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Angelo si deve trovare una
casa adatta a lui. In quell’abbondanza di rovine c’è solo l’imbarazzo
della scelta: basta individuare un edificio meno cadente degli altri,
e il tetto è assicurato.
Il ragazzo si sceglie un antico tempio, il più solido fra i tanti
che giacciono deserti e abbandonati. Lo trova mentre gironzola sulle pendici
del Gianicolo. Una frana del colle sovrastante lo ha semiseppellito. L’interno
è buio. Abituati gli occhi all’oscurità, il ragazzo scopre
le lapidi frantumate al suolo, il pavimento coperto di macerie, le statue
rotte a terra. C’è un Dio a cui manca la testa, un’altra statua
ridotta in pezzi e un insolito basamento d’altare a forma triangolare.
In un angolo c’è un rudimentale pagliericcio, un povero materasso
di foglie secche. Qualcun altro in passato deve aver usato quel tempio
come casa. Il giovane, stanco di tanto girovagare si stende a riposare
e presto si addormenta.
D’un tratto sente un rumore
di passi sul tetto.
Angelo balza su di scatto e, nascosto nella penombra, vede qualcuno scendere
lungo una scala di corda fatta calare giù dal buco nel soffitto.
È un vecchio magro e vestito di stracci, con per cappello un elmo
con sopra una candela e un sacco arrotolato alla vita. Il nuovo venuto
si accorge della presenza del giovane, i due stanno un attimo a guardarsi
in silenzio. È poi lo sconosciuto a parlare per primo:
- Che ci fai qui? Sei venuto a rubare a casa dei ladri?
- No, perché a rubare? Cercavo solo un posto per dormire...
- Beh qui ci dormo io, e non so se voglio avere qualcun altro sotto il
mio tetto. Tu per di più, si capisce dal tuo accento, non sei neppure
di Roma. Che ci fai nella mia città?
Il ragazzo gli racconta la sua storia, di come è finito schiavo
del fabbro longobardo e poi della sua fuga. Dopo aver ascoltato le avventure
di Angelo, il vecchietto sembra più di buon umore.
- Accomodati, giovane fuggitivo, in questa mia umile casa. Sull’affitto
ci metteremo d’accordo. Sembri robusto, e a volte un aiutante vigoroso
può far comodo anche nel mio lavoro.
- Perché? Tu che lavoro fai?
- Io sono Bebo, il re dei trovarobe.
Faccio molti mestieri a dire il vero: commerciante di reliquie, rigattiere,
esperto in arte sacra e, all’occorrenza, cose meno legali. Tu potresti
diventare mio socio.
- Io il trovarobe non lo ho mai fatto, al massimo posso fare il fabbro.
- Qui di fabbri non c’è bisogno. Se però vuoi rimediare
qualche soldo, io ti posso aiutare.
- Che dovrei fare?
- Prendere esempio da me: io non tralascio nulla che possa fruttar denaro.
Se non trovo un forestiero ricco a cui vendere reliquie false, giro per
rovine cercando qualcosa da rivendere: metalli, vasi, marmi pregiati.
Stamattina mi è venuta una buona idea, ma da solo non la posso
realizzare.
Stavo passeggiando vicino al Palatino, quando mi è venuto un desiderio.
Voglio vedere com’è fatta all’interno la Reggia imperiale, il palazzo
dove hanno vissuto tutti i sovrani di Roma.
Perché non vieni con me?
- Ho visto anche io la Reggia, ma è chiusa e sbarrata. Come si
fa ad entrare?
- A questo ci penso io. Proprio stamattina ho scoperto il modo per entrare.
Angelo non è convinto.
- Forse il gioco non vale la candela. Ho sentito che dice la gente di
quel posto.
Stando ai soldati di guardia, i locali sono completamente vuoti, spogliati
di tutto ciò che sia possibile portar via.
- Pensaci: quella è stata la reggia degli imperatori per trecento
anni! Chissà che cose meravigliose conteneva! Magari qualcosa c’è
rimasto.
- Non credo. Se il Palazzo un tempo è stato riempito di splendori
e di ricchezze, altri trecento anni di saccheggi l’avranno progressivamente
svuotato di tutte le cose preziose.
Ma Bebo è irremovibile:
vuole assolutamente vedere cos’è rimasto, ed ha bisogno di una
mano. Si mette a stuzzicare il ragazzo, gli dice che non ha fiuto per
i tesori, gli da dell’ignorante perché cammina accanto all’oro
accumulato da generazioni di imperatori e non lo vuol vedere, lo soffoca
con argomentazioni sempre più provocatorie, gli ricorda l’affitto
che gli deve, gli fa il paragone con tempio all’interno del quale stanno
chiacchierando.
- Se è lecito infilarsi in un tempio abbandonato, perché
dovrebbe essere proibito entrare in una reggia lasciata chiusa da centinaia
di anni?
Insiste e insiste finché ad un tratto investe il ragazzo con una
domanda lanciata come un insulto.
- Allora dillo tu, che sembra che sai tutto: cosa c’è dentro la
Reggia?
- Nulla.
- Benissimo! Ma noi andremo lo stesso a vedere il nulla!
La mattina partono prima dell’alba,
con Bebo armato di stupendo scalpello lungo tre palmi, un’ottima leva
per scassinare.
Camminano per le vie ancora buie quando ad un tratto il re dei trovarobe
si ferma e dice a Angelo.
- Entreremo da qui.
Il ragazzo capisce subito e sorride.
- Che stupido! Avrei dovuto pensarci anch’io! Per entrare basta seguire
la strada dell’acqua!
I due sono sotto le arcate dell’acquedotto ormai in disuso che, scavalcando
la valle tra il Colosseo e il Circo Massimo, era servito un tempo per
portare acqua al Palazzo imperiale. Approfittando di un momento in cui
non si vede nessuno, si arrampicano fino alla sommità. Passeggiano
su quella strada sopraelevata, tenendosi in precario equilibrio, mentre
il ragazzo ammira il Colosseo illuminato dalla Luna, ancora più
bello da quell’inusuale prospettiva, e guarda la Reggia dove tra poco
sarebbero penetrati.
Arrivano dove c’è una
spaccatura. Entrano nella conduttura ormai asciutta, si infilano nel budello
e percorrono quel lungo cunicolo. Bebo fa strada come un cane che ha sentito
la pista. Insieme a lui Angelo avrebbe sfidato posti peggiori. Alla fine
arrivano ad una grata, che il romano apre con colpi sapienti di scalpello.
La conduttura scende in basso, superano un’altra grata e finiscono in
una specie di cisterna larga quanto tre stanze.
Qui arriva la parte più complessa: la via d’uscita per l’acqua
deve essere stata murata. Il re dei trovarobe non si perde d’animo e prende
a battere il pavimento con piccoli colpi leggeri. Gira cercando e provando
senza risultati, alla fioca luce della candela che tiene infilata sull’elmo.
Passa allora ad esplorare le pareti, percuotendole con botte leggere,
attento al rumore provocato dai suoi colpi. Poi, picchiando su una zona,
avverte un suono diverso. Bebo fa accendere una seconda candela al ragazzo
per avere più luce, e inizia a lavorare di scalpello.
Angelo ha paura che il rumore richiami l’attenzione di qualcuno, ma spreca
una buona preoccupazione. Nessuno viene, e poi, arrivati a quel punto,
bisogna andare avanti. A un tratto Bebo esulta.
- Avevo sentito bene! Dietro è vuoto!!!
Adesso continua tu!
Passa lo scalpello al ragazzo, che, dotato di buoni muscoli, dopo quasi
un’ora di lavoro, riesce a praticare un’apertura sufficientemente larga.
I due l’attraversano e si ritrovano in un locale che, a giudicare dagli
ampi camini, deve essere stata la cucina della Reggia.
Angelo si mette ad osservare
il luogo alla luce della sua candela, curioso di osservare il posto dove
venivano preparati i pasti dell’imperatore.
Il ragazzo, perso nei suoi pensieri, a un tratto sobbalza, riportato al
presente dal rumore ritmico dello scalpello che ha ripreso a funzionare.
Il suo socio si è già messo al lavoro. Ha individuato sul
muro della cucina un pezzo di bronzo, un reggitorcia che si protende a
metà di una parete, e lo sta staccando; vale una piccola fortuna
in una Roma assetata di metallo.
- Questo lo prendo io. Tu, che hai le gambe più buone delle mie,
fatti un giro e trova qualcosa per l’affitto che mi devi.
Il giovane lascia Bebo alla sua impresa e prosegue il giro nella Reggia,
vagando per le sale deserte. Ormai fuori è giorno.
La luce proviene da abbaini o da finestre sbarrate da tavole inchiodate,
che lasciano penetrare fili di luminosità sulle poche statue rimaste.
Sui pavimenti la polvere ha deposto un velo sottile, e i piedi dell’ex
fabbro lasciano orme sui mosaici impolverati e appannati dal tempo. Colpisce
l’ampiezza dei saloni, eccessiva, costruita per incutere soggezione. Le
scale superbe che si perdono nella penombra, dovevano esser state progettate
mirando alla maestosità, ma ormai sono sminuite dall’assenza di
vita, dalla loro totale inutilità.
Angelo gira così a lungo che teme di non trovare più la
strada del ritorno, però non si preoccupa. Avrebbe potuto metterci
giorni a visitare quel labirinto di stanze, e sarebbero stati comunque
giorni indimenticabili.
Trova immensi saloni privi di qualsiasi cosa fosse asportabile, ma con
splendidi mosaici sui pavimenti e affreschi realistici alle pareti, che
permettono di farsi un’idea dell’uso dei vari locali. Nella grande sala
che serviva ai pranzi ufficiali, l’ex fabbro ammira, pitturati sui muri,
piatti e saporite vivande colorate; osserva incantato le scene d’amore
nelle stanze private del principe.
Una sala che lo colpisce è quella che ospita una grandiosa carta
geografica del mondo, dipinta con scientifica maestria, ricca di particolari,
con segnate le strade, le città e i porti. In questa stanza si
decidono gli spostamenti degli eserciti, l’avvicendarsi dei comandanti
e dei ministri, la fortuna o la disgrazia degli alti funzionari dello
Stato.
Seguendo il labirinto di corridoi, passando da un’ala dell’edificio all’altra,
Angelo attraversa stanza dopo stanza, tutte completamente vuote, ma ognuna
unica per le decorazioni che la caratterizzano.
Alla fine l’aggirarsi per tutte
quelle camere deserte, riesce a stancare anche il ragazzo. È arrivato
il momento della sosta. Siede sul pavimento e osserva con più attenzione
l’ambiente che si trova intorno.
La sala che ha scelto per riposare non è grandissima. Sulla parete
di fronte è dipinta una folla con le braccia levate al cielo, tante
mani alzate come per pregare. Nel soffitto una Dea tutta nuda sorride
e guarda in basso.
A un tratto Angelo nota sul pavimento quattro piccole depressioni circolari
che indicano il punto dov’erano poggiati i piedi di qualcosa, ma di cosa?
Ed ecco l’idea: lì era il letto dell’imperatore!
L’ex fabbro doveva essere nella camera dove dormiva il sovrano di Roma.
Il letto doveva essere stato appoggiato alla parete; il continuo contatto,
lo strisciare del mobile contro il muro affrescato, ha infatti lasciato
un segno sulle pareti dipinte.
Il ragazzo si mette ad osservare il lato più basso dell’affresco,
che è totalmente occupato dalla selva di braccia alzate, tranne
in un punto, dove uno strano riccio spinoso rompe l’uniformità
di quella folla assiepata nella stanza da letto regale. Angelo va a cercare
la conferma.
C’è!
Corre da Bebo, ritrovando il percorso grazie alle tracce dei suoi piedi
sui pavimenti polverosi. Arriva dal socio e lo chiama.
- Vieni a vedere!
Il suo entusiasmo deve essere evidente e contagioso, tanto che non ha
bisogno di dare spiegazioni, Bebo interrompe il lavoro e lo segue per
le sale polverose, finché arrivano nella camera da letto imperiale.
- Ora ascoltami bene - gli dice l’ex fabbro - qui dorme l’imperatore:
sarà al sicuro?
E se tentassero di ucciderlo?
Le congiure possono arrivare molto in alto, vicino al cuore dello Stato.
Magari c’è qualcuno armato di pugnale proprio nel gruppo di coloro
che va a svegliare l’imperatore. Vicino ad un letto così importante,
avere un arma nascosta per le situazioni d’emergenza può essere
questione di vita o di morte.
Questo quindi è il punto: dove l’imperatore tiene la sua arma di
riserva?
- A portata di mano!
- Esatto! E allora dove?
Il socio si mette anche lui ad osservare la camera. L’unico punto individuabile
a prima vista, il solo sufficientemente vicino alle impronte lasciate
dal letto, era il riccio, simbolo delle spine velenose che anche l’imperatore
possiede.
Bebo ci mette solo un attimo, proprio come prima ha fatto il ragazzo,
per capire il meccanismo nascosto nella parete dietro al riccio. Individua
il punto preciso in cui una leggera pressione fa ruotare su se stesso
un rettangolo di muro, fino a svelare una nicchia.
Nella cavità del muro c’è uno splendido pugnale!
Appena velato dalla polvere, ha il manico d’oro tempestato di pietre preziose.
Ancora più bella è la lama, affilata, spietata, efficiente
come dev’essere un’arma da re.
Angelo osserva il socio che si gira incredulo il pugnale tra le mani senza
osar parlare, stupito per la fortuna di quel ritrovamento, eccitato dall’emozione.
- Allora che dici? - Chiede il ragazzo. - Mi sono pagato l’affitto?
- Molto, molto di più. Questa è un’arma che vale una fortuna.
Si vede che sei un ragazzo sveglio. Ho fatto proprio bene a portarti con
me.
Tu sei un giovane con gli occhi buoni. Vedrai che arriverai lontano!
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