Italian hackers

 

 

Ovvero:

 

come attaccare e ridicolizzare

un motore di ricerca

 

 

Romanzo di fantatelematica in brevi quadri,

alla maniera dei feuilleton

 

Trama

Pippo, il più noto hacker romano, insieme al suo socio e lammer Mario, organizzano un attacco informatico ad Altavista. I due hanno deciso di sabotare il più noto sito del mondo, per far sì che a qualsiasi richiesta di indirizzi, il sitema del grande motore di ricerca risponda sempre indicando esclusivamente il sito: www.pippo_e_mario.it.

Lo scopo dei due è di far trionfare una visione romantica, libera e trasgressiva della Rete e salvare il prestigio dei vecchi hacker. Costi quello che costi, il piccolo David deve saper ridicolizzare Golia. Per riuscire a tanto, superato lo scoglio del finanziamento grazie ad un giro di carte di credito decriptate, chiedono aiuto ad un killer digitale bielorusso, tale Ciro Menotzky.

 

Riusciranno i nostri eroi a bucare il sistema informatico del più prestigioso sito del pianeta?

Lo saprete solo leggendo questo racconto, ma potrete far di più. Benchè sia già stata scritta una ‘’fine’’ ufficiale della storia, c’è spazio per improvvisare. Terminata la fase iniziale, tireremo avanti il romanzo con i contributi dei visitatori, mettendo on-line, progressivamente, i seguiti più avvincenti.

Se volete cimentarvi e arricchire la narrazione, aspettiamo i vostri contributi con gioia e con piacere.

Altrimenti leggete e, speriamo, ridete!

 


 

 

 

Prima puntata

 

 

1\

La telefonata di Pippo al suo vice era stata perentoria.

‘’Mario devo vederti, vieni stasera a studio. Dobbiamo fare una cosa grossa, per ora niente dettagli, ti spiego tutto dopo’’.

Oltre che asciutta nel tono, la convocazione del capo era anche insolita per il sottofondo di mistero che vi trapelava. Pippo amava atteggiarsi a bel tenebroso fin dai tempi di Commodore Italia, il suo primo ufficio. Ora aveva il server in un sotterraneo a Roma, vicino Porta Maggiore, che gli faceva da casa e bottega. Era un posto abbastanza polveroso, pieno di fili, di schede e barrette di RAM sparse dapertutto.

Mario si era recato a casa Pippo con un po’ di batticuore. Era un assistente fedele, che dava una mano e si occupava dei casi intricati, e che il caso fosse insolito lo dimostrò la stanza dove il capo lo condusse per parlare. L’aveva tirato per un braccio fino alla cucina, e aveva spedito via ‘’il personale di servizio’’, cioè aveva rovesciato con una manata i piatti e i bicchieri di plastica che occupavano il tavolo. Che poi chiamarlo ‘’tavolo’’ era un eufemismo. Erano due cavalletti in legno su cui era poggiata la porta in cristallo di una tale ‘’Parrucchiera Annabella”, come era ancora leggibile nel rilievo del vetro.

Mario aveva sempre voluto chiedere al capo chi fosse stata mai quella tale Annabella, ma per principio con Pippo non si parlava d’altro che di internet, e comunque il momento non sarebbe stato opportuno. Il capo aveva acceso lavatrice, lavastoviglie, frullatore e macina caffè elettrico, temendo chissà quale intercettazione audio.

Lì, in mezzo al frastuono degli elettrodomestici, le labbra di

Pippo vicine all’orecchio di Mario, venne fuori il conquibus:

‘’Quel sito deve morire!’’

‘’Chi?’’ Chiese Mario.

‘’Altavista, e chi altro?’’

 

 

 

 

 

 

 

Seconda puntata

2\

‘’La morte di un motore,’’ continuò Pippo, ‘’è quando non dà risposte. Un motore che tace che motore è? Ma c’è una maniera più raffinata di annullarlo e di farlo simbolicamente morire…”

“Quale?”

“Forzarlo a dare sempre e comunque la stessa risposta. Un motore che, a qualsiasi domanda, risponda sempre “Vai lì”, “Vai lì”, “Vai lì” è più che morto: è ridicolizzato, umiliato, deriso e sputtanato, ed è questyo lo scherzetto che noi prepareremo per Altavist.”a da,’’

‘’Certo capo, che dia sempre la stessa risposta sarebbe meraviglioso, ma non ti sembra un tantinello difficile? E chi sei? Il Grande Fratello?!?’’

‘’Lo so, come impresa non è semplice, ma son sicuro che io e te insieme ci possiamo riuscire.

Io faccio il grosso del lavoro di progettazione e tu ti occuperai dei dettagli. Se noi, imparato a violare Altavista, estendiamo l’attacco a tutti i motori di ricerca del mondo, ecco che internet sarebbe ai nostri piedi.’’

‘’Servirà un sacco di tempo, e poi guarda, io non credo che ce la possiamo fare.

Se c’è un sito protetto quello è Altavista. Avranno uno staff per la sicurezza che mette paura.’’

‘’Non esistono siti inviolabili, solo server di complicata violabilità.

Del resto non abbiamo scelta. Chi è il boss della sicurezza di Altavista?’’

‘’Lo so: Franck Donato detto ‘’Silvio’’, …e tu hai vissuto a casa sua tre mesi quando eri in Usa, me l’hai già detto.’’

‘’E io e te lo fottiamo!

Hai capito?!

Gli sfondiamo la sicurezza poi ci appartiamo per un anno finchè passa la buriana. A quel punto andiamo da Yahoo e lo ricattiamo psicologicamente: ‘’Tu devi assumere Pippo e Mario come responsabili della tua sicurezza informatica. Noi che abbiamo bucato Altavista siamo veramente i migliori…”, …e noi giù a chiedergli soldi a palate!

Questo mi è chiaro, me lo dici sempre. Però bucare Altavista ci vogliono delle botte di programmazione veramente mostruose…’’

‘’Te lo ripeto: alla programmazione ci penso io. Tu dammi una mano con i dettagli.

Vogliamo stupire il mondo e guadagnare un sacco di soldi con le consulenze sulla sicurezza? Questa è la nostra grande occasione!

Sbaglio?’’

 ‘’Sbagliare non sbagli, certo ammetterai che è una mossa audace…’’

 

 

 

 

 

3/

Pippo, per tacitare i dubbi del suo vice, la buttò in politica. 

‘’Non ci sono alternative, altrimenti la battaglia per la libertà della Rete  è persa.

Se continua così, in futuro internet diventerà il posto dei ricchi e dei potenti. Mi dà il disgusto l’idea che la rete diventi il club esclusivo degli industriali affollato solo di siti con staff megagalattici di ingegneri cervellonici e cybercubici, con i consulenti più pagati, gli psicologi della comunicazione commerciale telematica, le carte di credito, ricchi premi e cotillion. Poi a un certo punto due “nessuno” come me e te, due quasiasi Pippo e Mario, decidono di attaccare il più noto sito del mondo: Altavista, e far sì che a qualsiasi quarry, a qualsivoglia domanda di indirizzi e informazioni il loro server risponda sempre indicando esclusivamente il sito: www.pippo_e_mario.it.

Cavolo!

Se ci riusciamo siamo veramente grandi!”

“Su questo non c’è dubbio!”

“…E gli dimostriamo che sono seduti su una catasta di sgabelli tremolanti.

E quando per quell’attimo, quell’ora o due che durerà il crash del sistema di Altavista, saremmo l’unico sito consigliato in tutto il mondo...’’  

‘’Guarda, è inutile che continui a fantasticare: non gliela puoi fare neppure tu che pure sei il più bravo. Ti sei fatto il quadro di ciò che accadrà?’’

‘’Certo. Il 99,9999% della gente cliccherà su  www.pippo_e_mario.it.”

“E dopo che succede? Quale computer potrebbe reggere a tanta botta di richiesta di banda?!?’’

‘’Questo di come far arrivare le risposte è ciò su cui sto riflettendo in questo momento, questo è il compito mio.’’

 

 

 

4/

Mario tentava di far ragionare il suo capo, ma quando Pippo si metteva in testa un’idea era peggio di un mulo, non cera niente che lo smuovesse.

‘’E per all’altro compito di violare Altavista e obbligarlo a rispondere  www.pippo_e_mario.it,” obiettò il vice, “come conti di fare? Mi sembra bello complicato pure quello.’’

‘’Qui sbagli. Ho già una traccia, ho solo bisogno di qualcuno esperto che mi scriva le righe di script.

Con un programmino prendiamo 10.000 spazi web gratuiti diversi in ogni sito che lo permette, da Geocities a Tripod a Tiscalinet, a chi ti pare. Con un altro programmino assegniamo ad ogni  www.pippo_e_mario.it che appare nel computer del visitatore uno dei diecimila indirizzi. Ho sentito parlare di un russo che sa fare questi programmini e questo lo contatti tu, io non devo assolutamente comparire.

Io nel frattempo ho visto una crepa e sto allargando la buca per entrare in Altavista. C’è una falla nell’interfaccia che hanno messo tra la loro ossatura Linux, l’Oracole che ci sta sotto e alcune applicazioni che gli girano su delle macchine Windows NT. Nell’interfacciare i vari sistemi operativi hanno lasciato una ‘’porta aperta’’ nel sottosistema di risposta automatica di attribuzione delle e-mail. Li posso sfondare quando mi pare.

Ho anche trovato il server negli Usa che ci farà da paravento e da cui lanceremo l’attacco.

Si chiama www.pensierifelici.com, è di proprietà di uno di Cuneo ricchissimo ma che non ci capisce nulla di telematica. Ha aperto il sito in un momento in cui era innamorato per dedicarlo alla sua fidanzata, e da sei mesi non se ne occupa più. Ha avuto una delusione d’amore ed ora è in cura in Svizzera.

Se mandiamo a New York all’indirizzo del suo server host, un nuovo hard disk apparentemente normale con la nuova versione del sito e cento dollari di mancia nel pacchetto, il webmaster americano che gli ospita lo spazio web collega il disco rigido alla rete sostituendo il vecchio, ed è fatta. Le nostre future operazioni d’attacco partiranno da lì.”

 

 

 

5/

Si vedeva che Mario non era ancora convinto.

“Tu capo la fai troppo facile, e sinceramente non so se il gioco vale la candela…”

“Mario, tu non capisci: è una questione morale.

Noi abbiamo il dovere spirituale di violare Altavista.

Non dobbiamo uccidere il motore solo per far piacere a me, ma per tutta la cultura alternativa degli hacker. Ripeteremo il successo dell’attacco di fine 1999, quando un normalissimo e bravissimo ragazzino canadese, sabotò col sistema del refresh sia Yahoo che CNN. Noi dobbiamo fare altrettanto clamore, facendo finire Altavista col culo per terra.’’

‘’E io in tutto questo che dovrei fare?’’

‘’Tu devi pensare ai vari sottoproblemi.

Ci sono tre questioni:

1) chi trova il sistema che milioni di server nel mondo ospitino una paginetta di testo corta corta, la nostra, e siano in grado di supportare le richieste dei 300 milioni di persone che chiedono la pagina  www.pippo_e_mario.it, sviluppando la traccia su cui sto lavorando io;

2) trovare il killer informatico che ci aiuti e questo è compito esclusivo tuo;

3) cosa scrivere sulla nostra pagina.

Circa l’obiettivo di far lavorare 10.000 computer-server in tutto il mondo alle nostre dipendenze, siamo a buon punto. Tu per ora concentrati a trovare chi scriverà il programma per entrare nella sala comandi di Altavista. Gli passerai le informazioni sui buchi che abbiamo rintracciato finora, e lo finanzierai finchè riuscirà a portare a termine l’azione.

Questi sono 100 milioni dell’ultima truffa che abbiamo fatto con le carte di credito.’’

Mario incassò il contante dalle sbrigative mani di Pippo, che oltre a fare il boss era anche il cassiere della banda. Poi, sbrigativo come al solito, il capo chiuse l’incontro con un’ultima frase:

‘’Tra noi, in codice, si chiamerà operazione ‘‘affresco’’. Fatti rivedere quando sarà tutto pronto.’’

 

 

6/

Due giorni dopo Mario era a Porta Maggiore.

‘’Capo, ho fatto un po’ di conti, l’affresco, come lo vuoi chiamare tu, con soli 100 milioni non si può fare.’’

‘’Perché?’’

‘’Servono 500 milioni netti solo per il killer digitale da far lavorare per noi, poi lui ne avrà almeno 300 di spese, più ne servono netti per me un altro centinaio, e 100 per il mio avvocato se qualcosa va storto, e qualcosa che può andar storto è facile che ci sia.”

“Tipo?”

“Metti che tu cambi idea quando l’affresco è quasi finito, o che i critici lo stronchino e si riesca a risalire a me e poi anche a te, ma comunque senz’altro a me, che poi, non si sa mai, possono arrivare a te...’’

’‘Questo non deve assolutamente accadere!’’

‘’Certo, ma chi può mai dire? E comunque in quel caso a me ci saranno già arrivati. Con questi pittori moderni può succedere di tutto.’’

‘’Ma…’’

‘’Capo, questa non è una trattativa sindacale: il killer russo farà il suo prezzo e anch’io, se permetti, devo fare il mio.’’

‘’Ok! Troverò gli altri 900 milioni, tu parti con l’operazione.

Io voglio, anzi devo, vedere quel motore di ricerca ridicolizzato, spiaccicato…’’

’’…raffigurato.’’

‘’Giusto! “Raffigurato” sul muro.

Datti da fare e tienimi aggiornato.’’

 

 

 

7/

Su una cosa, rifletteva Mario, il capo aveva assolutamente ragione: l’attacco ad Altavista li avrebbe resi famosi e ricercati, prima dalla polizia e poi dagli stessi responsabili dei grandi siti. Iniziare come ‘’ladro’’ e finire come ‘’guardia’’ però con montagne di soldi, trasformato in uno dei re di Internet.

Come nei film di serie B, nel sottoscala di Porta Maggiore ad un tratto arrivava un capo coi controcazzi come Pippo, beccava un hacker principiante come era lui, e gli diceva:

‘’Questo attacco è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve farlo.’’

Una fetta dello ‘’sporco lavoro’’ era toccato proprio a lui: Mario.

E Mario si mise in azione.

La prima cosa era trovare ‘’l’uomo giusto’’, anzi prima di tutto si doveva trovare l’uomo che gli avrebbe trovato ‘’l’uomo giusto’’.

L’intermediario più adatto era Kirillov, ex attachè militare dell’ambasciata sovietica in Italia, di certo un ex del Kgb, ora riciclatosi come consulente commerciale del neonato consolato bielorusso di Milano.

Si conoscevano da un paio d’anni, ma ciò non esentava Mario da inventare una scusa fatta bene: non si può chiedere il nome di un killer informatico come se fosse una passeggiata.

Che storia inventare?

Ne scartò molte, troppe forse. Gli parevano tutte false e poco credibili. Kirillov era furbo e scaltro, forse era meglio improvvisare.

 

 

 

 

 

8\

Mario incontrò ilrusso in un bar di Milano, poi se ne andarono a passeggiare a piazza Duomo. Superati i convenevoli, il vice di Pippo arrivò al sodo:

‘’Supponiamo che ci sia un sito che deve morire. Chi mi consigli come “Angelo del Signore”?’’

‘’Chi è che deve morire?’’         

‘’Qualche zona web di cui non è necessario tu sappia il nome. Ti basta sapere che sarà un osso duro, ma niente nomi.’’

‘’Però mi devi dire quanto “duro”, che so: se è un sito di una banca di provincia, o se ci vuole proprio un super professionista.’’

‘’La seconda che hai detto!’’

Kirillov scoppiò a ridere: ‘’E’ bello sentirti parlare come un comico della tv.’’

‘’Ridi ma trovami il tizio in questione. Non è una faccenda comica, almeno per me.’’

‘’Roba grossa eh? Magari non ti riguarda neppure personalmente, non serve proprio a te, e c’è qualcun altro più bravo di te che ti fa girare come un pony express per non esporsi lui…’’

‘’Tu Kirillov parli da solo, ti fai le domande e poi ti dai le risposte, eppure hai capito benissimo che in certe cose nessuno può dire niente.

Anche quando eri al KGB eri così curioso?’’

‘’Assolutamente no. I curiosi nel mio campo, o meglio: ex campo, campavano poco.’’

‘’Allora trovami quel nome, fammi questo favore.’’

‘’Certo! Come potrei rifiutare un favore ad un amico? Quando arriva come ti si deve presentare?’’

‘’Diciamo che cerco un pittore.’’

‘’Bene, avrai il migliore imbrattatele oggi sul mercato.’’

 

 

 

 

 

 

9\

Il pittore-killer informatico si presentò, si chiamava Ciro Menotzky.

Radi capelli corti e biondi, occhi di ghiaccio, ottima pronuncia italiana ma slavo fino nelle ossa.  Unico particolare fuori posto: una stretta di mano viscida, la mano dell’assassino.

Quando venne pronunciato il nome del sito da bucare sogghignò:

‘’Preda difficile.’’

‘’Meglio per te, avrà un prezzo più interessante.’’

‘’Quanto?’’

‘’350 milioni, prendere o lasciare.’’

‘’Tutti subito?’’ Chiese il bielorusso.

‘’Naturalmente no: cinquanta immediatamente, il resto poi.’’

‘’Facciamo cento subito, cento appena sono pronto ad agire e il saldo solo a dipinto avvenuto.’’

‘’Va bene, non sono qui per mercanteggiare. Ma ce la farai?’’

‘’Certo, io nel mio campo sono il migliore.’’

‘’Allora datti da fare, non abbiamo tanto tempo.”

 

 

10/

“C’è solo un ultimo particolare,’’ concluse Mario, ‘’ho bisogno di una prova preventiva della tua abilità.’’

            “Che genere di prova?”

            “Dimostrami che sai entrare in Altavista. Bucala, cambiagli un qualcosa, una piccolezza che non insospettisca i gestori del motore.”

            “Non capisco: a che ti riferisci?”

            “Modifica un particolare secondario che mi faccia capire che sai dove mettere le mani. Mostrami quanto sei bravo e ti do i tuoi primi 100 milioni.”

            “D’accordo, ma dieci li voglio subito, altrimenti non mi viene l’entusiasmo per tentare.”

            “Non c’è problema, in questa busta ci sono 5.000 dollari, considerali un anticipo.”

            Il bielorusso soppesò la busta gialla e poi sorrise. “Sarà un piacere lavorare con te.”

            Bene. “Anche questa è fatta!” Pensò Mario sorridendo a sua volta, e salutò lo slavo rifacendosi mentalmente i conti.

            Aveva in mano 90 milioni di liquidità, il che non era male.

Gli ci sarebbe uscita anche una piccola cresta di 350 milioni sulla tariffa del killer, il che, bisognava ammetterlo, non solo non era male, ma era proprio una bella cosetta.

Quale altra professione permetteva mancette così sostanziose?

Ricordava che da ragazzino si sognava come pilota di elicotteri o come archeologo, e benedì la sorte che lo aveva voluto hacker.

 

 

 

 

11\

Quando Mario comunicò a Pippo che aveva trovato il pittore, tralasciando di importunarlo con i dettagli sui 350 milioni che aveva risparmiato, vide il capo sogghignare. Doveva averne inventata un’altra delle sue.

‘’Indovina,’’ attaccò con aria di sfottò, ‘’cosa scriveremo nella home page di  www.pippo_e_mario.it.?’’

‘’Non so, cosa?’’

‘’ SPEGNI QUESTO COMPUTER E NON ACCENDERLO MAI PIU’!’’

Risero per un quarto d’ora.

Era veramente geniale: i governi avrebbero dovuto spendere miliardi in spot per rassicurare tutti, internettauti e no, che potevano riaccendere le loro macchine.

Asciugandosi gli occhi dal gran riso, Pippo si tormentò i baffi e poi sbottò:

‘’Proviamo a fare il gioco de ‘’L’avvocato del Diavolo’’.

Dimmi tutti i motivi per cui, secondo te, non stiamo avendo una grande idea. Prova a trovare i punti deboli del nostro progetto, così vediamo se ne esistono.’’

‘’Allora non farò un grande sforzo. Intanto secondo me è un progetto troppo ambizioso…

‘’…non ti preoccupare, io so che ce la possiamo fare. Cos’è che ci potrebbe andar male?’’

‘’A volte Pippo io non ti capisco: hai cambiato idea? Vuoi rinunciare?’’

‘’Al contrario! Sono più convinto di prima, è che voglio vedere tu che problemi individui, dove tu vedi gli ostacoli.’’

‘’Prima grossa incognita: e se Franck, il responsabile della sicurezza di Altavista, si incavola?’’

‘’Fa due fatiche: prima si incavola e poi si scavola e si deve due camomille. Franck è un combattente leale, quando lo metterò col culo per terra ammetterà la sconfitta e mi pagherà un caffè.’’

‘’Se lo dici tu…’’

‘’Certo che lo dico, conosco Franck ‘’Silvio’’ da una vita!’’

 

 

 

12/

‘’Comunque’’ riprese Mario, ‘’ancora non è che mi piaccia molto questo… questo…’’

‘’Ritratto?’’

‘’Ecco: questo ritratto.’’

‘’A proposito di ritratti: vuoi ritrattare?’’

‘’Tu scherzi, è che non vorrei avere grane legali per questo dipinto sulla mia coscienza…’’

‘’Chi non risica non rosica. Credimi, ci ho pensato molto, ma non c’è alternativa. Dobbiamo dimostrare che i grandi server, e i motori di ricerca in primo luogo, sono un gigante coi piedi d’argilla.

Non trovi anche tu?’’

‘’E va bene! Mi hai convinto: non c’è alternativa.

Dobbiamo fare questo attacco in nome della fratellanza hacker!’’

Pippo, un po’ sorpreso per questo repentino cambio d’atteggiamento del suo vice, commentò:

‘’Questo avrei dovuto dirlo io.’’

‘’Ok, t’ho detto che m’hai convinto.

Mettiamoci al lavoro’’

Il capo guardò il socio alcuni istanti in silenzio. Mario rincarò la dose.

‘’T’ho detto che m’hai convinto, che vuoi di più?’’

‘’Non avrei dovuto prometterti 150 milioni, ormai sei troppo coinvolto anche tu per esser libero di esprimere un giudizio.’’

‘’Mi dai del venale?’’

‘’Non oserei mai.’’

‘’Il mio giudizio l’ho espresso quando ho accettato il lavoro, ma se vuoi posso ancora rinunciare.’’

‘’No, no, ormai ho deciso. Vai avanti. La cronaca, e forse la giustizia, ci condanneranno, ma la Storia ci assolverà.’’

 

 

 

 

 

13\

‘’La cronaca, e forse la giustizia, ci condanneranno, ma la Storia ci assolverà.’’

Le parole di Pippo ronzavano nella testa di Mario, ma su una cosa il capo aveva ragione: Altavista doveva morire. Sarebbe stato uno sporco lavoro, qualcuno doveva farlo ed era toccato a lui, anzi all’altro, al pittore.

Il vice  di Pippo doveva restare al corrente di tutte mosse del bielorusso, ma farsi vedere il minimo possibile vicino a lui.

Il killer e il mandante convenirono quindi di incontrarsi, in caso di necessità, su una panchina di Villa Borghese.

Ciro Menotzky disse che avrebbe rimediato due cellulari da usare come citofoni.

‘’Nessuno parla mai con due ‘’cellulari – citofono’’.’’ Spiegò il killer. ‘’Sono macchine pulite con numeri e contratti intestati a prestanome. Però non fanno mai chiamate, solo squilli a vuoto. Quando l’altro li sente, si ‘’fa trovare in casa’’, cioè corre qui alla panchina.’’

Mario in quei giorni aveva riflettuto molto sul tema ‘’attentati’’ allargando il campo della ricerca da quelli informatici a quelli classici con bombe e pugnali.

Aveva cercato su Internet: ‘’Sarajevo + 1914’’, ma ne aveva ricavato poco, giusto il nome di chi aveva sparato: Gavril Princip. Riprovò usando proprio il nome dell’attentatore come chiave di ricerca, e scoprì alcune cose in più.

 

 

 

14\

Quello del 28 giugno 1914 era stato un attentato veramente fuori del comune. Le vittime, l’Arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte, erano di certo tra i più iellati che la Storia ricordi. Il giorno della loro morte tutto aveva complottato contro quei nobili sposi.

Quella mattina a Sarajevo, tutta la popolazione era appostata ai lati della strada per veder passare l’Arciduca. Alle 10 in punto Gavril Princip, che a quel tempo aveva 19 anni e 11 mesi - un dettaglio che alla fine avrebbe avuto la sua importanza - uscì dalla locanda, si unì alla folla e prese posizione in prima fila. La sua mano affondata in tasca stringeva qualcosa. Attendeva il momento per compiere la sua "missione", l’attimo quando la macchina dell’Arciduca sarebbe giunta davanti a lui.

Poi all’improvviso si udì poco lontano, in fondo al corso, il fragore di un’esplosione, e si vide l’automobile con sopra gli eredi al trono austro-ungarico passare a tutta velocità, poi dirigersi verso il municipio.

Gli attentatori erano in due e il primo aveva lanciato la bomba mirando male. Era stato lievemente ferito un aiutante dell’Arciduca, costui era sceso e l’auto era ripartita.

La "missione" del giovane Princip era fallita! Nella tasca la mano del giovane serbo strinse con rabbia la pistola. Si incamminò lentamente verso via Re Pietro, profondamente deluso e amareggiato di non essere stato utile alla "causa".

 

 

 

 

15\

Intanto la macchina imperiale, raggiunto il municipio dopo il primo fallito attentato, vi sostò solo un attimo, giusto il tempo per gettare in faccia al tremebondo sindaco di Sarajevo le parole indignate dell’Arciduca:

"Bella accoglienza voi bosniaci! Mi avete accolto a suon di bombe, e ferito il mio aiutante!"

Poi, rivolto all’autista che aspettava a motore acceso, il futuro defunto disse:

"Torniamo indietro, presto! A raccogliere il mio aiutante!"

Partirono.

L’autista prese il Corso di Sarajevo, ma poi, per evitare la folla ancora ammassata, imboccò la parallela strada angusta, quasi a passo d’uomo. Princip, facendo ritorno alla locanda, stava anche lui percorrendola deluso. Ma il Destino invece lo volle nuovamente chiamare mandandogli incontro la vittima designata.

La macchina dell’Arciduca avanzava nella stradina quasi deserta rasentando il piccolo marciapiede. Giunta all’altezza del giovane, l’auto quasi lo sfiorava. Princip, che stringeva ancora la pistola nella mano affondata nella tasca, tirò fuori l’arma e sparò solo due colpi, quelli essenziali.

I coniugi imperiali morirono quasi all’istante, mentre le guardie che sostavano all’angolo, subito accorsero e agguantarono il giovane attentatore.

Gavril Princip, poi processato, non salì sul patibolo, perchè la severa giustizia austriaca non applicava la pena di morte a delinquenti d’età inferiore ai vent’anni, e a Princip mancava un mese al compleanno.

Che strano destino! Salvato da un codicillo legale, di cui probabilmente avrà tenuto conto prima di accettare di diventare l’attentatore.

 

 

 

 

 

16\

Insolita storia questa di Gavril Princip, il terrorista di Sarajevo. Nonostante la sua giovane età, la Giustizia austriaca non gli salvò del tutto la vita; percosso malamente dalla polizia e dai suoi carcerieri, non si riprese mai del tutto, e finì moribondo nel 1916 nell’infermeria del carcere.

In quel periodo la Serbia era stata spazzata via dagli eserciti nemici, tutto il suo territorio era stato occupato e aveva perso la guerra. La nazione intera era stata completamente distrutta, e nessuno avrebbe saputo prevedere, nel 1916, l’esito finale e ben diverso della Prima guerra mondiale solo due anni dopo.

A Princip in carcere era stata interdetta ogni lettura; non vide mai un giornale, ma il carceriere lo informava dei fatti. Mortalmente infermo e sotto le cure del Dott Pappenheim, venne a sapere dal suo medico che il popolo serbo era stato schiacciato per sempre. Il dottore tenne un diario (poi pubblicato) dei colloqui, anche se Princip si esprimeva con difficolta in tedesco e il dottore capiva poco di slavo.

Il brano, scaricato da Altavista, riportava anche alcune parole dell’attentatore serbo. Curioso come la loro sgrammaticatura le rendesse vive ed attuali. Sembrava di sentire un extracomunitario slavo alla stazione Termini, magari pronipote del celebre attentatore, che raccontava della guerra in Kossovo.

 "Tutto quanto distrutto - si lamentava piangendo Princip - tutto quello che era scopo di mia vita, mio ideale. Oh mio popolo serbo!

Non posso sentirmi colpevole. Non potevo sapere. Guerra mondiale sarebbe scoppiata comunque. Cause: vendetta, amore, libertà!

Mio popolo serbo! Nostro ideale, l’ideale di tutti studenti: l’unione del popolo iugoslavo, Serbi, Croati, Sloveni. Ora mia patria tutta occupata da nemico!’’

Sotto il peso di queste amare riflessioni, moriva uno dei responsabili della Prima guerra mondiale.

 

 

 

 

17\

Che follia il nazionalismo!

Gavril sapendo della futura dissoluzione della sua Jugoslavia, si starà rivoltando nella tomba.

Ma sentite ancora le sue parole rintracciate su Altavista:

‘’Si credeva che noi serbi con attentato scatenare la rivolta, mettendo Austria in posizione difficile. Mai pensato che potesse scoppiare guerra.

Non s’immaginava possibile guerra mondiale per così poco. Si credeva scoppiasse un giorno o l’altro, ma non allora. Allora si credeva possibile solo rivolta di tutto popolo bosniaco contro Austriaci.

Ho sentito la notizia tragica, che mia Serbia non esiste più. Questo per colpa mia!"

Princip morì credendo che il popolo serbo fosse stato schiacciato per sempre. Invece da quelle due pistolettate del 28 giugno 1914 fino alle ultime dell’11 novembre 1918, il suo popolo creò la Jugoslavia, ma a qual prezzo!

Nel frattempo avevano trovato la morte in Europa dieci milioni di soldati. I due colpi sparati a Sarajevo si erano moltiplicati a miliardi.

L’unica cosa bella dell’attentato in cui era coinvolto Mario, era che il crash di Altavista  non avrebbe certo scatenato una guerra mondiale.

 

 

 

 

18\

L’attentato più curioso su cui Mario cercò notizie - e quello che resta a tutt’oggi più misterioso - è l’omicidio di John Kennedy, tanto che ci sono siti dove la gente spedisce le sue ipotesi e si aggiorna su eventuali nuove prove o congetture. Qualcuno, un certo Philiph Ring, aveva provato ad interpretarlo facendo riferimento all’altro celebre attentato presidenziale, quello a Lincoln.

Nel delitto del 1865, alla fine della guerra di Secessione, c’era stata una piccolissima congiura di esaltati. L’assassino di Lincoln, che ne era il capo, era un tipo controcorrente per principio. Era del Nord, con tutta la famiglia antischiavista, ma lui si schierò, concionando e tenendo comizi nei bar, per il Sud. Durante la guerra se ne stette nella zona nordista, passando ogni tanto informazioni al servizio segreto sudista. Realizzò l’attentato a guerra finita, quando il Sud avrebbe avuto un disperato bisogno di Lincoln. Il presidente era un moderato, mentre i suoi stessi ministri volevano trattare gli sconfitti come ribelli da punire senza pietà. Lincoln propose addirittura di rimborsare i padroni di schiavi che vedevano il loro capitale distrutto dalla libertà per i negri, ma il suo governò gli bocciò la proposta.

L’assassino del presidente aveva una pistola ad un colpo solo e gli bastò. Prese Lincoln alla nuca, mentre questi vedeva uno spettacolo in un palco di un teatro.

 

 

 

19/

La somma Altavista ‘’dispensatrice-di-notizie’’ aveva spedito Mario a uno di quei siti strampalati che fanno la delizia di ogni navigatore. Qui aveva trovate elencate le varie coincidenze dei due delitti, e l’achker se le era tradotte dall’inglese con l’ausilio di un traduttore automatico. Ecco cosa ne usciva fuori circa i due attentati analizzati in parallelo:

‘’L’incidenza di coincidenza è così comune, che non essere possibile considerare coincidenze.

Abraham Lincoln ha avuto eletto a Congresso nel 1846.

John F. Kennedy ha avuto eletto a Congresso nel 1946.

Abraham Lincoln ha avuto eletto Presidente nel 1860.

John F. Kennedy ha avuto eletto Presidente nel 1960.

I nomi Lincoln e Kennedy ciascuno contiene sette lettere.

Ambi Presidenti erano colpo il venerdì.

Ambo era colpo in la testa.

Ambo era colpo nella presenza delle loro mogli.

Il Segretario di ciascuno Presidente li ha avvertiti non andare al teatro ed a Dallas, rispettivamente.

Ambi successori sono stati chiamati Johnson.

Andrew Johnson, che è riuscito (il traduttore automatico non prevede il termine ‘’subentrato’’) a Lincoln, è stato nato nel 1808.

Lyndon Johnson, che è riuscito Kennedy, è stato nato nel 1908.

 

 

 

20\

Il traduttore automatico grossolano  riusciva a creare involontario umorismo.

Circa le notizie sugli attentati ai presidenti americani, il programma di traduzione sconfinava nella comicità quando scriveva:

‘’John Wilkes Cabina (il traduttore automatico traduce ‘’Smith’’ con il termine ‘’CABINA’’), che ha assassinato Lincoln, è stata nata nel 1839.

Oswald, che ha assassinato Kennedy, è stato nato nel 1939.

Cabina ha corso dal teatro ed è stata catturata in un negozio all’ingrosso (questa è poesia pura, i dadaisti ne sarebbero stati entusiasti!).

Oswald ha corso dal negozio all’ingrosso ed è stato catturato in un teatro.

Cabina ed Oswald è stato assassinato davanti la loro testimonianza (probabile interpretazione dei vaneggiamenti del traduttore automatico: ‘’Ambedue gli assassini sono stati uccisi prima di poter testimoniare in un processo’’).

Ambi assassini sono stati conosciuti da loro tre nomi.

Ambo i nomi hanno 15 lettere.

Questa è INCIDENZA o COINCIDENZA?’’

Con questa domanda terminava il responso di Altavista.

Chissà come gli storici avrebbero interpretato l’azione che Mario stava contribuendo a realizzare, capace di sconvolgere il futuro informatico del mondo intero.

 

 

 

 

 

21\

Del resto l’Italia è stata teatro del più famoso attentato della storia, il primo che viene in mente pensando all’argomento: l’uccisione di Cesare.

Il nostro paese ha anche il record della quantità: il 30% di imperatori di Roma morì assassinata.

Racconta Tacito che ai tempi dell’imperatore Claudio, “… sua moglie Agrippina era da tempo decisa ad uccidere il marito, incerta solo nella scelta del veleno, che non doveva essere troppo rapido ed improvviso, perché non si scoprisse il delitto. D’altra parte, se avesse optato per uno di azione lenta, c’era da temere che suo marito Claudio, avvicinandosi agli ultimi momenti ed indovinato il complotto, avesse un ritorno di amore per suo figlio e lo facesse erede, vanificando le ambizioni dell’imperatrice.

Faceva al caso di Agrippina un veleno raffinato, che potesse sconvolgere la mente senza affrettare la morte.Per preparare la sostanza mortale venne scelta una donna di nome Locusta, poco prima condannata per avvelenamento e considerata uno degli strumenti della lotta per il potere. Con la sua arte Locusta preparò un veleno, che fu propinato dall’eunuco che aveva l’incarico di servire i pasti all’imperatore e di assaggiarne le vivande. Tutti i particolari del delitto divennero tanto noti che gli scrittori li hanno riferiti: il veleno fu messo in un piatto di funghi, e il suo effetto non fu avvertito subito, forse per la sonnolenza di Claudio, o perché l’imperatore era pieno di vino. Una successiva scarica intestinale pareva dovesse scongiurare il pericolo.

Sicché Agrippina, atterrita ed incurante dell’odiosità del suo agire, dato che ormai temeva le estreme conseguenze di un’azione criminale ma incompiuta, ricorse al medico Senofonte, la cui complicità si era da tempo assicurata. Questi, come se volesse aiutare Claudio a vomitare, affondò nella sua gola una piuma intinta - cosi si crede - in un altro potente veleno; ben sapendo il medico che ai più gravi delitti è pericoloso dare inizio, ma vantaggioso porre termine."

 

 

 

 

 

22\

Pure per il principe Britannico, potenziale concorrente al trono di Nerone, ci vollero due veleni diversi, anche se non somministrati contemporaneamente.

Dice Tacito: “Britannico infatti, ricevette per la prima volta un veleno ma lo eliminò con un flusso di ventre, sia perché poco efficace, sia perché, forse, a bella posta diluito per non rendere istantaneo il suo effetto. Ma Nerone, insofferente a questo indugio nel delitto, cominciò a minacciare il tribuno incaricato dell’omicidio, e a promettere torture per l’avvelenatrice - che era sempre la celebre Locusta - perché, mentre i suoi sicari si preparavano i mezzi per la loro personale difesa, compromettevano la sicurezza dell’Imperatore.

In seguito alla loro promessa che la morte sarebbe stata così rapida come se Britannico fosse stato pugnalato, il veleno venne distillato vicino alla stanza di Nerone, con succhi già sperimentati e di effetto immediato.

Siccome i cibi e le bevande di Britannico venivano assaggiate da un servo di fiducia, ecco a quale inganno fecero ricorso i sicari. Per evitare che il delitto fosse scoperto per la morte di entrambi, venne servita alla vittima, dopo che era stata debitamente assaggiata, una bevanda innocua ma molto calda. Poi, siccome Britannico la respingeva per l’eccessivo calore, vi fu aggiunta dell’acqua fresca nella quale era stato versato il veleno, che si diffuse nel corpo con tanta rapidità stesso momento la parola e la vita."

 

 

23\

Anche Ciro Menotzy, il killer che stava per uccidere Altavista, aveva origini italiane.

Le raccontò a Mario che, con sua sorpresa, si ritrovò ad ascoltare brani della storia del suo paese, finita nel sangue del bielorusso che aveva davanti.

L’ex cittadino dell’U.R.S.S. era nato nel 1943, figlio di una bielorussa, che per gli scherzi del destino si chiamava ‘’Menotzky’’, e di un ufficiale italiano dell’armata dell’A.M.I.R. con un cognome dal suono simile a quello della sua amante bielorussa: Menotti.

Di quell’amore illegittimo, al killer era rimasto un nome italiano: ‘’Ciro’’, la madre l’aveva infatti chiamato come il guerriero straniero di cui era figlio.

L’ufficiale italiano Menotti, il papà di Ciro, era pronipote dell’eroe modenese del Risorgimento e ne portava l’identico nome. Nella campagna di Russia combattuta accanto ai tedeschi, ricevette una medaglia d’oro al Valor Militare, purtroppo alla memoria, perché morì eroicamente sul Don, ed è ricordato da una lapide a Roma, in piazza Verbano dove aveva casa.

Suo figlio, di cui il padre italiano ignorò l’esistenza, e a cui la madre aveva voluto mettere questo insolito nome di ‘’Ciro Menotzky’’, entrò nel Kgb reparto informatico, in cui, come figlio di N. N., non aveva fatto molta strada. Era rimasto un ‘’categoria 666: killer digitale specializzato’’, che sapeva le lingue (tra cui naturalmente l’italiano), e veniva spedito all’estero per le azioni rischiose. Il resto del tempo studiava gli esplosivi e le armi del suo settore, programmini, virus, righe di codice capaci di fare qualsiasi cosa un computer reso schiavo poteva essere obbligato a fare, e quando non era in missione vivacchiava. Poi con Gorbaciov aveva capito l’aria e si era messo in proprio, e non tirava avanti male.

 

 

 

24\

Il suo avo italiano Ciro Menotti, nato nel 1798, nel 1830 era stato l’anima del gruppo di rivoluzionari che preparava l’insurrezione nel Ducato di Modena e che mirava ad avere l’appoggio del duca Francesco IV d’Austria-Este, sovrano del piccolo stato.

Menotti ed i suoi pensavano di attirare il Duca con il miraggio di uno stato ingrandito a spese dei domini austriaci e papali suoi confinanti. E’ certo che il patriota fu in relazione con il Duca di Modena, il quale, peraltro, si staccò dal gruppo dei cospiratori verso la fine del ’30. Menotti intensificò ugualmente i preparativi per l’insurrezione, ma fu prevenuto dal Duca, che nella notte del 4 febbraio 1831 fece catturare i cospiratori e soffocò la rivolta modenese sul nascere.

Ma era già troppo tardi, ed il giorno dopo ciò che non era successo a Modena accadde a Bologna, e si estese rapidamente a tutto il nord Italia grazie alla fitta rete di contatti delle società segrete, costringendo Francesco IV alla fuga. Le varie insurrezioni cercarono quindi di coordinarsi fra di loro, creando il governo delle Province unite con sede a Bologna, e si dettero alla costituzione di un corpo di volontari disposto a marciare contro Roma, una cosa che era una via di mezzo tra lo slogan leghista ‘’Padania armata contro Roma ladrona e papalina’’, la marcia dei trattori per le quote latte e il Che Guevara in Bolivia.

Purtroppo non se ne fece nulla perché dopo poco cominciarono a sentirsi in mezzo agli insorti voci discordanti, che impedirono una totale coesione degli intenti. Poco tempo dopo gli Austriaci discesero nella pianura Padana e si riappropriarono dei loro domini, raggiungendo i rivoltosi a Rimini e sterminandoli.

            Il duca di Modena, impaurito, si era rifugiato nella fortezza austriaca di Mantova, trascinando con sé Menotti affinché non venissero rivelati all’opinione pubblica i suoi contatti con i cospiratori. Dopo il fallimento dell’insurrezione ed il ritorno a Modena di Francesco IV, Menotti fu processato, condannato a morte ed impiccato.

 

 

 

25\

Un giorno il cellulare-citofono fece due squilli.

Mario, molto incuriosito, si precipitò a vedere che stava succedendo su Altavista. Nel giro di pochi secondi individuò il trucchetto che il bielorusso doveva aver inserito nel motore e si fece un mucchio di risate. Menotsky aveva fatto un ottimo lavoro.

Mario afferrò la 24 ore che teneva pronta da tempo e si recò a Villa Borghese, dove, alla loro panchina trovò Ciro che sembrava molto soddisfatto di se.

Il bielorusso iniziò subito parlando del conquibus: “Quanto mi hai portato?”

“Quarantaduemila dollari.”

“Veramente ne aspettavo 45.000...”

“E’ che la lira e l’euro ultimamente non stanno andando molto bene, 100 milioni di lire oggi son pari a 47.000 dollari, cinque ne hai avuti…”

“Ok, ok, va bene così, non mi metterò a tirare sul prezzo. Piuttosto: il trucco t’è piaciuto?”

 

 

 

26/

“Fantastico!” Commentò Mario. “Era proprio il tipo di trucco che volevo vederti fare!”

“Devo dire che anch’io ne sono soddisfatto, ti ho potuto dimostrare che conosco la strada per entrare nel loro sistema.’’

Grazie all’ingegno del prode Ciro, nel computer centrale di Altavista stava accadendo questo: qualunque domanda gli venisse fatta in italiano, specificando che si desideravano ricerche nell’universo di lingua italiana, il motore dava sì gli indirizzi come risposta, ma tutti quelli in lingua italiana venivano segnalati come essere in lingua ebraica.

Non solo: l’elenco delle lingue non era più in ordine alfabetico, e il caos regnava su tutto il settore. Qualsiasi parola venisse cercata nell’universo di lingua “ebraico” , quando compariva la risposta la scritta “ebraico” veniva in automatico sostituita da “tedesco”. Se si cercava in svedese, le risposte riguardavano documenti in quella lingua, ma nel menù a tendina compariva automaticamente la scritta ‘’cecoslovacco’’, e via dicendo.

Ciro aveva incasinato tutto il settore ‘’linguaggi’’ del motore, ma, per i gestori del sito, poteva anche essere che non fosse un attacco esterno, ma solo un sottosettore del server andato in crash per chissà quale motivo.

Il webmaster di Altavista avrà di sicuro urlato delle gran bestemmie (chissà in che lingua), ma non avrebbe mai sospettato che dietro quel malfunzionamento ci fosse l’attentato di un hacker.

 

 

 

27/

Dopo aver conosciuto il killer informatico che avrebbe agito ai suoi ordini, per Mario quella della storia degli attentati stava diventando una mania.

Navigando su indicazioni dei motori, si era imbattuto in Felice Orsini, che il 14 gennaio 1859 fece un attentato contro Napoleone III di Francia. Orsini con la collaborazione di altri due rivoluzionari italiani, lanciò tre ordigni esplosivi contro la carrozza imperiale. Napoleone e la sua consorte Eugenia ne uscirono illesi, ma il bilancio fu comunque tragico: due morti e una cinquantina di feriti. Ebbene: la Storia fece di Felice Orsini un eroe.

A Milano, ma stranamente non a Roma, gli avevano dedicato una via, come Mario potè controllare sui rispettivi stradari.

Il gesto di Orsini, benchè fallito, invece di sminuire l’interesse dell’imperatore francese verso l’Italia, aveva convinto sempre di più il sovrano ad allearsi con i Savoia.

A questo punto Mario si chiedeva: è giusto dedicare una via ad un assassino, ad un attentatore?

Eppure le città sono piene di vie con nomi di esseri considerati dai nemici o dagli sconfitti come ‘’criminali sanguinari’’: Silla, Pisacane (un dirottatore), disertori come Cesare Battisti, ceffi da galera come Garibaldi condannato a morte da cinque stati: Regno di Sardegna, Austria, Regno delle due Sicilie, Uruguay e Brasile.

L’Eroe dei Due mondi era un tipo, tra l’altro, dal linguaggio scurrile: definì Sua Santità Papa Pio IX: ‘’un metro cubo di letame’’.

E che dire di Pertini, un ex carcerato, un pluripreguidicato, già ricercato dalla polizia italiana durante il ventennio, finito, nel dopoguerra, prima personalità della Repubblica?

 

 

 

 

28\

Mario non poteva non analizzare le implicazioni morali di ciò che stava per compiere: certi fini giustificano certi mezzi?

L’illegalità e gli attentati non erano che la ‘’prosecuzione della lotta politica con altri mezzi’’?

Se Garibaldi o Pertini, per ottenere nobili scopi, potevano infrangere la legge, anche ciò che Pippo aveva ordinato e lui stava eseguendo poteva risultare un’azione storicamente positiva?

Però così si può finire per giustificare Pol Pot e Stalin.

Dov’era il confine tra ‘’azione lecita’’ e ‘’gravissima infamia’’?

Stalin che rapinava le banche per finanziare il partito bolscevico, era un ladro o un eroe?

E’ giusto uccidere per una ‘’giusta causa’’?

Il vice di Pippo se lo chiedeva perplesso. In ogni caso, lui doveva far tutto perché non fosse, in futuro, dedicata una strada anche a Mario e al suo capo. Loro, ufficialmente, non dovevano assolutamente risultare.

Quanto ad Altavista, morisse pure; un bel monumento funebre al più famoso dei motori, magari a forma di monitor, la Patria, anzi il mondo intero, glielo poteva concedere. Il funerale di Altavista sarebbe stata una cerimonia straziante, magari ripresa in diretta da “Canale 5”, con Emilio Fede che piange sul feretro, e quando rimane solo con i due becchini, tira fuori le carte e propone un ‘’tressette col morto’’, con sopra una piccola sommetta, così, solo per divertirsi.

E ancora: Dell’Utri che recita l’orazione funebre:

‘’…Pippo e Mario han dimostrato che questo sito aveva i piedi d’argilla, e Pippo e Mario son uomini d’onore…’’

Sgarbi che tocca il culo alle cameriere al rinfresco dopo le esequie, Mentana ubriaco, Maria De Filippi che bacia Paola Barale nel bagno della camera mortuaria. Costanzo, l’infame, sorride. Il presidente del consiglio di amministrazione di Altavista a cui prende un infarto. Il candidato alla presidenza Usa Gore preoccupatissimo, si chiude in bagno e si fuma un cannone dopo l’altro. Ciampi che legge l’elogio funebre. Il Papa, sentendo il botto informatico, ne parla a Piazza San Pietro: ‘’Se sballio co mause corregime!’’.

Sarebbe stato un bel corteo funebre fino al ‘’Cimitero della sicurezza informatica’’, un triplo ‘’Grande Funerale di Stato, di Chiesa virtuale e di Monitor’’, col Gabibbo a seguire i feretri e le veline in chador nero che zompettano ingenue e frizzanti.

 

 

 

29\

All’incontro successivo, il killer russo aveva novità da raccontare al suo datore di lavoro.

‘’Ho individuato il tipo di “pennello”. Esclamò tutto soddisfatto.

Nel repertorio di sinonimi escogitato da Mario e Ciro “Pennello” voleva dire “router”, un indirizzatore di pacchetti sulle vie telematiche, una specie di ‘’centralino’’ digitale capace di smistare i dati all’uscita e all’entrata di un server.”

“Userò” continuò il bielorusso ” un router speciale fatto costruire dalla sezione informatica del Kgb. Il migliore e il più potente che ci sia oggi sul mercato.”

‘’Caspita!’’ Disse Mario. ‘’Sembra una buona idea.’’

‘’E’ la migliore.’’ Commentò seccamente Ciro. ‘’Sono un professionista, io!

Al Kgb ci sono solo due prototipi del router “Mortaio 81’’ e uno l’ho fatto prelevare ed è al sicuro in una cantina di Mosca.

Il problema numero uno sarà farlo arrivare a Roma, il numero due sarà piazzarlo sopra una dorsale, magari all’uscita da una centrale Telecom.

Il router gigante da installare funzionerà come un vampiro, anzi uno zanzarone pronto a iniettare sangue contaminato nelle vene della rete, un sangue pieno dei vostri anticorpi. Quando sarà il momento di scatenare l’attacco principale, tutta le rete italiana diventerà lo specchio di un minuscolo faretto, la home page di www.pippo_e_mario.it, e i mille e mille siti italiani, involontariamente, risputeranno la vostra pagina nel mondo come un unico, monocorde, gigantesco proxy, la cache della cache del sistema, capace di violare il controllo dei sistemi di controllo di ogni sistema di controllo!

Spaccerò il router come un residuato dell’industria russa dello spazio. Però,’’ continuò il russo, ‘’mi serve un qualche imbecillotto a cui possa interessare un cimelio della gloriosa Astronautica sovietica. Farà da paravento per far arrivare il mio pennello fino a Roma. Tu devi trovarmi il tipo.’’

‘’Ti farò avere una scheda sul direttore del Museo della Scienza di Roma.’’

‘’Bene. Allora d’ora in poi tieni nota di quale sarà la mia nuova identità: hai di fronte Jury Gasparov, tecnico minerario con l’hobby dell’astronautica.’’

 

 

 

 

 

30\

Il professor Omboni era il classico trombone.

Direttore del Museo della scienza di Roma, sognava l’ambiente accademico, l’osservatorio del Gran Sasso o un altro luogo in cui potesse darsi da fare. La sua cognataggine con un sottosegretario democristiano alla Pubblica Istruzione, di cui grazie alle nozze era diventato parente, lo aveva portato ad occupare quella poltrona, ma non si divertiva quanto avrebbe voluto. Quando la segretaria gli annunciò che c’era un russo, tale Jury Gasparov tecnico minerario, che voleva fare una donazione al Museo, abboccò come un pesce e gli diede udienza.

‘’Io sono un appassionato di Astronautica,’’ iniziò Ciro, ‘’mi è capitato di mettere le mani sul motore di riserva dello Sputnik di Jury Gagarin, il primo uomo che è volato nello spazio, mi chiedevo se poteva interessare al vostro museo.’’

‘’Beh, certo, è un cimelio importante, sempre che il governo russo sia propenso a farcelo avere in dono.’’

‘’Questo non è un problema. A me piange il cuore nel vederlo arrugginire in un angolo di Baikonur, ai margini della pista di lancio. Un paio d’anni fa ho mandato un camion della mia ditta petrolifera, la Gazprom, e ora il motore è accantonato ad arrugginire in un hangar dell’azienda, ma i miei capi se ne vogliono disfare.’’

‘’Che peccato! Se il mio museo non fosse assolutamente sprovvisto di denaro per iniziative speciali lo prenderemmo noi, ma qui si risparmia anche sui francobolli per le raccomandate, figuriamoci un trasporto dal Kazakistan fino a Roma.’’

 

 

 

31\

L’ingegnere minerario dovette subito rassicurarlo:

‘’Per questo non c’è problema. Devo spedire una punta di trivella petrolifera proprio a Roma, per farla revisionare da quelli dell’Agip, e posso far mettere nel container tutti e due i macchinari. Se vuole il motore, basta che mi dica dove desidera che glielo faccio scaricare, ed è fatta.’’

‘’Ma è meraviglioso! Lei è l’uomo delle soluzioni!’’

‘’Cosa vuole, soffro per la mia povera patria costretta a disfarsi dei suoi cimeli…’’

‘’…Ma qui avranno la più degna accoglienza, me ne occuperò io personalmente!

Son proprio lieto che abbia pensato a noi: daremo un rinfresco per la consegna del pezzo dello Sputnik, verrà tutta la stampa…’’

‘’Per carità!

Di questa cosa non bisogna far sapere assolutamente nulla, altrimenti finisce che qualche burocrate si oppone e salta tutto.

Solo quando avrà il motore qui, lei potrà dirlo a chicchessia. Anzi mi raccomando, se io non posso contare sulla sua discrezione, rischio di passare un guaio!’’

‘’Ma le pare! Lei è così gentile!

Sarò una tomba fino al giorno che il cimelio sarà qui davanti a me, non dubiti.’’

‘’L’ideale sarebbe che noi non ci fossimo mai neppure parlati e che neanche la sua segretaria…’’

‘’E’ persona fidata!’’

‘’Non importa, meno gente sa meglio è. Lei farà più bella figura esibendo il motore come una sorpresa dovuta a trattative lunghe e segrete, in cui lei si è esposto in prima persona e al di fuori del suo lavoro d’ufficio. Anzi, mi lasci il suo numero privato così io qui al Museo non mi faccio più vedere.’’

‘’Ma certo…’’

Il bielorusso poteva essere soddisfatto. Era andato in porto anche il tassello della copertura ufficiale del trasporto in Italia.

 

 

 

32\

Adesso Ciro si doveva trovare un complice: era il momento di scegliere il suo aiutante indigeno.

Aveva bisogno di un compare, ed era una scelta rischiosa. Aveva tre persone nella mente. Ciccio, un calabrese di San Luca; Aldo, nativo di Corleone; Gennaro dei Quartieri Spagnoli napoletani.

Preferì Ciccio. Era un ‘’fuori banda’’, ma con l’onore intatto. Lavorava sempre per conto suo, non negando un favore ai compaesani, ma incassando e campando con i suoi movimenti, che erano sempre un passo oltre i confini della Legge.