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La teoria del doppio vincolo
dal
libro di Bateson:
"Verso un’ecologia della mente", Adelphi
Non ha senso dire che un uomo è stato spaventato da un leone, perché
un leone non è un’idea. Di questo leone l’uomo si costruisce un’idea.
Il mondo esplicativo della sostanza non può richiamarsi né a differenze
nè a idee, ma solo a forze e urti; e, viceversa, il mondo della forma
e della comunicazione non si richiama a oggetti, forze o urti, ma soltanto a
differenze e idee. (Una differenza che genera una differenza è un’idea;
è un ’bit’, cioè un’unità d’informazione).
Ma tutto ciò lo appresi solo in seguito, e fu la teoria del doppio vincolo
che mi permise di apprenderlo. A loro volta, ovviamente, queste cose sono implicite
nella teoria, la quale senza di esse avrebbe difficilmente potuto essere fondata.
Il nostro lavoro originale sul doppio vincolo contiene numerosi errori, dovuti
semplicemente alla mancanza di un esame articolato del problema della reificazione.
In quel lavoro un doppio vincolo viene trattato come un ’qualcosa’, e se ne
parla come se questi ’qualcosa’ potessero essere contati.
Ciò naturalmente non ha senso: non si possono contare i pipistrelli contenuti
in una macchia d’inchiostro, dal momento che non ce ne sono; eppure, se uno
ha un debole per i pipistrelli, può ’vederne’ parecchi.
Ma nella mente ci sono doppi vincoli? La domanda non è futile. Così
come nella mente non ci sono noci di cocco, ma solo percezioni e trasformate
di noci di cocco, allo stesso modo, quando percepisco (consciamente o inconsciamente)
un doppio vincolo nel comportamento del mio principale, la mia mente non acquisisce
un doppio vincolo, ma solo una percezione o trasformata di doppio vincolo. E
questo non è l’oggetto della teoria.
Stiamo piuttosto parlando di certi grovigli nelle regole
preposte alla costruzione delle trasformate e, insieme, dell’acquisizione o
conservazione di tali grovigli. La teoria del doppio vincolo afferma che una
componente dovuta all’esperienza è presente nella determinazione o eziologia
dei sintomi sia della schizofrenia sia di modelli comportamentali affini, come
il comico, l’artistico, il poetico, ecc.
Si osservi che la teoria non distingue tra questi sottogeneri: non viene fornito
alcun criterio per decidere se un individuo diventerà un pagliaccio,
un poeta, uno schizofrenico o una combinazione di tutto ciò. Non si ha
a che fare con una sindrome specifica, ma con una famiglia di sindromi, di cui
la maggior parte non sono, tradizionalmente, considerate patologiche.
Per qualificare in generale questa famiglia di sindromi, conierò il termine
"transcontestuale".
Sembra che ci sia un tratto in comune fra coloro che sono dotati di qualità
transcontestuali e coloro che sono afflitti da confusioni transcontestuali per
tutti costoro, sempre o spesso, c’è una ’sovrimpressione’ una foglia
che cade, un amico che saluta, o una ’primula sulla sponda del fiume’, non sono
mai ’questo e nulla più’. Esperienze esterne possono essere inquadrate
nel contesto di un sogno, e, viceversa, pensieri interni possono essere proiettati
in contesti del mondo esterno, e così via. È nell’apprendimento
e nell’esperienza che cerchiamo una parziale spiegazione di tutto ciò.
dal libro
di Bateson: "Verso un’ecologia della mente",
Adelphi, pag. 295