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Francesco Cascioli

Un libro

a caso

romanzo storico sull’alto medioevo


Nota storica

I1 9 Aprile del 641, undici anni dopo la morte di Maometto, le truppe arabe avevano iniziato la conquista dell’Egitto, la più ricca provincia dell’Impero romano bizantino. Dopo essersi impadronite delle principali roccheforti, posero l’assedio al capoluogo: Alessandria. Il 5 novembre il generale mussulmano Amr fece il suo ingresso in città. Da quel momento l’Egitto fu sottomesso agli arabi.

Anni dopo la conquista di Alessandria, si raccontava che i papiri della sua Biblioteca, che aveva contenuto 400.000 manoscritti ed era stata la più importante dell’antichità, vennero usati dagli arabi come combustibile per riscaldare l’acqua delle Terme. Il calore così ottenuto durò cinque giorni, quattro mesi secondo altri. Il tutto per ordine del generale Amr che così motivò la decisione:

"Se sono libri che dicono il falso, siano bruciati. Se invece dicono il vero, sono inutili copie del Corano, non meritano quindi fine migliore. Siano bruciati in ogni caso."

In quel periodo un libro - il Corano - aveva tentato di sopprimere gli altri volumi in nome delle verità contenute nelle sue pagine, mentre il popolo scopriva l’utilità della cultura, usando i papiri per godersi l’acqua calda. Questa è l’ultima notizia tramandata sulla Biblioteca. Non si sa quanto sia attendibile; l’unico dato certo è che in un momento imprecisato una notevole quantità di libri venne inghiottita dal silenzio della Storia.

Nulla è eterno, le sostanze che temono il fuoco meno che mai. Prima o poi ci sarà stato un incendio, prima o poi un bibliotecario, voltate le spalle a un edificio vuoto, sarà stato costretto ad imboccare altre strade. Che questo impiegato statale si chiamasse Amos non è affatto probabile, anche se non impossibile. Ma che importa?

CAPITOLO PRIMO

    Il processo

Di Amos che si può dire?

È stato l’ultimo bibliotecario di Alessandria. Adesso, ormai da lunghi sette anni, vive da eremita, anzi da "dendrita", che è quel tipo particolare di monaco che passa la sua vita sopra un albero.

Attende un segno dal Cielo. Come sia arrivato a questa decisione è una lunga storia, che parte dal rogo dei volumi in Egitto, passa per Costantinopoli e per Roma, per arrivare fino in Umbria, dove, su di una piattaforma sospesa tra i rami, l’ex bibliotecario aspetta un messaggio divino, un angelo che gli annunci se esistano ancora seguaci degli Dei pagani, e se lui possa unirsi a loro per lodare la grandezza e la nobiltà dell’antica religione.

Strani propositi per un asceta tenuto in vita dalla carità cristiana, ma Amos è un eremita molto particolare, ed ha un rapporto di timore, o meglio di rispetto, più che di incondizionata accettazione verso il culto di Gesù.

In sette anni di esistenza isolata su di un albero, l’ex bibliotecario ripensava spesso non solo al rogo dei libri ad Alessandria, ma anche al processo che gli intentarono a Costantinopoli, al rogo destinato a lui, e alle arringhe del suo avvocato difensore che cercava di salvarlo.

"Eccellentissimo Giudice, e voi cittadini della capitale dell’Impero, mi trovo in questo tribunale quale difensore del bibliotecario Amos, accusato di aver malmenato un sacerdote e, cosa ancor più grave, di aver praticato la stregoneria associandosi ad un indovino e vendendo profezie.

Eppure risulta difficile credere che un sapiente, un uomo pacifico come Amos, un servitore dello Stato rimasto senza lavoro per la vittoria araba - la stessa disgrazia che ha piegato l’Impero - abbia potuto macchiarsi di una colpa tanto grave.

Rivediamo allora la sua storia. Rimasto senza lavoro dopo il rogo dei libri, Amos lascia Alessandria dove si era ridotto a fare il mendicante, e si trasferisce a Costantinopoli. Nella nostra città viene sfamato da un vecchio di nome Sigi, che lo prende come aiutante nel suo lavoro di indovino.

“Aiutante” per modo di dire però. Non va dimenticato che il bibliotecario non conosce nulla di questa “arte della predizione”, che necessita - lo sanno tutti, anche chi non la ritiene possibile - di lunghi anni di apprendistato.

Sigi l’indovino dunque, prende al suo servizio Amos. Si sente vecchio, è stanco di girare le strade a cercar clienti, e forse vuole qualcuno che gli risparmi la parte più faticosa del lavoro. Purtroppo non è più possibile andare oltre a investigare su quali fossero le sue intenzioni. Sigi - un pover uomo che non aveva mai fatto male a nessuno - è stato ucciso proprio durante i fatti che hanno condotto all’arresto del mio cliente, e Amos è ancora così scosso da quella morte che benché in tutti i modi io l’abbia sollecitato a testimoniare - non se la sente di rispondere alle domande della Corte, rischiando di compromettere col silenzio la sua posizione. Quindi tutti noi, io che lo difendo e il magistrato che lo deve giudicare, siamo costretti a procedere per deduzioni.

Un fatto risulta però indubitabile: nei pochi mesi passati con l’indovino, Amos non è riuscito ad imparare la cosiddetta “divinazione”, cioè la scienza della predizione. Nessuno ha potuto testimoniare di aver ricevuto profezie da lui, nessuno ha mai chiesto a lui personalmente un responso sul futuro. Abbiamo così definito un particolare importante: Amos non può sapere come si fa l’indovino, e quindi non può essere incolpato di un delitto che non è in grado di compiere, e questo sempre che si arrivasse alla conclusione che l’arte dell’indovinare - che qualcuno vuol confondere con la stregoneria - sia un’azione così criminale da meritare la morte.

L’imputato che dobbiamo giudicare, non è in grado di fare alcuna profezia, non ha mai praticato la stregoneria, non è quindi responsabile di nulla. Più semplicemente, Amos mangiava il pane che la bontà di Sigi gli forniva. Fame dunque, e impossibilità di trovare cibo in altro modo, questo il suo solo delitto. Ma questo suo unico peccato è del tutto insufficiente per condannarlo!

Con che coscienza si potrebbe immaginarlo scontare una qualsiasi pena, sapendo che il presunto colpevole è inequivocabilmente innocente, perché non in grado di commettere quel tipo di reato?

Amos infatti è assolutamente estraneo al presunto delitto dell’indovinare, e io vi chiedo e vi scongiuro di pensarci molto bene prima di giudicarlo.

Amos è dunque vittima del destino, non colpevole di predirlo. Innocente quindi, e degno, per questi motivi, di un’indispensabile assoluzione..."

L’avvocato di Amos continuava a disquisire. Al bibliotecario faceva una strana impressione sentirlo parlare in sua difesa. Per capire come fosse finito sotto processo, bisognava risalire al rogo che l’aveva lasciato senza lavoro: l’ordine di bruciare i papiri era stato colpo che gli aveva sconvolto l’anima. Distruggeva la vita, gli impediva di esistere. Un bibliotecario senza libri che bibliotecario è?

Proprio questa riflessione, venutagli in mente durante l’agonia che accompagnò la morte della Biblioteca - i carri di papiri che giorno dopo giorno venivano gettati nei forni - lo costrinse ad escogitare un rimedio, una soluzione che individuò quando già la maggior parte dei libri era stata gettata tra le fiamme.

All’ordine di incenerire i volumi non era possibile opporsi. Se il governo venuto dal deserto non desiderava papiri, era impossibile non assoggettarsi ai suoi ordini. Che i "vecchi scritti" siano bruciati dunque, ma nulla era stato ordinato per i nuovi.

E gli parve una bella idea. Perché non rifondare la Biblioteca copiando un testo qualsiasi?

Ogni raccolta di libri è iniziata da un primo volume, questo poteva funzionare come un seme. Avrebbe prestato quel primo manoscritto a qualche bibliofilo, che magari si sarebbe sentito ispirato a scrivere un testo a sua volta, e così i volumi sarebbero diventati due. E poi tre, cento. Sarebbe stata la sua rivincita. Si sarebbe ricostruito una professione, contrastando il monopolio del Corano, il libro del cammelliere.

Detto fatto - l’idea di copiare un volume scelto a gli venne l’ultima notte, quando mancavano ormai pochi carri all’olocausto totale - prese un libro dagli scaffali che i soldati stavano svuotando, e cominciò a leggerlo. Non c’era tempo per copiarlo, si poteva solo scorrere le righe e fissarle nella memoria, per poi in seguito riscriverle

I soldati gli facevano premura. Lesse le pagine finali di fronte alla bocca del forno. Poi, con maggior freddezza di quanto avrebbe immaginato, gettò lui stesso il volume fuoco. "Nulla", così si chiamava il libro, fu l’ultimo papiro a finire tra le fiamme.

La vecchia Biblioteca era definitivamente morta, la nuova stava per cominciare. L’avrebbe fondata lui: l’avrebbe fatto, lo giurò davanti al fuoco.

Poi stette lì, accanto al rogo del libro appena letto che bruciava in mezzo agli altri, aspettando che le fiamme morissero, vicino al cadavere della sua cara Biblioteca

Alla fine - quando il calore era anch’esso terminato -  vuotò in mano al soldato il sacchetto con le sue monete e gli chiese di aprire il forno. Prese una manciata di cenere dal lato dove era finito il volume appena letto, e ne riempì il sacchetto.

Chissà perché lo fece. Forse per avere un qualcosa di concreto da conservare. Da allora portò sempre quel sacchetto legato al collo, e gli piaceva pensare che era parte di se, fuori del suo corpo ma a contatto con l’anima. Vicino al cuore. Poi se ne ando’ a dormire.

CAPITOLO SECONDO

 

Il mendicante

Ma l’indomani, quando si decise ad alzarsi, Amos fu assalito da un’imprevedibile angoscia. Ricordava il proposito nato la sera prima - quel dover riscrivere l’ultimo testo bruciato - ma il compito che si era imposto era più difficile di quanto avesse sospettato.

Se ne accorse lentamente. Per cominciare avvertì una certa riluttanza nel mettersi a scrivere, sensazione frequente quando ci si accinge ad iniziare un’opera, però questa riluttanza nel tempo non scomparve. Neanche un appello alla sua coscienza riuscì a deciderlo.

In realtà comprese di non essere assolutamente in grado di riscrivere quel libro.

“Nulla”, il volume letto la notte in cui morì la Biblioteca, doveva forse essere stato il testo sacro di una setta gnostica, e per gli Gnostici il nucleo essenziale del religione - la Gnosi, la Conoscenza - veniva comunicato a voce da maestro a discepolo, ed implicava un processo di iniziazione principalmente orale. Per gli Gnostici i libri erano un di più, comprensibile per chi già possedeva la conoscenza dei misteri divini, inutile per gli altri. E infatti "Nulla" dava molto per scontato. Era oscuro, sfuggente; scritto forse per produrre uno scatto nella memoria dell’affiliato, affinché ripensasse le informazioni apprese dalla voce del maestro.

Il testo conteneva elenchi di Dei, belle frasi, meditazioni teologiche comuni a molte religioni e alcuni spunti originali, ma questo non eliminava la sensazione di fondo, e cioè che “l’Anima del libro” gli fosse rimasta sconosciuta.

Né era possibile sperare nelle delucidazioni di un qualche fedele. Di Gnostici, ormai da secoli, non si sentiva più parlare, solo la Biblioteca di Alessandria, nell’immensa  varietà di testi che ospitava, ne aveva conservato la memoria. Riscrivere un libro che non aveva capito si preannunciava quindi un’impresa lunga e complessa, forse impossibile.

Alessandria intanto aveva accolto i conquistatori arabi con la sapienza di una vecchia puttana. Tra i concittadini di Amos c’erano quelli - ma non erano molti - che speravano in una riconquista bizantina, c’era chi faceva finta di non accorgersi dei nuovi padroni e chi si dava da fare per accattivarseli, mentre già si contavano le prime conversioni all’Islamismo.

Per l’ex bibliotecario, con la distruzione del suo luogo di lavoro era cominciata un’epoca nuova. Per sopravvivere usava il sistema più semplice: l’elemosina. Passava le giornate al mercato stendendo la mano, e le offerte, pur non abbondanti, erano sufficienti per i suoi pochi bisogni. Di lui si ricordava chi sapeva leggere e un tempo aveva frequentato la Biblioteca, e gli stessi soldati arabi - brava gente tutto sommato - che avevano portato i libri al fuoco, anche loro gli allungavano qualche soldino.

L’elemosina è un mestiere insolito, che richiede l’individuazione di clienti particolari. I mendicanti infatti vendono una merce per persone speciali - quelli che sanno apprezzare il "piacere di fare l’elemosina" - prodotto raro, che ha consumatori non comuni e fornitori, i pezzenti, altrettanto difficili da catalogare.

"Non si deve chiedere l’elemosina a tutti," gli consigliava Maya, la più saggia fra le mendicanti, "ci si stanca, si importuna la gente e non si mostra professionalità. Bisogna saper individuare il possibile cliente fra i cento che difficilmente regaleranno qualcosa. Solo la mente - e il suo braccio destro, l’occhio - possono guidare in questa scelta di sopravvivenza. Un bravo mendicante deve capire chi darà e chi no, e può perseguitare un avaro solo per svergognarlo, per togliersi uno sfizio.

Chi fa finta di non vederci, ci stimola, ci sfida." Spiegava Maya. "Ma come? Noi ci mettiamo l’anima per mostrarci sofferenti, e quello ci vuol far passare per pessimi attori?

Noi siamo i Segni della Miseria. Compito nostro è farci notare, strappare un’occhiata, una decisione. Se si crede di eliminare Il problema facendo finta di non vedere, ebbene: noi mendicanti non lo permettiamo!

Piagnucoliamo - Il pianto è libero - gridiamo la nostra sfortuna, la povertà, la fame, Il dolore, l’infelicità. Mettiamo paura.

Comincia Il divertimento - ogni mestiere ha Il suo - inizia lo spettacolo. Ecco i ciechi che urlano, gli zoppi che ti arrancano dietro, i monchi che ti afferrano con la mano sana,.

Impossibile fuggire. Se non vuoi offrire qualcosa, devi almeno guardarci in faccia - la nostra bella faccia - la vetrina della nostra merce: la miseria.

Dare. Non dare.

Alle elemosine non si sfugge!"

Mendicare aveva comunque i suoi lati positivi: permetteva ad Amos di concentrarsi sulla lettura fatta quella notte. Stando seduto davanti alla sua ciotola, per nulla turbato dal chiasso del mercato, tentava di ricostruire una parte o un concetto dell’antico testo.

Ricordare qualche brano non era complicato, difficile era dare un senso a ciò che rammentava, ricostruire dai ricordi un messaggio organico, individuare tra le righe del misterioso scrittore - "Nulla" non riportava il nome dell’autore - un progetto di comunicazione. Troppo spesso le frasi che il bibliotecario conservava nella memoria, sembravano parole messe insieme a caso, quasi i frammenti di un vocabolario stracciato da un bambino, ma lui doveva scrivere quel libro oppure cancellare Il suo passato. Sentiva che finche quel volume non avesse visto la luce, il rogo sarebbe rimasto invendicato, gli avrebbe torturato l’esistenza come il rimorso per un peccato, o meglio: come il rimpianto per una buona azione che ci si è rifiutati di compiere. In nulla sarebbe riuscito ad impegnarsi, se prima non avessi scritto “Nulla”.

E questa sensazione di un dovere da compiere, lo turbava e insieme lo riempiva di speranza. Mai avrebbe immaginato che inseguendo questa ossessione sarebbe finito su di un albero ad attendere, anno dopo anno, che gli arrivasse un Segno.

La vita da mendicante non era comunque così monotona come Amos avrebbe potuto immaginare. Per chi aveva passato i suoi anni a leggere, il mondo era come nato una seconda volta la gente sembrava diversa, più bella. A vivere di libri si entrava in contatto solo con persone di un certo tipo - quelli che sanno scrivere appunto - e, con gli altri, solo tramite la mediazione degli scrittori. Ma del mondo fa parte una grandissima varietà di persone che non sanno o non vogliono scrivere, eppure modificano la realtà. Costretto a passare la vita sulla strada, il bibliotecario incontrava i creatori del mondo, lasciava un universo di descrizioni per osservare i protagonisti: il marinaio tornato da terre lontane, il commerciante di argilla, il soldato che aveva combattuto le battaglie di cui poi lo storico avrebbe dato notizia ai lettori. Si trovava a ricevere stimoli da tutti; finalmente ascoltava i vivi, mentre gli scrittori della Biblioteca erano tutti morti, assieme ai loro figli: i libri, inceneriti la notte del rogo.

Gli stessi mendicanti era gente interessante e con cui Amos andava d’accordo. Lui non li disturbava, né tentava di darsi toni da sapiente, molto semplicemente stendeva la sua mano come gli altri stendevano la loro. I colleghi gli insegnarono la strada dei conventi dove - se la giornata era stata particolarmente avara - si poteva rimediare qualcosa da mangiare. E così l’ex bibliotecario faceva spesso il giro dei monasteri, sempre timoroso che insieme al cibo gli rifilassero come contorno qualche noiosa predica, anche se, quando c’era la fame, la zuppa servita dalla schiava del convento di San Paolo - una ragazza con grandi occhi neri faceva sopportare tutto.

Proprio quand’era mendicante ad Alessandria Amos aveva conosciuto Schi - la sua migliore amica, quella che a Costantinopoli aveva tirato fuori i soldi per l’avvocato. Lavorava come sguattera al convento di San Paolo e spesso gli aveva servito da mangiare; diventarono amici una notte che il bibliotecario passeggiava lungo il mare. Lasciati i sandali, aveva immerso i piedi nell’acqua tiepida, rilassante. Così la vide. Non capì subito cos’era: pensò ad un riflesso su uno scoglio, e invece era una testa di donna che lo osservava, immobile nel mare.

"Allora?" Lo apostrofò la donna con tono duro.

"Allora cosa?" Rispose Amos.

"Hai finito di guardare?"

”Perché? Non posso?"

"No.”

"Bastava dirlo." Le fece, e si voltò dandole le spalle. La sentì uscire dall’acqua e rivestirsi.

"Adesso puoi girarti." Disse a un certo punto.

"Ma io ti conosco, sei la ragazza che serve il cibo al convento."

“Ed io conosco te, sei l’ex bibliotecario."

Si osservarono a vicenda in silenzio, senza fretta. Poi lei tirò un sasso in acqua e si incamminò lungo la riva.

"Aspettami,’’ le disse, “prendo i sandali e vengo con te."

Si mise a cercarli ma nel buio non riusciva a vederli. Lei lo aspettava, ferma, in piedi.

``Non credo li troverai." Disse alla fine la donna.

“Eppure avevo messo i sandali proprio qui."

"Li ho gettati in mare."

"Perché?"

"Così se avessi dovuto scappare sugli scogli, a piedi nudi non saresti riuscito a prendermi."

Schi aveva un carattere molto particolare. Gelosa della sua indipendenza fino all’eccesso, era sempre attenta a rimanere padrona delle situazioni. "Io non sopporto gli uomini," gli disse, "vogliono fare sempre i padroni. Io invece voglio esistere da sola." Ma era un’adorabile e correttissima persona, la schiava meno schiava che Amos avesse mai incontrato.

Chiacchierando ritornarono al convento dove la donna dormiva, e Schi raccontò all’amico la sua storia. Era di razza erula, fatta schiava dai Bizantini durante una razzia. Quando il suo proprietario era morto, l’aveva lasciata in eredità ad un convento di Alessandria.

"...e così il mio ex padrone si gode il Paradiso per la sua generosità," spiegò ironizzando, "mentre io passo la vita a cucinare, mezzo monaco anch’io ma per forza, solo per colpa di un testamento."

La schiava non sapeva leggere, ma negli anni passati al monastero aveva imparato a memoria varie pagine delle Sacre Scritture, che aveva ascoltato predicare nel convento. Sapeva citarle con grande puntualità, tanto da riuscire ad adattare i testi biblici ai concetti che voleva esprimere.

"Io non sarò la donna di nessuno, ma diventerò, se vuoi, la tua amica.

Sono come Sara di Ecbatana," gli spiegò, "di cui Tobia si voleva innamorare. Ho avuto sette uomini e sette uomini mi hanno avuto. Sono tutti finiti male. Mi sei simpatico, non tentare quindi di essere l’ottavo."

Amos preferì non indagare su quanti dei sette fossero stati dei violentatori pugnalati nel sonno. A lui Schi andava bene così: un amica, un tesoro prezioso. Pratica, decisa, intraprendente, conosceva Il mondo più di lui; il carattere della schiava si completava col suo. L’ex bibliotecario per lei diventò ciò che gli altri non erano stati, uno che la rispettava e l’apprezzava per le sue qualità, non chiedendole ciò che non poteva dare.

Quella sera lungo il mare, Amos le raccontò del suo mestiere di bibliotecario, che era la professione dei suoi antenati già da molte generazioni.

"Si può dire che le fiamme," le spiegò, "abbiano segnato insieme il destino dei libri e della mia famiglia.

Più volte i volumi han dovuto fare i conti con il fuoco. Giulio Cesare provocò il primo rogo quando volle conquistare Alessandria settecento anni fa, ma quelli erano tempi di ricchezza e prestigio per la cultura, quindi era stato possibile ricostruire la Biblioteca.

L’altro grande incendio avvenne nel 396, un periodo di persecuzioni verso chi non si era convertito al culto di Gesù. Un gruppo di Pagani si era rifugiato nella Biblioteca per difendersi da un attacco dei Cristiani; costoro, per fare uscire gli avversari, avevano appiccato il fuoco ed erano andati distrutti più della metà dei papiri. Per di più erano bruciati i cataloghi, e i volumi spostati per salvarli dalle fiamme erano in totale disordine.

Il capo dei bibliotecari dell’epoca, che era un mio antenato, aveva impiegato una vita solo per riordinare quel caos, e il personale era stato drasticamente diminuito riducendosi a lui e alla sua famiglia, mentre gli altri erano stati trasferiti presso la biblioteca della cattedrale. Non c’erano fondi per ripristinare un’istituzione che ormai conteneva troppe testimonianze inutili, opere paganeggianti e a volte incomprensibili, comunque dilettavano ancora a leggere.

I duecentomila volumi sopravvissuti erano stati divisi in quattro gruppi: centomila "minori poco richiesti``, che per Il momento erano stati accantonati, sessantamila "minori ma interessanti", trentamila "di frequente consultazione" e diecimila "importanti".

Un bibliotecario doveva per contratto - oltre a seguire i visitatori muniti di permesso - leggere tutti i volumi importanti e una parse degli altri, per poter orientare gli eventuali clienti. Nel frattempo doveva ordinare i centomila minori e fare copie dei più deteriorati.

Tra Il 400 e Il 640, epoca in cui morì mio padre, cinquantamila papiri del gruppo meno richiesto erano stati riordinati per autore e divisi per argomento: geografia, geometria, gnostici, eccetera. Eravamo a metà del riordino generale dei minori. Questo era Il lavoro che mi attendeva e questi i miei progetti," conclusi, "poi Il rogo deciso dagli Arabi ha cambiato tutto, ma non mi lamento. Qualcosa è successo, qualcosa succederà di nuovo."

Amos e la sue amica parlarono molto di loro e dei loro desideri. Schi era stufa di fare la sguattera, voleva fuggire da Alessandria per poter condurre altrove una vita indipendente. Anche Amos si era deciso a respirare aria nuova. La città occupata dai seguaci fanatici di Maometto, non era Il luogo ideale per rintracciare i fedeli della Gnosi a cui "Nulla" sembrava ispirarsi. E poi era stufo di mendicare. Chiedere l’elemosina rinchiude i pensieri: la mano tesa diventa un muro tra te e gli altri, con una piccola finestra dove passa un soldo e poco più. Se la giornata diventava magra, non si poteva non vedere in ogni uomo Il proprio angelo. La pancia vuota pensava per te: bene di chi dà e male di chi trattiene.

Così presero insieme la decisione di cambiare città e di scappare fino alla capitale, Costantinopoli, in cerca di cambiamenti e di fortuna.

CAPITOLO TERZO

Il lavoro

 

E invece sei mesi dopo aver lasciato Alessandria, Amos si era ritrovato nell’aula del processo. Il suo avvocato cercava in ogni modo di difenderlo, ma era alle prese con un compito disperato. L’ex bibliotecario si sforzava di ascoltarlo ma, benché capisse che era un atteggiamento sbagliato, si distraeva, si disinteressava: provava una gran noia.

Il processo stesso, almeno nelle prime udienze, si stava snodando tra sbadigli. L’aula era semivuota, solo Schi e due o tre vecchietti ascoltavano gli avvocati, mentre Il giudice guardava fuori della finestra.

Erano passati vari testimoni, gente di Costantinopoli che abitava nello stesso edificio, e tutti avevano parlato di Sigi, anche se nessuno di loro aveva vissuto accanto al vecchio indovino com’era successo all’egiziano.

I ricordi dell’uomo che l’aveva ospitato e istruito sulla misteriosa arte del profetare, non davano pace ad Amos. Sentiva di aver perso più che un maestro: un amico.

Sigi era molto anziano, cieco da un occhio e quasi dall’altro, zoppo e sempre vestito di nero, però aveva un volto raggiante di sorrisi ed era capace di trovare del meraviglioso in tutto; l’indovino aveva un’alta opinione del genere umano, e questa era la sua qualità migliore. Gli piacevano le scoperte, i misteri, le soluzioni intelligenti, i trucchi e gli indovinelli. Anche quando si lamentava - e spesso ne aveva motivi - chiudeva i discorsi con un particolare allegro, quasi a scusarsi di aver riversato i suoi dolori sul compagno di chiacchiere.

Era ossessionato dalla necessità fisica del nutrirsi. “Mai come quando hai fame,” spiegava ad Amos, "ti vengono tante idee; non stai fermo un attimo e chiedi Il massimo alla tua intelligenza."

"Storie!" Lo interrompeva il bibliotecario, “quando si è digiuni si può fare molto poco, neppure pregare bene, perché non è possibile concentrarsi e si finisce per tirare grandi bestemmie, ottenendo il risultato di finire - magri - all’Inferno!"

"E invece digiunare è bello, credimi," riprendeva Sigi. "Proprio nei momenti in cui avevo più fame ho imparato a prendere in antipatia il cibo, perché il problema si può ridurre a questo:

’’Come mai io, che sono un essere pacifico, amante del bello, che chiede solo di stare in pace a contemplare Il mondo, io, proprio io, ho fame?’’

Perché ho fame! Capisci?

Se non l’avessi, se non portassi questa catena, allora forse - potrei considerarmi libero.

Pensa: sono costretto a perdere momenti preziosi per procurarmi il cibo, altri per preparare le vivande, poi devo sprecare tempo per ingoiare e per evacuare, è tutta una noiosa ed intollerabile perdita di tempo!"

Amos gli replicava che le bestie mangiano e non chiedono altro, perché quindi l’uomo dovrebbe chiedere di più? Ma Sigi non sentiva ragioni.

Il vecchio sapiente era come l’Imperatore Giustiniano, non dormiva mai e mangiava pochissimo: si limitava ad assaggiare in punta di dita ed a lasciar li’. Il nutrirsi gli sembrava un’umiliante schiavitù imposta dalla natura, ed era capace spesso di restare digiuno due giorni e due notti.

L’indovino non sopportava di fermarsi a chiacchierare nello stesso luogo dove il pasto era stato consumato. Si vergognava di aver mangiato come un prete si vergogna di un’avventura a donne. Ingollato l’ultimo boccone, fuggiva come fosse inseguito. Diceva di sentirsi stanco per quella fatica troppo umana, e se ne andava a sdraiare.

’’Mi piacerebbe" spiegava Sigi, "fare come Filomena, l’amica dello gnostico Apelle, che aveva l’abitudine di compiere meraviglie, la più curiosa era la seguente: faceva entrare un grosso pane in un vaso di vetro dall’imboccatura piccolissima, e dopo lo riprendeva con la punta delle dita senza sciuparlo. Si appagava poi di quell’unico cibo come le fosse stato elargito dal Cielo. Vivanda miracolata, alimento sacro ed ottimo.’’

Nei mesi trascorsi a Costantinopoli come suo assistente, la mattina Amos aveva il tempo di occuparsi del libro da riscrivere: andava spesso alla biblioteca della cattedrale per cercare fra quei testi qualcosa che lo aiutasse a decifrare “Nulla", e per consultare gli scritti degli che gnostici, corrente religiosa che aveva una letteratura simile come stile al testo letto quella notte.

I pomeriggi invece l’egiziano li impiegava girando la capitale per cercare persone che avessero bisogno di notizie sul futuro. Per inviduarle indicava le strade agli stranieri, si faceva offrire da bere, chiacchierava con la gente all’osteria e la riempiva di parole. Suo dovere era mostrarsi ottimista, mento in fuori e aspetto sereno. Amos aveva appena incontrato - questa era la frase che introduceva l’argomento - un sapiente che, non si sa per quale virtù, era in grado di conoscere Il futuro, e costui gli aveva predetto grande felicità.

A questo punto già si poteva intuire se il pesce stava abboccando. Se notava segni di interesse, Amos accompagnava il cliente davanti a Sigi, e - quando tutto era finito - gli ricordava che anche i sapienti mangiano. Il sistema il più delle volte funzionava, specie se Sigi svolgeva bene il suo lavoro. Erano i casi in cui oltre al pane si rimediava il companatico o un fiasco di vino, quasi mai di più, perché le persone a cui veniva predetto il futuro erano di solito poveracci, gente tirata su dal porto o dall’osteria.

Cercare chi poteva aver bisogno di informazioni sul futuro era una professione simile al mendicante, ma più piena di sorprese. Spesso si finiva per scoprire che chi aveva bisogno di questo servizio, erano proprio quelli giudicati a prima vista come impermeabili alle superstizioni.

Era invece più semplice trovare clientela per la seconda committente dei giri di Amos tra la folla: la sua amica Schi, che si era messa a fare la puttana. Era venuta ad abitare nello stesso edificio di Sigi, al piano di sopra, e affittava il suo corpo ai visitatori della capitale. "Con te che mi trovi gli uomini," diceva soddisfatta all’ex bibliotecario, "gli affari vanno a meraviglia. Un amico ce l’ho, non lavo più i piatti del convento, vivo bene e mi diverto."

Tutto sembrava andare per il meglio, ma il destino riservava ad Amos un grande mutamento. L’episodio che lo portò in prigione era iniziato in un osteria. L’aiutante dell’indovino aveva notato un possibile cliente per Sigi, e lo avevo avvicinato col solito discorso. Lo sconosciuto lo era stato ad ascoltare, e poi aveva risposto che una profezia era necessaria non a lui, ma ad un suo amico in pena per il futuro.

Fini’ che Amos l’accompagnò nei quartieri belli, vicino ad una delle chiese più importanti. Lo sconosciuto entrò in una porta e ne uscì poco dopo in compagnia di un tizio che indossava un mantello nero.

"È questo l’uomo di cui mi dicevi?" Chiese il nuovo arrivato alla persona che l’era andato a chiamare.

“Si.”

“Allora andiamo." Disse all’ex bibliotecario, e partirono Amos e lui, mentre l’altro si allontanava.

Lo strano individuo preferiva il silenzio. L’egiziano tentò di farlo parlare, ma il tipo misterioso lo mise subito a tacere.

“Sei tu l’indovino? No. Perciò stai zitto: parlerò col tuo padrone."

Arrivati sotto casa di Sigi, il tizio vestito di nero si guardò intorno, attese che passasse un contadino con la falce, e quando la strada fu libera salì.

Sigi lo fece accomodare. Lo sconosciuto fu invitato a levarsi il mantello, esitò, poi si decise. Allora si capì il mistero: il cliente era un prete!

Un sacerdote da un indovino!

La cosa si faceva interessante. Ad Amos sarebbe piaciuto restare, invece l’ecclesiastico pretese che l’apprendista uscisse. Il bibliotecario volle almeno sentire la domanda, e si accovacciò dietro la porta ad origliare.

"Hai qualche dubbio" chiese Sigi al prete, “da cui vuoi liberarti?"

Il sacerdote rispose con un giro di parole, un discorso intervallato da esitazioni a base di "...uhm...", "beh..." per poi finalmente sbottare:

"Sarò io il nuovo patriarca di Costantinopoli?"

La storia adesso era chiara. Il capo del clero era gravemente ammalato, e ogni sacerdote si vedeva già incoronato in cattedrale. Insomma, un caso di ordinaria amministrazione. Amos lasciò Sigi al suo 1avoro e salì da Schi.

Passò non molto tempo, poi si sentì un gran rumore. L’egiziano e Schi si affacciarono alla porta e videro Sigi sul pianerottolo di sotto, che gridava infuriato:

"La profezia l’hai avuta! Voglio i miei soldi!”

“Non ti pago, stregone maledetto! Non spreco denari con chi predice disgrazie!”

L’indovino doveva aver pronunciato un responso negativo, forse per far arrabbiare un sacerdote cristiano, razza che gli era sempre stata poco simpatica. Ma la scena precipitò: il prete cercava di imboccare le scale per scappare; Sigi, che gli si era attaccato al bavero, non mollava. C’era bisogno dell’aiuto di Amos.

E invece l’egiziano arrivò troppo tardi. Il sacerdote con una spallata mandò Il vecchio a ruzzolare giù per i gradini e poi scappò. Il bibliotecario fece appena in tempo a correr dietro al sacerdote, scavalcando Sigi che sembrava ridotto male. Raggiunse il prete, lo buttò a terra e aveva appena iniziato ad accarezzargli la schiena con le scarpe quando Schi lo raggiunse.

"Corri! Sigi sta male!"

Si affrettarono a rientrare. L’indovino rantolava. Un rivolo di sangue gli colava dalle labbra, doveva aver battuto la testa cadendo. Amos si chinò su di lui: stava morendo. Il sangue denso gli macchiava la barba, aveva già gli occhi vitrei, la vista appannata.

L’apprendista si sentiva lacerare dentro. "Maestro mio, non morire!"

Schi pulì le labbra insanguinate dell’indovino. Il vecchio ansimava. Con uno sforzo tentò di parlare; non ci riuscì. Videro il suo respiro farsi lento, poi cessare. Amos ebbe appena il tempo di chiudergli gli occhi quando vennero a prenderlo le guardie.

"Che gli fate?" Tentò di opporsi Schi. "Perché lo portate via?"

“Ha picchiato un prete." Fu la risposta. E così Amos si era ritrovato in prigione.

CAPITOLO QUARTO PARTE PRIMA

Il destino

 

L’avvocato di Amos era venuto a trovarlo in carcere per convincerlo a deporre in tribunale, ma il bibliotecario era contrario. Non sarebbe stato opportuno raccontare certe cose di Sigi. Le convinzioni del vecchio indovino erano così originali e insieme così distanti dall’ortodossia cristiana, che l’egiziano riteneva una follia mettersi a parlare di lui. Sigi aveva fatto un mestiere illegale, proibito dallo Stato e dalla Chiesa. Se Amos avesse iniziato a parlare, il magistrato poteva farlo cadere in contraddizione, costringendolo a rivelare circostanze negative. In ogni modo il giudice non avrebbe capito Sigi: la diversità dell’indovino avrebbe suscitato diffidenze, che sarebbero ricadute sull’esito della causa.

"Cosa pensi che potrei raccontare in aula?" Chiese ironico al suo difensore. "Sigi e il prete non seguivano la stessa religione, ma se l’accusa riesce a farmi ammettere questo, sono rovinato."

"Ma se tu potessi esprimerti liberamente," domandò l’avvocato, ``Che diresti? Come spiegheresti il lavoro che facevi con l’indovino?"

“Se per assurdo potessi fare un orazione in difesa della divinazione, un arringa sulla nobiltà del profetare, allora direi:

’’Oh giudice romano!

Roma, l’antica Roma che tutti dicono di ammirare, fu costruita sui  “Segni" e sugli specialisti capaci di interpretarli, Segni non dissimili da quelli che Sigi doveva decifrare.

Moltissime religioni ammettono l’esistenza di Messaggi inviati da Potenze invisibili per illuminare gli uomini. Sono rari tuttavia i popoli che svilupparono quanto gli antichi Romani, la scienza di tali Segni.

Secondo i discendenti di Romolo - colui che osservando il volo degli uccelli divenne re - scenario ideale per il manifestarsi di prodigi era il cielo. La cometa, le meteore, la volta celeste che sembra aprirsi e lasciare passare una luce viva, le nuvole che prendono strane forme e paiono animarsi, tutto questo veniva considerato Segno. Ma di tutti i Segni il più nobile era il fulmine, perché inviato dal grande tra gli Dei: Giove.

Una dettagliata casistica spiegava il significato delle folgori a seconda dei luoghi - profani o sacri, pubblici o privati - in cui cadevano; a seconda del loro rapporto con la fase in cui si trovava la realizzazione di un progetto; e ancora a seconda della portata del loro avvertimento: valida solamente per un certo periodo, perpetua o invitante a prorogare un’azione. La casistica comportava anche precisi rituali destinati a purificare il luogo fulminato ed a placare la Divinità folgoratrice, sia nel caso il Messaggio riguardasse una singola persona che l’intera città.

Se bisognava espiare un prodigio riguardante la collettività, il Senato romano aveva la facoltà di rivolgersi ai Pontefici, che potevano consultare i "Libri sibillini", o chiedere un parere agli indovini di maggiore esperienza.

In presenza di un fulmine o di un qualsiasi Segno, gli esperti dell’antica Roma sostenevano che era possibile:

1) interpretarlo in contrasto con la prima evidenza;

2) rifiutarlo, perché non “vi si era prestata attenzione";

3) allontanarlo da se stessi tramite una formula sacra;

4) trasferirlo misticamente su altri;

5) scegliere tra i vari Segni, o tra i vari aspetti di un Segno, il più decifrabile, perché la Divinità non vuole essere oscura di proposito;

6) accettare il Messaggio per quel che era;

7) chiedere un altro Segno.

Dopo che si era esaminata la manifestazione della volontà degli Dei, il Senato teneva una seconda seduta ed ordinava l’adempimento dei riti che l’indovino aveva consigliato.

C’è da rimanere stupiti per la solidità di una tale procedura sacra. I mezzi cui si ricorreva per esaminare i Messaggi riguardanti tutto il popolo romano, erano giuridicamente solidi e religiosamente efficaci, permettendo all’autorità di rispondere ai Segni. La struttura prevedeva specialisti in grado di inserire la manifestazione della volontà divina in una trama tessuta meticolosamente: rapidità del suo annuncio; controllo dell’osservazione; assunzione di responsabilità da parte del Senato; consultazione degli esperti prescelti; infine esecuzione controllata delle misure prescritte. Tutte queste fasi si succedevano senza interruzione, con procedure che si svolgevano minuziosamente, finché le contaminazioni venivano fatte sparire, gli Dei placati, e le paure magicamente annullate. Come immaginare in questioni religiose, un intervento più efficace dello Stato?

I Segni infatti, colpivano l’attenzione della gente. Diventavano qualcosa di cui le autorità dovevano tener conto, e si trasformavano nella testimonianza di un disagio. Arrivati al Senato romano, venivano desimbolizzati ed espiati in una cerimonia, affinché il popolo ne fosse rassicurato. Mirabile esempio di democrazia religiosa!

Con la forza e la tranquillità ricavate da una miriade di Segni collettivi ed individuali, la Città eterna costruì la sua grandezza, e l’esercito romano, rassicurato dalla comunicazione con Dio, poté conquistare il mondo.

Per calmare l’ansia dell’uomo destinatario di un Messaggio e per risolvere i suoi dubbi, esistevano ed esistono gli indovini. La professione di leggere il futuro ha una storia antica, ben più antica di Cristo; una storia in cui i Romani hanno un ruolo da protagonisti. L’affidarsi ai Segni era la tradizione e la religione di Roma, e di questa scienza Sígi l’indovino era un degno ed ammirabile erede."

CAPITOLO QUARTO PARTE SECONDA

L’idea

 

Intanto in aula era arrivato il momento dell’accusa: aveva la parola l’avvocato del prete. Costui, ricalcando le usanze del giurista Marco Regolo, aveva l’abitudine di far risaltare un occhio con l’ombretto nero; il sinistro se parlava in favore dell’accusato, il destro se invece chiedeva una condanna, e in quel momento il suo occhio destro era così carico di nero da sembrare la bocca dell’Inferno.

"Eccellentissimo giudice,’’ stava dicendo l’avversario di Amos, “voi certo non ignorate che, in chi predice l’avvenire, c’è sempre la bestemmia della fede, perché si inizia un patto con il Diavolo e si produce un rinnegamento di Cristo, e perché ci si attende dal Demonio quanto bisogna attendersi da Dio. Ma quando si rinnega la fede cristiana, si sa di meritare terribili punizioni: infatti le leggi dell’Impero hanno sempre punito gli indovini e le loro pratiche sacrileghe.

Dice Sant’Agostino che ci sono sette motivi per cui i Diavoli riescono a fare congetture sul futuro.

I1 primo è che possiedono una sottigliezza naturale, per cui comprendono senza il discorso che in noi è una necessità della ragione. I1 secondo è che, per la rivelazione degli Spiriti superiori, i Diavoli sanno più cose degli uomini. I1 terzo è la loro celerità di movimento, per cui possono anticipare ad Occidente ciò che sta avvenendo in Oriente. I1 quarto è che, come sono in grado di portare malattie e carestie, così possono predire tutto ciò. I1 quinto è che il Diavolo può prevedere la morte attraverso segni e sintomi che nessun uomo può capire. I1 sesto motivo è che, dai segni suddetti, fanno delle congetture su quali istinti gli uomini seguiranno e le azioni che compiranno. E settimo perché conoscono meglio degli uomini gli scritti dei profeti della Bibbia, da cui dipendono molte cose future.

Giudice, questo non è un processo per percosse, ma per questioni religiose; trattarlo come una comune causa giudiziaria, vorrebbe dire esporsi alla disapprovazione della Chiesa ed a quella, inevitabile, dell’Imperatore. I processi che si occupano di reati religiosi, sebbene apparentemente più complessi, possono però trarre giovamento da dibattimenti simili del passato, che hanno tutti un dato in comune: l’estrema severità delle sentenze che li hanno conclusi.

Ci basterà ricordare la causa contro Ilario e Patrizio. Costoro - come racconta lo storico Ammiano - stimolati da abbondanti frustate, confessarono che si servivano di strumenti magici per conoscere il futuro. Costruivano con rami di alloro un tavolino a tre gambe. Su questo ponevano un piatto con incise le lettere dell’alfabeto. Dopo aver purificato la sala con profumi arabi, consacravano gli strumenti secondo le mistiche discipline. Uno di loro, ornato con fronde di buon augurio ed invocando il Demonio che presiede alla conoscenza del futuro, poneva sopra al piatto un anello d’oro sospeso ad un filo, e lo faceva cadere a scatti sopra le lettere, fornendo - grazie a diaboliche ispirazioni - risposte alle domande rivolte ai Diavoli. E noi sappiamo che Ilario e Patrizio finirono condannati a morte.

Tu, oh giudice, hai l’obbligo di mostrarti altrettanto severo, spingendo la volontà di ottenere Giustizia fino alle estreme conseguenze. Per decidere la sentenza, basterà ricapitolare gli avvenimenti della notte in cui venne arrestato Amos, il servo del Demonio che stiamo giudicando. Costui è stato segnalato alla Giustizia da un devoto sacerdote. L’ecclesiastico che ho l’onore di rappresentare, non contentandosi di servire il Signore di giorno, la sera tentava di redimere serpenti velenosi come Amos e il vecchio indovino. Quella sera si è battuto contro le eresie di Sigi, ma il Diavolo, che possedeva il corpo del falso profeta, ha voluto resistere all’esorcismo. Molestato dalle parole benedette, Satana ha fatto suicidare il posseduto che si è gettato per le scale.

Giudice!

Ricorda che uno dei primi atti dell’imperatore Costantino - un nome di fronte al quale tutti noi ci inchiniamo - fu di proibire la professione di indovino. Era il 319, son passati più di trecento anni, e nessuno ha mai abolito questa proibizione. E comunque le persone timorate di Dio hanno sempre rispettato la Bibbia, che nel Levitico ordina: "Non praticate alcuna sorta di divinazione o di magia. Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro"; e nel Deuteronomio comanda: "Non si trovi in mezzo a te chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore"

Dopo aver ascoltato queste sacre parole, esaminiamo le alternative: o il peccatore Amos e Sigi, che ora giace all’Inferno, erano dei truffatori, e per questo li puniremo, o il loro prodigio si verificava veramente, ma allora costoro erano dei profeti di un Dio che non è il nostro e per questo li condanneremo; perché - in questa incertezza da cui non ci faremo trattenere oltre il necessario - una sola cosa è sicura: noi condanneremo Amos!

Per questo oh giudice, io ti chiedo una pena dura ed esemplare per i danni che il prete che rappresento e con lui i Cristiani della città, hanno subito per l’infame professione di questo servo di Satana.

Un sacerdote è stato malmenato da un pagano, ed egli è qui non per chiedere soddisfazione del danno fisico e morale causatogli da Amos. Noi siamo qui per altri più nobili motivi: noi esigiamo una sentenza spietata e consona ad un processo che si occupa di deviazioni religiose. Del resto baste leggere le inequivocabili parole dell’Esodo: "Tu non lascerai vivere colui che pratica la magia".

Questo nemico del Cristianesimo che abbiamo di fronte, era l’aiutante di un mago, quindi va condannato. Ha picchiato un prete che tentava di redimerlo, e anche questo vuol dire condanna. È odiato da Dio che ha permesso a noi di catturarlo: ancora un invito alla condanna.

Per l’accusa di empietà, per aver contaminato questa santa città e bestemmiato la fede cristiana con pratiche diaboliche, per aver dato spazio, con la sue attività, a demoni e dei che non saranno mai i Nostri, per tutti questi motivi io chiedo una giusta, implacabile condanna: chiedo la morte di Amos sul rogo!"

I1 processo per il bibliotecario, dopo la dura richiesta dell’accusa, si stava trasformando in un incubo. Amos si sentiva già le fiamme addosso. Quella sera vide Schi affacciarsi alla cella, e gli prese una stretta al cuore. Quella vi sita inaspettata poteva significare solo ulteriori guai. E che fosse così era evidente dal volto cupo della sua amica.

"Che c’è?" Gli chiese. "Avanti, parla."

"I1 tuo avvocato ha rinunciato a difenderti."

Lì per lì Amos non si rese conto di cosa significasse. "E allora? Ne possiamo trovare un altro."

“Secondo te perché 1’ha fatto? “

“Non so. Cosa ti ha detto?"

“Mi ha rimandato metà dei soldi che gli avevo dato e si è fatto negare. Non sono riuscita a parlargli."

Ragionando insieme la verità venne fuori. A nessuno piace difendere cause perse. L’accusa aveva tirato in ballo la Bibbia, il Patriarca e 1’Imperatore, esigeva la condanna a morte dell’egiziano, e tutto faceva prevedere che l’avrebbe ottenuta. Quando la nave affonda i topi scappano, e l’avvocato era solo un topo più elegante degli altri. Non crea buona fama ad un professionista, vedere un proprio cliente finire sul rogo. A questo punto dissociarsi dall’ex bibliotecario poteva essere una buona mossa, migliore dei soldi a cui rinunciava abbandonandolo nelle mani dell’accusa. Amos era solo di fronte alle fiamme, destinato a fare la stessa fine della Biblioteca e di “Nulla".

“Non è il momento per perdersi d’animo." Provò a dire Schi. “Ancora non tutto e perduto."

"Perché, cosa ci è rimasto?"

"Tu sei vivo, io sono viva, abbiamo i soldi restituiti dall’avvocato, forse possiamo far qualcosa."

"Si, ma cosa?” Rimasero entrambi in silenzio a pensare.

’’Ci vorrebbe un’idea", fece il bibliotecario.

"E cioè?"

"Un’ “idea” è una forzatura della realtà, un intervento dell’energia della mente capace di risolvere un problema."

“Non capisco: a quale idea stai pensando?"

"A nessuna in particolare. Sto pensando che ci serve un’idea.

Prima bisogna capire che serve proprio un’idea, cioè un piano d’azione capace di farci compiere un indispensabile salto di qualità, e una volta chiarito che è davvero un’idea ciò che ci manca, forse questa uscirà fuori. E comunque se i nostri avversari puntando sulla religione, esigono la condanna al rogo, noi dobbiamo tenerne conto, a costo di rimettere in discussione il mio comportamento."

"Vuol dire che smetterai di tacere?"

"Forse, ma non è detto. Se un avvocato - un maestro della parole - si ritira, vuol dire che a questo punto le parole non possono cambiare la situazione. Ci vuole un’Idea."

"Ancora con questa  “idea”! Se non sai neanche di cosa stai parlando!"

"È vero, non so ancora quale idea mi serve, ma non lo so rispetto a questa situazione. In teoria però, so che cos’è un’idea.

Vedi, se fossi un romanziere e il mio eroe fosse destinato a morire, mi potrei inventare una droga che uccide solo apparentemente, lui la ingoierebbe, qualcuno recupererebbe il suo cadavere prima che venga seppellito, e con un antidoto lo riporterebbe in vita. Ecco: questa sarebbe un’idea."

"Ma non credo sarebbe adatta al caso tuo: i condannati per stregoneria vengono arsi sul rogo e le ceneri disperse in mare."

"Che c’entra! Quello era solo un esempio. A noi serve un intervento di alta intelligenza che tenga conto delle forze in campo, e sfrutti le debolezze degli avversari ritorcendogliele contro."

"Quale per esempio?"

"Ancora non lo so, bisogna pensarci. Intanto però con la Scusa che il nostro avvocato ha abbandonato il processo, possiamo chiedere un rinvio."

`’Mi sembra un buon pretesto." Disse Schi. "Dopo la rinuncia dell’avvocato il prete sarà sicuro di vincere, ce lo concederà senz’altro."

"Quanto tempo potremmo ottenere?"

"Un paio di giorni."

"Beh, dovrebbero bastare."

"Ma sono pochi"’ Esclamò Schi.

"Non credere," rispose il bibliotecario. “Quando serve un’idea, la mente gira al massimo; se in due giorni non nasce nulla, tanto vale arrendersi."

Si lasciarono così, con quest’ultima speranza in cuore. Quella notte l’egiziano la trascorse insonne: la sensazione che stava per venire alla luce un’ idea capace di salvarlo, lo eccitava tenendogli la mente in frenetica attività.

Aveva lanciato il cuore due gradini più in su. Era sicuro che lui o Schi avrebbero trovato una via d’uscita. Gli serviva una soluzione, e se Amos non era completamente solo, se le Entità superiori avevano ancora qualcosa da chiedere alla sue vita, alla fine l’idea sarebbe venuta.

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