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Da imparare c’è tanto:
nella bottega del fabbro si fanno infatti molte lavorazioni diverse.
Nell’officina vengono prodotti tutti gli attrezzi in ferro che servono
per la casa, per i lavori nei campi e nei boschi: asce, coltelli, forbici,
pinze, martelli, pale, vanghe, falci, picconi e seghe, ma anche serrature
per porte e portoni, maniglie, lucchetti, chiavi, griglie e spiedi per
cuocere la carne, il tutto venduto - dato che il ferro lavorato è
una merce molto rara - ad un prezzo estremamente alto.
Angelo scopre che nei domini longobardi tutto ha un prezzo, benché
i valori siano a volte diversi rispetto a Ravenna. Ad esempio è
impossibile non notare, da una parte il poco valore della terra e della
vita umana, e, dall’altra, il prezzo assai elevato dei cavalli: un oliveto
era venduto per otto monete, un fanciullo per dodici, un cavallo per venticinque.
Il ragazzo ascolta i contadini raccontare della loro dura vita.
- Nel mio villaggio - gli spiega un bracciante - il nobile mio signore
possiede cento misure di prato, dove si possono raccogliere 150 carri
di fieno, e una foresta la cui circonferenza totale è stimata in
dieci miglia, dove si possono ingrassare ben 250 maiali.
Ha vari contadini, che come me hanno in affitto un campo, e debbono al
signore una giornata lavorativa, un pollo e cinque uova alla settimana.
Inoltre debbo pagare un bue all’anno per abitare nella mia capanna, che
sorge sulla terra del proprietario; quattro sacchi di grano per il diritto
di raccogliere legna nel bosco; due botti di vino e una pecora con un
agnello per il pascolo; tre polli al mese per il diritto di andare per
le strade di proprietà del Duca. Pago per passare su di un ponte,
per utilizzare un valico tra i monti, per entrare in città con
qualcosa da vendere, tutte tasse che mi tocca versare in natura, ad esempio
lasciando al soldato uno dei polli che voglio portare al mercato.
E per finire faccio gratis trasporti, lavori manuali e taglio della legna,
riparo strade, ponti e mura per quanto mi si comanda, dove, come e quando
fa comodo all’incaricato del Duca.
- Come?! Sei obbligato a lavorare gratis per qualsiasi cosa ti ordinano
di fare?
- Purtroppo è così. Devi sottostare a richieste imprevedibili
e a cui non si riesce a scappare.
- Come fai poi a trovare il tempo per coltivare la terra che ti sei affittato?
- Solo alzandomi all’alba e sudando fino al tramonto. Lo credo che poi
a tanti viene la voglia di scappare, mollar tutto e abbandonare i campi.
Per questo il Ducato di Spoleto è una terra spopolata. Per miglia
e miglia ci sono solo foreste e terre in stato di abbandono, lasciate
a pascolo e subito coperte di erbacce.
- La mia zona comprende 500
campi che è possibile seminare. - Gli racconta un altro servo venuto
a comprare una falce. - Ma conta solo 63 contadini. In compenso ospita
un gran tratto di bosco in cui pascolano 7000 maiali. Gli animali sì
che son felici! Non come noi che facciamo una vita segnata dagli abusi
e dalle prepotenze padronali. Non ti dico quante volte ho pensato anch’io
a scappare. Ma per andare dove poi?
È così in tutta l’Italia longobarda, ovunque ci sono fughe
dei contadini esasperati.
- La proprietà delle terre - gli spiega Forgione intervenendo nella
discussione, - è concentrata nelle mani di due gruppi: i grandi
guerrieri e i monaci delle abbazie. È indifferente di chi sei affittuario:
i due gruppi praticano le stesse condizioni, e sono entrambi inflessibili
nell’ottenere quanto gli spetta.
- Brutta storia nascere povero! - Commenta Angelo sconsolato.
- La terra è tutta la loro! - Conferma il servo scuotendo la testa.
- Il contadino povero deve umiliarsi e pregare che il campo gli sia concesso
in affitto.
I proprietari hanno il vantaggio di essere molto ricchi. Quel che per
il lavoratore della terra è l’affare della sua vita (prendersi
proprio quel campo lì e a quelle pesanti condizioni), per il ricco
è un affare come tanti altri. Se non conclude il contratto con
i patti che impone lui, troverà un altro povero, da cui magari
può ottenere di più.
- È chiaro, per lui va bene comunque. - Conferma l’anziano fabbro.
- Male che vada lascia la terra incolta come pascolo, e guadagna facendo
pagare ai pastori la possibilità di pascolarci gli animali.
- In ogni caso non toccherà al padrone stare chino ore ed ore per
zappare le dure zolle. Né i guerrieri né i monaci coltivano
la terra e quindi i campi vengono concessi in utilizzo ai semiliberi per
un periodo di massimo 29 anni.
- Perché 29? - Chiede Angelo.
- Così si evita la legge che stabilisce che dopo trenta anni la
terra passa nelle mani di chi la lavora. Beato te ragazzo, che hai la
fortuna di imparare a fare il fabbro! Qualsiasi mestiere è meno
faticoso che fare il contadino.
Oltre agli agricoltori, i boscaioli
e i servi delle fattorie, l’altro tipo di clienti del fabbro sono i guerrieri,
soldati e cavalieri il più delle volte scostanti ed orgogliosi,
come il tizio arrogante dell’episodio della maglia di ferro.
I guerrieri longobardi sono impetuosi e coraggiosi, in grado di caricare
sia a cavallo che a piedi, e infatti l’esercito del Duca è composto
nella sua quasi totalità di cavalleria irregolare, che quando è
lanciata alla carica, ha una notevole capacità d’urto, un ammasso
di soldati ansiosi di combattere, armati con spade e mazze, e supportati
dalle fanterie leggere con i loro archi.
Una volta che entrano in mischia, coi guerrieri che affrontano lo scontro
ognuno affiancato da parenti e compaesani, è quasi impossibile
comandarli: cercano di trasformare la battaglia in duelli personali, dove
possono mettere in mostra il meglio di sé.
- La gente comune, i Romani
d’Italia, non sono un "popolo". - Racconta un soldato barbaro
arrogante e superbo venuto a farsi affilare la spada. - Per noi Longobardi,
il vero "popolo" è l’esercito, "uomo libero"
per noi significa solo "guerriero". Stando così le cose,
non esiste in Italia un altro popolo degno di comandare oltre a noi Longobardi,
che siamo tutti soldati. I nostri sudditi, le genti italiche sottomesse,
non combattono, sono semplici servi, simili a schiavi. Noi soltanto siamo
veri combattenti, e tutti ci devono rispetto.
Angelo impara presto che quasi
tutti i guerrieri longobardi sono molto litigiosi, individualisti, pronti
a scattare in nome dell’onore o del prestigio del loro clan. Duelli e
faide - si chiamano così le serie di vendette che seguivano altre
vendette, fino a formare una catena ininterrotta di odio tra famiglie
contrapposte - sono assai frequenti, mentre è raro che un giudice
ordini la pena di morte.
- Il magistrato fa eseguire esecuzioni capitali solo per reati come il
tradimento del Duca o del Re e per pochi altri casi, tra cui gli agguati
dovuti alle faide. - Gli insegna Forgione. - Eppure non c’è verso
di eliminare, o almeno di contenere questa usanza sanguinosa.
È un continuo susseguirsi di agguati e rappresaglie. Un tizio si
ritiene offeso e uccide chi gli ha mancato di rispetto. È allora
la volta dei familiari dell’ucciso, di replicare con un assalto contro
uno qualsiasi del clan nemico, fatto per vendicare l’offesa precedente.
Ecco che si scatena la faida, un’usanza pericolosa per tutta la società.
A questo punto comprendi bene come le catene di vendette siano uno dei
pochi reati per cui è prevista la pena di morte.
- Capisco, è un tentativo dei giudici per estirpare le faide che
oppongono clan e famiglie.
- I Longobardi sono troppo sanguinari. Esigono di lavare il sangue col
sangue, e invece si dovrebbero accontentare dell’"offerta di riparazione".
- Che riparazione?
- Il pagamento di una somma che basti a compensare la famiglia dell’offeso.
- Quanto serve in questi casi?
- Dipende. Varia a seconda della condizione sociale dell’offeso, ad esempio
se è un nobile o un artigiano, e dei danni materiali e morali che
bisogna compensare. Il versamento della "riparazione" purtroppo
non è diffuso quanto servirebbe, e invece sarebbe indispensabile
per proteggere la comunità dalle vendette private.
Angelo ascolta attento. Deve ancora scoprire molto dello strano ed orgoglioso
popolo che comanda a Spoleto.
Ogni tanto ripensa alla sua
famiglia. Non sa nulla di Ravenna, ma, come si usa dire, "nessuna
nuova, buona nuova". Se non sono arrivate informazioni vuol dire
che la città ancora resiste. Chissà se il diacono Martino
ha convinto il Papa ad intervenire. Chissà se i soldi del suo ingaggio
sono stati sufficienti a non vendere il bue. Senz’altro la mamma sarà
stata in pensiero per lui. Magari lo pensa in salvo a Roma, e invece è
schiavo in mezzo a guerrieri superbi e spavaldi.
Ormai ne ha avuti tanti come clienti, e comincia a conoscerli meglio.
L’officina del fabbro fornisce a guerrieri e cavalieri tutto il necessario
per combattere, partendo dall’armatura per arrivare fino alla staffa,
un triangolo di ferro a cui prima Angelo non aveva mai fatto molto caso.
Ora che è diventato un fabbro, scopre quanto sia prezioso quel
reggipiede di metallo, un oggetto che gli capita di frequente di costruire
per la gran richiesta che ne fanno i cavalieri. I suoi clienti militari,
tutti dotati di solidi e focosi destrieri, ci tengono particolarmente.
- Solo con l’aiuto della staffa si cavalca comodi. - Gli spiega un soldato
barbaro alto e grosso, venuto ad ordinarne un paio per la sua cavalcatura.
- Senza staffe anche l’animale ne soffre:è scomodo avere il peso
instabile di un cavaliere sulla groppa, che ad ogni passo ti ballonzola
sulla schiena.
Con la staffa cambia completamente il modo di cavalcare. Se si vuole andare
a cavallo ed insieme tirare con l’arco, bisogna avere punti fissi d’appoggio,
e non seguire i sobbalzi dell’animale lanciato al galoppo. Infilate le
staffe ci si mantiene ad un’altezza costante dal terreno. In questo modo
l’arciere può ruotare in tutte le direzioni, si armonizza col movimento
del cavallo, e mantiene fissa la punta della freccia sul bersaglio.
Solo grazie alle staffe quando si va alla carica con la lancia stretta
sotto il braccio, si può puntare e spingere con forza.
Solo grazie alla staffa cavalcare per la campagna diventa il più
bello svago del mondo.
La campagna dove sono i miei possedimenti - e l’Italia è tutta
una campagna - è il vero centro dell’Universo. Le città
sono moribonde, il potere è nelle radure e nei castelli dove stiamo
noi Longobardi, dove i servi contadini ci ubbidiscono e ci offrono quanto
ci è dovuto.
Ascoltando il soldato, il ragazzo capisce come, dal suo punto di vista,
dovesse esser bello correre a cavallo per quel mondo verde, pronto a vivere
con forza e poi a morire. Quel cliente delle staffe è un tipo ammodo,
orgoglioso del suo essere un nobile guerriero, ma anche gentile e per
nulla arrogante, capace di discutere e anche di ascoltare idee diverse
dalle sue senza, appunto, "perdere le staffe".
È un cliente così per bene che Angelo osa addirittura rispondergli,
sebbene con un tono opportunamente rispettoso.
- Voi considerate i contadini - gli replica il ragazzo, - solo come una
pianta che produce frutti e che unicamente per questo non vale la pena
tagliare. Quando voi Longobardi avete occupato l’Italia, avete massacrato
e derubato senza pietà.
- Come puoi dire certe cose? - Lo interrompe il barbaro. - Quella era
una guerra di conquista, e occupare territori comporta sempre lacrime
e dolori!
Comunque per i servi l’invasione ha significato solo un normale cambio
di proprietà. Noi ci siamo limitati a privare delle loro terre
i vecchi padroni sconfitti, i vescovi fuggiti e i nobili bizantini eliminati,
per i quali i servi non hanno versato neppure una lacrima! Quelli erano
funzionari e proprietari romani indegni di comandare, visto che non sapevano
più combattere.
Nel nome ’’romano" noi Longobardi, Sassoni, Franchi, Svevi, Burgundi,
noi veri uomini e grandi guerrieri, comprendiamo tutto ciò che
è basso, vile e perfido, i due estremi dell’avarizia e della lussuria,
e tutti i vizi che possono avvilire la dignità della natura umana.
Come potrei io - un nobile soldato longobardo! - essere accomunato ad
un romano, a un contadino?
Io sono un guerriero. Sono per le armi, per la caccia, per il sangue versato
sui campi di battaglia oppure in una rissa.
Non affido la mia fortuna ad un raccolto sempre incerto, o ad una pioggia
da cui non posso farmi ubbidire.
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