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Le forme cliniche più frequenti di infarto

L’attacco cardiaco è una situazione di sofferenza acuta delle strutture cardio-circolatorie.
È caratterizzato dalla cessazione improvvisa delle funzioni circolatoria e respiratoria. Come conseguenza si ha una rapida e progressiva diminuzione dell’apporto di ossigeno ai tessuti, primo fra tutti il cervello.

Le cause possono essere molteplici: ictus, annegamento, ostruzione delle vie aeree per corpo estraneo, infarto del miocardio, inalazione di fumi, traumi ecc. Quando è in atto un arresto cardio-respiratorio, la persona è priva di coscienza, non respira e non ha pulsazioni cardiache. La situazione è di pericolo estremo e in queste condizioni il soggetto, lasciato a sé andrebbe incontro a danni organici irreversibili fino alla morte.
È fondamentale agire con la massima tempestività, perché i risultati migliori si ottengono se si attuano le manovre rianimatorie nei primi minuti dall’evento. Già dopo quattro minuti dall’assenza di circolazione iniziano, infatti, i primi danni alle strutture cerebrali (il cervello, per le sue caratteristiche intrinseche è il tessuto più sensibile alla diminuzione dell’apporto di ossigeno da parte del circolo sanguigno).

La gravità dei quadri patologici è variabile, ma spesso si tratta di episodi che rappresentano un pericolo immediato per la sopravvivenza del soggetto. In alcuni casi di infarto miocardico acuto, ad esempio, la parte di tessuto cardiaco va incontro a necrosi per mancanza di ossigenazione dovuta a un’ostruzione delle arterie coronarie, cioè i vasi sanguigni che irrorano il cuore.

Il più frequente è l’infarto del miocardio

Le forme cliniche più frequenti di infarto sono:
    * infarto cerebrale (cervello), responsabile dell’80% dei casi di ictus
    * infarto del miocardio (cuore)
    * infarto intestinale
    * embolia polmonare
Il più frequente fra tutti è quello del miocardio, tanto che l’uso della parola infarto indica comunemente quello a carico del cuore.

Nel caso di organo irrorato da più vasi, l’infarto è molto più raro. Nel fegato, per esempio, l’85% del flusso nutritizio è trasportato dalla vena porta, mentre l’arteria epatica contribuisce per il 15%. Un’ostruzione di quest’ultima non provoca quindi un infarto del tessuto da essa irrorato. Un’occlusione acuta della vena porta è poco frequente.
Questa doppia irrorazione viene utilizzata efficacemente per il trattamento dei tumori epatici: essi infatti sono irrorati solo dall’arteria epatica e non dalla vena porta. Questo permette un approccio terapeutico sclerotizzante senza ledere il tessuto epatico sano.

Fattori di rischio e causalità. Tanti indizi costituiscono una prova?

Per accertare se esiste un rapporto di causa/effetto tra un certo fattore e una malattia sono stati suggeriti sette criteri di causalità. Si riconosce cioè l’esistenza di un nesso causale se:
1) i soggetti esposti all’azione di un fattore hanno un rischio maggiore di incorrere nella malattia (forza dell’associazione);
2) il fattore provoca sempre una certa malattia (specificità dell’associazione);
3) l’esposizione al fattore precede la comparsa della malattia (sequenza temporale);
4) all’aumentare dell’esposizione aumenta anche il rischio di incorrere nella malattia (gradiente dose-risposta);
5) sussiste una spiegazione biologica del rapporto tra il fattore e la malattia (plausibilità biologica);
6) le conclusioni delle ricerche su uno stesso fattore mostrano risultati coerenti (concordanza tra ricerche);
7) esistono analogie con il comportamento di fattori simili nei riguardi della stessa malattia (analogia con altri fattori).

Forza dell’associazione

Nel gruppo italiano del Seven Countries Study si è verificato che coloro che hanno elevati valori di colesterolo hanno un rischio maggiore di avere un infarto. Ciò significa che il rischio di incorrere in malattie di cuore per chi si trovava nel gruppo con colesterolo più basso era 2,5 volte inferiore rispetto a chi si trovava nel gruppo con colesterolo più elevato.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 61

Il rischio di andare incontro a infarto è uguale per uomini e donne?

No, non è lo stesso. Infatti il sesso è uno dei fattori di rischio. Negli uomini la stima dei casi prevalenti nel 2000 è stata di 220.000 casi nella fascia di età compresa fra 25 e 74 anni, con il verificarsi di circa 90 nuovi casi al giorno; nelle donne sono stati stimati un po’ più di
39.000 casi l’anno, pari a 30 nuovi casi al giorno. Questa differenza deriva da molteplici ragioni la più importante delle quali è l’effetto protettivo esercitato dagli ormoni femminili, gli estrogeni, su cuore e vasi. Il rischio cardiovascolare delle donne risulta, inferiore a quello degli uomini fino alla menopausa e, dopo un periodo di latenza, si ha un aumento relativamente brusco.

E le donne?

Gran parte delle informazioni riguardanti l’efficacia della riduzione del colesterolo si riferiscono agli uomini; viene sostenuto infatti che, essendo minore l’incidenza di malattia coronarica nelle donne, è meno importante l’effetto dovuto alla riduzione del colesterolo.
Dallo studio epidemiologico di Framingham si ricava che la malattia coronarica si sviluppa nelle donne 10-15 anni dopo che nell’uomo e l’ipercolesterolemia, pur essendo un fattore di rischio predittivo di malattia coronarica, ha un peso meno forte che negli uomini. L’incidenza di malattie cardiache nelle donne è influenzata dalla menopausa, dall’uso di contraccettivi orali e da terapie ormonali sostitutive.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 96

Confronto tra malati e non malati

Se scopriamo tra i pazienti con l’infarto una maggiore percentuale di individui fumatori, sedentari o stressati rispetto a un gruppo senza infarto, possiamo ragionevolmente sospettare che il fumo, l’inattività fisica o lo stress siano associati a questa malattia. In termini tecnici si dice che tali caratteristiche sono fattori di rischio dell’infarto. Con questo termine ci si riferisce a caratteristiche individuali che aumentano la probabilità di sviluppare negli anni successivi una certa malattia. I fattori di rischio non sono la causa della malattia: ovvero non tutti gli individui che presentano quella caratteristica andranno incontro necessariamente a quella malattia, e d’altra parte l’assenza di quella caratteristica non assicurerà la protezione dalla malattia.

Le insidie della ricerca

Vediamo i più frequenti trabocchetti insiti in questo tipo di ricerca. In primo luogo non tutti coloro che si ammalano possono essere intervistati. E noto che circa il 30% di coloro che sono colpiti da un infarto cardiaco muore prima del ricovero e circa il 10% ha l’infarto senza accorgersene. Utilizzando soltanto le informazioni raccolte da coloro che sopravvivono all’infarto, si possono commettere errori nell’interpretazione dei risultati.

In secondo luogo, è molto delicata la scelta dei soggetti di controllo. Se si prende un gruppo di pazienti con infarto e come controllo un gruppo di pazienti con cancro al polmone, l’abitudine del fumo non risulterà un fattore di rischio per l’infarto, in quanto è percentualmente più rappresentata nei soggetti con cancro al polmone.

In terzo luogo, chi è affetto da una malattia è indotto a ricordare (o a esagerare) eventi passati più di chi continua a stare bene o è affetto da qualche altra malattia. Quando un individuo si ammala viene sollecitato a fornire informazioni che riguardano la sua vita e la storia della sua famiglia e tenderà a ricordare quegli eventi che ritiene siano associati con la malattia che lo ha colpito.

In quarto luogo, la probabilità che un paziente venga ricoverato in ospedale dipende dalla gravità della malattia e dalla concomitante presenza di altri disturbi. Berkson, che per primo ha sollevato questo problema, sosteneva che è più facile essere ricoverati in ospedale quando si hanno due malattie (per esempio l’infarto e l’ulcera) che non quando se ne ha una sola. Se allora si studia il rapporto tra ulcera e infarto si troverà un «eccessivo» numero di ulcere tra gli infartuati e si trarrà l’errata conclusione che l’una può essere causa dell’altro.

In quinto luogo, quando si sospetta che un certo fattore sia collegato con l’evento, è più facile che la presenza di quel fattore indirizzi su una certa diagnosi. In particolare, se due individui della stessa età e dello stesso sesso si presentano in Pronto Soccorso con un dolore al torace, è più probabile che venga sospettato e poi diagnosticato l’infarto al soggetto che ha il colesterolo plasmatico oltre 350 mg/dl, piuttosto che a quello con colesterolo di 250 mg/dl.
Bobbio M., “Leggenda e realtà del colesterolo”, Bollati Boringhieri, pag. 35

Le tre cause principali dell’infarto miocardico acuto

L’aterosclerosi, il fumo e l’obesità sono tra le cause principali dell’IMA, che a sua volta rappresenta una delle maggiori cause di morte nel mondo occidentale. Nei casi più gravi la morte è improvvisa e si verifica entro breve tempo dall’insorgenza dei sintomi. Un tempestivo riconoscimento del quadro patologico e una pronta messa in opera delle manovre rianimatorie appropriate fino al trasferimento in ospedale sono molto fattori essenziali per riuscire a superare il momento dell’infarto.
La causa è costituita nella quasi totalità dei casi dall’aterosclerosi. Quando vanno incontro ad ulcerazione, le placche aterosclerotiche possono provocare occlusione arteriosa acuta (e quindi infarto), sia attraverso la formazione di emboli che attraverso la trombosi sovrapposta all’ulcerazione. L’infarto miocardiaco, dove l’organo interessato è il cuore e l’infarto cerebrale (responsabile dell’80% dei casi di ictus) sono le più frequenti cause di morte nei paesi occidentali; altre tipologie di infarto sono relativamente rare, poichè molti distretti sono irrorati da più arterie, cosa che permette al vaso non interessato, di supplire efficacemente al deficit nutritizio.

I sintomi sono diversi a seconda dell’organo interessato, tuttavia il sintomo principale è rappresentato da dolore acuto (ad insorgenza improvvisa), di varia intensità; è però possibile che l’infarto sia clinicamente asintomatico, soprattutto qualora sia di dimensioni molto piccole.

La regione colpita da infarto diviene necrotica (è questa necrosi che scatena i sintomi acuti): se il malato sopravvive alla fase acuta dell’infarto, l’organismo riassorbe i tessuti morti senza rigenerare la parte persa (cosa impossibile senza afflusso di sangue), ma forma in quella zona una cicatrice di tessuto connettivo fibroso, e l’organo interessato perde definitivamente una parte della sua funzionalità.

Eziologia

La causa principale è da rinvenire nell’ostruzione di un vaso ad opera di una placca aterosclerotica. Rientrano dunque nei fattori di rischio per l’angina pectoris gli stessi fattori di rischio dell’aterosclerosi:
    * fumo;
    * alti livelli di colesterolo;
    * pressione alta;
    * diabete mellito;
    * obesità;
    * vita sedentaria.
L’angina pectoris può presentarsi come patologia secondaria in casi di insufficienza cardiaca, aritmia e altre condizioni che possano provocare un ridotto afflusso di sangue al cuore.

Da cosa possono essere scatenati gli attacchi

Le arterie che forniscono sangue al cuore sono disposte intorno al cuore come una corona, ed è per questo che vengono chiamate arterie coronarie. Queste arterie forniscono sangue e ossigeno ad arterie più piccole collegate al cuore. L’angina è caratterizzata da un dolore al petto causato da una diminuzione della circolazione in queste piccole arterie che fornisce scarso ossigeno al cuore. L’ischemia silente differisce dall’angina solo perché non causa dolore ed è considerata più pericolosa perché non dà avvisi di quello che potrebbe succedere. L’elettrocardiogramma metterà in luce gli eventuali problemi. Gli attacchi possono essere scatenati da un pasto pesante, da uno sforzo fisico eccessivo, da stress, tensione emotiva o dal freddo. La frequenza e la durata degli attacchi varia, e può andare da diversi attacchi in un giorno a pochi attacchi in diversi anni.
Anche l’intensità del dolore può variare da una sensazione di pressione sino ad un dolore insopportabile. Inizia di solito nella parte superiore del torace o nella gola e si irradia verso la spalla e il braccio sinistro. Il paziente è pallido, sudato e molto ansioso. I sintomi sono molto simili a quelli di un infarto, differenziati dalla durata del dolore, che nell’angina dura solo pochi minuti e viene mitigato dal riposo. Bisogna considerare però che se l’apporto di sangue è veramente insufficiente l’angina pectoris può trasformarsi in un attacco di cuore.

Quando l’aterosclerosi ha danneggiato la circolazione al punto da ostruire completamente un’arteria coronaria e impedire l’arrivo di ossigeno al cuore, una parte delle cellule del cuore muore e abbiamo il manifestarsi di quello che viene chiamato tecnicamente infarto del miocardio, o attacco di cuore. Diversamente dall’angina, l’infarto colpisce all’improvviso, senza avvertimento. Di solito l’infarto è causato da una rottura o da un coagulo. I depositi grassi hanno bisogno di anni per accumularsi sulle pareti delle arterie; ma un coagulo di sangue che si forma velocemente nelle persone affette da aterosclerosi (inclusi i bambini) può ostruire un’arteria e interrompere l’arrivo di ossigeno immediatamente.

L’infarto malattia sociale

Valutiamo ora l’importanza dell’infarto sul piano sociale.
Le prime domande che è logico porsi sono queste: l’infarto colpisce più frequentemente di quanto non accadesse, ad esempio, 30 anni fa? Hanno importanza il sesso e l’età?
La risposta al primo quesito, a differenza di quanto si possa credere, non è affatto semplice, giacché nei tempi passati molti infarti non venivano riconosciuti come tali perché la malattia era poco nota e perché scarso era l’aiuto dei mezzi tecnici. Comunque pare di poter concludere che la frequenza dell’infarto sia effettivamente aumentata, forse per l’alimentazione diversa e il ritmo di vita accelerato, molto meno però di quanto comunemente si pensi. Per quando riguarda il secondo quesito, si può invece rispondere con assoluta sicurezza che il sesso maschile è colpito circa 4 volte più del femminile e l’età preferita va dai 50 ai 60. Ampi rilievi statistici esistono ormai sulla diffusione dell’infarto miocardico - e dei fattori che ad esso predispongono, per esempio, l’arteriosclerosi - e sulla percentuale delle morti a esso dovute nelle varie parti del mondo.
Dal « Rapporto epidemiologico e demografico » dell’Organizzazione Mondiale di Sanità del 1956, dedicato all’arteriosclerosi, risulta per esempio che in Giappone su 10 000 persone ne muoiono 48 per sclerosi delle coronarie, contro le 847 che muoiono per la stessa causa negli USA. Si è visto, d’altra parte, che i Giapponesi da tempo residenti negli USA soffrono con la stessa frequenza degli Americani di sclerosi delle coronarie così come d’infarto. È chiaro quindi che non è il fattore razziale, cioè l’appartenenza a una certa razza, che gioca nel determinare questa rilevantissima differenza, ma il fattore ambientale, cioè il sistema di vita.
Parenzan L., “Il cuore”, Fabbri editori, pag. 122

Se hai notizie sull’infarto o una tua storia personale da raccontare, non esitare a contattarci. Se vuoi, puoi leggere lettere di infartuati (persone colpite da infarto). Queste pagine sono aperte a chiunque voglia far circolare informazioni sulle malattie del cuore e sull’infarto in particolare.

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