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Nel lungo viaggio da Ravenna
verso Roma, i due seguono cercano di farsi notare il meno possibile. Appena
scorgono altri viaggiatori, lasciano la via principale e s’infilano tra
gli alberi, tornando sulla strada solo quando la vedono deserta.
Osservando i ruderi e le macerie d’edifici che costeggiano la via, s’intuiscono
le sciagure che hanno travagliato l’Italia negli ultimi secoli,
Martino durante il viaggio spiega gli eventi che hanno causato tutte quelle
rovine.
- Due secoli fa, nella guerra fra Goti e Bizantini, e poi durante i continui
scontri fra i soldati di Costantinopoli e i Longobardi, ci son stati più
di cento assedi, che hanno comportato terribili perdite non solo d’uomini,
ma di case, strade, acquedotti, di tutto ciò che l’uomo era riuscito
a costruire; quello che gli storici, con una parola sola, chiamano "civiltà".
I Senatori della vecchia Roma - cioè i proprietari di un tempo,
quelli che, avendo accumulato denaro, potevano impegnarsi a riparare l’esistente
- sono stati massacrati durante i diciassette anni della guerra gotica
e la successiva invasione longobarda.
In quel tempo essere ricchi o possedere qualcosa, era diventato sinonimo
di morte e di morte con torture, affinché fossero prima rivelati
i tesori nascosti, le monete seppellite nella terra. Nel periodo in cui
la guerra per i Goti volgeva al peggio, i barbari, mentre abbandonavano
le terre italiane, presero pretesto dalla ritirata per uccidere senza
pietà ogni civile su cui potessero mettere le mani.
Ma non era ancora finita!
Quindici anni dopo la fine della guerra gotica, quando ancora nulla era
stato riparato, arrivò l’invasione longobarda: trecentomila barbari
che si erano messi a saccheggiare senza pensare al futuro. In sette lunghi
anni, i duchi longobardi occuparono e sottomisero buona parte dell’Italia,
saccheggiando le chiese e le ville, distruggendo le città, uccidendo
chi non si faceva togliere la roba e stremando gli abitanti.
È un viaggio che dura
parecchi giorni. Le rovine delle case servono ai due da abitazione. Trovano
un angolo riparato da usare come rifugio per la notte, e frammenti di
travi con cui accendere il fuoco. Per raggiungere quelle dimore annerite
dagli incendi, spesso senza il tetto e piene di rovi, devono aprirsi un
varco tagliando la vegetazione che le ostruisce, finendo per appendere
i loro bagagli su piante cresciute in mezzo ai muri e alle macerie. Alberi
dentro le pareti delle case, un intreccio di vita e di morte.
Spesso i ponti tagliati li costringono a lunghe deviazioni o ad esercizi
d’acrobazia. Giunti presso Rimini, trovano un ponte seriamente danneggiato
secoli prima dai Goti. Sui suoi traballanti resti riesce a passare solo
una persona alla volta, sempre che sia a piedi e senza bagagli, e anche
così con molta difficoltà.
- Che peccato questo ponte malridotto! - Commenta il ragazzo. - Da quando
è stato danneggiato devono essere passati tanti anni, com’è
possibile che nessuno si sia messo a ripararlo?
- Oggi non è pensabile investire in qualcosa di non immediatamente
"mangiabile" come può essere un ponte. - Gli spiega Martino.
- Le autorità esigono meno tasse, però riducendo le richieste,
incassano meno denaro e hanno anche diminuito i servizi. Le opere pubbliche
vengono abbandonate alla rovina da una popolazione impoverita, dispersa
in casolari isolati, che solo lavorando duro può procurarsi lo
stretto necessario, e fornire viveri ai suoi padroni.
- Non si può far niente per cambiare questo stato di cose?
- Che ci vuoi fare! Non è un bel periodo per l’Italia.
I governanti di Costantinopoli mirano solo a riconquistare le ricche terre
dell’Oriente finite in mano araba, i Longobardi pensano ad andare a caccia
o a fare nuove conquiste. Di Romani desiderosi di scommettere sul futuro
e con la voglia di darsi da fare, non è rimasto più nessuno.
La guerra gotica è stata l’inizio dell’attuale povertà.
Gli effetti congiunti di pestilenze, invasioni e miseria hanno provocato
milioni di morti e migliaia di campi abbandonati.
- Perché abbandonati? I contadini possono lavorare anche mentre
infuria la guerra.
- Però non possono arare, se le bestie da tiro vengono tutte razziate,
portate via da questo o quell’esercito in cerca di bottino.
Quando arriva di nuovo l’estate, nei campi il grano matura, ma non abbondante
come gli anni precedenti. Non era stato seminato in solchi ben tracciati
dagli aratri, ma sparso solo in superficie, e perciò la terra aveva
potuto farne germogliare solo una piccola parte.
I pochi contadini rimasti in vita dopo le stragi e le carestie, si sono
ritrovati in un mondo dove la foresta avanza e la ricchezza del passato
è solo un ricordo. Vagano per i monti e le radure con poche pecore,
servono i nuovi padroni longobardi, pensano esclusivamente a sopravvivere.
Gli antichi Romani, i vecchi possessori dell’Italia, sono ormai definitivamente
scomparsi.
Dopo aver camminato i primi
giorni seguendo la costa del mare Adriatico e poi la Flaminia, il diacono
abbandona del tutto la via romana. Da quel punto si entra nell’Umbria
contesa da secoli tra Bizantini e Longobardi, e le strade erano ancora
meno sicure di prime. Tagliando per i campi, i due s’infilano sotto la
coltre protettiva degli alberi. Inizia un affascinante viaggio nei boschi
dell’Italia centrale.
Passano da una foresta all’altra. Gli alberi non sono ugualmente fitti,
ma presentano una serie di gradazioni, dalla foresta alla boscaglia, dalla
macchia alla radura. Querce gigantesche, pioppi antichi e dal tronco enorme
si alternano all’edera rampicante, alle ginestre, ai rovi. Il verde della
vegetazione, da lontano così uniforme, da vicino si scioglie in
un’infinita serie di variazioni. Solidi noci, alti castagni, faggi maestosi,
prati in fiore, sorgenti preziose, ruscelli d’acqua gelida, torrenti pieni
di grazia e di potenza.
Camminando nella foresta incontrano più gente di quel che il ragazzo
avrebbe immaginato: carbonai, taglialegna, vecchie che raccolgono cortecce,
cercatori di noci, di castagne, di resina, di cera e di miele, ragazzi
che guidano maiali al pascolo.
Nella miseria che affligge il mondo, la foresta invoglia gli uomini a
percorrerla per approfittare di tutto ciò che non aveva un padrone.
Fra gli alberi si cacciano volpi, cervi, lepri, orsi ed uri - dei tori
giganteschi - e soprattutto cinghiali. Incrociano un cacciatore che va
a disporre le reti accompagnato dai suoi cani. I "fedeli amici dell’uomo"
spingono gli animali verso la zona tra gli alberi dove sono sistemate
le reti, e il cacciatore lì appostato cattura la preda.
I rapporti con i contadini che vivono ai margini del bosco, si limitano
a semplici forme di baratto sempre silenzioso. I due lasciano in vista
davanti alle capanne quel che hanno raccolto tra gli alberi, e i contadini,
dopo aver atteso, per prudenza, che gli sconosciuti rientrino nella vegetazione,
valutano ed incamerano le offerte, ricambiando con pane, formaggio, a
volte vino, depositati nel luogo dove i due hanno lasciato le loro merci.
È la stagione adatta per raccogliere i bellissimi funghi delle
foreste italiane. All’inizio Angelo e Martino, che vengono dalle pianure
intorno a Ravenna, non sanno distinguere i buoni dai cattivi, prendono
tutto e poi i contadini a cui li offrono, fanno la selezione.
In seguito imparano una regola che gli evita di riempire la bisaccia di
veleno: se il fungo è bene in vista, grosso e brillante, allora
il più delle volte non è mangiabile. Lo fosse stato, l’avrebbe
preso chi passava prima di loro. I funghi buoni erano invece quelli nascosti
dalle foglie, cresciuti in mezzo agli spini, mascherati con colori poco
evidenti.
Nel bosco si aggirano anche coloro che raramente i due riuscivano a vedere
ma che era facile immaginare: banditi, fuorilegge, briganti, servi fuggiti,
gente che cercava rifugio tra gli alberi per vivere al riparo dall’autorità.
Persone come loro, magari ricercate dai Longobardi, e questo comune nemico
sembra affratellare tutti gli abitanti della foresta.
In quegli incontri inconsueti, il più delle volte muti, ognuno
si profonde in vari inchini, e poi si allontana in fretta.
Mostrare curiosità sarebbe stato poco adatto all’occasione.
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