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Arrivati dopo Gubbio, si accorgono
che la sorveglianza dei Longobardi lungo le strade si va intensificando.
Sono entrati nelle terre del Duca di Spoleto, sovrano quasi indipendente
dell’Umbria, che diffida di tutto e di tutti, specie degli stranieri.
Gli stessi soldati del Duca non esitano a rapire viandanti o mercanti,
sperando di poter chiedere grossi riscatti, oppure per vendere la loro
preda - la selvaggina umana - come schiava al miglior offerente.
D’un tratto, mentre camminano
lungo il sentiero, Angelo sente un fruscio.
Si volta di scatto e fa appena in tempo a vedere un volto ritrarsi subito
nella vegetazione.
Corre ad avvertire Martino.
- Qualcuno ci sta seguendo!
- Sei sicuro? Questo è proprio un guaio!
- Chi può aver interesse a spiarci?
- Saranno i soldati del Duca. Dobbiamo affrettarci, sento pericoli in
arrivo.
Accelerano il passo, ma la percezione di essere osservati continua. Altre
due volte Angelo ascolta alle sue spalle fruscii e rumori nella vegetazione.
Anche quando non avverte rumori, sente la paura crescergli in cuore. Magari
in quel momento qualcuno sta radunando gente più avanti nel bosco,
per tendere loro un agguato.
Intanto il sole cala, annunciando la notte.
A quel punto Angelo ha un’idea.
- Sentite mio Signore: dobbiamo inventarci qualcosa!
Voi siete la preda ghiotta. Se vi rapiscono per Ravenna è finita.
Solo voi potete avere udienza dal Papa e chiedergli i soccorsi.
Io sono solo un’umile pedina, io posso essere sacrificato.
- Che discorsi sono questi? Che intendi dire?
- Voi vi dovete salvare! Ascoltate: al primo bivio voi tirerete dritto
mentre io prenderò l’altra strada. Voi, oh mio Signore, camminerete
al buio, aiutato dal chiaro di Luna, io terrò una torcia in mano.
I malintenzionati seguiranno la luce, che vedono anche da lontano, e voi
potrete allontanarvi indisturbato.
- Assolutamente no! Non ti lascio nelle mani di quei briganti: ho giurato
a tuo padre che avrei avuto cura di te come fossi stato mio figlio.
- Sarebbe un sacrificio inutile. Perché mettere a rischio non una
sola persona ma due? Perché rinunciare allo scopo della nostra
missione, quando è ancora possibile che voi raggiungiate sano e
salvo Roma?
- Mai! Finiresti schiavo dei Longobardi e il mio affetto per te mi impedisce
di esporti ad una così brutta fine!
- Non c’è altra soluzione. Uno di noi due deve fare da esca, e
voi avete un compito troppo importante per esporvi alla cattura.
- No. È troppo pericoloso!
Angelo però non si lascia convincere. Insiste tanto che alla fine
Martino si lascia persuadere, sebbene a malincuore.
Arrivati al bivio, si salutano
con un abbraccio commosso. Chissà se in futuro si sarebbero rincontrati.
Martino, col bagaglio ridotto, prende a destra, mentre Angelo, col cuore
che batte a mille, si incammina verso sinistra. È solo nel bosco,
coi briganti che già pregustano la ricca preda.
Ritrovandosi tra le mani solo un ragazzo, la loro furia sarebbe stata
prevedibile.
Lo bloccano mentre stava attraversando una radura. All’improvviso, nel
buio della notte, quattro omoni, armati di tutto punto, gli si fanno davanti
chiudendogli la strada.
Non è un momento piacevole.
I malintenzionati si rivelano essere guerrieri alle dipendenza del Duca
di Spoleto.
Li comanda un tizio arrogante, sempre pronto a minacciare, deciso ad ottenere
la verità. È sospettoso e ciò traspare dalle sue
parole:
- Tu sei uno straniero: perché giri di notte in territori che non
sono i tuoi?
Sei forse una spia dei Bizantini?
Angelo spergiura che è solo un pellegrino.
- Vi sbagliate, non sono una spia. Sono solo un povero cristiano che si
reca a Roma per visitare le sante tombe di Pietro e Paolo.
- Dov’è adesso l’altra persona che viaggiava con te?- Insiste il
capo dei guerrieri. - Parla o ti faccio frustare!
- Che persona? Forse vi riferite a quell’altro pellegrino con cui ho fatto
un tratto di strada insieme oggi pomeriggio?
- Proprio lui. Dov’è adesso?
- E chi lo conosce quello!
Al tramonto mi ha salutato, e se n’è andato per un altro sentiero.
Il comandante dei soldati sembra poco convinto, ma Angelo riesce a mantenere
il suo segreto.
Gli incatenano le mani dietro
la schiena, e con un’altra corda lunga tre braccia lo legano alla sella
di un cavallo, per trascinarlo fino al mercato degli schiavi di Spoleto.
Arrivano all’alba. Angelo è portato fino ad una piazza, dove in
un angolo tiene banco un vecchio grasso, il venditore di carne umana.
Dalla sporchissima tunica del commerciante spuntano, appese ad una cordicella,
un paio di forbici affilate, con cui il mercante ha l’abitudine di tagliare
i capelli delle sue merci, allo scopo di valutare la presenza di pidocchi.
Il mercante, dopo aver osservato bene il ragazzo, arriva ad aprirgli la
bocca per controllare i denti, quasi fosse un cavallo.
- Non so, non sono convinto...
- comincia a dire il mercante di schiavi - per essere un ragazzo di quattordici
anni non mi sembra molto robusto.
- Ma come?! - Gli replica il guerriero. - Guarda che bel colorito, che
gambe lunghe! Questo ragazzo corre più veloce di una lepre!
- Sarà, ma a me non serve un corridore, quanto qualcuno da poter
rivendere come contadino, o come apprendista in qualche bottega. Se poi
non lo vuole comprare nessuno? Se non si dimostra abbastanza robusto?
Io non posso permettermi di perdere il mio denaro.
La discussione va avanti per
parecchio, finché, dopo una lunga e umiliante contrattazione che
ha come oggetto il valore di Angelo, il mercante di schiavi offre otto
monete d’oro per il ragazzo, che ha ascoltato il dialogo timoroso e spaventato.
Cosa gli riserva il futuro?
Che fine avrebbe fatto?
In quei momenti, rimpiange la decisione di partire per Roma, e soffre
per la mancanza dei suoi genitori.
Il giorno dopo c’è l’umiliante
messa in vendita, e la sorte di Angelo, che il mercante a rapato a zero,
cambia per l’ennesima volta. Arriva un contadino, ma lo trova troppo caro.
Passa un funzionario del Duca di Spoleto, ma cerca uno schiavo istruito,
e Angelo, figlio di poveri contadini, non sa né leggere né
scrivere.
Arriva poi un omone robusto, con la faccia rossa, che avanza zoppicando.
Osserva Angelo, gli fa gonfiare i muscoli del braccio e lo trova di suo
gradimento, benché forse troppo magro. Il mercante chiede dodici
monete, ma poi si accontenta di dieci, e Angelo cambia di nuovo proprietario.
Segue l’omone zoppicante che prende a interrogarlo.
- Come ti chiami?
- Angelo signore, e voi?
- Forgione, e sono il più bravo fabbro di Spoleto.
L’artigiano racconta che ha cominciato a lavorare il ferro come minatore
all’isola d’Elba.
- Ma fare il minatore è un brutto mestiere. Pericoloso, sempre
sotto terra, mai alla luce del sole, fabbro è molto meglio.
Tutti hanno bisogno di noi: signori, cavalieri e contadini, e il lavoro,
grazie a Dio, non mi manca. Peccato i miei garzoni, che sono uno più
tonto dell’altro, buoni solo a dare grandi martellate. Se li mando a comprare
il carbone, si lasciano imbrogliare sulla qualità. Se gli do da
riparare un mantice, lo guastano più di prima...
- Cos’è un mantice?
- È una strumento per soffiare. Per far fondere il ferro ci vuole
un gran vento, aria su aria che aiuti il fuoco a diventare sempre più
caldo. Il mantice è un soffietto che produce vento e lo indirizza
verso le fiamme.
- Ho capito! È fatto come un imbuto, due triangoli di legno coperti
di pelle che finiscono in una canna.
- Bravo! Proprio quello!
- L’ho visto a Ravenna nella bottega di un fabbro.
- Ottimo!
Vedo che già ne sai un poco. Vedrai che con me ti troverai bene.
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