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Lavori strani: "Baba" turistico

Il baba turistico

Non ho ben chiaro se “fare il baba” [santone indiano grande fumatore di erba] possa essere considerato un mestiere o no, è come fare il prete o il monaco buddista, eppure, anche se sulla spinta di una necessità mistica e spirituale, si tratta di scelte che comunque consentono di mangiare meglio di un mendicante sia in India che in America o in Thailandia.

Detto ciò, sono invece certo di quello che faccio io: sono un “baba turustico”.

Cosa vuol dire?

Non so se è perché c’è un “calo delle vocazioni” anche nell’hinduismo, che pure è la seconda religione del mondo per numero di fedeli, ma è certo che di baba veri se ne vedono sempre meno in giro. Qui a Katmandu, all’interno del gigantesco recinto del tempio induista di Pashupatinath, dove si bruciano i cadaveri sulle pire lungo il fiume che porterà le loro ceneri a riunirsi con le acque della grande madre Gange, l’unico vero baba che è rimasto è Milk Baba.

Da anni e anni si nutre solo di latte, è andato in pellegrinaggio sull’Himalaya a bagnarsi nelle gelide acque che sgorgano dalle più altre cime del mondo e, naturalmente, non si taglia mai i capelli che, oramai completamente bianchi, porta arrotolati sopra alla testa come in un gigantesco toupé.

Ma Pashupatinath è un luogo di pellegrinaggio molto importante per tutti gli hinduisti che vi si dovrebbero recare almeno una volta nella vita. Perciò è un posto pieno di fedeli, e i fedeli fanno ai baba molte offerte: è per questo che, in mancanza di uomini santi veri, ci siamo noi, i baba turistici.

Ci dipingiamo in viso con i colori e i simboli di Brama, Shiva o Visnù, ci mettiamo attorno ai fianchi uno straccetto giallo o bianco, e stazioniamo all’ombra di qualche stupa o  tempietto nei giardini all’interno del recinto del tempio, mostrando le nostre dred [capigliature] lunghe due o tre metri disposte sul terreno, oppure le unghie delle mani lunghe venti centimetri: siamo finti.

Andiamo a lavorare al tempio la mattina presto, raccogliamo un po’ di soldi dai turisti che ci fanno le foto, ci fumiamo un sacco di cylum con l’erba, e poi ce ne torniamo a casa, la sera.

Non raggiungerò, come un baba vero, direttamente il Nirvana ma intanto, qui, non vivo all’inferno.

UN ANEDDOTO/ UN TRUCCO DEL MESTIERE

Innanzitutto si ottengono migliori risultati conoscendo l’inglese. Non perfettamente come uno di quei baba veri che - magari prima di scegliere la strada dell’ascesi - erano direttori di banca o ricercatori, basta qualche parola per entrare in contatto con i turisti, e soprattutto per contrattare la ricompensa. Se ad esempio lasciano 100 rupie, se ne possono chiedere 500; se lasciano un dollaro, si può provare ad avere 5 dollari e così via. C’è, tra noi, chi si rivolge ai turisti chiedendo direttamente:

One dollar for one foto.

UN CONSIGLIO AI GIOVANI

Meglio questo che fare la velina o il deputato: non bisogna saper fare un cazzo lo stesso, è molto meno faticoso e si ottiene ugualmente l’affetto e il rispetto della gente.

(Testimonianza raccolta da Marina Iacovelli.)

Manda un brano o un consiglio a fr.cascioli@tin.it

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