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Chiacchierando e camminando arrivano alla bottega, da dove viene un ritmico
rumore di colpi di martello. Oltrepassano la soglia del portone che conduce
al cortile, ed entrano nella fucina
I due assistenti del fabbro stanno lavorando per forgiare una spada. Uno
tiene con lunghe tenaglie una lama che il fuoco ha reso incandescente,
l’altro batte col martello, per appiattire il metallo sull’incudine, una
larga base di acciaio sul cui piano viene lavorato il ferro. Ad ogni colpo
sulla spada infuocata, una pioggia di scintille sprizzano e cadono a terra,
mentre la lama è modellata fino a ottenere la forma desiderata.
All’arrivo del principale, i due danno gli ultimi colpi e poi si fermano.
Quello col martello, dopo aver appoggiato lo strumento vicino all’incudine,
striscia il dorso della mano sporca e nera contro la fronte, così
da potersi asciugare il sudore.
Mentre Forgione controlla il
lavoro fatto in sua assenza, Angelo si mette ad osservare l’officina.
È una struttura solida, con muri robusti anneriti dal fumo. Addossati
alle pareti ci sono i vari strumenti: mazze, zeppe, scalpelli, lime, uncini
e tanti tipi di tenaglie lunghe e corte. Non mancano scalpelli e punteruoli
per praticare fori, intagliare, incidere, modellare il metallo. C’è
poi la morsa, un attrezzo fissato al tavolo di lavoro, quasi una grande
pinza, indispensabile per bloccare i pezzi durante le rifiniture, mentre
a terra sono appoggiati i blocchi di ferro grezzo e spugnoso, ancora da
lavorare.
In un angolo dello stanzone c’è la fucina nella quale vengono scaldati
i pezzi da forgiare. È un focolare contenente carbone incandescente,
con sopra una cappa per allontanare il fumo. Su un lato c’è il
mantice, quello strano sacco di pelle, che Angelo, curioso, mi mette ad
ispezionare.
- Trattalo con attenzione. - Spiega Forgione che lo vede esaminare lo
strumento. - Il mantice è il vero aiutante del fabbro.
Lo strumento è composto
da una pelle di animale legata ad una estremità, in cui è
inserita la canna che fa uscire l’aria, mentre l’altra estremità
ha una sorta di valvola rudimentale, che quando si apre permette l’immagazzinamento
dell’aria, mentre quando si spinge per soffiare, si chiude automaticamente,
costringendo il soffio a indirizzarsi verso il fuoco.
- Quando si comprime il mantice, il respiro dello strumento alimenta la
combustione del carbone. Senza una dose massiccia di aria soffiata, le
fiamme non possono arrivare a produrre tutto il calore necessario.
Angelo ascolta attento. Un mondo intero di nuove cognizioni gli viene
presentato dalle parole dell’anziano fabbro.
- Il ferro, prima di diventare un’ascia o un coltello, compie un lungo
viaggio, e numerosi tuffi tra le fiamme. Esce dalle miniere e ha la forma
di sassi, poi inizia il suo cammino verso l’officina per la prima lavorazione.
Qui il minerale viene macinato e frantumato, fino a diventare pezzetti
grandi al massimo quanto una noce.
A questo punto il ferro, mescolato col carbone, fa il suo primo bagno
nel fuoco, che gli toglie un bel po’ di impurità, ma ancora non
è pronto per l’uso.
Questa prima fusione produce un "ferro dolce", un materiale
le cui proprietà non sono sufficientemente adatte per la produzione
di oggetti resistenti.
- Che bisogna ancora fare prima di poterlo utilizzare?
- Nel caso di armi e di strumenti sottoposti a particolari sforzi, è
necessario adoperare un metallo con un più alto grado di durezza.
Il ferro dolce viene allora sottoposto ad un processo di trasformazione
in acciaio, che ne aumenta la resistenza.
L’acciaio si ottiene riscaldando il metallo ad alte temperature, a contatto
con il carbone di legna. Riportando il materiale a temperature elevate
e poi raffreddandolo, alle volte lentamente, alle volte in modo brusco
immergendolo quando è ancora incandescente nell’acqua, si riesce
a rinforzare la struttura stessa del ferro.
- Come si capisce - chiede Angelo - quando va raffreddato e quando riscaldato?
- I tempi e il grado di precisione del procedimento dipendono dall’esperienza
dell’artigiano. È lui a stabilire come e quanto lavorare il ferro.
Ad esempio per capire che spade vogliono da noi i guerrieri, devi cominciare
a comprendere che cosa si richiede a un’arma. Le virtù che si esigono
da una buona spada sono molte e contraddittorie. Il filo - cioè
l’estremità tagliente della lama - deve essere duro, ma non così
fragile da scheggiarsi; la lama deve essere rigida, ma anche tenace ed
elastica per non spezzarsi dopo un colpo molto forte.
Una spada tutta d’acciaio sarebbe fragile. Una tutta di ferro è
resistente, ma difficile da tenere affilata, con una lama che non offre
un taglio duraturo.
- Allora come si fa?
- La soluzione è una complessa composizione delle lame, ottenuta
alternando strati di ferro ad altri di acciaio per avere i benefici di
entrambi: resistenza e durezza.
Forgione è consapevole
di tramandare al suo giovane apprendista un ricco insieme di conoscenze
tecniche e di segreti del mestiere.
- Anche abbondando col carbone e ventilando il fuoco con continuità,
la prima fusione del minerale di ferro, quella che io compro per poi raffinarla,
produce solo una massa spugnosa di metallo fuso, mista a scorie e impurità.
Quello è il materiale di partenza da cui il fabbro ricava poi gli
oggetti finali con ulteriore riscaldamento e martellatura. Sono proprio
i tanti colpi di martello che trasformano, con una specie di spremitura
meccanica, il primitivo blocco di ferro poroso in metallo lavorato.
- Quindi è tutto merito del martello.
- E no! Sarebbe troppo facile! Non basta solo avere buoni muscoli e battere
con tenacia.
Il segreto principale del fabbro è di lavorare alla giusta temperatura,
il che vuol dire carbone ventilato a dovere. La qualità del mantice
è di grandissima importanza: deve essere ricoperto da cuoio di
prima qualità. Alle volte durante una fusione ci si accorge che
il mantice non soffia bene. Allora mette conto fare la spesa di rifarlo
più che continuare a lavorare con uno strumento inadatto, che fa
sprecare carbone senza dar buoni risultati. Inoltre bisogna tenere sempre
una canna di riserva, perché se si rompe e non se ne ha un’altra
da metter su, si è costretti a stare fermi per parecchi giorni.
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