MOTORI di RICERCA
POSIZIONAMENTO su GOOGLE
Perché il POSIZIONAMENTO
REGISTRAZIONE sui MOTORI
di RICERCA
TECNICHE di INDICIZZAZIONE
COSTI di INSERIMENTO su GOOGLE
CONSULENZE PRIMI su GOOGLE
CORSO PRIMO
su GOOGLE
CORSO di
SCRITTURA
CORSO PHOTOSHOP
GIOCA con l’ARTE
LIBRI
INTERESSANTI
CERVELLO, MENTE e COSCIENZA
STORIA e
MICRO-STORIA
COMUNICAZIONE
DOCENTE di
COMUNICAZIONE
SCARICARE NARRATIVA
PUBBLICITA’
EFFICACE
REALIZZAZIONE
SITI WEB
RITOCCHI FOTOGRAFICI
STAFF
MAPPA
del SITO
LINK
CONTATTI

Capitolo 9
Roma nell’alto Medio Evo

Sono ormai tre anni che Angelo lavora nell’officina di Forgione, ormai il ragazzo ha quasi diciassette anni, quando un giorno un guerriero longobardo entra tutt’allegro nella bottega.
- Abbiamo vinto: Ravenna è caduta!
Il nostro sovrano, Desiderio re dei Longobardi, ha occupato la città!
Ci siamo pappati un altro pezzo dell’impero!
A Forgione e agli altri due la notizia suscita poco interesse, ma per Angelo è un colpo al cuore.
Ripensava spesso alla sua famiglia, rimasta in quegli anni in una zona di guerra, ma finora non gli erano mai arrivate informazioni.
E invece il terribile è già accaduto: quello che è stato lo scopo della missione del diacono Martino - e anche il suo, per il poco tempo che gli è stato accanto - è fallito. Quella notte non riesce a dormire. Vuole, anzi deve, fare qualcosa.
A forza di riflettere trova una soluzione, se non per i casi della sua sventurata città, almeno per il suo destino personale. Non vuole più stare in terra longobarda, ora che anche la speranza è tramontata.
Via! Fuggire! Non se la sente di rimanere a Spoleto, magari a forgiare armi che sarebbero state usate per schiacciare le rivolte della sua gente, o per portare via il bue alla sua famiglia.
Tornare a Ravenna occupata dal nemico non ha senso, ma c’è ancora una zona che resiste: Roma, la vecchia capitale dell’impero è ancora libera sotto l’autorità del Papa, ed è lì che Angelo vuole recarsi. Già altre volte negli ultimi trent’anni Ravenna è finita sotto il dominio dei barbari, e tutte le volte il Papa è riuscito poi a liberarla, magari ricorrendo all’aiuto dei Franchi. Forse è ancora possibile far qualcosa, ma agendo a Roma, non di certo restando in Umbria.

Il giorno dopo, senza confidarsi con nessuno, prende a organizzare la fuga. Certo gli dispiace di abbandonare l’officina, dove grazie al vecchio fabbro - e a sua figlia Elisa - ha imparato tanto, non ultima quella preziosa matematica che tanto lo aiuta quando contratta con i mercanti. Ormai è diventato un fabbro abbastanza esperto. In tre anni di lavoro da artigiano, ha di sicuro ripagato il prezzo che Forgione ha speso per acquistarlo dal mercante di schiavi. Non ha più debiti di riconoscenza se non con la sua patria, con Ravenna.
Nei giorni precedenti ha notato una bella trave piatta abbandonata sulla riva di un affluente del fiume Tevere. La sera successiva, fatto un fagotto delle sue poche cose, si allontana in silenzio da Spoleto, scende al fiume, mette in acqua la trave e appollaiato sopra quelle barca rudimentale, inizia a scendere il fiume diretto verso la città dei papi.
Il viaggio avviene senza problemi. Di giorno l’ex apprendista si ritira a dormire tra le canne della riva, la notte scende la corrente, accontentandosi di mangiare un pezzetto della gran pagnotta che ha preso con se. L’ultimo giorno il pane è finito, ma Angelo accetta di soffrire un po’ di fame senza farci troppo caso. Ed ecco che ad un ultima svolta del fiume, gli appare la grande città dov’è diretto il suo viaggio.

Finalmente Roma!
Passa i primi giorni a girare per la città come un qualsiasi pellegrino, di quelli che affrontano viaggi lunghissimi e pericolosi solo per visitare le tombe di San Pietro e di San Paolo. La vita della ex capitale dell’impero è in gran parte basata proprio su questi stranieri spinti dalla fede. A sfamare i più poveri pensano i conventi. Folle di pellegrini con la mano tesa riempiono i chiostri delle chiese, e anche Angelo si mette in coda per il cibo: una zuppa, un pane, un poco di vino, una focaccia di fave condita con l’olio.
Risolto così il problema dell’alimentazione, il ragazzo si mette a visitare la città. Ammira i templi romani, che superano le altre costruzioni che gli era finora capitato di vedere, quanto le cose divine superano le umane. Si aggira per le terme spaziose, si incanta davanti alla mole del Colosseo al cui splendore l’occhio arriva appena; resta affascinato dalle alte colonne tutte decorate a spirale. Ad ogni angolo, sulle porte, sulle case, nelle terme, trova immagini di marmo e simboli dell’antica grandezza di Roma. Ma quando arriva al Foro di Traiano, costruzione unica sotto il Sole, degna dell’ammirazione degli Dei, rimane stupito a guardare tutt’intorno le gigantesche strutture, tali che non è possibile descriverle a parole, né pensare di rifarle.

Ma Roma è soprattutto una città di ruderi. Monumenti dedicati agli imperatori giacciono spezzati al suolo. In ogni piazza capita di imbattersi in opere cadute o rovinate, mentre nei locali sventrati, dentro edifici un tempo pieni di prestigio, si possono ammirare antiche pitture ormai scrostate, mosaici sventrati, pavimenti di marmi preziosi coperti di fango. Gli innumerevoli portici che dalla porta Flaminia attraversano campo di Marte, sono franati in vari punti, in altri le macerie di caseggiati sbriciolati hanno ricoperto gli ingressi dei templi.
Tra i ruderi, in ambienti umidi e oscuri, ci sono le abitazioni dei poveri. Gli edifici meglio conservati sono invece diventati chiese, conventi o ospizi per pellegrini. Nelle Terme ci sono colonne sbrecciate, pavimenti sconnessi, pareti rovinate da buchi aperti a caso.
Il Circo Massimo fa impressione: pieno di erbacce, in un angolo ha addirittura un orto, con i sostegni di canna per i fagioli. Il contadino lo innaffia con l’acqua che va a prendere lontano nel Tevere, poi si ferma ad asciugarsi il sudore all’ombra di un alto acquedotto non più in funzione. Il ragazzo osserva incantato le alte arcate della conduttura che, scavalcando la valle tra il Colosseo e il Circo, era servita un tempo per portare acqua fino al Palazzo imperiale. Adesso l’acquedotto è morto, tagliato un secolo prima durante un qualche assedio, defunto come tanti edifici di quella città di rovine.

Girando per la città Angelo arriva al colle più alto: il Campidoglio, che giace deserto e abbandonato. L’ex fabbro trova il santuario desolato, l’altare profanato, le porte bruciate, i cespugli cresciuti nei cortili che si fanno strada tra le pietre dissestandole.
In un angolo spunta dal terreno un braccio di marmo, Angelo prova a tirarlo e gli rimane in mano. Non sa cosa farne. Dopo aver controllato che nessuno veda, torna a seppellirlo nella terra di Roma.
L’antica capitale era stata saccheggiata dai Visigoti, dai Vandali, dai Goti, dai Bizantini, forse lo sarebbe stata dai Longobardi. L’impero sta lentamente morendo. La caduta di Ravenna ne è la conferma.
Un altro simbolo della decadenza è l’antico palazzo imperiale, restato ormai senza imperatori, una costruzione immensa e totalmente deserta che domina il colle Palatino. La Reggia, l’unica al mondo abbandonata ma ancora intatta, è ermeticamente chiusa, le finestre inchiodate dall’interno, le entrate sbarrate. Nessuno può più entrare nel Palazzo del Palatino. La parola "palazzo," - "palatium’’ cioè grande dimora, sede del potere - viene da lì, dal colle su cui Angelo cammina. I Barbari di ritorno da Roma chiamavano "palatium" ogni caseggiato di proporzioni notevoli, per l’impressione che la Reggia aveva fatto loro.
La dimora del Palatino è ormai la tomba visibile dello Stato romano, un ammasso infinito di pareti costruite per durare millenni e invece del tutto inutili. Un labirinto di stanze, saloni, anticamere, ingressi, corridoi deserti da tantissimi anni - da quando Roma aveva cessato di essere la capitale - sempre pronti perché già costruiti, ma improduttivi nella loro grandezza. Nessun imperatore viene a Roma da oltre cento anni, in un Lazio bizantino sempre più minacciato dai Longobardi, in un paesaggio di templi in rovina, dove solo la Chiesa e il Cristianesimo sembrano ancora essere vitali.

 

L’invincibile spada di Orlando
Romanzo storico sulla guerra del 774 tra Franchi e Longobardi nell’alto Medio Evo
di Francesco Cascioli e Xenia Buzzi

Indice dei capitoli

Al mercato di Ravenna nel 769
Attraverso l’Italia da Ravenna all’Umbria
La cattura. Schiavo dei Longobardi
Apprendista del fabbro. L’artigiano medievale
Le maglie di ferro. L’armatura nel medio evo
I clienti dell’artigiano medievale
I carbonai. Estrazione e lavorazione del ferro nel Medio Evo
Il mestiere del fabbro medievale
Roma nell’alto Medio Evo
Le reliquie e la religiosità medievale
La reggia imperiale sul Palatino nel Medio Evo
Gli ambasciatori del Papa alla corte longobarda e poi presso i Franchi
Ginevra. La corte di Carlo Magno e i Franchi
Fabbro dei cavalieri, con Carlo Magno e i Franchi
La spada di Orlando. Le armi dei Franchi
Il piano di battaglia alle Chiuse della Valle di Susa
Il combattimento tra Franchi e Longobardi alle Chiuse della Valle di Susa
Il ritorno a Ravenna passata dai Longobardi ai Franchi
- - - - - - - - - - - - - - - Contributi didattici - - - - - - - - - - - - - - -
Piccolo glossario di Storia medievale
Piccolo questionario di Storia medievale
La storia della guerra tra Franchi e Longobardi all’epoca di Carlo Magno
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

Google
 
Web www.ilpalo.com