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Introduzione
al libro di Bateson:
"Verso un’ecologia della mente", Adelphi
La scienza della mente e dell’ordine
Il titolo dato alla raccolta di saggi e conferenze che costituiscono questo
libro è stato scelto proprio per definirne il contenuto. Questi saggi,
scritti nell’arco di oltre trentacinque anni, propongono, nel loro complesso,
una nuova maniera d’intendere le idee e quegli aggregati di idee che io chiamo
’menti’. Questa maniera d’intendere la chiamo ’ecologia della mente’, o ecologia
delle idee. È una scienza che ancora non esiste come corpus organico
di teoria o conoscenza.
Ma la definizione di ’idea’ che questi saggi nel loro complesso propongono è
molto più ampia e formale di quanto non sia tradizionalmente. I miei
saggi dovrebbero parlare da sé, ma desidero esprimere fin d’ora la mia
convinzione che certi fatti come la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione
strutturata delle foglie in una pianta. l’amplificazione progressiva della corsa
agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica
di una frase, il mistero dell’evoluzione biologica, e la crisi in cui oggi si
trovano i rapporti tra l’uomo e l’ambiente, possano essere compresi solo in
termini di un’ecologia delle idee così come io la propongo.
I problemi che il libro solleva sono ecologici: come interagiscono le idee?
Esiste una sorta di selezione naturale che determina la sopravvivenza di certe
idee e l’estinzione o la morte di certe altre? Che tipo di legge economica limita
il moltiplicarsi delle idee in una data regione della mente? Quali sono le condizioni
necessarie per la stabilità (o la sopravvivenza) di sistemi o sottosistemi
siffatti?
Alcuni di questi problemi sono sfiorati in questi saggi, ma l’intento principale
del libro è quello di sgombrare la strada affinché porre tali
problemi acquisti significato.
Fu solo verso la fine del 1969 che acquistai piena coscienza di ciò che
ero venuto facendo. Durante la stesura della conferenza Korzvbski "Forma,
sostanza e differenza", scoprii che nel mio lavoro sulle popolazioni primitive,
sulla schizofrenia o sulla simmetria biologica, e nella mia insoddisfazione
per le teorie tradizionali dell’evoluzione e dell’apprendimento, avevo identificato
un insieme di linee di traguardo o punti di riferimento sparsi qua e là,
in base ai quali si poteva individuare un nuovo territorio scientifico. Questi
punti di riferimento sono quelli che permettono di procedere nella marcia verso
un ecologia della mente, secondo il titolo del libro.
Per la natura stessa delle cose, un esploratore non può mai sapere che
cosa stia esplorando finché l’esplorazione non sia stata compiuta. Egli
non ha in tasca un Baedeker, una guida, che gli indichi le chiese da visitare
o gli alberghi dove pernottare; ha solo l’ambigua tradizione di altri che l’hanno
preceduto su quella strada. Non c’è dubbio che livelli più profondi
della mente guidino lo scienziati o l’artista verso esperienze e pensieri attinenti
ai problemi che in qualche modo sono suoi, e sembra che quest’azione di guida
si esplichi assai prima che lo scienziato acquisti una qualunque nozione conscia
dei suoi fini. Ma come ciò accada, non lo sappiamo.
Mi sono spesso spazientito con certi colleghi perché mi sembravano incapaci
di cogliere la differenza tra l’ovvio e il profondo; ma quando gli studenti
mi hanno chiesto di definire questa differenza, sono rimasto sconcertato. Ho
risposto vagamente che qualunque studio che c’illumini sulla natura dell’ "ordine"
o della ’forma’ nell’universo è certamente non ovvio.
Ma questa risposta non fa che eludere la domanda.
Per qualche tempo tenni un corso informale per gli ospiti del reparto psichiatrico
del Veterans Administration Hospital a Palo Alto, cercando di indurli a riflettere
un po’ sulle idee contenute in questi saggi. Essi seguivano diligentemente,
e anche con acuto interesse, ciò che dicevo, ma ogni anno, dopo tre o
quattro lezioni, veniva fuori la domanda: "Qual è l’argomento di
questo corso?".
Tentai diverse risposte. Una volta scrissi una specie di catechismo e lo distribuii
in classe, dicendo che conteneva un campionario delle domande che speravo sarebbero
stati in grado di discutere alla fine del corso. Le domande andavano da "Che
cos’è un sacramento?" a "Che cos’è l’entropia?"
e "Che cos’è il gioco?".
Come espediente didattico, il mio catechismo fu un fiasco: ridusse la classe
al silenzio. Ma c’era in esso una domanda utile:
Una certa mamma, quando il suo bambino ha mangiato gli spinaci,
lo premia di solito con un gelato. Di quali ulteriori informazioni avreste bisogno
per essere in grado di predire se il bambino:
a) giungerà ad amare o a odiare gli spinaci;
b) ad amare o a odiare il gelato;
c) ad amare o a odiare la mamma?
Dedicammo una o due lezioni all’indagine delle molte ramificazioni di questa domanda, e giunsi a chiarirmi che tutte le informazioni suppletive richieste riguardavano il contesto del comportamento della madre e del figlio. In realtà il fenomeno del contesto e il fenomeno strettamente connesso del ’significato’ costituivano una divisione tra le scienze ’esatte’ e il tipo di scienza che io stavo cercando di costruire.
Pian piano mi avvidi che ciò che rendeva difficile dire alla classe
quale fosse l’argomento del corso, era che il mio modo di pensare differiva
dal loro. Un’indicazione su questa differenza mi venne da uno studente. Era
la prima lezione, e avevo parlato delle differenze culturali tra Inghilterra
e America - argomento che si dovrebbe sempre toccare quando un inglese deve
insegnare antropologia culturale ad americani. Alla fine della lezione, uno
degli ospiti venne da me, si voltò indietro per sincerarsi che tutti
gli altri se ne stessero andando, e poi disse esitante:
"Vorrei farle una domanda…" "Sì?…" "Be’... lei
vuole proprio che noi impariamo quello che ci sta raccontando?".
Ebbi un attimo di esitazione, ma egli riprese subito: "oppure tutto questo
è una specie di esempio, un’illustrazione di qualcos’altro?" "Certo,
proprio così!"
Ma un esempio di che cosa?
Dopo, quasi ogni anno, ci furono vaghe lamentele che di solito mi giungevano
sotto forma di pettegolezzo: si sosteneva che "Bateson sa qualcosa che
non ci dice…", oppure "sotto quello che Bateson dice c’è qualcosa,
ma lui non dice mai di che si tratti...".
Evidentemente non stavo dando una risposta alla domanda: "Un esempio di
che cosa?"...
Disperato, costruii un diagramma per descrivere quello che, secondo me, era
il compito dello scienziato. L’impiego di questo diagramma mise in luce che
una delle differenze tra le mie abitudini di pensiero e quelle dei miei studenti
scaturiva dal fatto che essi erano stati allenati a pensare e ad argomentare
induttivamente dai dati alle ipotesi, ma non a confrontare le ipotesi con la
conoscenza derivata per via di deduzione dai fondamenti della scienza e della
filosofia.
Il diagramma aveva tre colonne. A sinistra avevo riportato una lista di vari
tipi di dati non interpretati, come la registrazione fotografica di un atto
umano o animale, la descrizione di un esperimento, la descrizione o la fotografia
della gamba di uno scarabeo, o la registrazione di un’espressione verbale umana.
Sottolineai il fatto che i ’dati’ non sono eventi o oggetti, ma sempre registrazioni
o descrizioni o memorie di eventi o di oggetti. Tra lo scienziato e il suo oggetto
interviene sempre una trasformazione o registrazione dell’evento grezzo: il
peso di un oggetto è misurato per confronto col peso di un altro oggetto,
o registrato su un apparecchio misuratore; la voce umana è trasformata
nelle variazioni della magnetizzazione del nastro. Inoltre, sempre e inevitabilmente,
ha luogo una selezione dei dati, poiché la totalità dell’universo,
passato e presente, non può essere osservata da alcun singolo punto d’osservazione
assegnato.
A rigore, quindi, non esistono dati veramente ’grezzi’, e ogni registrazione
viene in qualche misura sottoposta a elaborazione e trasformazione da parte
dell’uomo o dei suoi strumenti.
Pure, i dati sono la sorgente d’informazione più fidata, e da essi deve
procedere lo scienziato. Costituiscono la sua prima ispirazione, e ad essi egli
deve in seguito ritornare.
Nella colonna di mezzo avevo elencato un certo numero di nozioni esplicative,
definite in modo imperfetto, che sono comunemente usate nelle scienze del comportamento
- ’ ego ’, ’ ansia ’, ’ istinto ’, ’ finalità ’, ’ mente ’, ’ io ’, ’coordinazione
ereditaria’, ’intelligenza’, ’stupidità’, ’maturità’, e simili.
Per pura cortesia, li chiamo concetti ’euristici’; ma, in verità, la
maggior parte di essi sono stati ricavati in modo così vago e sono tra
loro così poco coordinati, che la loro mescolanza genera una sorta di
nebbia intellettuale che contribuisce di molto a ritardare i progressi della
scienza.
Nella colonna di destra, infine, avevo elencato quelli che chiamo i ’principi
fondamentali’. Questi sono di due tipi: proposizioni e sistemi di proposizioni
immediatamente evidenti e proposizioni, o ’leggi’, vere in generale. Fra le
prime collocai le ’Verità Eterne’ della matematica, la cui verità
è tautologicamente limitata ai domini ove vigono i gruppi di assiomi
e le definizioni costruiti dall’uomo: ’Se i numeri sono definiti in modo opportuno,
e se l’operazione di addizione è definita in modo opportuno, allora 5
+ 7 = 12.. Tra le proposizioni che direi scientificamente o generalmente ed
empiricamente vere, metterei le ’leggi’ di conservazione della massa e dell’energia,
la seconda legge della termodinamica, e così via. Ma non èpossibile
definire in modo netto la linea di demarcazione tra verità tautologiche
e generalizzazioni empiriche, e tra i miei ’principi fondamentali’ vi sono proposizioni
della cui verità nessun uomo sensato può dubitare, ma che non
possono esser facilmente qualificate come empiriche o come tautologiche. Le
’leggi’ della probabilità non possono essere enunciate in modo da esser
comprese e non credute, eppure non è facile decidere se esse siano empiriche
o tautologiche; e lo stesso vale per i teoremi di Shannon nella teoria dell’informazione.
Con l’aiuto di un tal diagramma, è possibile dire molte cose sul lavoro
scientifico nel suo complesso e, in quest’ambito, sulla posizione e direzione
di una qualunque ricerca particolare. La ’spiegazione’ è il far corrispondere
i dati ai principi fondamentali, ma il fine ultimo della scienza è l’accrescimento
della conoscenza fondamentale.
Molti ricercatori, specialmente nelle scienze del comportamento, sembrano credere
che il progresso scientifico avvenga in modo prevalentemente induttivo, e che
così debba essere. Con riferimento al diagramma, essi credono che i progressi
si compiano studiando i dati ’grezzi’, studio che dovrebbe condurre a nuovi
concetti euristici. Questi ultimi debbono poi essere riguardati come ’ipotesi
di lavoro’ e debbono essere controllati mediante altri dati; pian piano, così
si spera, i concetti euristici verranno corretti e migliorati fino a diventar
degni, da ultimo, di occupare un posto nell’elenco dei principi fondamentali.
Circa mezzo secolo di un lavoro cui hanno contribuito migliaia di uomini intelligenti
ha prodotto, in effetti, una ricca messe di parecchie centinaia di concetti
euristici, ma, ahimè, forse neppure un solo principio degno di figurare
nell’elenco dei principi fondamentali.
É perfino troppo evidente che la gran maggioranza dei concetti della
psicologia, psichiatria, antropologia, sociologia ed economia contemporanee
sono affatto isolati dalla rete dei principi scientifici fondamentali.
Molière, tanto tempo fa, descrisse un esame orale di laurea, in cui i
sapienti dottori chiedono al candidato di esporre la "causa e ragione"
per cui l’oppio fa dormire. Il candidato risponde trionfante in latino maccheronico:
"Perché esso contiene un principio soporifero (virtus dormitiva)..."
Emblematicamente, lo scienziato si trova di fronte a un complesso sistema interagente
- in questo caso l’interazione avviene tra l’uomo e l’oppio. Egli constata un
cambiamento nel sistema: l’uomo s’addormenta. Lo scienziato allora spiega il
cambiamento dando un nome a una ’causa’ fittizia, situata in una delle due componenti
del sistema interagente: o l’oppio contiene un principio soporifero reificato,
o l’uomo contiene un bisogno reificato di dormire, una sonnolenza, che è
’espressa’ nella sua reazione all’oppio.
E, emblematicamente, tutte le ipotesi di questo tipo sono soporifere’, nel senso
che addormentano la ’facoltà critica’ (un’altra causa fittizia reificata)
che si trova nello scienziato stesso.
Lo stato mentale o abitudine di pensiero che va dai dati all’ipotesi soporifera
e di nuovo ai dati, si autorinforza. Tutti gli scienziati attribuiscono un grande
valore alla previsione, e, in realtà, è bello esser capaci di
prevedere i fenomeni; ma la previsione è una verifica piuttosto misera
per un’ipotesi, e ciò vale in particolare per le ipotesi ’soporifere’.
Se si afferma che l’oppio contiene un principio soporifero, si può dedicare
tutta la vita a ricercare e studiare le caratteristiche di questo principio:
è resistente al calore? In quale frazione di un distillato si trova?
qual è la sua formula molecolare? E così via. A molte di queste
domande si potrà rispondere in laboratorio, e si sarà condotti
a ipotesi derivate non meno ’soporifere’ di quella da cui si era partiti.
Di fatto la proliferazione delle ipotesi soporifere è un sintomo di esagerata
preferenza per l’induzione, ed è inevitabile che tale preferenza porti
a qualcosa di analogo allo stato attuale delle scienze del comportamento: una
massa di speculazioni quasi-teoriche distaccate da qualunque nucleo di conoscenza
fondamentale.
Viceversa io cerco d’insegnare agli studenti (e in questa raccolta di saggi
è assai evidente il tentativo di comunicare questa tesi) che nella ricerca
scientifica si parte da
due fattori iniziali, ciascuno dei quali ha un suo tipo di autorità:
le osservazioni non possono essere confutate, e i principi fondamentali devono
risultare verificati: si deve compiere una specie di manovra a tenaglia.
Se si esegue il rilievo topografico di un territorio o si traccia una mappa
delle stelle, si hanno due corpi di conoscenza, nessuno dei quali può
essere ignorato: da una parte ci sono le nostre misurazioni empiriche, e dall’altra
la geometria euclidea. Se non si riesce ad armonizzarle, allora o i dati sono
sbagliati, o, a partire da essi, si è argomentato male, oppure si è
fatta una scoperta talmente importante da condurre a una revisione di tutta
la geometria.
Il sedicente scienziato del comportamento che non sa nulla della struttura di
base della scienza, e nulla dei tremila anni di scrupolosa riflessione filosofica
e umanistica sull’uomo - che non sa definire l’entropia o un sacramento - farebbe
meglio a starsene tranquillo piuttosto che aumentare il caos di ipotesi abborracciate
già esistente.
Ma il divario tra l’euristico e il fondamentale non è dovuto soltanto
all’empirismo e all’abitudine induttiva, e neppure alla seducente prospettiva
di una rapida applicazione, oppure a un sistema educativo sbagliato che fabbrica
scienziati professionisti a partire da uomini che poco si curano della struttura
fondamentale della scienza. Il divario è dovuto anche alla circostanza
che una parte grandissima della struttura fondamentale della scienza ottocentesca
era inadeguata o irrilevante per i problemi che il biologo e lo scienziato del
comportamento si trovarono ad affrontare.
Per almeno duecent’anni, diciamo dai tempi di Newton fin verso la fine dell’
’800, l’interesse dominante della scienza si rivolse a quelle catene di cause
ed effetti che potessero essere attribuite a forze e collisioni. La matematica
a disposizione di Newton era prevalentemente quantitativa, e questo fatto, insieme
con la concentrazione dell’attenzione sulle forze e le collisioni, portò
a misurare con notevole precisione distanze, tempi, masse ed energie.
Come le misurazioni del topografo debbono essere in armonia con la geometria
euclidea, così il pensiero scientifico doveva essere in armonia con le
grandi leggi di conservazione. La descrizione di un qualunque evento esaminato
da un fisico o da un chimico doveva essere basata su bilanci di massa e di energia,
e questa regola conferì all’edificio concettuale delle scienze esatte
un tipo particolare di rigore.
Com’era abbastanza naturale, i pionieri della scienza del comportamento iniziarono
la loro indagine col desiderio che le loro speculazioni fossero fondate su una
simile base rigorosa. Lunghezza e massa erano concetti che difficilmente essi
potevano usare nella descrizione del comportamento (qualunque cosa esso fosse),
ma l’energia sembrava più maneggevole. Era allettante collegare l’ ’energia’
a metafore già esistenti, come la ’forza’ delle emozioni o del carattere,
o il ’vigore’; oppure considerare l’ ’energia’ in qualche modo opposta alla
’stanchezza’ o all’ ’apatia’. Il metabolismo rispetta un bilancio energetico
(qui ’energia’ è intesa in senso stretto), e l’energia consumata nel
comportamento dev’essere inclusa in questo bilancio; pertanto sembrò
sensato considerare l’energia un fattore determinante del comportamento.
Sarebbe stato più fruttuoso considerare la mancanza di energia come un
ostacolo al comportamento, poiché alla lunga un uomo che muore di fame
smetterà di ’comportarsi’. Ma anche questo non va: un’ameba priva di
cibo per un certo tempo diviene più attiva; il suo consumo di energia
è funzione inversa dell’energia immagazzinata.
Gli scienziati dell’ ’800 (Freud in particolare) che tentarono di gettare un
ponte tra i dati comportamentali e i princìpi fondamentali della scienza
chimica e fisica erano certo nel giusto quando ritenevano necessario quel ponte,
ma nel torto, io credo, quando vedevano nell’ ’energia’ il suo sostegno.
Massa e lunghezza non sono certo adatte per la descrizione del comportamento,
ma è difficile che più adatta sia l’energia. Dopo tutto, l’energia
è Massa x Velocità2, e nessuno scienziato del comportamento sostiene
veramente che l’ ’energia psichica’ sia di tale entità.
È quindi necessario cercare di nuovo tra i principi fondamentali per
trovare una classe opportuna di idee tramite le quali verificare le nostre ipotesi
euristiche.
Alcuni tuttavia sosterranno che i tempi non sono ancora maturi; che senza dubbio
a tutti i principi fondamentali della scienza si è giunti per via induttiva
partendo dall’esperienza, e che quindi si dovrebbe continuare con l’induzione
fino a ottenere una risposta fondamentale.
Io semplicemente non credo che l’origine dei principi fondamentali della scienza
si trovi nell’induzione dall’esperienza, e propongo che nella ricerca di una
testa di ponte tra i principi fondamentali si risalga ai primordi del pensiero
scientifico e filosofico; certamente a un periodo anteriore alla scissione di
scienza, filosofia e religione in attività distinte, separatamente coltivate
da specialisti di discipline separate.
Consideriamo ad esempio l’importantissimo mito delle origini dei popoli giudeo-cristiani:
quali sono i fondamentali problemi scientifici e filosofici che prende in considerazione
questo mito?
In principio Dio creò il cielo e la terra.
La terra era una massa informe, e vuota; le tenebre ricoprivano l’abisso, e
sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio.
Iddio disse: "E Sia la luce": e la luce fu. Vide Iddio che la luce
era buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce "giorno",
e le tenebre "notte". Così fu sera, poi fu mattina: primo giorno.
Dio disse ancora: "Vi sia fra le acque un firmamento, il quale separi le
acque superiori dalle acque inferiori".
E così fu. E Iddio fece il firmamento, separò le acque che sono
sotto il firmamento, da quelle che sono al di sopra; e chiamò il firmamento
"cielo". Di nuovo fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.
Poi Iddio disse: "Si radunino tutte le acque, che sono sotto il cielo,
in un sol luogo e apparisca l’Asciutto". E così fu. E chiamò
l’Asciutto Terra e la raccolta delle acque chiamò Mari. E Iddio vide
che ciò era buono.
Da questi primi dieci versetti di prosa tonante è possibile ricavare
alcune delle premesse o principi fondamentali dell’antico pensiero caldeo; ed
è strano, quasi fantastico, notare quanti principi fondamentali e problemi
della scienza moderna sono adombrati in questo antico documento.
1. Il problema dell’origine e natura della materia è liquidato sbrigativamente.
2. Il passo considera a lungo il problema dell’origine dell’ordine.
8. Si stabilisce così una separazione tra i due generi di problemi. Può
darsi che questo separare i problemi sia stato un errore, ma - errore o no -
la separazione è mantenuta nei principi fondamentali della scienza moderna:
le leggi di conservazione della materia e dell’energia sono ancora separate
dalle leggi dell’ordine, deII’entropia negativa e dell’informazione.
4. L’ordine viene considerato come una questione di distribuzione e divisione.
Ora alla base di ogni distribuzione sta la nozione che una qualche differenza
dovrà in seguito causare qualche altra differenza. Se intendiamo distribuire
separatamente palline nere e palline bianche, o palline grandi e palline piccole,
una differenza tra le palline sarà seguita da una differenza nella loro
collocazione: palline di un tipo in un sacchetto e palline di un altro tipo
in un altro sacchetto. Per tale operazione ci serve qualcosa come un crivello,
una soglia, o, par excellence, un organo di senso. É allora comprensibile
che a compiere questa funzione, di creare cioè un ordine altrimenti improbabile,
dovesse essere invocato un Ente senziente.
5. Strettamente connesso alla distribuzione e alla divisione è il mistero
della classificazione, seguito poi dalla straordinaria impresa umana dell’assegnazione
dei nomi.
Non è affatto evidente che le varie componenti di questo mito siano state
tutte prodotte da ragionamenti induttivi a partire dall’esperienza. E la faccenda
diviene ancora più sconcertante quando si confronta questo mito delle
origini con altri, che contengono premesse fondamentali diverse.
Tra gli Iatmul della Nuova Guinea il fondamentale mito delle origini riguarda,
come la storia del Genesi, il problema di come la terraferma sia stata separata
dall’acqua. Si dice che in principio il coccodrillo Kavwokmali remigava con
le zampe anteriori e con le zampe posteriori; e questo remigare teneva il fango
sospeso nell’acqua. Il grande eroe di quella cultura, Kevembuangga, sopraggiunse
con la sua lancia e uccise Kavwokmali. Allora il fango si posò e si formò
la terraferma; quindi Kevembuangga batté il piede sulla terraferma, cioè
dimostrò fieramente "che ciò era buono".
In questo caso gli argomenti a favore della derivazione del mito dall’esperienza
in combinazione col ragionamento induttivo sono più validi. Dopotutto
il fango resta effettivamente in sospensione se è agitato disordinatamente,
e si posa se cessa l’agitazione. Inoltre gli Iatmul vivono nei vasti acquitrini
della valle del fiume Sepik, ove non è facile distinguere tra acque e
terre, e quindi è comprensibile che essi possano interessarsi al processo
di differenziazione della terra dall’acqua.
Comunque sia, gli Iatmul sono giunti a una teoria dell’ordine che è quasi
l’esatto inverso di quella del Genesi: nel pensiero degli Iatmul la distribuzione
ha luogo se si pone termine alla generazione del disordine; nel Genesi per compiere
la distribuzione e la divisione viene invocato un agente.
Ma tutte e due le culture ipotizzano la stessa divisione fondamentale tra i
problemi della creazione materiale e i problemi dell’ordine e della differenziazione.
Tornando ora al problema se ai principi fondamentali della scienza e della filosofia
si sia giunti, allo stadio primitivo, tramite ragionamento induttivo a partire
dai dati empirici, ci si accorge che la risposta non è semplice. È
difficile immaginare come si sia potuti giungere alla dicotomia tra sostanza
e forma tramite argomenti induttivi. Dopo tutto, nessun uomo ha mai visto materia
senza forma e indifferenziata, proprio come nessuno ha mai visto o sperimentato
un evento ’casuale’. Se dunque alla nozione di un universo "informe e vuoto"
si è giunti per induzione, ciò è stato per un mostruoso
- e forse erroneo - balzo di estrapolazione.
E anche ammettendo ciò, non è affatto evidente che il punto donde
hanno preso le mosse i filosofi primitivi sia stata l’osservazione: è
almeno altrettanto verosimile che la dicotomia tra forma e sostanza sia stata
un’inconscia deduzione dalla relazione soggetto-predicato nella struttura del
linguaggio primitivo. Questo, tuttavia, è un problema che oltrepassa
i limiti di una speculazione fruttuosa.
Comunque, l’argomento centrale - ma di solito non esplicito - sia delle lezioni
che davo agli ospiti del reparto psichiatrico, sia di questi saggi, è
costituito dal ponte tra i dati del comportamento e i ’principi fondamentali’
della scienza e della filosofia; e le osservazioni critiche che ho fatto sopra
a proposito dell’uso metaforico dell’ ’energia’ nelle scienze del comportamento
si riassumono in un’accusa piuttosto semplice rivolta a molti dei miei colleghi:
che essi cioè hanno tentato di costruire il ponte verso la metà
sbagliata dell’antica dicotomia tra forma e sostanza. Le leggi di conservazione
dell’energia e della materia riguardano la sostanza più che la forma;
ma i processi mentali, le idee, la comunicazione, l’organizzazione, la differenziazione,
la struttura, sono questioni di forma più che di sostanza.
Nel corpo dei principi fondamentali la metà che riguarda la forma è
stata, negli ultimi trent’anni, enormemente arricchita dalle scoperte della
cibernetica e della teoria dei sistemi. Argomento di questo libro è la
costruzione di un ponte tra i fatti della vita e del comportamento, e ciò
che oggi sappiamo sulla natura della struttura e dell’ordine.