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Sono ormai tre anni che Angelo
lavora nell’officina di Forgione, ormai il ragazzo ha quasi diciassette
anni, quando un giorno un guerriero longobardo entra tutt’allegro nella
bottega.
- Abbiamo vinto: Ravenna è caduta!
Il nostro sovrano, Desiderio re dei Longobardi, ha occupato la città!
Ci siamo pappati un altro pezzo dell’impero!
A Forgione e agli altri due la notizia suscita poco interesse, ma per
Angelo è un colpo al cuore.
Ripensava spesso alla sua famiglia, rimasta in quegli anni in una zona
di guerra, ma finora non gli erano mai arrivate informazioni.
E invece il terribile è già accaduto: quello che è
stato lo scopo della missione del diacono Martino - e anche il suo, per
il poco tempo che gli è stato accanto - è fallito. Quella
notte non riesce a dormire. Vuole, anzi deve, fare qualcosa.
A forza di riflettere trova una soluzione, se non per i casi della sua
sventurata città, almeno per il suo destino personale. Non vuole
più stare in terra longobarda, ora che anche la speranza è
tramontata.
Via! Fuggire! Non se la sente di rimanere a Spoleto, magari a forgiare
armi che sarebbero state usate per schiacciare le rivolte della sua gente,
o per portare via il bue alla sua famiglia.
Tornare a Ravenna occupata dal nemico non ha senso, ma c’è ancora
una zona che resiste: Roma, la vecchia capitale dell’impero è ancora
libera sotto l’autorità del Papa, ed è lì che Angelo
vuole recarsi. Già altre volte negli ultimi trent’anni Ravenna
è finita sotto il dominio dei barbari, e tutte le volte il Papa
è riuscito poi a liberarla, magari ricorrendo all’aiuto dei Franchi.
Forse è ancora possibile far qualcosa, ma agendo a Roma, non di
certo restando in Umbria.
Il giorno dopo, senza confidarsi
con nessuno, prende a organizzare la fuga. Certo gli dispiace di abbandonare
l’officina, dove grazie al vecchio fabbro - e a sua figlia Elisa - ha
imparato tanto, non ultima quella preziosa matematica che tanto lo aiuta
quando contratta con i mercanti. Ormai è diventato un fabbro abbastanza
esperto. In tre anni di lavoro da artigiano, ha di sicuro ripagato il
prezzo che Forgione ha speso per acquistarlo dal mercante di schiavi.
Non ha più debiti di riconoscenza se non con la sua patria, con
Ravenna.
Nei giorni precedenti ha notato una bella trave piatta abbandonata sulla
riva di un affluente del fiume Tevere. La sera successiva, fatto un fagotto
delle sue poche cose, si allontana in silenzio da Spoleto, scende al fiume,
mette in acqua la trave e appollaiato sopra quelle barca rudimentale,
inizia a scendere il fiume diretto verso la città dei papi.
Il viaggio avviene senza problemi. Di giorno l’ex apprendista si ritira
a dormire tra le canne della riva, la notte scende la corrente, accontentandosi
di mangiare un pezzetto della gran pagnotta che ha preso con se. L’ultimo
giorno il pane è finito, ma Angelo accetta di soffrire un po’ di
fame senza farci troppo caso. Ed ecco che ad un ultima svolta del fiume,
gli appare la grande città dov’è diretto il suo viaggio.
Finalmente Roma!
Passa i primi giorni a girare per la città come un qualsiasi pellegrino,
di quelli che affrontano viaggi lunghissimi e pericolosi solo per visitare
le tombe di San Pietro e di San Paolo. La vita della ex capitale dell’impero
è in gran parte basata proprio su questi stranieri spinti dalla
fede. A sfamare i più poveri pensano i conventi. Folle di pellegrini
con la mano tesa riempiono i chiostri delle chiese, e anche Angelo si
mette in coda per il cibo: una zuppa, un pane, un poco di vino, una focaccia
di fave condita con l’olio.
Risolto così il problema dell’alimentazione, il ragazzo si mette
a visitare la città. Ammira i templi romani, che superano le altre
costruzioni che gli era finora capitato di vedere, quanto le cose divine
superano le umane. Si aggira per le terme spaziose, si incanta davanti
alla mole del Colosseo al cui splendore l’occhio arriva appena; resta
affascinato dalle alte colonne tutte decorate a spirale. Ad ogni angolo,
sulle porte, sulle case, nelle terme, trova immagini di marmo e simboli
dell’antica grandezza di Roma. Ma quando arriva al Foro di Traiano, costruzione
unica sotto il Sole, degna dell’ammirazione degli Dei, rimane stupito
a guardare tutt’intorno le gigantesche strutture, tali che non è
possibile descriverle a parole, né pensare di rifarle.
Ma Roma è soprattutto
una città di ruderi. Monumenti dedicati agli imperatori giacciono
spezzati al suolo. In ogni piazza capita di imbattersi in opere cadute
o rovinate, mentre nei locali sventrati, dentro edifici un tempo pieni
di prestigio, si possono ammirare antiche pitture ormai scrostate, mosaici
sventrati, pavimenti di marmi preziosi coperti di fango. Gli innumerevoli
portici che dalla porta Flaminia attraversano campo di Marte, sono franati
in vari punti, in altri le macerie di caseggiati sbriciolati hanno ricoperto
gli ingressi dei templi.
Tra i ruderi, in ambienti umidi e oscuri, ci sono le abitazioni dei poveri.
Gli edifici meglio conservati sono invece diventati chiese, conventi o
ospizi per pellegrini. Nelle Terme ci sono colonne sbrecciate, pavimenti
sconnessi, pareti rovinate da buchi aperti a caso.
Il Circo Massimo fa impressione: pieno di erbacce, in un angolo ha addirittura
un orto, con i sostegni di canna per i fagioli. Il contadino lo innaffia
con l’acqua che va a prendere lontano nel Tevere, poi si ferma ad asciugarsi
il sudore all’ombra di un alto acquedotto non più in funzione.
Il ragazzo osserva incantato le alte arcate della conduttura che, scavalcando
la valle tra il Colosseo e il Circo, era servita un tempo per portare
acqua fino al Palazzo imperiale. Adesso l’acquedotto è morto, tagliato
un secolo prima durante un qualche assedio, defunto come tanti edifici
di quella città di rovine.
Girando per la città
Angelo arriva al colle più alto: il Campidoglio, che giace deserto
e abbandonato. L’ex fabbro trova il santuario desolato, l’altare profanato,
le porte bruciate, i cespugli cresciuti nei cortili che si fanno strada
tra le pietre dissestandole.
In un angolo spunta dal terreno un braccio di marmo, Angelo prova a tirarlo
e gli rimane in mano. Non sa cosa farne. Dopo aver controllato che nessuno
veda, torna a seppellirlo nella terra di Roma.
L’antica capitale era stata saccheggiata dai Visigoti, dai Vandali, dai
Goti, dai Bizantini, forse lo sarebbe stata dai Longobardi. L’impero sta
lentamente morendo. La caduta di Ravenna ne è la conferma.
Un altro simbolo della decadenza è l’antico palazzo imperiale,
restato ormai senza imperatori, una costruzione immensa e totalmente deserta
che domina il colle Palatino. La Reggia, l’unica al mondo abbandonata
ma ancora intatta, è ermeticamente chiusa, le finestre inchiodate
dall’interno, le entrate sbarrate. Nessuno può più entrare
nel Palazzo del Palatino. La parola "palazzo," - "palatium’’
cioè grande dimora, sede del potere - viene da lì, dal colle
su cui Angelo cammina. I Barbari di ritorno da Roma chiamavano "palatium"
ogni caseggiato di proporzioni notevoli, per l’impressione che la Reggia
aveva fatto loro.
La dimora del Palatino è ormai la tomba visibile dello Stato romano,
un ammasso infinito di pareti costruite per durare millenni e invece del
tutto inutili. Un labirinto di stanze, saloni, anticamere, ingressi, corridoi
deserti da tantissimi anni - da quando Roma aveva cessato di essere la
capitale - sempre pronti perché già costruiti, ma improduttivi
nella loro grandezza. Nessun imperatore viene a Roma da oltre cento anni,
in un Lazio bizantino sempre più minacciato dai Longobardi, in
un paesaggio di templi in rovina, dove solo la Chiesa e il Cristianesimo
sembrano ancora essere vitali.
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