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Ciononostante, si riteneva che due città tardo romane, Alessandria e Roma, avessero un ruolo universale nell’adorazione degli dei. Entrambe preservarono i rituali pubblici della vecchia religione quando altrove essi erano già stati abbandonati’’. Entrambe offrivano quindi alla Chiesa un’opportunità di eccezionale valore ed effetto per confutare la vecchia religione, attaccandola nei suoi centri sacri.
Alessandria
Per lo storico politeista Eunapio di Sardi, che scriveva intorno all’anno 399, Alessandria era stata "grazie al santuario di Serapide, un intero mondo sacro ". Qualche decennio avanti, scrivendo prima della distruzione del tempio, l’autore dell’Expositio totius mundi dice di Alessandria che "gli dei sono adorati con la massima assiduità; e il tempio di Serapide è lì, uno spettacolo unico al mondo. Perché in nessun luogo al mondo si può trovare un simile edificio, un tempio con una simile pianta, e una simile devozione”. E lo storico Ammiano Marcellino è soltanto leggermente meno estatico: "All’infuori del Campidoglio, con il quale la riverita Roma si eleva all’eternità, il mondo intero non possiede niente di più magnifico". Alessandria era "un intero mondo sacro" in parecchi sensi correlati: perché i pellegrini giungevano numerosi e da luoghi lontani per visitare il Serapeo; perché attraverso quel tabernacolo e attraverso l’associazione di Serapide con altri dei, quali Iside e suo figlio Arpocrate, avevano trovato la strada per entrare nel mondo esotico della religione egizia (o quella che passava per tale in ambienti non egizi); e perché Serapide e i suoi compagni erano riusciti così bene a trascendere le loro origini egizie, da divenire dei per tutta l’umanità.
Dato che Serapide era anche, almeno per le persone di cultura greca, il signore del fiume Nilo, Alessandria divenne il centro di quei riti in onore del fiume da cui dipendeva la prosperità dell’Egitto (e la sua sopravvivenza)`. Fu innanzitutto per questo che i cristiani cominciarono ad attaccarlo; Costantino sciolse il gruppo di sacerdoti responsabili del culto del Nilo, e spostò il "cubito sacro", con il quale si misurava simbolicamente l’alluvione annuale, dal Serapeo ad una chiesa’’. Ma i sacrifici al Nilo continuarono fino a quando il vescovo Teofilo distrusse il Serapeo nel 391. In riferimento a ciascuna fase di questo assalto (lo scioglimento dei sacerdoti, lo spostamento del cubito del Nilo, e la distruzione del Serapeo) le diverse fonti conservano la storia di come, subito dopo, tutti attesero ansiosamente di vedere se il Nilo si sarebbe alzato o meno finché i cristiani non furono ricompensati con una alluvione sovrabbondante, con costernazione dei politeisti. Questa storia può essere una leggenda, ma sottolinea la tangibile confutazione, che scosse il mondo, di ciò che fino ad allora era stato assiomatico: che la terra d’Egitto sarebbe stata distrutta se i vecchi dei non fossero stati più adorati, soprattutto ad Alessandria.
Roma
Malgrado il suo cosmopolitismo e l’ostilità degli egizi indigeni, Alessandria era avvolta nell’egocentrismo dell’Egitto. Solo Roma poteva aspirare ad essere una città veramente universale. Il culto di Dea/Urbs Roma potrebbe essere stato più una metafora culturale e politica che non una "esperienza religiosa", ma fu comunque coltivato con particolare zelo nel secondo, terzo e quarto secolo: "Essa è adorata col sangue alla maniera di una dea, il nome del luogo è considerato come una divinità, i templi della Città e di Venere assurgono alla stessa importanza, e l’incenso è bruciato per entrambe le dee." Così Prudenzio, non più tardi del 402-3, usava il presente storico per descrivere un passato di recente memoria.
Usando l’astuzia diplomatica o le armi, i romani avevano reso la loro città "un luogo degno di essere la dimora di ogni dio", "Roma il luogo dell’impero e degli dei". In seguito, nel Contro Simmaco, Prudenzio ha da dire:
Man mano che il suo valore conquistò città e le valse i suoi famosi trionfi, Roma acquisì infiniti dei; in mezzo alle rovine fumanti dei templi la mano destra armata del vittorioso prendeva le immagini del suo nemico e le portava in patria prigioniere, adorandole come divinità. Prese una figura dalle rovine di Corinto presso i due mari, un’altra come bottino da Atene in fiamme; la sconfitta di Cleopatra le diede alcune figure dalla testa di cane, e quando ella conquistò le sabbie di Ammone c’erano teste cornute tra i suoi trofei del deserto africano.
L’accumulo di opere d’arte sacra a Roma da parte di Augusto e dei suoi immediati successori aveva motivazioni in gran parte estetiche", ma gli dei non cessavano di essere tali nel loro nuovo ambiente. Dai tempi dei Severi in poi, quando Roina iniziò ad essere governata da imperatori che non appartenevano alla tradizionale élite occidentale, le divinita forestiere giunsero nella veste di conquistatori oltre che di prigionieri: pensiamo in particolare alla realizzazione da parte cti Caracalla del tempio di Serapide entro i confini della città. Eliogabalo riuscì soltanto ad alienarsi i romani quando impose loro il dio Sole inflessibilmente orientale della sua natale Emcsa. Ma cinquant’anni dopo Aureliano catturò Palmira (272-73), trasportò a Roma le statue del Sole per adornare il suo magnifico nuovo tempio del Sole, e seppe come non offendere il gusto romano, conservando al contempo le connessioni siriane del culto. Il concetto espresso dal pantheon di Adriano si stava consapevolmente arricchendo; e l’idea di Roma come la “communis patria" di tutta la terra, la "città comune", la “acropolis" dove si riuniscono tutti i"demi" del mondo", era sempre più collegata all’idea di Roma come "città santa”. Con Prudenrio, si poteva quindi trarre la conclusione che la capitale fosse la "unica dimora per tutte le divinità mortali", il fulcro di tutte le forze sacre all’interno dell’impero.
A questa costante affermazione, almeno in certi ambienti, del ruolo della città eterna di "tempio di tutto il mondo", possiamo collegare anche il noto eclettismo cultuale dell’aristocrazia senatoriale. Le spesso citate iscrizioni sulla tomba di uno dei maggiori politeisti senatoriali, Vettius Agorius Praetextatus (m. 384), lo proclama "augure, sacerdote di Vesta, sacerdote del Sole, quindecemviro, curiale di Ercole, consacrato a Liber e nei [misteri] eleusini, ierofante [di Ecate a Egina], neocorus [cioè, sacerdote di Serapide], consacrato del taurobolium [di Cibele], Padre dei Padri [cioè, consacrato di Mitra]"; mentre sua moglie Fabia Aconia Paulina, era "consacrata a Eleusi al dio Iacchus, a Cerere e a Cora, consacrata a Lerna al dio Liber, a Cerere e a Cora, consacrata alle dee ad Egina, consacrata al taurobolium [di Cybele] e di Iside, ierofante della dea Ecate ed consacrata alla dea greca Cerere [cioè Demetra)". Benché probabilmente le consacrazioni e i sacerdozi multipli esistessero da sempre, divennero più comuni nella tarda antichità. Ce ne sono frequenti testimonianze a Roma, dove una cerchia, di cui Pretestato e Paolina sono solo i rappresentanti più conosciuti, abbracciò consapevolmente e professò il politeismo universale, romano, greco e orientale che è completamente denigrato nel Carmen contra paganos. Ora l’imperatore era un cristiano; Graziano aveva da poco abbandonato il titolo di "Pontifex Maximus"; il culto imperiale, un tempo uno degli aspetti più diffusi e universalistici (almeno implicitamente) del politeismo, fu organizzato in modo tale che i cristiani potessero parteciparvi e persino esercitarne il sacerdozio. Date queste circostanze, qualcun altro doveva sostenere l’unità della vecchia religione.
Roma come centro sacro era destinata ad avere nuove prospettive di vita sotto la dispensa cristiana. Nel periodo in questione alcuni autori cristiani accettarono di adottare il vecchio vocabolario: Ausonio, ad esempio, è felice di chiamare Roma "prima tra le città, la patria degli dei”. Altri riconoscevano le sue caratteristiche, ma non dubitavano che quella che un tempo era stata una grande città pagana sarebbe diventata una grande città cristiana, non appena fosse stata ripulita dalle contaminazioni dell’antichità: "Roma, voi antica madre dei templi, ora consegnata a Cristo”. A causa dell’importanza di Roma, la sua purificazione doveva essere esemplare. Per questo Ambrogio insisté per far rimuovere l’altare della Vittoria, e per questo Teodosio ribadì il ruolo di Roma e di Alessandria come pietre miliari dell’ortodossia cristiana"; proprio come le chiese venivano edificate sopra i templi per cancellare il ricordo dei vecchi dei. Ora che il politeismo è stato colpito al capo, argomenta Agostino in un sermone tenuto a Cartagine nel giugno del 401, deve essere attaccato anche agli arti, le città provinciali. "Si in capite gentium res praecessit, membra non sunt secutura?” L’allusione di Agostino è vaga, ma l’evento principale tra quelli che aveva in mente doveva essere la battaglia del fiume Frigido, in cui Teodosio I eliminò Eugenio e i suoi sostenitori appartenenti all’élite politeista di Roma. Nella Città di Dio Agostino dà un resoconto di questa battaglia in cui tiene a evidenziare le invocazioni di entrambe le parti al sostegno divino: politeiste da parte dei seguaci di Eugenio, cristiane da parte di quelli di Teodosio. Altrettanto fanno altri resoconti cristiani, mentre il politeista Zosimo trascura questo aspetto, per motivi di imbarazzo piuttosto che di ignoranzaI`. Per gli autori cristiani la battaglia presso il Frigido costituiva la confutazione più convincente del politeismo romano, soprattutto perché la caduta della capitale in mano ai goti nel 410 non era di spiegazione altrettanto facile. I vecchi dei erano già stati banditi, quindi certo non potevano essere incolpati; ma la Chiesa, nonostante il fatto che si identificasse sempre più con Roma, non era ancora pronta ad accettare la piena responsabilità delle fortune di una città tanto oppressa dal proprio passato. Zosimo, comprendendo che almeno in quel caso il politeismo non aveva subito una sconfitta netta, trae dalla situazione la consolazione che può: il dilemma di papa Innocenzo, costretto a consentire le invocazioni ai vecchi Dei insistendo però che fossero tenute private; il successo di certi divinatori etruschi nel salvare la città di Narni, anche se non la stessa Roma, da Alarico".
Fowden G., “Gli effetti del monoteismo nella tarda antichità”, Jouvence, pag. 65