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I brani più importanti di Bateson
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Perché i francesi agitano le braccia?Figlia. Papà, perché i francesi agitano sempre le braccia? Padre. Come, agitano le braccia? F. Voglio dire, quando parlano. Perché agitano le braccia e fanno gesti? … P. A te cosa viene in mente quando vedi un francese che agita le braccia? F. Penso che sembra un po’ sciocco, papà. Ma non credo che un altro francese la pensi così; non possono sembrarsi tutti sciocchi a vicenda. Perché, se fosse così, la smetterebbero; non ti pare? P. Forse, ma questa non è una domanda semplice. Che cos’altro ti fanno venire in mente? F. Be’... sembrano tutti eccitati... P. Bene.., dunque “sciocchi” ed “eccitati”. F. Ma sono veramente eccitati come sembrano? Se io fossi eccitata a quel modo, avrei voglia di ballare o cantare o dare un pugno sul naso a qualcuno.., loro invece continuano solo ad agitare le braccia. Non possono essere eccitati sul serio. … P. Be’... supponiamo che tu stia parlando con un francese e che lui stia agitando le braccia di qua e di là, e poi nel bel mezzo della conversazione, dopo che tu hai detto qualcosa, lui smetta improvvisamente di gesticolare, e parli soltanto. Che cosa penseresti? Che ha semplicemente smesso di essere sciocco ed eccitato? F. No... mi spaventerei. Penserei di aver detto qualcosa che lo ha offeso, e forse potrebbe essersi arrabbiato sul serio. P. Già... e forse avresti ragione. F. D’accordo... allora smettono di gesticolare quando cominciano ad arrabbiarsi. P. Un momento. Dopo tutto il problema è di sapere che cosa un francese dice a un altro francese col suo gesticolare. E abbiamo già un pezzo della soluzione: ... gli dice qualcosa su ciò che prova nei confronti dell’altro tizio. Gli dice che non è arrabbiato sul serio.., che vuole e può essere ciò che tu chiami i sciocco .. F. Ma... no... questo non ha senso. Non può far tutto quel lavoro per poter dopo dire all’altro tizio che è arrabbiato solo tenendo le braccia ferme. Come fa a sapere che dopo si arrabbierà? P. Non lo sa. Ma per ogni evenienza... F. No, papà, non ha senso. Io non sorrido per poterti dopo dire che mi sono arrabbiata smettendo di sorridere. P. E invece, credo che questo sia uno dei motivi per cui si sorride. E ci sono molte persone che sorridono per dirti che non sono arrabbiate … F. Quindi tu sostieni che tutto, nella conversazione, si riduce a dire agli altri che non si è arrabbiati con loro... P. Ho detto così? No... non tutto nella conversazione, molto però sì. A volte, se i due interlocutori hanno voglia di ascoltare con attenzione, è possibile far qual cosa di più che non scambiarsi saluti e auguri. Si può addirittura far di più che scambiarsi informazioni: i due possono persino scoprire qualcosa che nessuno dei due prima sapeva. … F. Perché la gente non dice semplicemente: « Non ce l’ho con te » e la pianta lì? P. Ah, ora arriviamo al vero problema. Il punto è che i messaggi che ci scambiamo coi gesti sono in realtà una cosa diversa da qualunque traduzione in parole che possiamo dare di quei gesti. F. Non capisco. P. Voglio dire... per quanto si dica a qualcuno, impiegando solo “parole pure e semplici”, che si è o non si è arrabbiati non è la stessa cosa che dirglielo con i gesti o con il tono della voce. F. Ma, papà, non si possono dire parole senza un qualche tono di voce, no? Anche se uno usasse meno tono possibile, gli altri sentirebbero che lui sta esitando... e questo sarebbe una specie di tono, no? P. Si, penso di sì. Dopo tutto è quello che ho detto poco fa sui gesti... che il francese può dire qualcosa di particolare smettendo di gesticolare… Il punto è che non esistono parole pure e semplici. Vi sono soltanto parole con gesti o con tono di voce o con qualcosa del genere. … Cioè l’idea che la lingua sia fatta di parole è tutta una balordaggine, e quando ho detto che i gesti non potrebbero esser tradotti in “parole pure e semplici”, ho detto una balordaggine, perché non esistono “parole pure e semplici” E tutta la sintassi e la grammatica e tutta quella roba lì, è una balordaggine. È tutto basato sull’idea che esistano le parole pure e semplici ... e invece non ci sono. F. Ma, papà... P. Ti dico... che dobbiamo ricominciare tutto da capo e supporre che una lingua sia prima di tutto un sistema di gesti. Dopo tutto gli animali hanno solo gesti e toni di voce… e le parole furono inventate più tardi. Molto più tardi. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 46 |
Perché i francesi agitano le braccia? |
Quante cose sai?Figlia. Papà, quante cose sai? Padre. Eh? Uhm, so circa un chilo di cose… F. Ma tu sai più cose del papà di Johnny? Sai più cose di me? P. Uhm... una volta conoscevo un ragazzino in Inghilterra che chiese a suo padre: I padri sanno sempre più cose dei figli? » e il padre rispose: « Sì ». Poi il ragazzino chiese: « Papà, chi ha inventato la macchina a vapore? e il padre: « James Watt ». E allora il figlio gli ribatté: « Ma perché non l’ha inventata il padre di James Watt? ». Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 55 |
Quante cose sai? il padre di James Watt |
I rami del pensieroF. Una volta ho fatto un esperimento. P. Quale? F. Volevo vedere se riuscivo a pensare due pensieri contemporaneamente. Allora pensai ‘È estate’ e pensai ‘È inverno’. E cercai di pensare alle due cose insieme. P. Allora? F. Ma mi accorsi che non stavo pensando due pensieri. Pensavo un solo pensiero a proposito di pensarne due. P. Certo, è proprio così. Non si possono mescolare i pensieri, si possono solo combinare. E alla fin fine ciò significa che non li si può contare. Perché contare è proprio aggiungere semplicemente una cosa all’altra. E per i pensieri questo non lo si può fare assolutamente. F. Allora veramente abbiamo un solo grande pensiero che ha tanti rami.., tanti e tanti e tanti rami? P. Sì, penso di sì. Non so. Comunque penso che sia un modo più chiaro per dirlo. Cioè più chiaro che parlare di pezzi di sapere e cercare di contarli. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 61 |
I rami del pensiero |
La scatola neraF. Papà, che cos’è una scatola nera? P. Una ‘scatola nera’ è un accordo convenzionale tra gli scienziati perché a un certo punto si smetta di cercar di spiegare le cose. Di solito credo che sia un accordo temporaneo. F. Ma detto così non ha l’aria di una scatola nera. P. No... ma così l’hanno chiamata. Spesso le cose non rassomigliano ai loro nomi. F. È vero. P. È una parola introdotta dagli ingegneri. Quando disegnano lo schema di una macchina complicata, usano una specie di stenografia: invece di tracciare tutti i particolari, mettono una scatola al posto di un mucchio di parti e battezzano la scatola con un nome che indica ciò che quel mucchio di parti dovrebbe fare. F. Allora una ‘scatola nera’ è un’etichetta per quello che tutte quelle parti dovrebbero fare... P. Esatto. Ma non è una spiegazione di come quelle parti funzionano. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 77 |
La scatola nera |
Essere oggettivi sul sesso, ma non sull’amoreP. Il pensiero dovrebbe restare una parte del tutto, ma invece si diffonde e interferisce col resto. Affetta tutto e ne fa tanti pezzi. F. Non ti capisco. P. Be’, il primo taglio è tra la cosa oggettiva e il resto. E poi dentro la creatura che è costruita sul modello di intelletto, linguaggio e strumenti, è naturale che si sviluppi la finalità. Gli strumenti servono a certi fini, e tutto ciò che blocca la finalità è un impaccio. Il mondo della creatura oggettiva si divide in cose ‘utili’ e in cose nocive - F. Sì, questo lo capisco. P. Bene. Poi la creatura applica questa divisione al mondo dell’intera persona e l’ «utile» e il «nocivo» diventano il Bene e il Male, e con ciò il mondo è diviso tra Dio e il serpente. E poi, via via, si susseguono altre divisioni, perché l’intelletto continuamente classifica e ripartisce le cose. F. Moltiplicando i principi esplicativi oltre il necessario? P. Esatto. F. Così è inevitabile che quando la creatura oggettiva guarda gli animali, divida le cose e renda gli animali simili a esseri umani dopo che l’intelletto ne abbia invaso l’anima. P. Precisamente. È una specie di antropomorfismo inumano. F. E questo è il motivo per cui le persone oggettive studiano tutti i piccoli folletti invece che le cose grandi? P. Sì. Si chiama psicologia S-R. È facile essere oggettivi sul sesso, ma non sull’amore. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 89 |
Essere oggettivi sul sesso, ma non sull’amore |
I valori di un balineseA Bali l’attività, piuttosto che essere finalizzata, cioè diretta verso qualche scopo futuro, è apprezzata di per sé. L’artista, il danzatore, il musicista e il prete a volte ricevono un compenso pecuniario per la loro attività professionale, ma solo raramente questo compenso è sufficiente a ripagare anche solo il tempo e i materiali impiegati dall’artista. Il compenso è un segno di apprezzamento, è una definizione del contesto in cui recita la compagnia teatrale, ma non è il suo sostegno economico. I guadagni della compagnia sono ad esempio messi da parte per comperare nuovi costumi, ma, al momento dell’acquisto, per mettere insieme la somma necessaria ogni membro deve di solito contribuire notevolmente al fondo comune. Analogamente, per quanto concerne le offerte che vengono portate al tempio in ogni festa non c’è alcun fine in questo enorme dispendio di lavoro artistico e di ricchezze materiali: il dio non concederà alcuna grazia per la bella ghirlanda di fiori e frutti che il fedele ha intrecciato per la ricorrenza annuale nel suo tempio, né si vendicherà delle omissioni. In luogo di uno scopo futuro, vi è una soddisfazione immediata e immanente nel compiere armoniosamente e con grazia, insieme con tutti gli altri, ciò che è giusto compiere in ogni contesto particolare. In genere è evidente la soddisfazione provata nell’eseguire le cose alacremente e con gran concorso d’altra gente. D’altra parte l’essere espulsi dal gruppo è una tale sventura, che la minaccia di questa espulsione è una delle sanzioni più gravi nell’ambito della cultura. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 148 L’atteggiamento balinese potrebbe essere descritto come una abitudine a sequenze meccaniche ispirate da una costante sensazione di pericolo imminente sia pure indefinito, mentre il nostro potrebbe essere descritto, in termini analoghi, come una abitudine a sequenze meccaniche ispirate da una costante eccitazione per una imminente, sia pure indefinita, ricompensa… Per quanto riguarda la componente di ricompensa, ritengo che non si tratti di un problema al di fuori della nostra portata. Se il balinese può essere mantenuto occupato e felice da una paura senza nome e senza forma, fuori dello spazio e del tempo, noi potremmo bene essere tenuti all’erta da una speranza di enormi raggiungimenti senza nome, forma e luogo. Perché una tale speranza sia efficace non è certo necessario che il suo oggetto sia chiaramente definito. È solo necessario essere sicuri che ad ogni momento il successo può trovarsi appena svoltato l’angolo e, vero o falso che sia, questo non potrà mai essere deciso. Ci incombe di diventare come quei pochi scienziati e artisti che lavorano sotto la spinta di questa urgenza ispiratrice, l’urgenza che nasce dal sentire che la grande scoperta, la risposta a tutti i nostri problemi, oppure la grande creazione, il sonetto perfetto, sono sempre appena fuori della nostra portata, o come una madre che sente che c’è vera speranza, purché vi si impegni costantemente, che il suo bambino diventi quel fenomeno infinitamente raro: una persona felice e grande. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 214 |
I valori di un balinese |
Stile e significatoVoglio occuparmi di quale importante informazione psichica si trovi nell’oggetto artistico a prescindere da ciò che esso possa ‘rappresentare’. È il fatto di rappresentare che è in sé significativo. I cavalli e i cervi estremamente realistici di Altamira non concernono certo le stesse premesse culturali che i neri contorni assai stilizzati di un periodo successivo. Il codice tramite il quale gli oggetti o le persone (o gli enti soprannaturali) percepiti sono trasformati in legno o in colori, è una sorgente d’informazione sull’artista e la sua cultura. Sono proprio le regole della trasformazione che m’interessano: non il messaggio, ma il codice. La mia indagine, dunque, non è sul significato del messaggio, quanto piuttosto sul significato del codice scelto. Ma ancora dev’essere definito questo vocabolo estremamente labile, ‘significato’. Converrà, per cominciare, definire il significato nel modo più generale possibile. ‘Significato’ può essere considerato come un sinonimo approssimativo di struttura, ridondanza, informazione e ‘restrizione’, entro un paradigma del tipo seguente: Si dirà che un qualunque aggregato di eventi od oggetti (ad esempio una successione di fonemi, un quadro, o una rana, o una cultura) contiene ‘ridondanza’ o ‘struttura’, se l’aggregato può essere diviso in qualche modo mediante un ‘segno di cesura’ talché un osservatore, il quale veda soltanto ciò che sta da una parte della cesura, possa congetturare, con esito migliore del puro caso, ciò che si trova dall’altra parte. Si può dire che ciò che sta da una parte della cesura contiene informazione o ha significato relativamente a ciò che sta dall’altra parte; ovvero, come dicono gl’ingegneri, che l’aggregato contiene ‘ridondanza’; o, ancora, dal punto di vista di un osservatore cibernetico, che l’informazione contenuta da una banda della cesura restringerà le previsioni errate, cioè ne ridurrà la probabilità. Esempi: Da un albero visibile sopra il suolo è possibile pronosticare l’esistenza di radici sotterranee: la cima fornisce informazione sull’estremità opposta. Da come il capufficio si è comportato ieri, è pronosticabile come si comporterà oggi. L’essenza e la raison d’étre della comunicazione è la creazione di ridondanza, di significato, di struttura, prevedibilità, informazione e la riduzione della componente casuale mediante ‘restrizioni’. Ritengo che sia d’importanza fondamentale possedere un sistema concettuale che ci costringa a vedere il ‘messaggio’ (p. es. l’oggetto artistico) sia come in sé internamente strutturato, sia come parte esso stesso di un più vasto universo strutturato: la cultura o qualche sua parte. Si ritiene che le caratteristiche delle opere d’arte si riferiscano a altre caratteristiche dei sistemi culturali o psicologici, o parzialmente ne derivino, o ne siano determinate. Il nostro problema potrebbe quindi essere rappresentato in modo molto schematico mediante il seguente diagramma: [Caratteristiche dell’opera d’arte / Caratteristiche del resto della cultura] ove le parentesi quadre racchiudono l’universo di pertinenza e la barra obliqua rappresenta una cesura attraverso la quale è possibile qualche previsfone, in una o in tutte e due le direzioni. Il problema è allora quello di specificare quali tipi di relazioni, corrispondenze, ecc., attraversano o trascendono questa barra obliqua. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 164 |
Stile e significato |
La coscienza deve essere sempre limitataLa coscienza, per ovvie ragioni meccaniche, dev’essere sempre limitata a una frazione piuttosto ridotta del processo mentale. Se è davvero utile, dev’essere perciò lesinata. La non-coscienza associata all’abitudine è un’economia sia di pensiero che di coscienza: e lo stesso vale per l’inaccessibilità del processo di percezione. L’organismo conscio non ha bisogno (ai fini pragmatici) di sapere come percepisce, ma solo di sapere che cosa percepisce. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 170 |
La coscienza deve essere sempre limitata |
La relazione mappa-territorioUn problema collegato a questo nell’evoluzione della comunicazione riguarda l’origine di ciò che Korzybski ha chiamato la relazione mappa-territorio: il fatto che un messaggio, di qualunque genere, non consiste degli oggetti che esso denota («La parola ‘gatto’ non ci può graffiare»). Il linguaggio, piuttosto, sta con gli oggetti che denota in una relazione paragonabile a quella esistente tra la mappa e il territorio. La comunicazione enunciativa, così come si presenta a livello umano, è possibile solo in seguito allo sviluppo di un insieme complesso di regole metalinguistiche (ma non verbalizzate) che governano le relazioni tra parole e proposizioni da una parte e oggetti ed eventi dall’altra. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 220 |
La relazione mappa-territorio |
Le regole durante la psicoterapiaLa dipendenza della psicoterapia dai modi in cui sono trattati gli inquadramenti segue dal fatto che la terapia è un tentativo di mutare le abitudini metacomunicative del paziente. Prima della terapia, il paziente pensa e agisce in base a un insieme di regole per la costruzione e la comprensione dei messaggi; dopo una terapia riuscita, il paziente opera in base a un diverso insieme di regole. (In generale, regole di questo tipo non vengono verbalizzate e restano inconscie, sia prima sia dopo). Ne segue che, nello svolgimento della terapia, dev’essersi svolta comunicazione a un livello meta rispetto a queste regole; dev’essersi svolta comunicazione su un cambiamento delle regole. Ma una siffatta comunicazione relativa al cambiamento non potrebbe in alcun modo verificarsi mediante messaggi del tipo permesso dalle regole metacomunicative del paziente, così com’erano prima o come sono dopo la terapia. È stata avanzata, sopra, l’ipotesi che i paradossi del gioco siano caratteristici di una fase evolutiva; qui avanziamo l’ipotesi che paradossi simili siano un ingrediente necessario di quel processo di cambiamento che chiamiamo psicoterapia. In effetti la somiglianza tra il processo terapeutico e il fenomeno del gioco è profonda: ambedue avvengono all’interno di una cornice psicologica limitata, limite spazio-temporale di una classe di messaggi interattivi; tanto nel gioco quanto nella terapia i messaggi stanno in una relazione speciale e peculiare con una realtà più concreta o basilare. Proprio come lo pseudo-combattimento del gioco non è combattimento reale, così lo pseudo-amore e lo pseudo-odio della terapia non sono amore e odio reali. Il « transfert è distinto dall’amore e dall’odio reali da segnali che si richiamano alla cornice psicologica, e in effetti è quest’inquadramento che permette al transfert di raggiungere la sua piena intensità e di essere discusso tra paziente e terapeuta. Le caratteristiche formali della vicenda terapeutica possono essere illustrate mediante la costruzione di un modello in più fasi. Immaginiamo dapprima due giocatori che iniziano una partita a canasta secondo un normale insieme di regole. Finché queste regole vigono e non sono contestate dai due giocatori, il gioco non muta, cioè non interviene alcun cambiamento terapeutico. (In effetti molti tentativi terapeutici falliscono per questo motivo). Possiamo immaginare, tuttavia, che a un certo punto i due giocatori di canasta smettano di giocare e intavolino una discussione sulle regole. Il loro discorso è ora di un tipo logico diverso da quello del loro gioco; possiamo immaginare che, alla fine della discussione, essi si rimettano a giocare, ma con regole diverse. Questa successione di eventi, tuttavia, è ancora un modello imperfetto dell’interazione terapeutica, per quanto illustri il nostro convincimento che la terapia implichi di necessità una combinazione di tipi logici di discorso tra loro diversi. I nostri giocatori immaginari hanno evitato il paradosso separando la discussione sulle regole dal gioco; ed è proprio questa separazione che è impossibile in psicoterapia. A nostro modo di vedere, la vicenda psicoterapica è un’interazione incorniciata tra due persone, in cui le regole sono implicite, ma suscettibili di cambiamento. Un tale cambiamento può essere proposto solo da un’azione sperimentale, ma una qualunque azione siffatta, in cui sia implicita una proposta di cambiamento delle regole, è essa stessa parte del gioco che si sta svolgendo. È da questa combinazione di tipi logici all’interno del singolo atto significativo che la terapia assume il carattere non di un gioco rigido com’è la canasta, ma al contrario di un sistema d’interazione che si evolve. Il gioco dei gattini o delle lontre ha questo carattere. Attraverso il procedimento dell’interpretazione, il nevrotico è condotto a inserire la clausola ‘come se’ nelle produzioni del suo processo primario, produzioni che egli aveva prima riprovato o represso. Il paziente deve imparare che la fantasia contiene verità… …Riteniamo, viceversa, che i paradossi dell’astrazione debbano intervenire in tutte le comunicazioni più complesse di quelle dei segnali di umore, e che senza questi paradossi l’evoluzione della comunicazione si arresterebbe. La vita sarebbe allora uno scambio senza fine di messaggi stilizzati, un gioco con regole rigide e senza la consolazione del cambiamento o dell’umorismo. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 236 |
Le regole durante la psicoterapia |
EFFETTI DEL DOPPIO VINCOLONel buddismo Zen si persegue lo scopo di raggiungere l’illuminazione, che il maestro Zen tenta in vari modi di indurre nel suo discepolo. Ad esempio, il maestro alza un bastone sulla testa del discepolo, e gli dice con tono minaccioso: Se tu dici che questo bastone è reale, ti colpisco. Se tu dici che questo bastone non è reale, ti colpisco. Se non dici nulla, ti colpisco ». A noi sembra che lo schizofrenico si trovi continuamente nella stessa situazione del discepolo, ma invece di raggiungere l’illuminazione, egli raggiunge piuttosto qualcosa di simile al disorientamento. Il discepolo Zen potrebbe anche stendere il braccio e strappare il bastone al maestro (il quale potrebbe accettare questa risposta), ma allo schizofrenico questa scelta è preclusa, poiché per lui il rapporto con la madre è importante, e inoltre gli scopi e la consapevolezza della madre non assomigliano a quelli del maestro. Noi avanziamo l’ipotesi che, ogni volta che un individuo si trova in una situazione di doppio vincolo, la sua capacità di discriminazione fra tipi logici subisca un collasso. Le caratteristiche generali di questa situazione sono le seguenti: 1. L’individuo è coinvolto in un rapporto intenso, cioè un rapporto in cui egli sente che è d’importanza vitale saper distinguere con precisione il genere del messaggio che gli viene comunicato, in modo da poter rispondere in modo appropriato. 2. E, inoltre, l’individuo si trova prigioniero di una situazione in cui l’altra persona che partecipa al rapporto emette allo stesso tempo messaggi di due ordini, uno dei quali nega l’altro. 3. E, infine, l’individuo è incapace di analizzare i messaggi che vengono emessi, al fine di migliorare la sua capacità di discriminare a quale ordine di messaggio debba rispondere; cioè egli non è in grado di produrre un enunciato metacomunicativo. Abbiamo avanzato l’ipotesi che questo sia il genere di situazione esistente tra il pre-schizofrenico e sua madre; tuttavia è una situazione che si presenta anche nei rapporti normali. Quando una persona resta intrappolata in una situazione di doppio vincolo, avrà reazioni di tipo difensivo, simili a quelle dello schizofrenico. Un individuo prenderà per letterale un’asserzione metaforica, qualora si trovi in una situazione che lo costringe a rispondere, quando si trovi di fronte a messaggi contraddittori e quando non sia in grado di analizzare le contraddizioni. Ad esempio, un giorno un impiegato se ne andò a casa durante l’orario d’ufficio, e a un amico che gli aveva telefonato, chiedendogli in tono scherzoso: “Be’, che stai facendo li?” rispose: “Sto parlando con te”. La risposta fu letterale, perché l’impiegato si trovava di fronte a un messaggio con cui gli si chiedeva che cosa facesse a casa quando si sarebbe dovuto trovare in ufficio, ma che allo stesso tempo negava questa domanda per il modo in cui era formulato (poiché il collega capiva che in fondo non erano affari suoi, aveva parlato metaforicamente). Il rapporto era abbastanza intenso da rendere la vittima incerta sul modo in cui l’informazione sarebbe stata usata, e perciò la risposta fu letterale. Ciò rappresenta una caratteristica di chiunque si senta al centro dell’attenzione, come dimostrano le risposte accuratamente letterali dei testimoni interrogati in tribunale; lo schizofrenico si sente sempre così acutamente esposto all’attenzione altrui, da dare abitualmente risposte letterali, con insistenza difensiva, quando ciò è affatto fuori posto, per esempio quando qualcuno sta scherzando. Inoltre gli schizofrenici confondono il letterale e il metaforico nei loro stessi messaggi, qualora si sentano presi in un doppio vincolo. Ad esempio, un paziente può desiderare di criticare il medico, che è giunto tardi a un appuntamento, ma allo stesso tempo può avere dei dubbi sul significato di questo ritardo, specialmente se il medico ha prevenuto la reazione del paziente e si è scusato per l’accaduto. Il paziente non può dire: “Perché questo ritardo? Forse perché oggi non voleva vedermi?”, poiché questa sarebbe un’accusa; e quindi ricorre a un enunciato metaforico. Allora, magari, dice: “Conoscevo un tizio che un giorno perse il battello; si chiamava Sam, e il battello quasi affondò..., ecc. “. Così egli elabora un racconto metaforico, in cui il medico può cogliere oppure no un commento sul suo ritardo. La comodità di usare una metafora è che si lascia al medico (o alla madre) la decisione di vedere nell’enunciato un’accusa, oppure di ignorarla. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 253 |
EFFETTI DEL DOPPIO VINCOLO |
Doppio vincolo e innovazioni nella tecnica terapeuticaLa comprensione del doppio vincolo e dei suoi aspetti comunicativi può condurre a innovazioni nella tecnica terapeutica. È difficile dire in che cosa potrebbero consistere tali innovazioni, ma, sulla base della nostra indagine, riteniamo che situazioni di doppio vincolo si presentino continuamente in psicoterapia. A volte esse sono inavvertite, nel senso che lo psichiatra impone una situazione di doppio vincolo simile a quella già esistente nella storia del paziente, o è il paziente che impone una situazione di doppio vincolo allo psichiatra. In altri casi sembra che i medici creino, deliberatamente o d’intuito, doppi vincoli, che costringono il paziente a reagire in modo diverso che per il passato. Un episodio che accadde a una valente psichiatra illustra come si possa comprendere intuitivamente una sequenza comunicativa di doppio vincolo. La dottoressa Frieda Fromm-Reichmann curava una ragazza che fin dall’età di sette anni si era costruita una sua religione, pullulante di potenti dèi. Era profondamente schizofrenica e assai riluttante ad abbandonarsi alla terapia; all’inizio della cura la paziente disse: « Il dio R dice che io non devo parlare con lei »; la Fromm-Reichmann replicò: i Senti, mettiamo nero su bianco. Per me il dio R non esiste, anzi, tutto il tuo mondo non esiste. Per te invece esiste, e lungi da me l’idea di potertene allontanare; non me lo sogno nemmeno. Perciò io ti parlerò in termini di quel mondo solo se tu capirai che lo faccio allo scopo di mettere bene in chiaro che per me non esiste. Ora va’ dal dio R e digli che noi due dobbiamo parlarci, e che ti dia il permesso. Digli anche che io sono un medico e che tu sei vissuta con lui nel suo regno dai sette ai sedici anni, cioè per nove anni, e che lui non ti ha dato nessun aiuto. Quindi ora deve lasciare che provi io, per vedere se tu e io insieme riusciamo a farcela. Digli che io sono un medico e che questo è ciò che voglio tentare). La psichiatra ha posto la sua paziente in un i doppio vincolo terapeutico). Se la sua paziente comincia a dubitare della sua fede nel dio, allora comincia anche a trovarsi d’accordo con la dottoressa e ammette di essersi impegnata nella terapia. Se viceversa insiste nell’affermare la realtà del dio R, allora è obbligata a dirgli che la dottoressa è ‘più potente’ di lui, e, anche per questa via, ammette il suo impegno con la terapeuta. La differenza tra il doppio vincolo terapeutico e quello originale consiste in parte nel fatto che lo psichiatra non è personalmente impegnato in una battaglia d’importanza vitale, e pertanto può costruire dei doppi vincoli relativamente benigni e aiutare pian piano il paziente a liberarsene. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 275 |
Doppio vincolo e innovazioni nella tecnica terapeutica |
La teoria del doppio vincoloNon ha senso dire che un uomo è stato spaventato da un leone, perché un leone non è un’idea. Di questo leone l’uomo si costruisce un’idea. Il mondo esplicativo della sostanza non può richiamarsi né a differenze nè a idee, ma solo a forze e urti; e, viceversa, il mondo della forma e della comunicazione non si richiama a oggetti, forze o urti, ma soltanto a differenze e idee. (Una differenza che genera una differenza è un’idea; è un ‘bit’, cioè un’unità d’informazione). Ma tutto ciò lo appresi solo in seguito, e fu la teoria del doppio vincolo che mi permise di apprenderlo. A loro volta, ovviamente, queste cose sono implicite nella teoria, la quale senza di esse avrebbe difficilmente potuto essere fondata. Il nostro lavoro originale sul doppio vincolo contiene numerosi errori, dovuti semplicemente alla mancanza di un esame articolato del problema della reificazione. In quel lavoro un doppio vincolo viene trattato come un ‘qualcosa’, e se ne parla come se questi ‘qualcosa’ potessero essere contati. Ciò naturalmente non ha senso: non si possono contare i pipistrelli contenuti in una macchia d’inchiostro, dal momento che non ce ne sono; eppure, se uno ha un debole per i pipistrelli, può ‘vederne’ parecchi. Ma nella mente ci sono doppi vincoli? La domanda non è futile. Così come nella mente non ci sono noci di cocco, ma solo percezioni e trasformate di noci di cocco, allo stesso modo, quando percepisco (consciamente o inconsciamente) un doppio vincolo nel comportamento del mio principale, la mia mente non acquisisce un doppio vincolo, ma solo una percezione o trasformata di doppio vincolo. E questo non è l’oggetto della teoria. Stiamo piuttosto parlando di certi grovigli nelle regole preposte alla costruzione delle trasformate e, insieme, dell’acquisizione o conservazione di tali grovigli. La teoria del doppio vincolo afferma che una componente dovuta all’esperienza è presente nella determinazione o eziologia dei sintomi sia della schizofrenia sia di modelli comportamentali affini, come il comico, l’artistico, il poetico, ecc. Si osservi che la teoria non distingue tra questi sottogeneri: non viene fornito alcun criterio per decidere se un individuo diventerà un pagliaccio, un poeta, uno schizofrenico o una combinazione di tutto ciò. Non si ha a che fare con una sindrome specifica, ma con una famiglia di sindromi, di cui la maggior parte non sono, tradizionalmente, considerate patologiche. Per qualificare in generale questa famiglia di sindromi, conierò il termine «transcontestuale». Sembra che ci sia un tratto in comune fra coloro che sono dotati di qualità transcontestuali e coloro che sono afflitti da confusioni transcontestuali per tutti costoro, sempre o spesso, c’è una ‘sovrimpressione’ una foglia che cade, un amico che saluta, o una ‘primula sulla sponda del fiume’, non sono mai ‘questo e nulla più’. Esperienze esterne possono essere inquadrate nel contesto di un sogno, e, viceversa, pensieri interni possono essere proiettati in contesti del mondo esterno, e così via. È nell’apprendimento e nell’esperienza che cerchiamo una parziale spiegazione di tutto ciò. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 295 |
La teoria del doppio vincolo |
Apprendiamo ad apprendereTutti i sistemi biologici (organismi e organizzazioni sociali o ecologiche di organismi) sono suscettibili di cambiamenti adattativi che assumono molte forme (risposta, apprendimento, successione ecologica, evoluzione biologica, evoluzione culturale, ecc.), secondo le dimensioni e la complessità del sistema considerato. Qualunque sia il sistema, tuttavia, i cambiamenti adattativi dipendono da anelli di reazione, siano essi quelli della selezione naturale o quelli del rinforzo individuale; di conseguenza il sistema deve sempre adottare un procedimento per tentativi ed errori e impiegare un meccanismo di confronto. Ma il procedimento per tentativi ed errori implica sempre degli errori, i quali rappresentano sempre, dal punto di vista biologico o psichico, un costo. La conseguenza è che i cambiamenti adattativi devono essere sempre gerarchici. C’è bisogno dunque non solo di quel cambiamento del primo ordine che soddisfa la richiesta ambientale (o fisiologica) immediata, ma anche di cambiamenti del secondo ordine, i quali ridurranno la quantità dei tentativi necessari per portare a compimento il cambiamento del primo ordine, ecc. Mediante la sovrapposizione e l’interconnessione di molti anelli di reazione, noi (e come noi tutti gli altri sistemi biologici) non solo risolviamo problemi specifici, ma ci formiamo abitudini che applichiamo alla soluzione di classi di problemi. Ci comportiamo come se un’intera classe di problemi potesse essere risolta sulla base di ipotesi e premesse meno numerose dei problemi della classe; in altre parole noi (organismi) apprendiamo ad apprendere, o, con termine più tecnico, deutero-apprendiamo. |
Apprendiamo ad apprendere |
Il risparmio sta proprio nel non riesaminare o riscoprire le premesse di un’abitudineMa le abitudini, com’è noto, sono rigide, e questa loro rigidità è una conseguenza inevitabile della posizione che esse occupano nella gerarchia dell’adattamento. Il risparmio, in termini di tentativi ripetuti, che ci procura il formarsi di abitudini è possibile proprio perché esse sono programmate in modo relativamente rigido: il risparmio sta proprio nel non riesaminare o riscoprire le premesse di un’abitudine ogni volta che di tale abitudine ci serviamo. Si può dire che queste premesse sono in parte ‘inconscie’, oppure, se si vuole, che si è presa l’abitudine di non esaminarle. È importante osservare, inoltre, che le premesse dell’abitudine sono, quasi di necessità, astratte. Ogni problema è, in qualche misura, diverso da ogni altro, e quindi la sua descrizione o la sua rappresentazione della mente conterrà proposizioni uniche. Sarebbe evidentemente errato abbassare queste proposizioni uniche al livello di premesse delle abitudini, dal momento che un’abitudine può essere applicata con successo solo a proposizioni aventi un grado di verità generale o ripetitivo, e di solito queste ultime proposizioni sono a un livello di astrazione relativamente elevato.’ Ora, le proposizioni particolari che io ritengo importanti nella determinazione delle sindromi transcontestuali sono quelle astrazioni formali che descrivono e determinano un rapporto interpersonale. Ho detto « descrivono e determinano », ma anche questo non è esatto; sarebbe meglio dire che il rapporto è lo scambio di questi messaggi, ovvero che il rapporto è immanente in questi messaggi. Di solito gli psicologi parlano come se le astrazioni di certi rapporti (‘ dipendenza, ‘ ostilità ‘, ‘ amore’, ecc.) fossero oggetti reali da dover descrivere o ‘esprimere’ mediante messaggi. Ma questa è epistemologia all’incontrario: in verità, sono i messaggi che costituiscono il rapporto, e termini come ‘dipendenza’ sono descrizioni verbalmente codificate di strutture immanenti nella combinazione dei messaggi scambiati. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 301 |
Il risparmio sta proprio nel non riesaminare o riscoprire le premesse di un’abitudine |
Nel rapporto terapeutico il medico può tentare una o più delle mosseNell’ambito controllato e protetto del rapporto terapeutico, il medico può tentare una o più delle seguenti mosse: a) può eseguire un confronto tra le premesse del paziente e quelle del medico, il quale sarà scrupolosamente allenato a non cadere nella trappola di convalidare le vecchie premesse; b) può far si che il paziente agisca, nel gabinetto medico o fuori, in maniere che chiamino direttamente in causa le proprie premesse; c) può dimostrare l’esistenza di contraddizioni fra le premesse che in quel momento reggono il comportamento del paziente; d) può indurre nel paziente qualche esagerazione o caricatura (per esempio nel sogno o nell’ipnosi) di esperienze basate sulle sue vecchie premesse. Come notò William Blake molto tempo fa: « Senza Contrari non vi è progresso». (Altrove ho chiamato i doppi vincoli » queste contraddizioni al livello 2). Ma vi sono sempre scappatoie che permettono di ridurre l’effetto d’urto delle contraddizioni. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 331 |
Nel rapporto terapeutico il medico può tentare una o più delle mosse |
Orgoglio di un alcolizzato1. É chiaro che quel principio della vita di un alcolizzato che l’A.A. chiama ‘orgoglio’ non è strutturato contestualmente intorno a successi avuti in passato. Essi non usano il termine per indicare orgoglio per qualcosa che si è compiuto; l’accento non è sull’ ‘Io sono riuscito...’, ma piuttosto sull’ ‘Io sono capace...’. Si tratta dell’accettazione ossessiva di una sfida, un ripudio della frase ‘Io non sono capace 2. Dopo che l’alcolizzato ha cominciato a soffrire — o a essere biasimato — per il suo alcolismo, questo principio di ‘orgoglio’ viene mobilitato dietro la proposizione ‘Sono capace di mantenermi sobrio’. Ma, si noti bene, il successo in questa impresa distrugge la ‘sfida’; l’alcolizzato diventa troppo sicuro di sé, rilassa la sua determinazione; si arrischia a bere un goccio e finisce col prendere una sbornia. Si può dire che la struttura contestuale della sobrietà cambia per il fatto stesso di riuscire a restare sobri. La sobrietà, a questo punto, non è più l’ambito contestuale appropriato per l’ ‘orgoglio’: ora è il rischio costituito dal bere che getta la sfida e provoca il fatale ‘Io sono capace...’. 3. Quelli dell’A.A. fanno di tutto per far capire che questo cambiamento nella struttura contestuale non avverrà mai. Essi ristrutturano l’intero contesto ripetendo continuamente che « Una volta alcolizzati, si è alcolizzati per sempre ». Essi tentano di far sì che l’alcolizzato assuma l’alcolismo all’interno del proprio io, come un analista di scuola junghiana cerca di far scoprire al paziente il suo ‘tipo psicologico’ perché egli possa poi imparare a convivere con le forze e le debolezze di quel tipo. Per contro, la struttura contestuale dell’ ‘orgoglio’ dell’alcolizzato colloca l’alcolismo fuori dell’io: « Io sono capace di oppormi al bere ». 4. La componente di sfida presente nell’ ‘orgoglio’ dell’alcolizzato è connessa con il correre il rischio. Questo principio si potrebbe esprimere così: “Io sono capace di fare una cosa dove il successo è improbabile e l’insuccesso disastroso”. É chiaro che questo principio non potrà mai servire a mantenere una sobrietà permanente: appena il successo comincia ad apparire probabile, l’alcolizzato deve sfidare il rischio di un bicchierino. L’elemento di ‘scalogna’ o ‘probabilità’ di insuccesso pone l’insuccesso al di là dei limiti dell’io. «L’insuccesso, se ci sarà, non sarà dovuto a me.. L’ ‘orgoglio’ dell’alcolizzato restringe via via il concetto di ‘io’, situando gli eventi fuori della sua portata. 5. Il principio dell’ ‘orgoglio nel rischio’ si rivelerà quasi suicida. Niente di male se per una volta sfido l’universo per vedere se esso è dalla mia parte, ma se questa sfida la ritento continuamente e in modo sempre più incalzante, m’imbarco in un’impresa il cui unico risultato sarà di dimostrare che l’universo mi odia. Eppure, nonostante tutto, i resoconti dell’A.A. mostrano ripetutamente che, al colmo della disperazione, l’orgoglio talvolta impedisce il suicidio. La quietanza definitiva di morte non dev’essere rilasciata dall’ “io”. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 355 |
Orgoglio di un alcolizzato |
Un breve periodo di lotta vittoriosa indebolisce la sua determinazione, ed egli ci ricascaDiciamo subito che, in Occidente, nelle normali abitudini relative al bere vi è una tendenza molto forte verso la simmetria. A parte i casi di alcolismo, due individui che bevano insieme sono spinti dall’uso a restar pari, un bicchiere a te, un bicchiere a me. A questo stadio, l’ ‘altro’ è ancora reale, e la simmetria, o rivalità, tra i due è di natura amichevole. Quando invece l’alcolizzato cerca di resistere al bere, egli comincia a trovar difficile resistere al contesto sociale secondo cui egli dovrebbe restar pari con gli amici nel bere. L’A.A. dice: “Il cielo sa con quanta forza e per quanto tempo noi abbiamo tentato di bere come gli altri!”. Man mano che le cose peggiorano, l’alcolizzato diventa solitamente un bevitore solitario ed esibisce l’intera gamma di reazioni alla sfida. La moglie e gli amici cominciano a insinuargli che il suo bere è una debolezza ed egli può reagire, in modo simmetrico, sia irritandosi con loro sia affermando la sua forza nel resistere alla tentazione dell’alcool. Ma, com’è caratteristico delle reazioni simmetriche, un breve periodo di lotta vittoriosa indebolisce la sua determinazione, ed egli ci ricasca. Uno sforzo simmetrico richiede un antagonismo continuo da parte dell’avversario. A poco a poco, il punto focale della battaglia cambia, e l’alcolizzato si trova impegnato in un nuovo e più esiziale tipo di conflitto simmetrico: ora deve dimostrare che l’alcool non può ucciderlo. “Sanguina la sua testa, ma non si piega”: egli è ancora “il capitano della sua anima”, per ciò che vale... Nel frattempo i suoi rapporti con la moglie, col capufficio e con gli amici sono andati guastandosi. Non gli era mai piaciuta la posizione complementare del suo capufficio, in quanto autorità; e ora, man mano che egli va in rovina, anche sua moglie è sempre più costretta ad assumere una parte complementare: sia che essa cerchi di imporglisi o di mostrarsi protettiva o tollerante. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 359 |
Un breve periodo di lotta vittoriosa indebolisce la sua determinazione, ed egli ci ricasca |
TOCCARE IL FONDOToccare il fondo esemplifica la teoria dei sistemi a tre livelli: 1. L’alcolizzato rimugina sugli sconforti della sobrietà fino a un punto di soglia, dove gli si rivela il fallimento dell’epistemologia dell’ ‘autocontrollo’. Allora si ubriaca perché il ‘sistema’ è più grande di lui — e quindi tanto vale arrendersi ad esso. 2. Si abbandona ripetutamente all’ubriachezza finché dimostra che c’è un sistema ancora più grande. Allora sperimenta il panico di ‘toccare il fondo’. 3. Se amici e terapisti lo rassicurano, può anche darsi che egli raggiunga una nuova precaria situazione di equilibrio — intossicandosi del loro aiuto — finché dimostra che questo sistema non funziona e di nuovo ‘tocca il fondo’, ma a un livello più basso. In questo, come in tutti i sistemi cibernetici, il segno (positivo o negativo) dell’effetto di una qualunque intrusione nel sistema dipende dall’istante in cui essa ha luogo. 4. Infine, il fenomeno di toccare il fondo è collegato in modo complesso all’esperienza del doppio vincolo. Bill W. racconta di aver toccato il fondo quando nel 1939 si sentì dire dal dottor William D. Silkworth di essere un alcolizzato senza speranza; questo evento è considerato l’inizio della storia dell’A.A. Il dottor Silkworth, inoltre, “ci forni gli strumenti con cui trapassare l’ego dell’alcoIizzato più coriaceo, quelle frasi sconvolgenti con cui descriveva la nostra malattia: l’ossessione della mente che ci spinge a bere e l’allergia del corpo che ci condanna alla pazzia o alla morte ». Questo è un doppio vincolo fondato correttamente sull’epistemologia dell’alcolizzato, che è imperniata sulla dicotomia mente-corpo. L’alcolizzato è spinto da queste parole sempre più indietro, fino al punto in cui solo un cambiamento involontario nell’epistemologia dell’inconscio profondo — un’esperienza spirituale — renderà per lui irrilevante questa descrizione letale. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 365
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TOCCARE IL FONDO |
LA TEOLOGIA DELL’ALCOHLICS ANONYMOUSAlcuni punti di rilievo nella teologia dell’A.A. sono: 1. C’è un Potere più grande dell’io. La cibernetica andrebbe un po’ oltre e riconoscerebbe che l’ ‘io’ com’è ordinariamente inteso è solamente una parte esigua di un sistema funzionante ‘per tentativi ed errori’ molto più grande, che pensa agisce e decide. Questo sistema comprende tutti i canali d’informazione che a un dato momento hanno importanza per una data decisione. L’ ‘io’ è una falsa reificazione di una parte impropriamente delimitata di questo assai più vasto campo di processi interconnessi. La cibernetica riconosce anche che due o più persone (un gruppo qualunque di persone) possono formare insieme un sistema pensante e agente di quel tipo. 2. Questo Potere è sentito come personale e intimamente legato a ciascuno. É “Dio come tu intendi che sia”. Dal punto di vista cibernetico, il rapporto in cui ‘io’ mi trovo rispetto a un qualunque sistema più vasto che mi circondi e che comprenda altre cose e persone, sarà diverso dal rapporto in cui ‘tu’ ti trovi rispetto a un sistema simile che circondi te. Il rapporto ‘parte di’ deve, necessariamente e logicamente, essere sempre complementare, ma il significato della locuzione ‘parte di’ sarà diverso da persona a persona 3. Questa differenza sarà particolarmente importante nei sistemi che comprendono più di una persona; il sistema o ‘potere’ deve di necessità apparire diverso a seconda del punto di vista delle diverse persone. Inoltre c’è. da aspettarsi che quando tali sistemi s’incontrano, essi si riconoscano l’un l’altro come sistemi in questo senso. La ‘bellezza’ del bosco nel quale passeggio è il mio prendere atto sia dei singoli alberi sia dell’ecologia totale del bosco in quanto sistemi. Un simile riconoscimento estetico è ancor più evidente quando parlo con un’altra persona. 3. Si scopre un rapporto favorevole con questo Potere tramite il ‘ toccare il fondo’ e la ‘resa’. 4. Resistendo a questo Potere, gli uomini, e in particolare gli alcolizzati, si attirano addosso il disastro. La filosofia materialistica, che vede 1’ ‘uomo’ ergersi contro l’ambiente, sta rapidamente crollando a mano a mano che l’uomo tecnologico diviene sempre più capace di opporsi ai sistemi più grandi. Ogni battaglia da lui vinta porta una minaccia di disastro. L’unità di sopravvivenza (sia nell’etica sia nell’evoluzione) non è l’organismo o la specie, ma il più ampio sistema o ‘potere’ in cui la creatura vive: se la creatura distrugge il suo ambiente, distrugge se stessa. 5. Tuttavia — e ciò è importante — il Potere non premia e non punisce, non ha ‘potere’ in questo senso: per dirla con la Bibbia, € tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Iddio.. E, viceversa, di coloro che non lo amano. L’idea di potere nel senso di controllo unilaterale è estraneo all’A.A. L’organizzazione è strettamente ‘democratica’ (il termine è loro), e anche la loro divinità è sottoposta a ciò che potremmo chiamare un determinismo sistemico. La stessa limitazione vale sia per il rapporto tra il consigliere dell’A.A. e l’ubriacone che egli spera di aiutare, sia per il rapporto tra l’ufficio centrale dell’A.A. e ogni gruppo locale. 6. I due primi ‘passi’ dell’Alcoholics Anonymous presi insieme identificano nell’alcolismo una manifestazione di questo Potere. 7. Il rapporto sano tra ogni individuo e questo Potere è complementare ed è in netto contrasto con l’ ‘orgoglio’ dell’alcolizzato, che è rivolto verso un immaginario ‘altro’ sulla base di una relazione simmetrica. La schismogenesi è sempre più potente di coloro che vi partecipano. 8. La qualità e il contenuto del rapporto tra ogni individuo e il Potere sono indicati o riflessi nella struttura sociale dell’A.A. L’aspetto secolare di questo sistema, la sua conduzione, sono delineati in “Twelve Traditions”, supplemento ai “Twelve Steps”; il rapporto dell’uomo con il Potere è descritto in quest’ultimo documento. I due documenti si sovrappongono nei dodicesimo ‘passo’, il quale prescrive l’aiuto ad altri alcolizzati come un necessario esercizio spirituale, senza il quale è presumibile che il membro dell’associazione abbia una ricaduta. Il sistema complessivo è una religione alla Durkheim, nel senso che il rapporto tra l’uomo e la sua comunità è parallelo a quello tra l’uomo e Dio: “L’A.A. è un potere più grande di ciascuno di noi”. Insomma, il rapporto di ogni individuo con il ‘Potere’ viene definito nel modo migliore con le parole ‘ è parte di’. 9. Anonimato. L’anonimato, nella filosofia e nella teologia dell’A.A., significa molto più che non la pura e semplice protezione dei suoi membri da una notorietà sfavorevole e vergognosa. Bill W. afferma chiaramente che gli errori dell’alcolizzato sono identici alle “forze che stanno lacerando e smembrando il mondo”, ma che non è compito dell’A.A. salvare il mondo: unico suo scopo è di «portare il messaggio dell’A.A. all’alcolizzato sofferente che voglia riceverlo ». Egli conclude affermando che l’anonimato è “il maggior segno di abnegazione che conosciamo”. In un altro passo, la dodicesima delle “Twelve Traditions” afferma che “l’anonimato è il fondamento spirituale delle nostre tradizioni, che sempre ci rammenta di anteporre i principi alle persone”. 10. La preghiera. Analogamente, l’uso che l’A.A. fa della preghiera afferma la complementarità della relazione parte-tutto mediante la semplice tecnica di invocare questa relazione. L’A.A. invoca quelle caratteristiche personali, come l’umiltà, che in effetti vengono esplicate nell’atto stesso di pregare. Qualora l’atto di pregare sia sincero (il che non è proprio facile), Dio non può che esaudire le richieste, e questa è una caratteristica specifica di « Dio come tu intendi che sia». Questa tautologia auto-affermativa, che ha la sua bellezza, è proprio il balsamo che ci vuole dopo le angosce dei doppi vincoli che si accompagnano al ‘toccare il fondo’. Più complessa, in un certo senso, è la famosa “Preghiera della Serenità”: «Mio Dio, concedici la serenità per poter accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio per cambiare le cose che possiamo cambiare, e la saggezza per riconoscere la differenza». Se i doppi vincoli provocano angoscia e disperazione e distruggono le premesse epistemologiche personali a un qualche livello profondo, ne segue, viceversa, che, per sanare queste ferite e per sviluppare una nuova epistemologia, sarà opportuno l’intervento di qualcosa che sia in qualche modo inverso rispetto al doppio vincolo. Il doppio vincolo porta alla conclusione disperata che ‘Non vi sono alternative’. La Preghiera della Serenità scioglie esplicitamente colui che prega da questi legami che lo fanno impazzire. |
LA TEOLOGIA DELL’ALCOHLICS ANONYMOUS |
LA POSIZIONE EPISTEMOLOGICA DELLE PREMESSE COMPLEMENTARE E SIMMETRICASe un individuo provoca o subisce un cambiamento in premesse che siano profondamente incorporate nella sua mente, egli si accorgerà di certo che le conseguenze del cambiamento si ramificano in tutto il suo universo. Possiamo ben chiamare “epistemologici” tali cambiamenti. … Se noi crediamo profondamente, addirittura inconsciamente, che il nostro rapporto col più vasto sistema che ci riguarda — il « Potere più grande dell’io » — sia simmetrico ed emulativo, allora siamo in errore. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 372 |
LA POSIZIONE EPISTEMOLOGICA DELLE PREMESSE COMPLEMENTARE E SIMMETRICA |
LIMITI DELL’IPOTESI sull’Alcoholics AnonymousInfine, l’analisi precedente è soggetta ai seguenti limiti e implicazioni: 1. Non si afferma che tutti gli alcolizzati agiscano secondo la logica qui delineata. È possibilissimo che esistano altri tipi di alcolizzati ed è quasi certo che l’alcolismo in altre culture segua altre linee. 2. Non è detto che il metodo dell’Alcoholics Anonymous sia l’unico metodo per vivere correttamente o che la loro teologia sia l’unica corretta derivazione dall’epistemologia della cibernetica e della teoria dei sistemi. 3. Non si afferma che tutti i rapporti tra esSeri umani debbano essere complementari, benché sia chiaro che il rapporto tra l’individuo e il più vasto sistema di cui fa parte debba necessariamente essere tale. I rapporti fra le persone saranno (spero) sempre complessi. 4. Si afferma, invece, che il mondo dei non alcolizzati potrebbe apprendere molte cose dall’epistemologia della teoria dei sistemi e dai metodi dell’A.A. Se noi continueremo ad agire in termini del dualismo cartesiano mentemateria, continueremo probabilmente anche a vedere il mondo in termini di contrapposizioni come: Dio-uomo, aristocrazia-popolo, razze elette-altre razze, nazione-nazione; e uomo-ambiente. È dubbio che una specie che possiede sia una tecnica avanzata sia questo strano modo di vedere il proprio mondo possa durare a lungo. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 373 |
LIMITI DELL’IPOTESI sull’Alcoholics Anonymous |
Linguaggio umano: la scoperta del modo di essere precisi su qualcosa che non fosse relazioneLa cosa straordinaria — la grande novità — nell’evoluzione del linguaggio umano non è stata la scoperta dell’astrazione o della generalizzazione, ma la scoperta del modo di essere precisi su qualcosa che non fosse relazione. In realtà questa scoperta, benché sia stata compiuta, ha influito poco sul comportamento, anche degli esseri umani. Se A dice a B: « Secondo l’orario, l’aereo partirà alle 6,30., è raro che B accetti quest’osservazione come una pura e semplice asserzione di fatto sull’aereo; più spesso egli dedica alcuni neuroni al problema: « Che cosa significa per la mia relazione con A che A mi dica questo? La nostra ascendenza di mammiferi è ancora assai vicina alla superficie, nonostante la destrezza linguistica da poco acquisita. Comunque sia, ciò che in primo luogo mi aspetto studiando la comunicazione tra i delfini è che essa dimostri di possedere la caratteristica, generale per i mammiferi, di vertere principalmente sulle relazioni. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 405 |
Linguaggio umano: la scoperta del modo di essere precisi su qualcosa che non fosse relazione |
LA PAROLA NON SOSTITUISCE I GESTIQuando l’esecuzione di una data funzione è affidata a qualche metodo nuovo e più efficace, il vecchio metodo va in disuso e decade. La tecnica di fabbricare armi lavorando la selce decadde quando vennero in uso i metalli. Questo decadimento di organi e abilità per effetto della sostituzione evolutiva è un fenomeno sistemico necessario e inevitabile. Se, dunque, il linguaggio verbale fosse in un qualche senso un sostituto evolutivo della comunicazione cinetica e paralinguistica, ci si dovrebbe aspettare che i vecchi sistemi prevalentemente iconici fossero notevolmente decaduti. Ma evidentemente non è stato così. Al contrario, la cinetica dell’uomo è diventata più ricca e complessa, e il paralinguaggio è riccamente fiorito parallelamente all’evoluzione del linguaggio verbale. Tanto la comunicazione cinetica quanto il paralinguaggio sono stati elaborati in complesse forme artistiche, musicali, poetiche, di danza e via dicendo, e, anche nella vita quotidiana, le sottigliezze della comunicazione cinetica umana, della mimica facciale e dell’intonazione vocale superano di gran lunga tutto ciò che, per quanto se ne sa. possa fare qualunque altro animale. Il sogno dei logici, cioè che gli uomini debbano comunicare tra loro soltanto per mezzo di segnali discreti non ambigui, non si è avverato e probabilmente non si avvererà. Avanzo l’ipotesi che questa fiorente evoluzione della cinetica e del paralinguaggio separata ma parallela a quella del linguaggio verbale indichi che la nostra comunicazione iconica provvede a funzioni del tutto diverse da quelle del linguaggio, e, di fatto, svolge funzioni che il linguaggio verbale non è adatto a svolgere. Quando un giovane dice a una ragazza: « Ti amo », egli impiega delle parole per esprimere ciò che, in modo più convincente, è espresso dal tono della sua voce e dai suoi movimenti; e la ragazza, se ha un briciolo di buon senso, presterà più attenzione a quei segni accompagnatori che alle parole. Vi sono persone — attori professionisti, imbroglioni, e altri — capaci di usare la mimica e la comunicazione paralinguistica con un grado di controllo volontario paragonabile al controllo volontario che tutti noi riteniamo di possedere sull’impiego delle parole. Per queste persone, che possono mentire con la cinetica, la particolare utilità della comunicazione non verbale è ridotta. Per loro è un po’ più difficile essere sinceri, e ancora più difficile esser creduti sinceri. Essi sono intrappolati in un processo di restituzioni decrescenti, tale che, quando non sono creduti, cercano di aumentare la loro abilità nella simulazione della sincerità paralinguistica e cinetica. Sennonché è stata proprio quest’abilità che ha portato gli altri a diffidare di loro. A quanto sembra, il discorso della comunicazione non verbale riguarda precisamente questioni di relazione — amore, odio, rispetto, timore, dipendenza, ecc. — tra l’io e un interlocutore, o tra l’io e l’ambiente, e la natura della società umana è tale che la falsificazione di questo discorso fa rapidamente insorgere patologie. Dal punto di vista dell’adattamento, è quindi importante che tale discorso venga svolto mediante tecniche relativamente inconscie e solo parzialmente soggette a controllo volontario. Nel linguaggio della neurofisiologia, i controlli di questo discorso debbono essere posti nel cervello in appendice ai controlli del linguaggio vero e proprio. Se questa visione generale del problema è corretta, ne segue che la traduzione in parole di messaggi cinetici o paralinguistici introdurrà probabilmente una grossolana falsificazione dovuta sia all’umana propensione a tentare di falsificare le asserzioni relative ai ‘sentimenti’ e alle relazioni, sia alle distorsioni che insorgono quando i prodotti di un sistema di codificazione sono notomizzati in base alle premesse di un altro, sia — e in particolar modo —al fatto che tutte le traduzioni di questo tipo debbono dare al messaggio iconico, più o meno inconscio e involontano, l’aspetto di un’intenzione conscia. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 423 |
LA PAROLA NON SOSTITUISCE I GESTI |
La natura cibernetica dell’io e del mondo tende a essere non percepita dalla coscienza14. Si avanza l’ipotesi che la natura specifica di questa distorsione sia tale che la natura cibernetica dell’io e del mondo tenda a essere non percepita dalla coscienza, in quanto i contenuti dello ‘schermo’ della coscienza sono determinati da considerazioni di finalità. La formulazione della finalità tende ad assumere la forma seguente: « D è desiderabile; B conduce a C; C conduce a D; quindi D può essere raggiunto tramite B e C ». Ma se la mente complessiva e il mondo esterno non posseggono in generale questa struttura rettilinea, allora imponendo loro a forza questa struttura, ci impediamo di scorgere le circolarità cibernetiche dell’io e del mondo esterno. Il nostro campionamento cosciente di dati non ci paleserà circuiti completi, ma solo archi di circuiti, rescissi dalla loro matrice grazie alla nostra attenzione selettiva. In particolare il tentativo di indurre un cambiamento in una data variabile, situata o nell’io o nell’ambiente, sarà probabilmente intrapreso senza comprendere la rete omeostatica che circonda quella variabile. Le considerazioni tratteggiate nei paragrafi dall’1 al 7 di questo saggio saranno in quell’occasione ignorate. Può darsi che per la saggezza sia essenziale correggere in qualche modo le ristrette visioni finalistiche. 15. La funzione della coscienza nell’accoppiamento tra l’uomo e i sistemi omeostatici che lo circondano, non è, ovviamente, un fenomeno nuovo. Tuttavia tre circostanze rendono urgente un’indagine di questo fenomeno. 16. In primo luogo, il costume proprio dell’uomo di cambiare il suo ambiente piuttosto che se stesso. … L’uomo, il modificatore di ambiente per eccellenza, crea analogamente ecosistemi a specie singola nelle sue città, ma va oltre, stabilendo ambienti speciali per i suoi simbionti. Questi ambienti, a loro volta, divengono ecosistemi a specie singola: campi di grano, colture di batteri, allevamenti di polli, colonie di cavie, e cosi via. 17. L’uomo cosciente, in quanto modificatore del suo ambiente, è ora pienamente in grado di devastare se stesso e quell’ambiente… con le migliori intenzioni coscienti. 18. In terzo luogo, negli ultimi cent’anni si è manifestato un curioso fenomeno sociologico che forse minaccia di isolare la finalità cosciente da molti processi correttivi che potrebbero scaturire da parti meno coscienti della mente. Il quadro sociale è oggi caratterizzato dall’esistenza di un gran numero di entità auto-massimizzanti che, dal punto di vista giuridico, hanno piùo meno lo stato di persone ‘ (trusts, società, partiti politici, sindacati, compagnie commerciali e finanziarie, nazioni, e simili). Nella realtà biologica, queste entità non sono affatto persone e non sono neppure aggregati di persone intiere: sono aggregati di parti di persone. Quando il signor Rossi entra nella sala del consiglio della sua società, egli deve limitare strettamente il suo pensiero ai fini specifici della società o a quelli di quella parte della società che egli ‘rappresenta’. Per fortuna non gli è del tutto possibile far ciò e alcune decisioni della società sono influenzate da considerazioni che scaturiscono da parti più ampie e più sagge della mente. Ma, idealmente, il signor Rossi dovrebbe agire come una coscienza pura, senza correttivi: una creatura disumanizzata. 19. È opportuno ricordare infine alcuni dei fattori che possono fungere da correttivi. Di questi, senza dubbio, il più importante è l’amore. Martin Buber ha classificato i rapporti interpersonali in modo interessante. Egli distingue i rapporti ‘io-tu’ da quelli ‘io-esso’, che sono i modelli d’interazione normale tra l’uomo e gli oggetti inanimati. Egli riguarda la relazione ‘io-esso’ anche come caratteristica di quei rapporti umani in cui il fine è più importante dell’amore. Ma se la complessa struttura cibernetica della società e degli ecosistemi partecipasse in qualche misura di caratteristiche vitali, ne seguirebbe che sarebbe concepibile una relazione ‘io-tu’ fra l’uomo e la sua società. A questo proposito è interessante la formazione di ‘gruppi di sensibilità’ in molte organizzazioni spersonalizzate. b) Le arti figurative, la poesia, la musica, le lettere, analogamente, sono campi in cui è attiva una porzione della mente maggiore di quanto ammetterebbe la pura coscienza. « Le coeur a ses razsons que la raison ne connait point ». c) Il contatto tra l’uomo e gli animali e tra l’uomo e la natura nutre forse, talvolta, la saggezza. d) Vi è la religione. |
La natura cibernetica dell’io e del mondo tende a essere non percepita dalla coscienza |
Forma, sostanza e differenzaL’unità di sopravvivenza è il complesso flessibile organismo-nel-suo-ambiente. Le differenze sono le cose che vengono riportate sulla mappa. Ma che cos’è una differenza? Una differenza è un’entità astratta. Nelle scienze fisiche gli effetti, in generale, sono causati da condizioni o eventi piuttosto concreti: urti, forze e così via. Ma quando si entra nel mondo della comunicazione, dell’organizzazione, eccetera, ci si lascia alle spalle l’intero mondo in cui gli effetti sono prodotti da forze, urti e scambi di energia. Si entra in un mondo in cui gli ‘effetti’ (e non sono sicuro che si debba usare la stessa parola) sono prodotti da differenze. Cioè essi sono prodotti da quel tipo di ‘cosa’ che viene trasferita dal territorio alla mappa. Questa è la differenza. La differenza si trasferisce dal legno e dalla carta nella mia retina; qui viene rilevata ed elaborata da quella bizzarra macchina calcolatrice che è nella mia testa. La relazione energetica è interamente diversa. Nel mondo della mente il nulla — ciò che non esiste — può essere una causa. Nelle scienze fisiche noi ricerchiamo le cause, e ci aspettiamo che queste esistano e siano ‘reali’. Ma si rammenti che zero è diverso da uno, e poiché zero è diverso da uno, zero può essere una causa nel mondo della psicologia, nel mondo della comunicazione. Una lettera che non viene scritta può ricevere una risposta incollerita; e un modulo di dichiarazione dei redditi che non viene compilato può indurre a un’energica azione gli impiegati del Fisco, dal momento che anch’essi fanno colazione, pranzo, merenda e cena, e possono reagire con l’energia che traggono dal loro metabolismo. Una lettera mai esistita non può essere fonte di energia. In effetti ciò che intendiamo per informazione (per unità elementare d’informazione) è una differenza che produce una differenza ed è in grado di produrre una differenza perché i canali neurali, lungo i quali essa viaggia e viene continuamente trasformata, sono anch’essi dotati di energia. Questi canali sono pronti per essere innescati. |
Forma, sostanza e differenza |
Il pleroma e la creaturaC.G. Jung scrisse un libriccino assai curioso intitolato Septem Sermones ad Mortuos, Sette sermoni ai morti. Lo firmò ‘Basilide’, famoso gnostico alessandrino del II secolo. Egli osserva che vi sono due mondi. Noi potremmo chiamati due mondi esplicativi, lui invece li battezza il pleroma e la creatura, che sono termini gnostici. Il pleroma è il mondo in cui gli eventi sono causati da forze e urti e nel quale non vi sono ‘distinzioni’, o, come direi io, ‘differenze’. Nella creatura, gli effetti sono provocati proprio dalla differenza. In effetti, eccoci davanti la solita vecchia dicotomia tra mente e sostanza. Possiamo studiare e descrivere il pleroma, ma in ogni caso le distinzioni che tracciamo sono attribuite al pleroma da noi. Il pleroma non sa nulla di differenze e distinzioni; esso non contiene alcuna ‘idea’ nel senso in cui io impiego il termine. Quando studiamo e descriviamo la creatura, dobbiamo identificare in modo corretto le differenze agenti nel suo interno. Direi che “pleroma” e ”creatura” sono termini che si potrebbero utilmente adottare; quindi mette conto di considerare i ponti che collegano questi due ‘mondi’. Dire che le ‘scienze fisiche’ si occupano solo del pleroma e che le scienze della mente si occupano solo della creatura è un’eccessiva semplificazione. Le cose sono un po’ più complicate. … La creatura è quindi il mondo visto come mente, ogni volta che questa visione sia appropriata. E ogni volta che questa visione è appropriata, interviene una complessità di un tipo che manca nella descrizione pleromatica: la descrizione della creatura è sempre gerarchica. Ma tra le differenze vi sono differenze. Ogni differenza efficace denota una demarcazione, una linea di classificazione, e tutte le classificazioni sono gerarchiche. In altre parole, le differenze debbono a loro volta esser differenziate e classificate. Con una di queste classi avete tutti familiarità; precisamente la classe delle differenze che sono create dal processo di trasformazione per il quale le differenze immanenti nel territorio diventano differenze immanenti nella mappa. In un angolo di ogni mappa che si rispetti si troveranno specificate (di solito in parole) queste regole di trasformazione. Entro la mente umana è assolutamente necessario riconoscere le differenze di questa classe, e di fatto sono queste che costituiscono l’argomento principale di «Science and Sanity». Infine c’è quella gerarchia di differenze che i biologi chiamano « livelli ». Intendo differenze come quella tra una cellula e un tessuto, tra tessuto e organo, organo e organismo, organismo e società. Queste sono le gerarchie delle unità o Gestalten, in cui ogni subunità è una parte dell’unità successiva di più vasto ambito. E, sempre, in biologia, questa differenza o relazione che chiamo ‘parte di’ è tale che certe differenze nella parte hanno effetto informazionale sull’unità più vasta e viceversa. … Inoltre il significato stesso di ‘sopravvivenza’ subisce un cambiamento quando smettiamo di parlare della sopravvivenza di qualcosa che è limitato dall’epidermide e cominciamo a pensare alla sopravvivenza del sistema di idee nel circuito. Il contenuto dell’epidermide dopo la morte viene ridistribuito casualmente e così pure i canali all’interno dell’epidermide; ma le idee, dopo ulteriori trasformazioni, possono sopravvivere nel mondo sotto forma di libri o di opere d’arte. Socrate come individuo bioenergetico è morto, ma molto di lui continua a vivere nella contemporanea ecologia delle idee. È anche chiaro che la teologia subisce un mutamento e forse un rinnovamento. Le religioni del Mediterraneo hanno oscillato per cinquemila anni tra immanenza e trascendenza: a Babilonia gli dèi erano entità trascendenti situate sulla cima delle colline; in Egitto la divinità era immanente nel Faraone; e il cristianesimo è una complessa combinazione di queste due credenze. L’epistemologia cibernetica che vi ho presentato suggenirebbe un’altra impostazione. La mente individuale è immanente, ma non solo nel corpo: essa è immanente anche in canali e messaggi esterni al corpo; e vi è una più vasta Mente di cui la mente individuale è solo un sottosistema. Questa più vasta Mente è paragonabile a Dio, ed è forse ciò che alcuni intendono per ‘Dio’, ma essa è ancora immanente nel sistema sociale totale interconnesso e nell’ecologia planetaria. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 479 |
Il pleroma e la creatura |
Nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza menteLa psicologia freudiana ha dilatato il concetto di mente verso l’interno, fino a includervi l’intero sistema di comunicazione all’interno del corpo (la componente neurovegetativa, quella dell’abitudine, e la vasta gamma dei processi inconsci). Ciò che sto dicendo dilata la mente verso l’esterno. E tutti e due questi cambiamenti riducono l’ambito dell’io conscio. Si rivela opportuna una certa dose di umiltà, temperata dalla dignità o dalla gioia di far parte di qualcosa di assai più grande: parte, se si vuole, di Dio. Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie, in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre razze e dagli animali e dalle piante. Se questa è l’opinione che avete sul vostro rapporto con la natura e se possedete una tecnica progredita, la probabilità che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento e l’esagerato sfruttamento delle riserve. Le materie prime del mondo sono limitate. …. Vi sono esperienze e discipline che possono aiutarmi a immaginare che effetto farebbe avere questo corretto abito mentale. Sotto l’effetto dell’LSD ho sperimentato, come molti altri, la scomparsa della distinzione tra l’io e la musica che ascoltavo. Il soggetto percipiente e la cosa percepita vengono stranamente uniti in una sola entità; questo stato è certo più corretto di quello in cui sembra che ‘io ascolto la musica’. Il suono, dopo tutto, è la Ding an sich, ma la mia percezione di esso è una parte della mente. Per me un altro indizio — un altro momento in cui la natura della mente mi è stata per un attimo chiara — è stato fornito dai famosi esperimenti di Adelbert Ames Jr.. Si tratta di illusioni ottiche nella percezione della profondità. Come la cavia di Ames, voi scoprite che i processi mentali coi quali create il mondo in una prospettiva tridimensionale sono dentro la vostra mente, ma del tutto inconsci e al di là del controllo volontario. Naturalmente noi tutti sappiamo che è così, cioè che la mente crea le Immagini che ‘noi’ vediamo. Eppure l’esperienza diretta di questo fatto che sapevamo da sempre è un profondo trauma epistemologico. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 484 |
Nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente |
La morteE da ultimo c’è la morte. È comprensibile che in una civiltà che separa la mente dal corpo, si debba o cercare di dimenticare la morte o costruire mitologie sulla sopravvivenza della mente trascendente. Ma se la mente è immanente non solo nei canali d’informazione ubicati dentro il corpo, ma anche nei canali esterni, allora la morte assume un aspetto diverso. Il ganglio individuale di canali che io chiamo ‘me’ non è più così prezioso perché quel ganglio è solo una parte di una mente più vasta. Le idee che sembravano essere me possono anche diventare immanenti in voi. Possano esse sopravvivere, se sono vere. Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, pag. 484 |
La morte |
I momenti della storia in cui sono cambiati gli atteggiamentiDevo parlare di storia recente, come appare a me nella mia generazione e a voi nella vostra. Vi dirò il mio criterio per l’importanza storica. I mammiferi in generale, e noi uomini in particolare, si curano moltissimo non degli episodi, ma delle strutture delle loro relazioni. Quando apro lo sportello del frigorifero e il gatto si avvicina emettendo certi suoni, esso non sta parlando del fegato o del latte, anche se so bene che è proprio quello ciò che il gatto vuole. Posso esser capace di indovinare e dargli ciò che desidera (se ce n’è nel frigorifero). Ciò che il gatto dice, in realtà, è qualcosa che riguarda la sua relazione con me. Se esprimessi con parole il suo messaggio, ne risulterebbe qualcosa del tipo: « dipendenza, dipendenza, dipendenza ». In effetti il gatto sta parlando di una struttura piuttosto astratta nell’ambito di una relazione. Da quest’asserzione di una struttura, io dovrei passare dal generale al particolare: dedurre «latte» o « fegato». Questo punto è fondamentale; questo è ciò che interessa i mammiferi. Essi si curano delle strutture di relazione, della posizione in cui si trovano rispetto agli altri in un rapporto di amore, odio |