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Bagnara S., L’attenzione

Quando la parola presentata all’orecchio da ignorare era un sinonimo di quella che arrivava all’orecchio giusto, il tempo necessario per ripetere quest’ultima diventava più lungo, mentre il tempo diventava più corto se nell’orecchio da bloccare arrivava una parola con significato opposto a quello della parola da ripetere. La parola da ignorare non verrebbe quindi filtrata ma arriverebbe al significato, sarebbe riconosciuta, e questo riconoscimento sarebbe dimostrato dall’effetto che essa ha sulla risposta all’altra parola. Verrebbe quindi elaborata fino alla estrazione del significato, naturalmente insieme con la parola giusta e senza costo. È il significato infatti che ha effetto sul tempo di reazione dell’altra parola.

Ciò che accomuna tutti questi modelli è quindi l’idea che vi siano dei processi (l’estrazione delle caratteristiche, l’attivazione delle rappresentazioni interne in memoria, il loro confronto e quindi il riconoscimento) non soggetti alla capacità limitata. Ulrich Neisser [1967], nel primo testo che si richiama esplicitamente all’approccio cognitivista, aveva avanzato una distinzione simile quando aveva parlato di processi preattentivi e processi attentivi e aveva individuato sia nella percezione visiva che nella percezione uditiva dei meccanismi che non richiedono attenzione. Per dirla con termini che successivamente diventeranno molto comuni, vi sarebbero dei processi di elaborazione del tutto automatici, mentre altri, non automatici, richiedono attenzione. E questi ultimi sarebbero, secondo Neisser, sostanzialmente di tipo costruttivo, di «analisi presintesi» i processi preattentivi darebbero una prima automatica e schematica organizzazione di ciò che ci appare, ad esempio nel campo visivo. Successivamente si procederebbe per ipotesi sintetiche e successive verifiche analitiche per il riconoscimento dettagliato degli oggetti. Pressappoco come capita quando dobbiamo leggere delle frasi scritte a mano. I meccanismi preattentivi segmentano il campo nel senso che isolano le singole parole, quindi si procede per ipotesi, formulate in base a pochi dementi, di che cosa è scritto, ipotesi che vengono verificate con una analisi più dettagliata su tutti gli elementi che compongono la parola. Se una parola presenta alcune lettere molto chiare mentre altre sono piuttosto confuse, si farà un’ipotesi di riconoscimento in base alle lettere chiare e quindi si procederà alla verifica su tutti gli dementi che compongono la parola.

C’è infine un ulteriore elemento che caratterizza, in modo più o meno esplicito, i modelli strutturali. Man mano che il collo di bottiglia viene spostato verso il sistema di risposta, il processo di selezione diventa sempre meno concepibile come un meccanismo passivo, acquisisce quindi sempre di più caratteristiche di libertà, di scelta sotto il controllo dell’organismo. La ipotesi per esempio dell’attenzione connessa con i processi di analisi-per-sintesi avanzata da Neisser svincola in un certo senso il processo di selezione dalle caratteristiche fisiche dello stimolo in quanto procede, si potrebbe dire, per scommesse successive [Moray 1969]. L’attenzione viene in qualche modo sempre di più vista come un processo piuttosto libero che ha la caratteristica di preservare dal sovraccarico una struttura limitata per capacità nella elaborazione dell’informazione, ma che riesce anche a tradurre questo limite per così dire in un pregio, in uno strumento di controllo di ciò che si vuole elaborare e di come si vuole elaborare [Underwood 1978].

Bagnara S., “L’attenzione” Il Mulino, pag. 59

Attenzione e sistema di controllo

I modelli e le teorie dell’attenzione presentati precedente mente affrontano il problema dell’attenzione da due punti di vista sostanzialmente divergenti. I modelli strutturali si preoccupano di risolvere in termini di meccanismi ad imbuto la qualità selettiva dell’attenzione. I modelli di capacità di tipo energetico sono invece indirizzati a risolvere la questione delle variazioni nell’intensità dell’attenzione prestata. Se i primi sono caratterizzati da una considerazione sostanzialmente passiva dei meccanismi ipotizzati, i secondi enfatizzano le caratteristiche attive dei processi attentivi.

Questa schematizzazione non rende però completamente giustizia delle caratteristiche dei due tipi di modelli: è utile per una presentazione riassuntiva, ma non è certamente esauriente. Le teorie moderne del filtro [Broadbent 1978] non sottovalutano infatti gli aspetti attivi che sono presenti nell’attenzione. Il meccanismo di adattamento delle rappresentazioni interne, che consente delle risposte anche in caso di evidenza empirica non esaustiva (pigeon-holing), previsto dalla teoria del filtro di Broadbent nella riformulazione del 1971, è chiaramente un meccanismo attivo. La selezione avviene infatti a partire dalla risposta, non dalle caratteristiche dello stimolo. Per usare il linguaggio corrente nella letteratura sull’argomento, l’analisi e l’elaborazione procedono a partire dal risultato da ottenere (dall’alto verso il basso, o top-down come recita il termine inglese). È l’aspettativa del soggetto che determina quindi quali caratteristiche fisiche vanno selezionate.

D’altro lato, il modello di capacità di Kahneman [1973] non trascura gli aspetti passivi del processo attentivo: si è già ricordato come in questo modello siano previsti dei livelli di elaborazione che non richiedono affatto sforzo e che sono sostanzialmente quelli che Neisser definiva pre-attentivi. Entrambi i modelli però non danno conto in modo particolarmente preciso di come questi aspetti dell’attenzione vengano regolati. Kahneman, ad esempio, introduce la nozione di sistema di colloca-mento dello sforzo, che opera in funzione di più fattori (tendenze «naturali» e costanti dell’individuo, aspettative momentanee e richieste del compito, insieme con lo stato dell’organismo e quindi il suo livello di attivazione a prescindere dal compito che va svolgendo), ma non chiarisce in modo dettagliato il funzionamento di questo sistema di collocamento di energia sul piano di che cosa avviene nell’elaborazione dell’informazione.

Se si parte dalla considerazione che nell’attenzione sono presenti sia aspetti passivi che aspetti attivi e che entrambi vanno spiegati sul piano di come l’uomo elabora l’informazione, allora è necessario introdurre concetti nuovi.

In primo luogo è necessario pensare ai processi che vengono svolti in questa elaborazione come sottoposti ad un controllo sia nella loro esecuzione sia nella loro pianificazione. È necessario introdurre l’idea di un sistema che ha il controllo della attività mentale. Ha quindi il compito di stabilire le priorità e il tipo di elaborazione, cioè cosa deve essere elaborato per primo, come deve essere elaborato, e controlla l’esecuzione e il risultato di questa elaborazione.

Il funzionamento di questo sistema di controllo è regolato dalle rappresentazioni interne complesse (mappe o modelli cognitivi) dell’ambiente esterno, dalle conoscenze sui suoi possibili stati, da un repertorio di strategie, per far fronte al controllo e alle possibili variazioni, e dalle modificazioni che si vogliono portare sull’ambiente [Rasmussen 1980]. E la sua attività si incentra nel coordinamento dei processi mentali utili per svolgere i compiti necessari per soddisfare gli scopi che il sistema si è dato.

Questa attività di coordinamento ha un costo misurabile, che varia in funzione di svariati parametri: complessità del compito, qualità e quantità dei dati [Norman e Bobrow 1975], stato dell’individuo, urgenza temporale, e così via. Particolarmente incisivo su questo costo è il grado di controllo sulle attività mentali coordinate. Mentre alcuni processi mentali vengono eseguiti sotto un controllo pressoché continuo, altri subiscono un controllo molto diluito, ad esempio solo a livello del risultato prodotto. Alcuni processi sono quindi automatici, mentre altri non lo sono affatto. L’esecuzione contemporanea di processi poco o non controllati non incide sulla quantità di tempo per svolgerli, né produce alcun effetto sul livello di accuratezza, e quindi non si ha interferenza. Mentre, se due processi sono svolti sotto controllo continuo, il tempo di esecuzione si allunga, perché due controlli simultanei o interferiscono fra di loro o vengono eseguiti uno di seguito all’altro. Qualunque sia l’alternativa che si produce (il che è, almeno parzialmente, sotto il controllo cosciente del soggetto nelle condizioni sperimentali o dell’operatore in una situazione lavorativa) la contemporaneità di esecuzione produce degli effetti sulla risposta solo quando si hanno dei processi non automatici [Posner e Boies 1971].

È importante notare che con la pratica non solo singoli processi ma anche sequenze di processi prima non automatici possono divenire automatici, o comunque richiedere un grado di controllo meno frequente e puntuale. E questo vale nel coordinamento sia di attività molto «basse» del sistema umano di elaborazione (come la pianificazione, il controllo, l’esecuzione dei movimenti semplici), sia di abilità cognitive molto complesse, come può essere una diagnosi di malfunzionamento a partire dalla variazione osservata su un parametro descrittivo dello stato di un sistema di controllo di processo. Marginalmente, può essere utile ricordare che proprio queste sequenze automatizzate saltano quando la «fatica mentale» aumenta o l’operatore si trova in uno stato di stress o di ansia.

Un secondo elemento che va introdotto per catturare meglio la relazione fra sistema attentivo ed elaborazione umana della informazione riguarda il fatto che vi sono dei processi mentali che hanno una loro capacità specifica. Vi sono infatti processi per i quali non si può fornire più di una certa quantità di risorse e queste risorse possono essere utilizzate solo da quei processi [Navon e Gopher 1979; Wickens 1980]. Per quanto riguarda il primo aspetto basta ricordare che per quanto impegno ci si metta non si riesce a «leggere» nella memoria sensoriale visiva più di un certo numero di dementi per unità di tempo [Coltheart 1980]. L’altro aspetto viene illustrato in modo particolarmente chiaro da un esperimento condotto da North [1977] è particolarmente chiaro. Viene infatti dimostrato che le variazioni nelle difficoltà in un compito di calcolo mentale non hanno nessun effetto (né sul tempo di reazione, né sul livello di accuratezza) su un compito contemporaneo di «inseguimento di tracce» (tracking), mentre hanno un effetto elevato sulla prestazione nel primo compito. Da altro lato è stato anche dimostrato che strutture mentali diverse possono sottostare a processi di affaticamento differenziati [Bagnara 1980]. Questa distribuzione delle risorse disponibili anche in funzione di capacità locali specifiche comporta di fatto la revisione critica di tutte le misure della capacità, e quindi del carico mentale, ottenute con la tecnica del compito secondario [Wickens 1979].

Questa concezione della distribuzione delle risorse o della capacità attentiva riduce l’aleatorietà della teoria di capacità di Kahnefllafl in quanto introduce una serie di vincoli che ancorano l’impiego delle risorse alle strutture e ai processi mentali interessati. Si assume infatti (e i dati sperimentali confermano questa assunzione) che la collocazione delle risorse abbia delle limitazioni non solo nella quantità generale disponibile, ma anche nella capacità delle strutture mentali (che vanno identificate) di farne uso [Gopher, Brickner e Navon 1982]. Inoltre questa ipotesi supera la distinzione fra teorie strutturali dell’attenzione e teorie di capacità, perché lega strettamente le modalità di erogazione dell’impegno mentale con i processi mentali attivati nella elaborazione.

Dati questi concetti e queste assunzioni l’attenzione può essere concepita [Posner 1978] come l’insieme dei meccanismi e delle operazioni mentali utilizzati per pianificare, e controllare, sia nella esecuzione che nei risultati, i processi messi in atto m funzione delle priorità scelte, degli scopi adottati e delle condizioni in cui ci si trova ad operare. Questi meccanismi hanno caratteristiche proprie (ad esempio, la capacità limitata, il grado di controllo) e possono agire a differenti livelli nel sistema umano di elaborazione dell’informazione, con i vincoli dati dalle caratteristiche e limitazioni di ciascun livello (capacità locale e livello di automaticità, ad esempio) e sono regolati dal sistema cosciente di controllo.

I meccanismi attentivi possono essere messi in atto anche da stimoli che provengono dall’ambiente, possono essere quindi «aperti con una chiave» che sfugge almeno in parte al sistema di controllo, e in questo caso è preferibile parlare di «attivazione automatica» del sistema attentivo. Tuttavia anche quando il sistema attentivo è attivato automaticamente passa ben presto sotto la regolazione del sistema cosciente di controllo.

Bagnara S., “L’attenzione” Il Mulino, pag. 67

Attenzione e sistema di acquisizione dell’informazione

Come già avevano osservato altri ricercatori [Megaw e Armstrong 1973], i movimenti oculari sono in qualche modo influenzati dall’attenzione, ma subiscono una forte influenza anche da parte dello stimolo.

Il sistema attentivo ha quindi una influenza sui movimenti oculari, ma i due sistemi sono indipendenti e sono legati da una relazione funzionale [Posner l980a]. L’attenzione in presenza di uno stimolo che produce dei movimenti oculari tende a muoversi <prima degli occhi. Infatti, circa 100 msec dopo che uno stimolo è stato presentato in periferia e ben prima che l’occhio inizi il suo movimento balistico, il soggetto mostra una maggiore sensibilità in quel punto che ad ogni altra posizione nel campo visivo, compresa la visione foveale. Inoltre se uno stimolo appare in periferia è molto probabile che l’occhio si sposti per portarlo in visione centrale, ma è meno probabile che i attenzione si sposti se non è rilevante per il compito che si sta svolgendo.

Finora si è discusso dell’acquisizione dell’informazione solo nella modalità visiva, e questo approccio è stato giustificato per ragioni, prima di tutto, di chiarezza espositiva e, quindi, in base a una considerazione della quantità di ricerche disponibili: la modalità visiva di acquisizione dell’informazione è più studiata. C’è pero una ragione ulteriore e senz’altro meno contingente e

pretestuosa. Se l’attenzione viene definita come l’insieme dei meccanismi attivi di controllo sia dell’acquisizione dell’informazione che della sua elaborazione non pare ci sia dubbio che essa opera preferibilmente sulla modalità visiva. Tantoché si parla di una «dominanza visiva» sull’insieme dei processi di acquisizione dell’informazione [Posner, Nissen e Klein 1976].

Colavita [1974] ha condotto una serie di esperimenti che possono bene illustrare questo punto. I soggetti dovevano giudicare su una stessa scala di valutazione due tipi di stimoli, visivi ed uditivi, in base alla loro intensità. Stimoli uditivi e stimoli visivi potevano quindi venire classificati come soggettivamente uguali per intensità (ottenevano lo stesso valore sulla scala di giudizio) o come di intensità diversa a differenti gradi. Gli stimoli venivano quindi presentati, ciascuno nella sua modalità, agli stessi soggetti, a cui veniva richiesto di rispondere a uno con una mano e all’altro con l’altra mano. Quando i due stimoli di intensità soggettiva eguale venivano presentati contemporaneamente (lampo di luce alla vista e un tono all’udito) 49 volte su 50 i soggetti rispondevano solo alla luce. Se venivano avvertiti che gli stimoli erano due, si otteneva sempre lo stesso effetto, anche se in proporzioni più ridotte.

La spiegazione di questo sorprendente effetto sta nel fatto che uno stimolo ha minore probabilità di mettere in allarme un individuo quando viene presentato alla vista invece che alle altre modalità sensorie. Uno stimolo acustico non ha bisogno che si stia attivamente attenti per procurare uno stato d’allerta, uno stato di maggiore prontezza a ricevere e a rispondere all’informazione dell’ambiente. Mentre un evento visivo prima di funzionare come segnale d’allarme deve essere prima elaborato sotto uno stato di attenzione attiva. Di conseguenza, dato che l’attenzione è limitata, essa verrà preferibilmente diretta verso la modalità meno adatta a individuare automaticamente situazioni di rischio, verso quindi la vista.

La dominanza della vista non riguarda solo l’udito, ma anche altre modalità sensoriali, come dimostra questa situazione sperimentale. Facciamo inforcare ai soggetti degli occhiali a lente prismatica. Questa lente ha la proprietà di far vedere degli angoli formati da linee rette come invece costruiti con linee curve. Diamo in mano ai nostri soggetti un cubo e diciamo loro di seguire con il palmo della mano gli orli del cubo tenuto in bella vista e chiediamo di descrivere cosa sentono, com’è la superficie che vanno toccando. I dati che arrivano dalla vista attraverso gli occhiali prismatici e quelli che arrivano attraverso il tatto sono obiettivamente in conflitto: il cubo viene visto come una palla, anche se un po’ strana, ma il tatto dovrebbe sentirlo come un cubo. Invece i soggetti non provano alcun conflitto, dicono di sentire quello che dovrebbero solo vedere. Il cubo viene «sentito» come una palla [Gibson 1933].

Bagnara S., “L’attenzione” Il Mulino, pag. 79

I Confronti nel codice fisico

Partiamo da una situazione sperimentale ormai consueta Il soggetto se ne sta seduto davanti ad uno schermo su cui vengono proiettate delle diapositive, o compaiono delle immagini generate da un computer, a seconda del livello di sofisticazione tecnologica del laboratorio. In ciascuna diapositiva o «pagina video» vengono presentate due forme, ad esempio, due lettere dell’alfabeto, due numeri, o due figure senza senso. Il compito del soggetto è di premere un pulsante se le due forme sono fisicamente identiche, e di premere un altro pulsante se non lo sono. Se si misura il tempo che il soggetto impiega per emettere la risposta corretta si osserva una maggiore rapidità delle risposte eguale rispetto alle risposte differente [Nickerson 1972; 1978].

Questo vantaggio per le risposte uguale viene ottenuto sia. quando le due forme sono presentate contemporaneamente che quando vengono presentate in successione anzi il vantaggio è di solito maggiore nel secondo caso, quando il tempo che intercorre fra la presentazione di una forma e della successiva (denominato intervallo fra gli stimoli, «Inter-Stimulus Interval» o «ISI») è superiore ad un secondo. La spiegazione di questo risultato estremamente consistente (lo si riscontra pressoché sempre) è diversa, a seconda che venga ottenuto con presentazione contemporanea o immediatamente successiva degli stimoli, oppure con presentazione sempre successiva ma con intervalli fra gli stimoli piuttosto lunghi.

Quando l’intervallo fra gli stimoli da confrontare è piuttosto l’ungo (oltre un secondo) la rappresentazione interna su cui viene operato il confronto non è più il codice fisico ma il codice fonetico (vedi capitolo sesto). Il cambiamento di codice è dimostrato da più indicatori. Mentre ad intervalli più brevi le risposte differente sono più o meno veloci a seconda che siano più o meno visivamente dissimili (la coppia RB, visivamente produce un tempo di reazione più lungo della coppia visivamente dissimile), quando l’intervallo diventa più lungo la velocità delle risposte differente dipende, invece, dal livello di somiglianza acustica (le risposte corrette alla coppia

in cui le lettere sono visivamente dissimili, ma acusticamente vicine, diventano molto lente) [Thorson, Hockhaus 1976]. Inoltre, usando sempre degli intervalli piuttosto lunghi fra stimoli presentati successivamente non si trova più a differenza consistente fra una classificazione basata sulla entità fisica delle forme (AA) e una classificazione basata [la identità di «nome» (Aa), che è invece dell’ordine di 70 msec quando le due diverse classificazioni vengono operate sugli stessi stimoli presentati contemporaneamente [Kroll 1975].

Infine, quando l’intervallo fra gli stimoli supera il secondo gli errori che vengono commessi dipendono dalla possibilità di fare confusione fra le lettere per la somiglianza nella pronuncia, ad intervalli più brevi gli errori dipendono dalla confusibilità visiva [Conrad 1964].

Tutte queste osservazioni portano a concludere che dopo un certo intervallo di tempo il confronto non avviene più sul codice visivo, ma viene operato sul codice fonetico, anche se le forme da confrontare sono state presentate alla modalità visiva. C’è quindi un cambiamento nel formato o nel codice, e questo indica che è stata costruita e viene utilizzata una nuova rappresentazione interna. La spiegazione del vantaggio per le risposte uguale quando viene usato il codice fonetico per confrontare due forme [Proctor 1981] fa riferimento agli effetti di facilitazione di cui si è parlato nel capitolo precedente. Nella presentazione successiva di forme la prima opera come un «prime» della seconda se le due forme sono identiche: la codificazione della seconda forma è facilitata perché può far uso di un canale di codificazione già attivato. Se le due forme sono diverse non c’è più facilitazione perché occorre attivare un nuovo canale di codificazione. Il vantaggio delle risposte eguale è quindi dovuto alla maggiore rapidità con cui viene ottenuto il codice fonetico della seconda forma quando essa è identica a quella presentata per prima. Fra l’altro l’effetto di facilitazione è maggiore quando viene utilizzato il codice fonetico [Posner e Snyder 1973], probabilmente perché il percorso da seguire è comunque più lungo di quello necessario per la codificazione fisica e così il guadagno derivato dal poter usare un canale già attivato è più sostanzioso.

Una spiegazione simile dà conto, almeno parzialmente, anche del vantaggio per le risposte uguale che si riscontra quando le due forme visive sono presentate sempre in successione, ma entro un intervallo minore. In questo caso è necessario far uso del codice fisico (come è dimostrato dall’effetto della somiglianza visiva sul tempo di risposta differente e dal permanere di una maggiore rapidità della classificazione sulla identità fisica, piuttosto che su quella di nome). Infatti, anche la codificazione fisica può venire facilitata da un «prime», anche se in misura quantitativamente meno rilevante.

Non è più però possibile spiegare con l’effetto della facilitazione da «prime» il vantaggio per le risposte eguale quando le forme, da confrontare sulla base della identità fisica, sonò presentate contemporaneamente [Bagnara, Simion e Umiltà 1983a] e disposte una sopra l’altra entro uno spazio ristretto, cosicché viene evitato ogni effetto dei movimenti oculari e delle abitudini di letture, che inducono una ricerca sequenziale dell’informazione, soprattutto alfanumerica, da sinistra verso destra. Eppure anche in questa situazione [Bagnara, Boles, Simion e Umiltà 1982a] si ottiene un vantaggio per le risposte eguale significativo, anche se quantitativamente meno grande (30-40 msec) di quello che si osserva quando l’intervallo fra gli stimoli successivi è tale da richiedere l’uso del codice fonetico (70-100 msec).

Non si può quindi spiegare il vantaggio per le risposte uguale nella presentazione contemporanea di forme da classificare in base alla identità fisica con lo stesso ragionamento che bene si presta a dar conto del dato analogo quando la stessa classificazione è richiesta per forme presentate in successione. Occorre perciò formulare un’ipotesi specifica rispetto a confronti che vengono operati sulle caratteristiche fisiche degli oggetti da classificare e che avvengono quindi con ogni probabilità sulla loro rappresentazione interna in codice fisico. L’ipotesi che gode maggiore credito nella letteratura, sostiene che in queste situazioni i confronti sul codice fisico possono seguire strategie diverse a seconda del tipo di compito e delle caratteristiche dell’informazione in questa rappresentazione interna [Bamber 1969].

In sostanza, viene ipotizzato che il vantaggio per le risposte uguale a informazioni in codice fisico sia da attribuire solo parzialmente, e in condizioni molto ben definite (presentazione successiva degli stimoli con un intervallo superiore ai 100 msec e inferiore a 1 sec [Posner e Boies 1971]), a una più rapida disponibilità del materiale su cui eseguire la classificazione, e quindi ad effetti di facilitazione. Si ipotizza invece che il vantaggio osservato sia da attribuire al modo in cui il confronto è eseguito. Dati la qualità ed il tipo di informazione contenuta nel codice fisico, dato quindi il materiale su cui può venire operato il confronto, sono possibili diverse strategie in funzione del compito che va eseguito.

È necessario anticipare (su questo argomento si vedano i capitoli VII e VIII) che i processi di confronto richiedono quasi sempre l’intervento dell’attenzione. Normalmente non si possono infatti eseguire due confronti contemporaneamente. Se questo è richiesto, uno dei due confronti viene ritardato fino a quando non si accumula dell’evidenza sufficiente per raggiungere una decisione sull’altro [Karlin e Kestenbaum 1968]. Almeno quando non è stata sviluppata una abilità specifica, in seguito ad una pratica prolungata, non è possibile dunque operare più confronti contemporanei su informazione in codice fisico, il che indica l’intervento di meccanismi a capacità limitata. Anche quando i confronti riguardano due diversi codici fisici, ad esempio visivo ed acustico, occorre comunque prima uno spostamento dell’attenzione dall’una all’altra modalità perché anche il secondo confronto venga effettuato. E questo comporta un ritardo nell’esecuzione di uno dei due confronti che dipende dal tempo necessario per lo spostamento dell’attenzione [Hawkins, Church e De Lemos 1978]. L’esecuzione contemporanea di confronti si scontra quindi con i limiti di capacità dei meccanismi attentivi che determinano un «periodo di impermeabilità psicologica» (Psychological Refractory Period —PRP) per il quale uno dei due viene rimandato sia per motivi di limiti di capacità strutturali (non si possono eseguire due confronti contemporanei nello stesso codice fisico), sia per i vincoli determinati dalle caratteristiche di spostamento dell’attenzione all’interno di un codice fisico o fra un codice fisico ed un altro, dalla modalità visiva a quella acustica e viceversa.

Bagnara S., “L’attenzione” Il Mulino, pag. 131

Memoria e attenzione: «Effetto Stroop» e tipi di rappresentazione interna

Raramente in psicologia un esperimento produce un’evidenza così immediata e chiara da poter catturare l’attenzione di un profano e risultare anche convincente. Fortunatamente, vi sono anche casi di questo tipo. Si prenda una persona qualsiasi, magari scettica nei confronti delle possibilità della psicologia sperimentale, e la si inviti a dire il nome del colore con cui è scritta una parola. Si abbia inoltre l’accortezza di presentare due situazioni diverse: in un primo caso si mostri un foglio bianco con scritto Rosso usando un inchiostro rosso, e quindi si mostri un altro foglio bianco con la medesima parola Rosso, stavolta però scritta con un inchiostro verde.

Anche il soggetto meno ben disposto si trova imbarazzato quando il nome del colore è diverso da quello designato dalla parola: non ha alcuna difficoltà a dire che il colore dell’inchiostro è rosso quando anche la parola scritta è «rosso», mentre commette spesso errori e comunque impiega più tempo se non vi è concordanza fra la parola e il colore con cui è scritta.

La perplessità del nostro diffidente interlocutore nella situazione di non coincidenza fra parola e colore ha un nome, in psicologia, e si chiama «effetto Stroop» [1935] dal nome del ricercatore che si impegnò a studiare circa quarant’anni fa questo aspetto del modo di funzionare della nostra mente.

Questo effetto è interessante anche per motivi diversi da quello, non deplorevole peraltro, di carpire l’attenzione e stimolare l’interesse di chi tiene in poco conto la psicologia sperimentale. Dimostra infatti che in certe situazioni non è possibile filtrare dell’informazione aggiuntiva, che può essere fuorviante. Tanto che, nel caso di cui si sta parlando, se l’informazione portata dalla parola coincide con quella relativa al colore dell’inchiostro c’è una facilitazione della risposta verbale, mentre se non c’è coincidenza fra le due fonti di informazione vi è una inibizione, come è dimostrato dall’aumento nei tempi di risposta e del numero di errori che vengono commessi [Dyer 1973]. Gli aspetti di facilitazione e di inibizione spariscono però se varia il Compito: ad esempio, se si chiede di leggere la parola e di non preoccuparsi del colore l’«effetto Stroop» viene pressoché annullato [Glaser e Glaser 19821.

Si può ottenere un effetto Stroop anche quando non venga usato il colore. Seymour [1974] presentava ai suoi soggetti un quadrato, dentro al quale appariva un avverbio locativo (Sotto o Sopra), e fuori dal quale, sotto o sopra, poteva venire presentato o un simbolo neutro (XXX), o una delle due risposte possibili (Sì o No), o una parola molto vicina per significato alle risposte (Giusto o Sbagliato), o una parola che ha un significato molto simile agli avverbi presentati dentro il quadrato (Su o Giù). Il compito dei soggetti era di stabilire se vi era o meno coincidenza fra ciò che veniva indicato dall’avverbio locativo dentro il quadrato e la Posizione di ciò che appariva fuori del quadrato, indipendentemente dal significato che l’eventuale parola poteva avere.

I risultati di questo esperimento dimostrano la presenza di un «effetto Stroop» piuttosto consistente solo quando il significato della parola che appare fuori del quadrato contraddice o coincide con quello indicato dall’avverbio locativo che appare dentro il quadrato. C’è quindi facilitazione quando compaiono contemporaneamente Sopra e Su, oppure Sotto e Giù, e c’è inibizione se, viceversa, vengono presentati assieme Sopra e Giù oppure Sotto e Su, indipendentemente dal fatto che gli avverbi che compaiono fuori dal quadrato siano o meno nella posizione corrispondente a quella indicata dagli avverbi dentro il quadrato. Nessuno degli altri simboli e parole produce alcun effetto di accelerazione o di allungamento dei tempi di reazione simili a quelli riscontrati quando si ha a che fare con una situazione Stroop.

Tirando un po’ le conclusioni da questi esperimenti, e evidente che si possono ottenere effetti di facilitazione o di inibizione: 1) quando due informazioni appaiono nello stesso posto e hanno o meno lo stesso nome e il compito richiede che venga detto il nome di una delle due oppure, 2) quando l’informazione su cui occorre prendere la decisione è molto vicina per significato ad un’altra irrilevante, e le risposte verbali riguardano la corrispondenza o meno fra il significato dell’informazione rilevante e la posizione (ma non il significato) dell’informazione irrilevante. Non si ottengono invece «effetti Stroop» se la risposta non è verbale e non richiede di reperire il significato o il nome dell’informazione in arrivo, o quando la risposta si riferisce all’informazione che è disponibile per prima e viene trattata più velocemente.

Naturalmente, vi sono spiegazioni per questi risultati. Una prima spiegazione è che l’«effetto Stroop» è dovuto ad una interferenza o ad una facilitazione nella risposta [Keele 1973]. Succederebbe questo: quando viene presentato Rosso scritto in rosso, poiché siamo molto rapidi a dare un nome a materiale scritto, abbiamo subito pronto il nome della parola e pressoché automaticamente prepariamo la risposta verbale corrispondente. Dopo un po’ di tempo riusciamo anche a trovare il nome del colore, ma avendo già pronto il programma per una risposta identica, la risposta al nome del colore viene facilitata. Viceversa, quando appare Rosso scritto in verde, la parola viene sempre letta prima e quindi sono subito disponibili il nome e il programma di risposta corrispondente; quando però, poco dopo, viene recuperato il nome del colore c’è un’interferenza fra i due programmi per la risposta verbale, entrambi disponibili, e di qui l’inibizione, il rallentamento e gli errori per produrre la risposta corretta Verde.

Ovviamente, quando occorre leggere la parola non c’è alcun problema, perché il suo nome viene recuperato sempre prima del nome del colore e quindi non ci sarà né interferenza, né facilitazione, semplicemente perché il nome del colore arriva troppo tardi, a cose fatte. In questo caso, dunque, l’«effetto Stroop» è da ascrivere alle caratteristiche del processo di formazione e di uso del codice di «nome».

Quando invece occorre non solo recuperare il nome, ma anche il significato di quel nome, come nel caso dell’esperimento di Seymour [1974], la facilitazione o l’interferenza sono dovuti al fatto che questo processo di recupero del significato non è completamente selettivo, non si dirige esclusivamente sul significato di una singola parola, ma attiva anche significati e parole strettamente associate o collegate ad essa. Se una di queste è stata presentata contemporaneamente a quella rilevante, dato che il suo recupero viene favorito da questa ultima, diviene anch’essa rapidamente disponibile, e non può essere trascurata. Quando occorre prendere una decisione a questo livello, se il significato della parola irrilevante contraddice quello della parola rilevante, vi sarà quindi un’interferenza. Mentre se le due parole concordano la decisione può venire facilitata e quindi resa più rapida. [Seymour 1977]. Quando invece la parola rilevante non ha alcuna relazione con quella irrilevante (ad esempio Sopra con Giusto), la seconda non sarà affatto recuperata assieme alla prima e la decisione non patirà in alcun modo la sua presenza, perché o viene recuperata in ritardo, o comunque il suo significato non crea alcuna ambiguità. Si può quindi affermare che in questo caso l’«effetto Stroop» è dovuto a caratteristiche del codice semantico.

Infine, quando non viene affatto richiesto un nome, né vi è necessità di scovare il significato, ma solo stabilire se una data caratteristica fisica (il colore, ad esempio) è o meno presente [Treisman e Fearnley 1969] e la risposta è manuale, non c’è alcun effetto di inibizione o di facilitazione. In altri termini, quando il compito può basarsi su informazioni in codice fisico non c’è presenza di «effetti Stroop». Solo quando è necessario produrre delle rappresentazioni interne dell’informazione in arrivo diverse (o in codice di nome o semantico) si sviluppa la possibilità di effetti di inibizione e facilitazione definibili sotto l’etichetta Stroop. La caratteristica principale e comune di queste rappresentazioni interne è che esse richiedono l’intervento delle conoscenze che noi già possediamo, richiedono quindi l’intervento della memoria. L’«effetto Stroop» fornisce quindi delle indicazioni su come vengono formate queste rappresentazioni interne in codice non fisico e sulle caratteristiche dell’informazione depositata in memoria. Lo scopo di questo capitolo è appunto una descrizione schematica dell’organizzazione e dell’uso della memoria a partire dalla suddivisione delle rappresentazioni interne derivata dall’analisi dell’«effetto Stroop». Naturalmente, dato il punto di vista assunto in questo libro, l’interesse è rivolto soprattutto ad individuare i modi di intervento e il ruolo dei meccanismi attentivi nella costruzione e nell’uso di queste rappresentazioni interne.

Le rappresentazioni interne in codice fonetico

Gli esperimenti condotti da Posner e più volte ricordati [si veda Posner 1978, per una rassegna completa] dimostrano che quando due forme sono fisicamente diverse, ma hanno lo stesso nome è possibile comunque stabilire la loro uguaglianza, ma questo richiede una quantità aggiuntiva di tempo (70-100 msec) rispetto a quando sono del tutto identiche. Se poi occorre anche decidere se due lettere sono delle consonanti oppure delle vocali il tempo di risposta si allunga ancora. Questa gerarchia temporale viene generalmente interpretata come indicativa del fatto che le tre decisioni di uguaglianza si basano su tre rappresentazioni interne diverse: in codice fisico, di nome e semantico.

Finora, si è insistito sulle caratteristiche e sui processi di formazione delle rappresentazioni in codice fisico. E si è osservato che rispetto a questo codice l’intervento della memoria, delle conoscenze che già possediamo non è particolarmente rilevante. Tanto che si è potuto procedere ad una descrizione delle rappresentazioni in codice fisico e delle operazioni che vengono svolte su di esse senza far riferimento alla memoria. Questa impostazione rappresenta ovviamente una forzatura utile dal punto di vista espositivo, ma non completamente corrispondente alla realtà, in quanto vi sono situazioni in cui la memoria interviene anche nelle operazioni sul codice fisico. E già stata introdotta una situazione di questo tipo nella discussione sull’uso delle immagini mentali, e successivamente si tornerà su una situazione simile, quando verranno presi in considerazione i processi di riconoscimento. La rappresentazione fonetica o di nome invece dipende in modo molto pesante dalle conoscenze che abbiamo depositato in memoria. Il nome di un oggetto e, al limite, di una lettera dell’ alfabeto è sicuramente qualcosa di appreso, occorre che venga recuperata dalla memoria. Questo processo di recupero è particolarmente rapido con materiale verbale, e avviene in modo indipendente dalla formazione delle rappresentazioni in codice fisico. Non è quindi necessario procedere alla codifica fisica di una lettera o di una parola prima di formare il suo codice di nome. I due processi sono paralleli e indipendenti.

Bagnara S., “L’attenzione” Il Mulino, pag. 165

Le rappresentazioni interne in codice semantico

Partiamo da una situazione sperimentale piuttosto complessa [Carr, McCanely, Sperber e Parmelee 1982], ma che può offrire numerosi spunti di discussione ed esemplificazione.

Innanzitutto, si prepara il materiale per l’esperimento. Si scrivono delle parole su dei cartoncini e si fa un disegno per ciascuna parola: ad esempio, se viene scritta la parola gatto si disegna su un altro cartoncino un gatto. Quindi si chiede ai soggetti di stabilire su una scala di valutazione se, secondo loro, due parole, o due disegni oppure un disegno e una parola sono o meno vicini per significato. Ogni parola o disegno viene valutato rispetto a tutti gli altri. Alla fine di questa fase si può dividere il materiale in due gruppi: le coppie che vengono giudicate molto vicine per significato (ad esempio, ca~~le e gatto) e quelle che vengono valutate come prive di ogni relazione semantica (ad esempio, fucile e gatto). Vengono scartati tutti i disegni e le parole che ottengono valutazioni non consistenti o comunque ricevono dei giudizi con valori intermedi.

Successivamente, si procede a stabilire per tutti i disegni e le parole prescelte il livello di soglia quando occorre dire a voce alta il loro nome. In pratica, si presenta una diapositiva con scritto o disegnato, ad esempio, un fucile, per un certo tempo, mettiamo 230 msec. E si chiede al soggetto di dire il nome di quello che vede. Quindi si riduce man mano il tempo di esposizione fino a che il soggetto non riesce nemmeno ad indovinare ciò che gli viene mostrato: sbaglia in sei prove successive a dire il nome della parola o del disegno presentato. A questo punto si è arrivati a definire il livello di sotto soglia. Quindi si aumenta il tempo di esposizione finché lo stesso soggetto riesce a dire il nome corretto più della metà delle volte e si è così sicuri che non dà una risposta a caso, anche se commette ancora molti errori. È questo il livello di soglia.

Quindi, agli stessi soggetti vengono presentate coppie di parole o di disegni o una parola ed un disegno che hanno o meno relazione di significato fra di loro in base alle valutazioni espresse nella prima fase della procedura sperimentale. I due componenti di una coppia vengono presentati in successione: il secondo dopo 100 o 300 msec dal primo. Il tempo di presentazione del primo componente può essere o molto breve (sotto soglia) o leggermente più lungo (sopra soglia) oppure abbastanza lungo, cosicché il soggetto non commette alcun errore (circa 300 msec). Il tempo di soglia varia da soggetto a soggetto, quindi anche il tempo di presentazione del primo componente delle coppie dipenderà, nelle presentazioni molto brevi, dal singolo soggetto che svolge le prove. Il secondo componente della coppia viene mostrato per un tempo piuttosto lungo: rimane a disposizione fino a che il soggetto non risponde. Il compito del soggetto è di dire il nome del secondo componente della coppia (sia esso una parola scritta o un disegno) e quindi il nome del primo componente.

Vediamo i risultati. Quando chiediamo ai soggetti di valutare se due parole sono vicine o meno per significato troviamo che intervengono alcuni fattori: l’appartenenza ad una stessa categoria (ad esempio, animale domestico per cane e gatto, e frutta per pera e mela), oppure il fatto che svolgono una identica o analoga funzione (ad esempio, sega e martello), oppure sono associati nella esperienza dei soggetti (cane e fucile). Quando due parole o due disegni sono giudicati simili per significato è sempre presente almeno uno di questi fattori. Ed è interessante osservare che il giudizio di relazione di significato è indipendente dal tipo di materiale usato, cioè gatto e cane sono valutati molto vicini per significato sia quando il soggetto legge le due parole, sia quando vede le due figure corrispondenti. ~ quindi ragionevole pensare che una valutazione del tipo richiesto ai soggetti in questo esperimento non dipende dalla maggiore o minore somiglianza «visiva» delle componenti di una coppia. Difatti, di solito non vi è relazione fra vicinanza nel significato e caratteristiche fisiche di due parole, tranne quando in esse abbiano la stessa radice, come è il caso di segno e segnale [Gleitman e Rozin 1977]. Nel caso dei disegni, due oggetti semanticamente vicini tendono ad essere anche visivamente simili, ma non è vero il contrario. La vicinanza semantica è quindi dovuta al modo in cui le conoscenze relative a ciò che vediamo o sentiamo sono organizzate in memoria.

Un secondo risultato interessante riguarda il tempo minimo necessario per raccogliere informazione sufficiente per dare una risposta verbale corretta con una probabilità superiore al caso, e cioè la soglia di «leggibilità» di un disegno o di una parola. Questa soglia varia da soggetto a soggetto, ma vi è una costante: occorre un tempo di presentazione più lungo perché una parola scritta possa venire letta rispetto a quando è necessario stabilire il nome di un oggetto disegnato. In questo esperimento, basta un’esposizione media di circa 70 msec perché si abbia una «leggibilità» sopra soglia di un disegno; con la stessa esposizione una parola è ancora sotto soglia. Occorrono altri 30 msec perché si abbia una esposizione «sopra soglia» di una parola. Nonostante ciò la risposta verbale è comunque più veloce per le parole che per i disegni [Clark e Clark 1977]. Si dimostra così che la produzione del codice di nome dipende da almeno due fattori: la quantità di tempo necessaria per raccogliere l’informazione indispensabile per contattare la corrispondente informazione in memoria e la maggiore o minore facilità per generare il codice fonetico necessario per produrre la risposta verbale. Occorre più tempo per raccogliere l’informazione necessaria quando si ha a che fare con una parola scritta piuttosto che con un disegno, entrambi corrispondenti ad uno stesso oggetto; la relazione si inverte però nel processo di generazione, dalla memoria, del codice fonetico.

Lo scopo principale dell’esperimento che si è preso come riferimento riguarda però, come si può intuire dal modo in cui è sviluppata la procedura sperimentale, la possibilità o meno che il primo componente delle coppie di parole o di disegni o di una parola e di un disegno abbia un effetto di facilitazione o di inibizione sulla risposta verbale al secondo componente. In altre parole se vi è o meno un effetto «prime» [Posner e Snyder 1973] anche quando si ha a che fare con codici diversi da quello fisico. E i risultati dimostrano che quando i due componenti di una coppia sono vicini per significato, sono in relazione semantica, occorre sempre meno tempo per produrre le risposte relative al secondo componente rispetto a quando i due componenti sono privi di relazione semantica. Questo effetto di facilitazione è presente indipendentemente dal tipo di «prime» e dal tipo di bersaglio da nominare. Però l’effetto è più pronunciato quando a beneficiarne sono i disegni piuttosto che le parole, indipendentemente dal tipo di «prime». Inoltre, per i disegni è presente un effetto di facilitazione con qualsiasi tempo di esposizione, anche quando si è a livello di sotto soglia. E l’effetto non guadagna molto allungando il tempo di esposizione. Mentre, con le parole l’effetto di facilitazione è scarso quando il «prime» viene presentato sopra soglia e continua a crescere man mano che aumenta il tempo di esposizione. Questi risultati indicano che la formazione del codice semantico richiede un tempo maggiore quando si ha a che fare con parole piuttosto che con disegni, tanto che i secondi producono un effetto di facilitazione a parole o disegni che hanno una relazione semantica con loro ben prima delle parole scritte.

Questo effetto di facilitazione non dipende però dalla identificazione del «prime». Infatti, si ha una accelerazione dei tempi di risposta sia quando i soggetti sanno dire il nome del «prime», dopo aver detto il nome del bersaglio, sia quando non lo sanno affatto ricordare. Questo risultato è apparentemente sorprendente perché dimostra un effetto di facilitazione anche quando un «prime» non viene affatto identificato [Marod 1980], non arriva quindi alla coscienza. Addirittura, quando c’è l’identificazione del «prime», il tempo di risposta sul nome del secondo componente della coppia di stimoli si allunga, soprattutto se esso è un disegno di un oggetto piuttosto che una parola. Quando il «prime» è una parola, la differenza nel tempo di risposta al bersaglio fra quando esso viene e quando non viene identificato è così piccola da far ritenere che il nome di una parola possa venire recuperato in modo quasi automatico [Carr, Davidson e Hawkins 1978]. Mentre, quando il soggetto ha a che fare con disegni l’identificazione e il mantenimento del nome del «prime» interferiscono pesantemente con la produzione della risposta verbale allo stimolo bersaglio. Ciò sta ad indicare che il recupero del nome di un disegno richiede un costo maggiore della corrispondente operazione su una parola scritta.

I risultati ottenuti da Carr e altri [1982] in questo esperimento consentono di identificare alcune caratteristiche delle rappresentazioni in codice semantico. Innanzitutto, questa rappresentazione viene costruita più o meno rapidamente in funzione del tipo di stimolo. E’, ad esempio, disponibile prima quando vengono usate delle figure piuttosto che delle parole scritte. Infatti un «prime» figura produce degli effetti di facilitazione prima di un «prime» parola su un bersaglio da nominare, sia esso una figura o una parola scritta. Occorre quindi più tempo per raccogliere l’informazione indispensabile per avere accesso alla memoria semantica, quando gli stimoli sono parole.

Un’altra caratteristica del codice semantico viene messa in evidenza dal confronto fra i risultati ottenuti con esperimenti in cui viene richiesto ai soggetti di pronunciare il nome di uno stimolo visivo, facilitato o inibito nel suo riconoscimento da una informazione precedente, e i dati osservati in compiti di categorizzazione. Un compito di categorizzazione richiede ai soggetti di stabilire se due stimoli presentati in successione appartengono o meno alla stessa categoria. Non occorre dire il nome di ciò che si vede, ma solo stabilire con un «SI» o un «NO» se quanto viene presentato può essere compreso, ad esempio, nella categoria fiori o mammiferi.

Anche in questo caso vi è un effetto di facilitazione se nella prima diapositiva appare un’informazione che è semanticamente collegata con quanto c’è nella seconda diapositiva, e viceversa, c’è una inibizione se le due diapositive presentano esemplari (nomi e figure) di due categorie diverse [Guenther, Klatzky e Putnam 1980]. Ci sono però delle variazioni importanti rispetto ai compiti in cui bisogna dire il nome dell’informazione sulla seconda diapositiva: le risposte a due figure sono sempre più veloci delle risposte a due nomi e l’e etto di facilitazione maggiore si ottiene quando sia il «prime» che il bersaglio sono parole [Smith e Magee 1980]. Esattamente le relazioni opposte a quelle osservate nell’esperimento di Carr e altri [1982].

L’apparente incongruenza fra i risultati ottenuti con i due tipi di compito in realtà conferma, da un lato, che una rappresentazione interna in codice semantico viene raggiunta prima a partire da figure che da parole, tanto che quando solo questo codice è necessario e sufficiente (non occorre recuperare il nome) per prendere una decisione le risposte a figure sono più veloci. Dall’altro lato, mette in luce come la relazione gerarchica fra codice fonetico e codice semantico può variare in funzione del materiale.

Quando si ha a che fare con figure occorre molto tempo per costruire il codice di nome e questa operazione viene con ogni probabilità mediata dal codice semantico, infatti le risposte verbali sul nome del bersaglio sono largamente influenzate da effetti di facilitazione da «prime» semantici. Quando invece si lavora con materiale scritto il codice di nome viene prodotto molto rapidamente, prima del codice semantico, cosicché nelle risposte sul nome vi sono effetti marginali di un «prime» con significato affine.

È questa differenza temporale nella disponibilità dei due codici che produce una variazione speculare negli effetti di facilitazione nei compiti di categorizzazione: in questo caso non occorre recuperare il codice di nome, ma è necessario il codice semantico. E allora le risposte a figure diventano più veloci perché questo codice viene recuperato più rapidamente, quindi anche il «prime» ha meno possibilità di azione; viceversa le risposte a parole si allungano e l’uso dell’informazione già codificata semanticamente della prima componente di una coppia produce un maggiore beneficio.

Questa variazione nella gerarchia temporale di accesso alla memoria per il recupero del codice fonetico e di quello semantico già indica che non è indispensabile passare comunque attraverso il primo per arrivare al secondo. Questa indicazione è confermata anche da altri esperimenti con compiti diversi. Posner [1970] ha dimostrato che se si chiede ai soggetti di distinguere delle lettere da dei numeri, non hanno affatto importanza le caratteristiche del codice di nome delle lettere, se ad esempio esse sono più o meno facili da nominare: il tempo di reazione non subisce alcuna variazione. Mentre quando si deve stabilire se delle lettere sono vocali oppure consonanti una decisione presa su due lettere difficili da discriminare sul livello di nome (p e b) costa più tempo della decisione corrispondente con lettere invece facili da nominare. In entrambi i casi la decisione viene presa sul codice semantico, ma nel primo caso il processo di formazione di questo codice è chiaramente indipendente dal codice di nome, mentre nel secondo caso la sua costruzione risente di una dipendenza funzionale dal codice di nome.

Anche un esperimento di Baron [19731 conferma che il codice semantico può venire costruito direttamente a partire dal codice fisico. Ai soggetti vengono presentate delle frasi del tipo walk the hall e walk the haul ed il loro compito è di stabilire se sono o meno sensate. Le due frasi quando sono pronunciate in inglese sono identiche e hanno un senso, quando però le si vede scritte la prima è sensata (Percorri la sala), mentre la seconda non lo è (Percorri la tirata): il loro codice di nome è identico, mentre sono diverse sul codice fisico. I soggetti non hanno alcuna difficoltà a stabilire che sono insensate le frasi che, scritte, sono effettivamente tali. Quando esse vengono presentate visivamente non ha nessun effetto il fatto che siano foneticamente identiche, non c’è alcun segno di interferenza nei tempi di risposta. Il significato della parola critica per il compito (hall o haul), e quindi il suo codice semantico, viene recuperato in modo assolutamente indipendente dalle caratteristiche che le stesse informazioni assumono sul codice di nome. L’accesso al codice semantico, può quindi avvenire sia a partire dal codice fisico che da quello di nome, in modo indipendente [Posner e McLeod 1982]. In generale, l’accesso più diretto, a partire dal codice visivo, all’informazione in memoria sul significato di un oggetto e sulle relazioni che esso ha con altri oggetti ed eventi è più probabile quando l’informazione in arrivo riguarda scene o figure piuttosto che materiale scritto. Mentre il recupero del nome dell’informazione in arrivo è sicuramente più rapido quando si lavora con materiale alfanumerico [La Berge e Samuels 1974], ma anche in questo caso è possibile recuperare il codice semantico senza passare per il codice di nome.

Formazione del codice semantico e processi attentivi

Fra i molti risultati interessanti ricavati dall’esperimento di Carr e altri [1982] e riportati nel precedente paragrafo ve ne sono alcuni abbastanza sorprendenti e parzialmente anti-intuitivi. Viene infatti dimostrato che c’è un effetto di facilitazione anche quando il «prime» non viene affatto identificato e che anzi l’identificazione del «prime» comporta un rallentamento delle risposte. Vediamo la prima questione, che sembra indicare che si può avere accesso all’informazione nella memoria semantica in modo del tutto automatico, tanto che anche quando il «prime» viene presentato per un tempo inferiore a quello indispensabile perché venga riconosciuto con sufficiente sicurezza vi è un effetto di facilitazione per contattare informazione ad essa affine.

Moray [1959] aveva già assunto un effetto analogo in un compito di ascolto dicotico in cui si chiede ad un soggetto di ripetere un messaggio che gli arriva ad un orecchio e di non prestare alcuna attenzione a quello che gli viene presentato all’altro orecchio. Quando nel messaggio «rifiutato» viene detto: va bene, adesso fermati, il soggetto continua tranquillamente nel suo compito, quando invece viene detto: Alberto, adesso fermati, ed il nome del soggetto è Alberto, questi si ferma di botto. In realtà non si blocca proprio sempre, ma un numero consistente di volte (circa 1/3). E questo risultato aveva fatto pensare che l’analisi dell’informazione in arrivo potesse venire .eseguita in modo automatico fino a raggiungere in alcuni casi (quando era particolarmente significativa) la memoria ed essere quindi riconosciuta.

Corteen e Wood [19721 hanno utilizzato una tecnica psicofisiologica per stabilire se dell’informazione disattesa raggiunge o meno un livello di analisi di tipo semantico. Durante la fase di preparazione vengono fatte sentire ai soggetti per un certo numero di volte una lista di dodici parole. Di queste, tre sono nomi di città che vengono associate con un shock fino a determinare una risposta del sistema nervoso autonomo, la variazione della conduttanza della pelle sul palmo della mano, che viene denominata risposta psicogalvanica (in inglese, Galvanic Skin Response o, più brevemente, G.S.R.). Successivamente, i soggetti vengono impegnati in un compito di ascolto dicotico:

debbono, come al solito, ripetere un messaggio, e trascurare l’altro messaggio, che arriva all’orecchio disatteso. L’informazione da trascurare è formata da tre nomi della lista precedentemente utilizzata, ma non associati a shock, tre nomi completamente nuovi, i tre nomi di città associati a shock, e tre nomi di città nuovi, non compresi nella lista della fase preparatoria. Durante il compito vengono misurate le variazioni di GSR dei soggetti. E si rileva che i nuovi nomi producono delle variazioni nell’8,7% dei casi in cui venivano presentati, i nomi «vecchi», compresi quindi nella lista, nel 12,3%, i nomi di città associati a shock nel 37,7% e i nomi di città nuovi e quindi non associati precedentemente a shock nel 22,8% delle volte in cui comparivano. La differenza fra risposte psicogalvaniche a nomi non di città e nomi di città, sia associati precedentemente a shock che nuovi, è significativa. Ma il risultato critico è l’effetto di generalizzazione semantica: le parole nuove producono una variazione del GSR solo se sono semanticamente collegate con quelle precedentemente associate a shock. I nuovi nomi di città determinano delle variazioni GSR più volte non solo dei nomi nuovi non di città, ma anche dei nomi «vecchi» ma non associati a shock.

Corteen e Wood concludevano in base a questi risultati che il materiale disatteso può venire analizzato fino al livello semantico. Risultati simili sono stati ottenuti anche da altri ricercatori [cfr., ad es., Dawson e Schell 1982], ma non sono stati confermati da altri [Wardlaw e Kroll 1976]. Tuttavia, i messaggi da ascoltare e ripetere ad alta voce sono di solito dei brani, in cui sono presenti delle pause e comunque richiedono maggiore o minore impegno a seconda della loro complessità e delle varie componenti del brano da ripetere (parole infrequenti, lunghe, che introducono un nuovo argomento o che terminano una frase richiedono più impegno di altre componenti) [Just, Carpenter e Wolley 1982]. È perciò possibile che l’analisi semantica del materiale da rifiutare avvenga durante queste pause che consentono degli spostamenti occasionali dell’attenzione. Dawson e Schell [1982] hanno osservato che questi spostamenti occasionali sono possibili anche durante un compito di ascolto e ripetizione di parole prive di collegamento fra di loro, e dette una di seguito all’altra con pause molto brevi. In ogni caso, quando vengono eliminate quelle prove in cui si riscontrano, attraverso degli indici indipendenti, degli spostamenti dell’attenzione sul canale da rifiutare, si osservano ancora delle variazioni di GSR a materiale semanticamente associato con parole che sono state in precedenza collegate a shock [Dawson e Schell 1982].

Tuttavia, la percentuale delle volte in cui si può dimostrare con buona sicurezza che è stata effettuata un’analisi semantica dell’informazione in arrivo, a cui non viene prestata attenzione, rimane piuttosto bassa (30% dei casi nel lavoro di Moray [1959], e 20-30% nell’esperimento di Corteen e Wood [1972]). E l’effetto è presente solo su particolari tipi di parole, il che indica che vi sono conoscenze più o meno facili da recuperare dalla memoria.

Lewis [1970] ha utilizzato un’altra procedura sperimentale per affrontare lo stesso problema. Il compito è sempre di ascoltare uno di due messaggi contemporanei, e le misure riguardano la prestazione dei soggetti nella ripetizione del messaggio a cui deve venire prestata attenzione. Il messaggio da ascoltare è composto da undici parole, prive di relazione fra di loro. Il messaggio da trascurare è formato da altrettante parole di cui una parte è priva di ogni relazione con la lista da ripetere, un’altra parte è composta da parole con lo stesso significato (sinonimi), o con significato opposto, oppure che hanno una dipendenza sequenziale (come, ad esempio, libro-copertina) con le parole a cui prestare attenzione. E viene misurato quanto tempo il soggetto fa passare fra quando viene presentata una parola all’orecchio a cui sta attento e quando inizia a dire quella parola. Il tempo di latenza è di circa 700 msec, in media, quando non vi è alcuna relazione fra la parola da ripetere e quella contemporanea da trascurare, e più lungo di circa 20 msec se la parola da trascurare è un sinonimo o ha una dipendenza sequenziale; è più corto di circa 60 msec se essa ha un significato opposto alla parola da ripetere. Non è del tutto chiaro perché alcune relazioni semantiche accelerando la risposta, mentre altre la rallentano [Underwood 1976]. E’ certo tuttavia che anche questo esperimento sembra confermare che le parole a cui non si presta attenzione possono venire analizzate fino alla estrazione del significato, dato che si osservano variazioni nei tempi di risposta sulle parole a cui si dedica invece piena attenzione proprio in funzione delle relazioni di significato che esse hanno con parole contemporanee da trascurare.

Risultati simili sono stati riportati anche in un lavoro di MacKay [19731, in cui viene di nuovo dimostrato che, a volte, l’informazione presentata nell’orecchio da trascurare può essere utilizzata dal soggetto per risolvere, in questo caso, una frase ambigua. In questo esperimento il soggetto deve ascoltare e ripetere ad alta voce delle frasi ambigue, del tipo Prendevano in giro la casta. E contemporaneamente viene presentato all’altro orecchio nobili oppure giovane. Successivamente, viene richiesto ai soggetti di stabilire se la frase che hanno pronunciato ha lo stesso significato di alcune persone prendevano in giro una classe sociale oppure di alcune persone prendevano in giro una fanciulla virtuosa. Anche se non sempre, pure accade che la parola da trascurare influenzi il modo con cui i soggetti risolvono l’ambiguità della frase ascoltata. Ancora una volta, però, l’effetto della relazione semantica con la parola disattesa risulta particolarmente ridotta. E non si è affatto sicuri che i soggetti non operino degli spostamenti molto rapidi dell’attenzione,

In realtà, MacKay non ha usato proprio questa frase. Ma nella traduzione in italiano, le frasi, in inglese, impiegate da questo autore non sono affatto ambigue, dato che la verifica che non è possibile prestare attenzione al materiale da trascurare viene solo a posteriori, chiedendo ai soggetti se ricordano o meno che cosa è stato loro presentato nell’orecchio da trascurare. Ma questa tecnica di controllo non è molto corretta perché uno spostamento rapido dell’attenzione può essere sufficiente per estrarre informazione semantica ma non per ricordarla successivamente [Mandler e Worden 1973], un fenomeno noto, per esempio, alle dattilografe esperte.

Un metodo diverso per affrontare il problema di cui si va discutendo, se, cioè, si può avere o meno accesso automatico alla informazione in memoria, è stato proposto da Neely [1977]. Questo metodo utilizza la tecnica del «prime» introdotta da Posner e Snyder [1975].

Esperimenti condotti in precedenza, ad esempio da Schvaneveldt e Meyer [1973] avevano dimostrato che in un compito di decisione lessicale, in cui occorre stabilire se un insieme di lettere (ad esempio, CARTA e CZLRT) è o meno una parola, si è molto più rapidi se la parola test è preceduta da una parola semanticamente vicina, piuttosto che da una priva di relazione. In questo caso il soggetto è però del tutto consapevole della parola «irrilevante» e l’effetto di facilitazione sulla parola semanticamente collegata potrebbe essere determinata da due processi diversi.

Un primo processo potrebbe operare automaticamente e sarebbe simile a quello proposto per dar conto dei risultati degli esperimenti precedenti. Qualsiasi sia il modo (automatico e non cosciente oppure cosciente e sotto controllo) in cui un’informazione in memoria viene contattata, vengono anche automaticamente attivate altre informazioni ad esse collegate, o, metaforicamente, vicine spazialmente, mediante un processo di «attivazione diffusa» (spreading activation) [Collins e Loftus 1975]. Un secondo processo sarebbe invece eseguito sotto controllo attentivo e costerebbe più o meno tempo in funzione della «distanza» che intercorre fra due informazioni in memoria.

Questi due processi possono anche venire concepiti come alternativi e riescono entrambi a dar conto dei risultati ottenuti negli esperimenti ripresi in questo paragrafo. Difatti, nella discussione degli effetti di facilitazione osservati in questi esperimenti si è sempre fatto riferimento a un’ipotesi di attivazione automatica da parte di una informazione concomitante, non ricordata successivamente e a cui non si presta attenzione, oppure ad un’ipotesi di spostamenti occasionali (si ricordi che spesso non si registra alcun effetto di facilitazione) dell’attenzione.

I processi automatici e i processi sotto attenzione presentano però delle caratteristiche distintive. Un processo automatico può venire facilitata da un «prime» ma senza che per questo dei processi concomitanti ne soffrano e vengano quindi inibiti [Posner e Snyder 19751. Mentre un processo sotto attenzione può sì venire facilitato, ma sempre a scapito di altri. Inoltre, un processo attentivo richiede una certa quantità di tempo (circa mezzo secondo) [McLean e Schulman 1978] per beneficiare dell’impegno profuso su di esso, mentre una facilitazione automatica si stabilisce molto in fretta.

Date queste caratteristiche differenziali fra processi automatici e processi che richiedono attenzione è possibile costruire una situazione sperimentale mediante la quale verificare quale delle due ipotesi relative ai processi che producono degli effetti di facilitazione nel recupero dalla memoria di informazione semantica è più corretta. Potrebbe anche risultare, però, che le due ipotesi non siano affatto alternative, e che invece i due processi operino in successione.

La situazione sperimentale costruita da Neely [19771 ha esattamente questo scopo e prevede l’utilizzo di un compito di decisione lessicale in cui vengono variate le relazioni semantiche fra «prime» e bersaglio, l’intervallo fra l’inizio della presentazione dell’uno e dell’altro (chiamato in inglese Stimulus Onset Asyncrony, più brevemente SOA) e il tipo di aspettativa che il soggetto impara ad associare al «prime». Il SOA è o inferiore (250, 350, 450 msèc) o superiore (550, 650, 750 msec) alla quantità di tempo necessaria perché l’attenzione possa agire in seguito a un segnale che - comanda una data aspettativa, oppure molto lungo (2000 msec), quando dovrebbe essere scomparso ogni effetto automatico di attivazione diffusa [Loftus 1973].

Il «prime» può essere neutro (XXX), una parola in relazione oppure priva di relazione con il bersaglio. In alcune prove, al soggetto viene detto che dato un «prime» deve aspettarsi dei bersagli della stessa categoria (ad esempio, se il «prime» è uccello, è molto probabile che venga presentato canarino). In altre prove, invece, l’aspettativa che un «prime» deve creare riguarda una categoria diversa (ad es., se compare uccello il soggetto deve aspettarsi una parola della categoria ambienti costruiti, come casa). Nel primo tipo di prove non occorre, quindi, spostare l’attenzione dell’area semantica attivata dal «prime» ad un’altra, mentre nelle altre prove è necessaria operare uno spostamento. Infine la parola su cui il soggetto deve prendere la decisione lessicale (il bersaglio) può appartenere alla categoria aspettata oppure no.

I risultati ottenuti possono venire illustrati utilizzando un’analisi costo-beneficio: quanto i diversi tipi di «prime» parola fanno perdere o guadagnare nei tempi di decisione lessicale rispetto al «prime» neutro (XXX) che non può produrre alcun effetto, né di facilitazione, né di inibizione. Quando l’attenzione non ha ancora avuto possibilità di intervenire (ad un SOA di 250 msec) sono presenti solo effetti di facilitazione automatica. Non si paga alcun costo, tranne nel caso in cui un bersaglio non appartenga ad un categoria diversa dal «prime» (se è della stessa categoria c’è sempre una facilitazione), ed il soggetto debba operare uno spostamento dell’attenzione. Se ne può concludere che questi effetti di facilitazione sono automatici.

Quando invece l’attenzione ha possibilità di intervenire (prendiamo per comodità la situazione a un SOA di 750 msec), si osservano in primo luogo dei guadagni rispetto alle condizioni neutre: anche quando il soggetto deve dirigere l’attenzione su una categoria diversa da quella del «prime», ma essa è comunque aspettata, si guadagna. Spariscono invece gli effetti della facilitazione automatica. Da un lato, anche se compare un bersaglio della stessa categoria del «prime», ma l’attenzione è stata diretta su un’altra categoria c’è adesso una perdita. Dall’altro lato, cominciano a venir meno anche gli effetti di facilitazione automatica quando «prime» e bersaglio sono della stessa categoria e non occorre spostare l’attenzione. Questi effetti sono presenti molto presto e si sommano ad un certo punto (intorno ai 500 msec) con gli effetti di facilitazione dell’attenzione. In secondo luogo, compaiono in modo evidente i costi, ovvero gli effetti di inibizione quando l’informazione che arriva non corrisponde a quella aspettata: l’attenzione dedicata ad una categoria inibisce le altre categorie.

Questi risultati sono quindi particolarmente chiari e dimostrano che:

1) quando un «prime» contatta l’informazione in memoria c’è un’attivazione diffusa che determina una facilitazione automatica delle decisioni che riguardano l’informazione semanticamente affine;

2) l’attenzione può intervenire in questo processo di recupero, ma richiede tempi più lunghi ed è sempre accompagnata da dei costi; se ciò che viene presentato non corrisponde all’informazione che ci si aspetta c’è inibizione;

3) gli effetti di facilitazione automatica svaniscono molto presto, prima di due secondi, e quindi l’attivazione diffusa di un’area della memoria, che si instaura automaticamente con un «prime», non dura molto: se vogliamo mantenerla occorre dedicare impegno.

Il lavoro di Neely [19771 risolve però solo parzialmente il problema di cui si sta discutendo; dimostra infatti che nella costruzione del codice semantico possono intervenire sia processi automatici che processi attentivi, e che, quindi, i risultati ottenuti negli esperimenti ricordati in precedenza possono essere spiegati ipotizzando sia che l’attenzione intervenga con spostamenti occasionali, sia che vi sia una influenza benefica dei processi automatici di attivazione diffusa. Ma non è risolutivo rispetto ad una questione cruciale: se non si sta attenti, l’informazione in arrivo viene analizzata fino al punto che viene estratto il significato o no? È vero che viene dimostrata la presenza di effetti di facilitazione anche prima che l’intervento dell’attenzione sia possibile. Ma il «prime» viene presentato per una quantità di tempo (150 msec) che ne consente un riconoscimento agevole, sopra soglia: il soggetto ne è ben cosciente e vi presta attenzione. Mentre gli esperimenti di Corteen e Wood [19721 e soprattutto di Dawson e Schell [1982] mostravano effetti di facilitazione anche quando il «prime» non viene ricordato né vi si presta attenzione.

Marcel [1980] ha affrontato proprio questo problema utilizzando, anch’egli, un compito di decisione lessicale. Ogni prova sperimentale prevede l’uso di tre parole e la decisione lessicale va presa sull’ultima parola presentata. L’elemento critico è dato però dalla parola presentata per seconda, che ha due significati, come, ad esempio, riso, che può indicare sia un cibo che l’espressione di una emozione. Si possono costruire delle diverse triplette di parole: «congruenti» (ad esempio, cibo, riso, pasto; oppure gioia, riso, pianto) 2 quando il significato attivato dalla prima parola determina quale dei due possibili va scelto per la seconda, e la terza parola ha un significato affine ai due precedenti; «incongruenti» (ad esempio, gioia, riso - pasta; oppure cibo, riso, pianto), quando il significato scelto per la seconda parola in base alla prima non ha molto a che fare con la terza; «separate» (ad esempio, gioia, matita, pianto) in cui non vi è più collegamento alcuno fra la seconda e la terza parola, ma la prima e la terza sono vicine per significato; «non associate» (ad esempio sasso, mare, pasta), in cui non vi è alcuna relazione semantica per le tre parole.

Vi sono due condizioni di presentazione. Nella prima le tre parole vengono presentate in successione, e ciascuna per un tempo abbastanza lungo, cosicché il soggetto le può vedere con tutto comodo e riconoscerle con facilità. Nella seconda condizione, c’è sempre la presentazione in successione, ma la parola critica (la seconda) viene presentata per un tempo molto breve (10 msec), sotto il livello di soglia, e viene subito seguita da un «masking», da una diapositiva in cui appaiono pezzi di lettere dell’alfabeto disposte alla rinfusa. Quando una parola viene presentata in questo modo i soggetti non la riconoscono affatto; anche se tirano ad indovinare, sbagliano pressoché sempre e, anzi, sono assolutamente convinti che non è stata presentata alcuna parola.

Vediamo i risultati prendendo come riferimento la tripletta di parole «non associate» in cui non vi può essere, e non c e, alcuna presenza di effetti di facilitazione. E partiamo dalla condizione sperimentale in cui tutte le parole vengono presentate sopra soglia. Le triplette «congruenti» dimostrano sempre un effetto di facilitazione nella decisione lessicale alla terza parola. Questo effetto è più accentuato che nelle triplette di parole «separate». Quindi, viene dimostrato che la prima parola determina quale dei due significati della seconda parola viene attivato e, insieme, contribuiscono a rendere particolarmente veloce il recupero e la decisione lessicale sulla terza parola. Se la seconda parola non c’entra per niente, permane un effetto di facilitazione, però più debole, determinato dalla affinità di significato fra la prima e la terza parola. Con triplette «incongruenti», invece non vi è alcuna facilitazione, anzi c’è una tendenza ad un effetto di inibizione [Schvaneveldt, Meyer e Becker 1976].

Nelle prove sperimentali in cui la seconda parola viene presentata sotto soglia, si trova ancora un effetto di facilitazione maggiore quando le tre parole sono «congruenti» rispetto a quando solo la prima e la terza sono semanticamente vicine, mentre la seconda è estranea. Quindi la seconda parola, anche se non riconosciuta, produce ancora un effetto di facilitazione. Ma anche quando ci si trova di fronte a triplette «incongruenti» la terza parola è comunque facilitata. Il contesto precedente (la prima parola) non determina affatto quale dei due significati della parola sotto soglia verrà attivato; vengono entrambi attivati, anche se il soggetto non ne è cosciente, ed entrambi sono capaci di facilitare la parola successiva. Viceversa, quando la seconda parola è ben riconoscibile solo uno dei due suoi significati produce un effetto di facilitazione, quello congruente con il contesto attivato dalla prima parola.

Questi risultati dimostrano, dunque, che anche una parola sotto soglia può essere analizzata fino a contattare la corrispondente informazione in memoria. Questo processo non dipende dal contesto e non è selettivo. Infatti una parola con più significati diversi attiva in qualche misura tutte le rappresentazioni interne memorizzate relative a ciascun significato, indipendentemente dalle caratteristiche dell’informazione che la precede. A loro volta queste rappresentazioni attivate possono rendere più agevole il recupero dalla memoria di informazione relativa a materiale affine presentato subito dopo. Questi processi di attivazione sono automatici e non coscienti, ma sono più o meno rapidi in funzione del materiale: delle figure producono degli effetti di facilitazione prima delle parole [Carr e altri 1982], e delle parole ad alta frequenza producono degli effetti «prime» prima di parole a bassa frequenza [Becker 1976]. L’automaticità di un processo non significa che esso non possa essere più o meno difficoltoso, come dimostrano appunto il maggiore o minore beneficio che possono trarre da una preattivazione.

Per riassumere, tutti gli esperimenti, ripresi in questo paragrafo dimostrano, più o meno chiaramente, che l’accesso alla memoria avviene mediante processi in larga parte automatici, soprattutto perché raramente compaiono effetti di inibizione. Questi effetti sono invece presenti quando, oltre a contattare la memoria, un’informazione viene anche identificata e il soggetto può lavorare su di essa, e quindi ricordarla più tardi. È questa operazione che richiede sempre attenzione: tanto che, una volta eseguita, determina la direzione delle successive identificazioni, facilitando quelle affini e inibendo quelle diverse [Marcel 1980]. Ed ha un costo: se un altro compito viene eseguito contemporaneamente si rallentano i suoi tempi di risposta [Carr e altri 1982] e vengono commessi più errori rispetto a quando viene svolta da solo. Inoltre questi effetti su un altro compito aumentano se l’identificazione è resa più difficile perché l’informazione viene presentata per un tempo troppo breve.

Si può concludere che i processi di formazione del codice semantico sono di due tipi: automatici e sotto controllo attentivo. I processi automatici si instaurano anche quando l’informazione da cui partire è estremamente povera e producono degli effetti di facilitazione molto rapidamente, ma non determinano l’inibizione di processi concomitanti. Semmai, in relazione al grado di automaticità con cui sono svolti, e al livello di familiarità del materiale su cui operano [Regan 1981], vanno a pesare sulla capacità generale disponibile [Carr e altri 1982], ma non producono interferenze specifiche. E non sono selettivi: vanno a contattare qualsiasi informazione in memoria purché collegata con l’informazione in arrivo.

I processi che richiedono attenzione necessitano invece di un’informazione più ricca (almeno a livello di soglia) per poter lavorare, sono più lenti ad entrare in azione, producono degli effetti di facilitazione, ma in ritardo e contemporaneamente determinano anche degli effetti di inibizione. Presiedono al processo di identificazione dell’informazione in arrivo [Marcel 1980], probabilmente mediante un processo di controllo interattivo fra rappresentazioni interne attivate e ciò che arriva dall’esterno [McClelland e Rumelhart 1981], che consente la verifica [Becker 1976] e l’uso cosciente di una rappresentazione interna corretta del mondo esterno in cui è presente anche il significato estratto dalla memoria: in sostanza il codice semantico.

In pratica, i processi automatici preparano il materiale per l’intervento dei meccanismi attentivi, come dimostrano gli esperimenti di Moray [1959] e di Yates e Thul [1979], che mettono in luce come un cambiamento improvviso nel significato del materiale a cui non si presta attenzione determina uno spostamento automatico dell’attenzione, che produce un rallentamento nei tempi di risposta al materiale da trattare sotto attenzione. In sostanza, i processi automatici consentono di «monitorare» tenere sotto un controllo non assiduo, che non richiede ‘prese di decisione continue e rapide, il mondo al di fuori del fuoco dell’attenzione [Ostry, Moray e Marks 1976]. Quando questo controllo mette in luce degli elementi rilevanti, anche per quello che essi significano (ed è per questo che c’è una qualche analisi semantica del materiale disatteso), c’è un richiamo dell’attenzione di tipo passivo, non controllato dal soggetto, che però va a scapito di quanto egli sta in quel momento facendo. Questo «monitoraggio» può essere reso più o meno facile, in funzione della pratica che si è sviluppata su un particolare tipo di materiale, probabilmente mediante una riduzione delle caratteristiche controllate e del numero dei controlli e può richiedere delle risorse aggiuntive in risposta a modifiche dell’informazione in arrivo. E queste richieste non possono venire ignorate dal soggetto: il richiamo dell’attenzione è automatico [Shiffrin, Dumais e Schneider 1981].

Bagnara S., “L’attenzione” Il Mulino, pag. 187

           

La memoria attiva è la parte di memoria permanente attivata

Sostanzialmente, vi è attualmente una notevole convergenza in favore di un modello che vede la memoria attiva come l’insieme di informazioni (in arrivo dall’esterno oppure attivate dalla memoria, e a vari livelli di codifica) su cui attualmente si lavora, e la memoria permanente come il patrimonio di conoscenze che comunque possediamo, ma che vengono usate sempre in modo parziale nell’attività corrente. In pratica, la memoria attiva è la parte di memoria permanente attivata, appunto, nel lavoro mentale che stiamo attualmente eseguendo [Crowder 1982].