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Colesterolo, cure dietetiche e infarto

Un’informazione corretta dovrebbe riportare non solo i risultati che confermano l’ipotesi dei ricercatori, ma anche quelli che la mettono in dubbio. Descrivendo l’efficacia della terapia per ridurre il colesterolo, non si dovrebbe dimenticare di descrivere gli effetti indesiderati dei farmaci (per esempio l’aumento di ictus cerebrale emorragico nei pazienti con minori livelli di colesterolo, l’aumentata incidenza di colelitiasi e di tumori riscontrata in seguito a trattamenti dietetici, farmacologici o chirurgici, la maggior incidenza di tumori nei soggetti con livelli inferiori di colesterolo plasmatico) e il ruolo interagente di altri fattori di rischio). L’insieme dei fattori di rischio conosciuti è in grado di predire soltanto il 50-60% degli infarti, e un ruolo molto importante è giocato da fattori sociali, economici e genetici. Ben di rado si legge sulla stampa divulgativa che differenze regionali di mortalità per malattia coronarica non presentano alcuna correlazione con i tradizionali fattori di rischio, né che la riduzione della mortalità coronarica negli Stati Uniti è iniziata prima della massiccia campagna per ridurre il colesterolo e smettere di fumare. Dal momento che la riduzione della mortalità si è verificata in modo analogo per tutti gli strati della popolazione, sembra poco realistico pensare che il cambiamento dello stile di vita sia avvenuto nella stessa direzione e con la stessa intensità nelle comunità bianche più acculturate così come nelle comunità nere più povere.
Il risultato finale è che nelle occasioni in cui ai medici vengono presentati in modo «non tradizionale» i dati riguardanti le ricerche sul colesterolo, l’atteggiamento più frequente che si diffonde tra l’uditorio è lo stupore: tutti erano infatti convinti che i vantaggi del trattamento fossero dimostrati, consistenti, che non vi fossero effetti indesiderati apprezzabili, e che fosse una good clinical practice abbassare il colesterolo sempre e comunque.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 125

Cure dietetiche e infarto

Un muscolo cardiaco danneggiato ha bisogno di particolari cure dietetiche. La mancanza di appetito, la cattiva digestione e la perdita eccessiva di sostanze nutritive dal corpo dopo un attacco cardiaco causano uno stato di malnutrizione. Una dieta equilibrata da un punto di vista nutritivo, è importante perché il cuore ritrovi la sua funzionalità. Cibi ricchi di proteine, frutta, verdura fresca e cereali integrali dovrebbero sostituire nella dieta le grandi quantità di amidi raffinati, dolci, grassi idrogenati e colesterolo. Un consumo eccessivo di grassi è ritenuto dannoso in quanto può indebolire le arterie, ridurne l’elasticità od ostruirle con il colesterolo. Si consiglia il consumo di oli, come quello d’oliva e di colza, che aumentano il livello del colesterolo HDL (vedi Colesterolo alto). Le fibre sono molto importanti e le proteine sono essenziali per rinforzare tutti i muscoli, compreso il cuore.
Le sostanze nutritive possono essere d’aiuto. Un’assunzione supplementare di vitamina E è necessaria per trattenere l’ossigeno nel sangue. La vitamina E fortifica il muscolo cardiaco, agisce a volte come diuretico per liberare il corpo dei fluidi in eccesso, diminuisce la pressione arteriosa troppo elevata e può essere efficace quanto un farmaco anticoagulante nella prevenzione dei grumi. (La vitamina E aumenta temporaneamente la pressione arteriosa, per cui i cardiopatici dovrebbero iniziare con dosaggi bassi, come 100 UI al giorno. L’uso di questa vitamina può essere rischioso per i pazienti con cardiopatie reumatiche). La vitamina E in combinazione con gli acidi grassi insaturi rende possibile la riduzione del colesterolo prevenendo quello squilibrio metabolico che causa l’accumulo di colesterolo nelle arterie. (L’aumento del consumo di oli ricchi di Omega 3 e Omega 6, dovrebbe essere seguito da un aumento di vitamina E).

Un eccesso di peso può essere un fattore che provoca battito cardiaco accelerato e ipertensione. I chili in più penalizzano gravemente il cuore e il sistema circolatorio in generale. Una dieta equilibrata apporterà una riduzione di peso senza i sintomi indesiderati che si riscontrano mangiando solo uno o due tipi di cibo come avviene nelle diete alla moda. L’esercizio fisico è vitale e dovrebbe essere praticato sotto controllo medico. Le persone sedentarie hanno un rischio di infarto superiore del 190%.

La controversia: il colesterolo un fattore di rischio o un marker dell’infarto

Bisogna verificare se il colesterolo vada considerato un fattore di rischio o un marker dell’infarto, come il treponema nei confronti della sifilide o come il colorito giallastro delle dita nei confronti del cancro al polmone. La differenza non è solo semantica: infatti, il primo concetto implica un significato etiologico per cui, modificando l’esposizione al fattore, si riduce l’incidenza della malattia; il secondo concetto invece indica che tra i due elementi c’è solo un rapporto indiretto, mediato da qualche altro fattore. Un tipico esempio di un marker di infarto è il riscontro di una piega nel lobo dell’orecchio. In termini statistici chi ha il lobo diviso da una piccola ruga ha maggiori probabilità di avere un infarto. Ciò non significa che la piega sia la causa della malattia coronarica, e infatti nessuno ha mai proposto né di tagliare via il lobo dell’orecchio «patologico», né di sottoporre questi soggetti a una plastica, nella speranza di evitargli l’infarto. È stato di recente ipotizzato che anche l’ipertensione sia solo un marker di aumentata progressione dell’aterosclerosi e non un fattore determinante della malattia.
In termini generali, va considerato che evitare una malattia implica un approccio ben diverso dal guarirla. Nel primo caso infatti il cardiologo dovrebbe trattare «una persona sana, per una malattia che presumibilmente non avrà occasione di contrarre durante la sua vita». Quando un individuo sta male, invece, gli eventuali disagi di un trattamento sono ricompensati dalla remissione dei sintomi. Se l’intervento non è efficace se ne possono costatare i limiti e se ne può proporre un altro. Gli effetti indesiderati del trattamento (che talvolta possono essere molto fastidiosi e anche gravi) vengono di solito ricompensati dalla guarigione. Quando un individuo sta bene, invece, l’intervento preventivo non offre alcun risultato evidenziabile.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 129

La variazione spontanea del colesterolo nel sangue

Nonostante da alcuni decenni si discuta del ruolo del colesterolo come fattore di rischio dell’infarto, il problema della variazione spontanea del colesterolo nel sangue è sempre stato minimizzato. Alcune modificazioni dipendono da fluttuazioni biologiche che si verificano nell’arco della giornata o dell’anno; pur mantenendo costante la dieta sono state segnalate differenze del 10% tra diversi prelievi effettuati in ore diverse e valori inferiori del 4-10% durante l’estate. Il livello ematico di colesterolo si modifica ovviamente in base all’alimentazione, ma anche in seguito a esercizio fisico (che lo riduce), ad assunzione di alcool o a fumo di sigarette (che invece lo aumentano).
Alcune malattie come l’infarto, le infezioni o le malattie infiammatorie possono alterare il tasso di colesterolo, ed è stato segnalato che circa un centinaio di farmaci possono aumentare o diminuire la colesterolemia.
Oltre alle variazioni biologiche, anche il modo in cui viene prelevato il sangue può alterare il risultato; se il paziente è in piedi il colesterolo aumenta e l’effetto dell’ortostatismo è rapido e marcato; se il laccio emostatico viene tenuto per più di un minuto il colesterolo totale aumenta del 2% e dopo 15 minuti del 37%; se il campione di sangue viene prelevato da una goccia di sangue sulla punta del dito il valore è minore. Ulteriori variazioni si verificano in base al tipo di provette usate, al modo con cui vengono conservate e trasportate e al metodo che il laboratorio adotta per l’analisi.
In un’indagine è stato verificato che la media di colesterolo ricavata da 377 campioni di sangue era uguale a 251 mg/dl in un laboratorio e a 265 mg/dl in un altro.
Alcuni ricercatori hanno provato a misurare il colesterolo ogni settimana per un mese a 20 individui e hanno verificato che in tre quarti dei soggetti era avvenuta una variazione in più o in meno, del 20%. Il 40% dei pazienti era passato da una categoria a rischio a un’altra, secondo lo schema del National Cholesterol Education Program, e il 10% dal livello «desiderabile» a quello «ad alto rischio» o viceversa. Questo significa che un decimo dei casi analizzati si era trovato un giorno nella condizione di essere liberato dalla minaccia di un infarto e la settimana successiva, senza aver modificato alcunché della sua vita, di essere condannato a portarsi la spiacevole etichetta di «uomo a rischio» costretto a sottoporsi ad altri esami e trattamenti.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 104

Il colesterolo buono

Secondo alcuni autori il diabete e bassi valori di HDL (highdensity lipoproteins, proteine che trasportano il colesterolo dalle pareti delle arterie al fegato e che pertanto vengono comunemente definite come «il colesterolo buono») hanno un peso prognostico maggiore nelle donne che negli uomini; il livello ematico dei trigliceridi (grassi che si trovano nel cibo e nel sangue), che ha un ruolo secondario nel sesso maschile, sembra assumere un valore determinante nel predire l’infarto nelle donne. Infatti, un aumento del colesterolo di 10 mg/dl determina un aumento del rischio del 33% negli uomini e del 18% nelle donne; la presenza di intolleranza ai glicidi provoca un aumento del rischio del 30% negli uomini
e del 55% nelle donne; una diminuzione del colesterolo HDL di 5 mg/dl determina un aumento del rischio del 21% negli uomini e del 26% nelle donne. Inoltre, nelle donne sembra che abbiano un maggior ruolo protettivo elevati livelli di colesterolo HDL, che non bassi valori di colesterolo LDL. Purtroppo le diete consigliate dalla American Heart Association riducono le LDL negli uomini e nelle donne, ma riducono anche le HDL nelle donne; a questo proposito è stato sollevato il dubbio che nelle donne le diete consigliate possano essere addirittura controproducenti. A parità di livelli di colesterolo, si ha l’impressione che le donne siano protette in qualche modo contro la malattia coronarica e che quindi i cambiamenti dello stile di vita proposti per gli uomini siano potenzialmente meno efficaci.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 98

Non c’è alcuna prova che sia vantaggioso ridurre il colesterolo anche a coloro che hanno valori bassi

Chi ha il colesterolo elevato per alterazioni genetiche (ma sono pochissime persone) ha molte più probabilità di morire per un infarto, di chi ha il colesterolo basso. E se è vero che è importante «curare» costoro, non c’è alcuna prova scientifica che sia vantaggioso ridurre il colesterolo anche a coloro che hanno valori ematici intermedi. Abbassare il colesterolo artificialmente non significa ridurre il rischio di malattia coronarica fino al livello di coloro che hanno il colesterolo naturalmente basso.

La cautela nel rispondere alle domande dipende dal fatto che non vorrei contrapporre alla mania delle diete l’idea che il colesterolo non abbia alcun rapporto con la malattia coronarica. Non intendo scatenare una guerra di religione tra chi e favorevole al paradigma dominante e chi è contrario, né ho alcun legame con l’industria casearia per sostenere, altrettanto acriticamente, l’assoluzione con formula piena del colesterolo. Credo che siano altrettanto pericolose la posizione degli evangelizzatori che vorrebbero convertire l’umanità a una dieta prescritta da loro, e la posizione dei nichilisti che aspettano eternamente e invano la prova finale prima di agire. I primi sono assillanti, i secondi improduttivi.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 17

Conclusioni sul colesterolo

Il messaggio che si può quindi trarre dalle indagini è che esistono differenti percentuali di infarti in popolazioni che seguono differenti diete e che presentano diversi livelli di colesterolo nel sangue. Ma, sulla base di questi dati, giungere a sostenere che il colesterolo sia il fattore che determina l’infarto, il passo è ancora un po’ troppo lungo.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 31

Per non morire di colesterolo, gli sventurati rischiavano di accorciare la vita con il clofibrato

Il colesterolo è un importante «fattore di rischio» per la nostra salute. Si capisce perciò che quando sono stati messi in commercio dei farmaci capaci di contrastarlo, la risposta dei medici e del pubblico sia stata entusiastica. In realtà, questi prodotti sono efficaci in caso di ipercolesterolemia (quando cioè il livello del colesterolo nel sangue è abnormalmente alto) mentre hanno dimostrato scarsa attività in situazioni di colesterolemia normale. Tuttavia uno di essi, il clofibrato, ha avuto un tale successo da venire impiegato non soltanto come curativo, ma anche come preventivo. Milioni di soggetti sani tra i 45 e i 50 anni prendevano il clofibrato, su consiglio del medico, nella speranza di prevenire l’aumento del colesterolo, frequente in questa fascia di età, e di attenuare o dilazionare l’insorgenza dell’aterosclerosi.
Questa pratica è andata avanti finché non sono stati resi noti gli esiti di un test realizzato su migliaia di pazienti in vari paesi. Dopo anni di trattamento, si è visto che in effetti il farmaco riduceva, in misura statisticamente significativa, l’incidenza della colesterolemia e della mortalità per malattie cardiovascolari, ma purtroppo la mortalità totale era maggiore nel gruppo dei pazienti trattati rispetto agli altri gruppi.
Un bel guadagno, non c’è che dire: per non morire di colesterolo, gli sventurati rischiavano di accorciare la vita con il clofibrato, ignorandone gli effetti tossici per l’organismo. Ciò dimostra che anche una prescrizione profilattica deve essere basata non su presunzioni o impressioni, ma su precisi dati di fatto.
Del resto, se un farmaco è attivo nel trattamento di una malattia, non è detto che lo sia anche nella prevenzione della malattia stessa. L’abuso di antibiotici si basa proprio sul principio opposto: quando il medico ordina l’antibiotico a un suo paziente con l’influenza, quindi con una specifica malattia virale, lo fa per prevenire un’eventuale infezione batterica. Tuttavia nessuno ha dimostrato che questo serva a qualcosa.
La verità è che medici poco informati e industrie farmaceutiche poco scrupolose tendono ad allargare il più possibile il ventaglio delle indicazioni, mentre l’interesse dell’ammalato è quello di assumere un farmaco per una determinata indicazione solo quando ne, sia stata dimostrata l’attività. Quando si dice «leggere attentamente le avvertenze», bisognerebbe aggiungere di prenderle con beneficio d’inventario. Perché molte delle malattie che i «bugiardini» promettono di curare - soprattutto in un paese come il nostro, dove le indicazioni sono ancora poco controllate - non sono altro che pii desideri degli uffici marketing.
Garattini S. Chiaberge R., “Scoppiare di salute”, Rizzoli, pag. 155

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