestia affettata: ogni oratore deve dichiarare che è
schiacciato dal soggetto, che è incompetente e che non è certo civetteria
dirlo, ecc. (excusatio propter infirmitatem);
2) topos del puer senilis: è il tema magico dell’adolescente dotato d’una
perfetta saggezza o del vecchio fornito della bellezza e della grazia
della giovinezza;
3) topos del locus amoenus: il paesaggio ideale, Elisio o Paradiso (alberi,
boschetti, fonte e prati) ha fornito un buon numero di "descrizioni"
letterarie, ma l’origine è giudiziaria: ogni relazione dimostrativa di
una causa obbligava all’argumentum a loco:
bisognava fondare le prove sulla natura del luogo in cui l’azione s’era
svolta; la topografia ha poi invaso la letteratura (da Virgilio a Barrès);
una volta reiflcato, il topos ha un contenuto fisso indipendente dal contesto;
olivi e leoni vengono collocati nelle regioni del nord: il paesaggio viene
staccato dal luogo, dato che la sua funzione è di costituire un segno
universale: quello della Natura: il paesaggio è il segno culturale della
Natura;
4) gli impossibilia: questo topos descrive una brusca compatibilità di
fenomeni, oggetti, esseri contrari, e questa conversione paradossale funziona
come il segno inquietante d’un mondo "ribaltato": il lupo fugge
davanti ai montoni (Virgilio); questo topos fiorisce durante il Medioevo,
dove permette di criticare i tempi: è il tema vecchio e brontolone del
"se ne vedono di tutte", o ancora del colmo. Tutti questi topos,
anche prima del Medioevo, sono pezzi staccabili (prova della loro forte
reificazione), utilizzabili, trasportabili.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 79
Qualche
tipologia di Topiche: oratorie, risibili, teologiche, dell’immaginazione
Torniamo alla nostra topica-griglia.
La topica di Lamy ne ha dato una idea: vi sono i luoghi di grammatica
(etimologia, coniugata), i luoghi di logica (genere, proprietà, accidente,
specie, differenza, definizione, divisione), i luoghi di metafisica (causa
finale, causa efficiente, effetto, tutto, parti, termini opposti); è evidentemente
una topica aristotelica.
Nel secondo caso, che è quello delle Topiche per soggetti, si possono
citare le Topiche seguenti:
1) la topica oratoria propriamente detta; essa comprende di fatto
tre topiche: una topica dei ragionamenti, una topica dei costumi (intelligenza
pratica, virtù, affetto, devozione) ed una topica delle passioni (collera,
amore, timore, vergogna ed i loro contrari);
2) una topica del risibile, parte d’una possibile retorica del
comico; Cicerone e Quintiliano hanno enumerato qualche luogo del risibile:
difetti del corpo, difetti di spirito, incidenti, esteriorizzazioni, ecc.;
3) una topica teologica: essa comprende le diverse fonti da cui
i teologi possono attingere i loro argomenti: Scritture, Padri, Concili,
ecc.;
4) una topica sensibile o topica dell’immaginazione; la troviamo
abbozzata in Vico che parla degli universali fantastici. È possibile vedere
in questa topica sensibile un’antenata della critica tematica, quella
che procede per categorie, non per autori, quella di Bachelard, insomma:
l’ascensionale, il cavernoso, il torrentizio, lo specchiante, il dormiente,
ecc. sono "luoghi" a cui sono sottoposte le "immagini"
dei poeti.
I
luoghi comuni. Può la cosa esser stata fatta o no, potrà esserlo o no?
I luoghi comuni (loci communissimi)
hanno per Aristotde un senso del tutto diverso da quello che noi attribuiamo
a questa espressione. Per Aristotele, questi luoghi comuni sono, in tutto
e per tutto, tre di numero:
1) il possibile/impossibile; confrontati con il tempo (passato,
avvenire), questi termini producono una questione topica: può la cosa
esser stata fatta o no, potrà esserlo o no? Questo luogo può applicarsi
alle relazioni di contrarietà: se è stato possibile che una cosa sia cominciata,
è possibile che finisca, ecc.;
2) esistente/non esistente (o reale/non reale); come il precedente,
questo luogo può essere confrontato col tempo: se una cosa non facile
ad accadere è tuttavia accaduta, quella più facile è certamente avvenuta
(passato); sono qui raccolti dei materiali di costruzione: è probabile
che (in avvenire) verrà costruita una casa;
3) più/meno: è il luogo della grandezza e della piccolezza; sua
molla principale è " a maggiore ragione": vi sono forti possibilità
che X abbia battuto i suoi vicini, dato che batte anche il proprio padre.
La
tesi è una questione generale: bisogna sposarsi? L’ipotesi: è una questione
particolare: X deve sposarsi?
La quaestio è la forma della
specificità del discorso. In tutte le operazioni idealmente poste dalla
"macchina" retorica, viene introdotta una nuova variabile (che
è, per la verità, quando si tratta di fare il discorso, la variabile di
partenza): il contenuto, il punto del contendere, in breve il referenziale.
Questo referenziale, contingente per definizione, può però classificarsi
in due grandi forme, che costituiscono i due grandi tipi di quaestio:
1) la posizione o tesi (pro positum): è una questione generale, "astratta"
diremmo oggi, ma tuttavia precisata, riferita (altrimenti non farebbe
parte dei luoghi speciali), senza però (ed è il suo contrassegno) nessun
parametro di luogo o di tempo (ad esempio: bisogna sposarsi?);
2) l’ipotesi: è una questione particolare, che implica dei fatti, delle
circostanze, delle persone, insomma un tempo ed un luogo (ad esempio:
X deve sposarsi?); è chiaro che in retorica le parole tesi ed ipotesi
hanno un senso del tutto diverso da quello a cui siamo abituati.
3
Status causae. Congettura, definizione, qualità: il fatto è permesso,
utile, scusabile?
La classificazione più semplice
enumera tre status causae (si tratta sempre delle forme che il contingente
può assumere):
1) la congettura: ciò ha avuto luogo o no (an sit)? è il primo
luogo perché è il risultato immediato d’un primo conflitto d’asserzioni:
fecisti / non feci: an fecerit? Sei stato tu a far questo / no, non sono
stato io: è stato lui?;
2) la definizione (quid sit?): qual è la qualifica legale del fatto,
sotto quale nome (giuridico) sussumerlo? è un crimine? è un sacrilegio?;
3) la qualità (quale sii?): il fatto è permesso, utile, scusabile?
È l’ordine delle circostanze attenuanti.
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 85
Perché
conoscere la retorica. Molti tratti della nostra letteratura sarebbero
compresi diversamente se si conoscesse il codice retorico
Eppure, lasciando l’antica
retorica, vorrei dire quello che mi resta personalmente di questo viaggio
memorabile (discesa del tempo, discesa del reticolo, come d’un doppio
fiume). "Quello che mi resta" vuoI dire: le domande che vengono
da questo antico impero al mio lavoro presente e che, una volta avvicinata
la retorica, non posso più evitare.
In primo luogo la convinzione che molti tratti della nostra letteratura,
del nostro insegnamento, delle nostre istituzioni di linguaggio (e vi
è forse una sola istituzione senza linguaggio?) sarebbero chiariti o compresi
diversamente se si conoscesse a fondo (vale a dire se non si censurasse)
il codice retorico che ha dato il suo linguaggio alla nostra cultura;
una tecnica, un’estetica, una morale della retorica non sono più possibili,
ma una storia? Si, una storia della retorica (come ricerca, come libro,
come insegnamento) è oggi necessaria, se allargata da un nuovo modo di
pensare (linguistica, semiologia, scienza storica, psicoanalisi, ecc.).
Barthes R., La retorica antica, Bompiani, pag. 109 |