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L’uomo al lavoro

Da Everett Hughes Goffman ha ripreso non tanto la sua ispirazione meadiana, quanto la sua strategia di ricerca. Essa consisteva nello scegliere un tema comune all’uomo al lavoro — ad esempio i cicli di carriera, gli errori sul lavoro, il rapporto tra self e tipi di occupazione — e nell’esaminare i meccanismi sociali costruiti intorno ad esso nelle più varie professioni e occupazioni, indipendentemente dal prestigio di cui godevano o dalle caratteristiche morali che venivano loro attribuite. In questa strategia, secondo la quale, per Hughes, il sociologo può imparare qualcosa «sui medici studiando gli idraulici e sulle prostitute studiando gli psichiatri», era implicito non solo un progetto teorico, ma anche una maliziosa confusione tra alto e basso della scala sociale, una ironica negazione delle gerarchie e delle classificazioni socialmente legittimate e, in parte, una critica sociale che saranno comuni a tutta una generazione di sociologi che usciranno in quegli anni dalla scuola di Chicago. Esse si ritrovano per esempio nelle analisi della devianza svolte da coetanei di Goffman come Lemert e Becker, secondo i quali non solo tra fenomeni normali e devianti esiste una frequente sovrapposizione, ma proprio le principali istituzioni create dalla società per prevenire, reprimere e curare la devianza divengono la principale causa della devianza stessa.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. XI

Prospettiva dell’incongruità

In Goffman questo approccio, che con la felice espressione di Kenneth Burke potrebbe essere chiamato perspective by incongruity, non è applicato ad uno specifico settore di ricerca come la devianza o il lavoro, ma diviene un metodo generalizzato di guardare alla realtà sociale. Isolando un modello o un termine dal contesto in cui è abitualmente impiegato e applicandolo ad un altro, esso rende problematiche le nostre categorie culturali e, come ogni metafora, fa apparire l’oggetto esaminato in una luce nuova e inattesa.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. XII

Divinità prodotto di rituali il culto dell’individuo in Durkeim

Ma, a differenza di Warner, Goffman non era interessato al problema dell’integrazione istituzionale, né ai rapporti simbolici tra le varie classi. La sua intuizione fondamentale è consistita invece nell’elaborare a livello microsociologico due cruciali affermazioni di Durkheim: la prima è che la divinità è il prodotto di rituali collettivi; la seconda è che, nella società moderna, l’oggetto della vita religiosa è rappresentato dal «culto dell’individuo», dal riconoscimento del suo specifico self Tutta la sociologia di Goffman può essere considerata una riflessione su questi due punti. Essa è un minuzioso tentativo di individuare i rituali che nella società contemporanea affermano la sacralità dell’individuo, di indagare la natura cerimoniale dell’identità, di esaminare i meccanismi mediante i quali questo equilibrio rituale viene ristabilito quando è stato turbato. Beninteso Goffman non si riferisce più ai grandi rituali pubblici, ai quali pensava ancora Durkheim, ma prende in considerazione quei piccoli riti apparentemente banali che costellano l’interazione faccia a faccia nella vita quotidiana, quei «gesti che talvolta consideriamo insignificanti, ma che, di fatto, sono forse i più significativi». Goffman affronta questo tema nei suoi due primi saggi importanti, Face-Work (1955) e The Nature of Deference and Demeanor (1956), pubblicati quasi contemporaneamente alla prima edizione della Presentation of Self. Vai la pena di citare la conclusione del secondo per la chiarezza inconsueta con cui Goffman illustra il proprio programma teorico:

Le regole di condotta che vincolano attore e destinano sono le regole della società. Tuttavia molti atti che sono guidati da queste regole hanno luogo raramente... Le occasioni per affermare l’ordine morale e la società potrebbero quindi essere assai rare. E qui che intervengono le regole cerimoniali per svolgere la loro funzione sociale; infatti molti atti che sono guidati da queste regole durano un attimo, non implicano nessun costo sostanziale e possono essere compiuti in ogni occasione sociale. Qualunque attività, anche la più profanamente strumentale, può offrire molte opportunità per cerimonie minori se sono presenti altre persone... Mediante questi riti, guidati da obblighi e aspettative cerimoniali, la società viene investita da un costante flusso di indulgenze; e gli altri co-presenti rammentano costantemente all’individuo che egli deve comportarsi come una persona capace di tenere un buon contegno, affermando così la sacralità di questi altri. I gesti che consideriamo talvolta privi di significato sono forse di fatto i più significativi.

È quindi importante constatare come il sé sia parte di un oggetto cerimoniale, qualcosa di sacro che deve esser trattato con la dovuta attenzione rituale e che, a sua volta, deve esser presentato agli altri nella sua giusta luce...

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. XV

L’identità prodotta localmente

Si noti come questa prospettiva di analisi differisca nettamente da quella dell’interazionismo simbolico. Riprendendo l’intuizione durkeiniana che la divinità è il prodotto di rituali collettivi e applicandola al self, Goffman non afferma semplicemente, come fanno gli interazionisti, che l’identità è fortemente influenzata dai rapporti sociali con gli «altri significativi». Sostiene qualcosa di molto più radicale: il self è creato mediante il rituale virtualmente dal niente. I rituali dell’interazione non delimitano un’arena in cui identità pre-esistenti giostrano tra loro cercando di definire se stesse e la situazione, ma sono piuttosto gli strumenti con cui queste identità sono costruite localmente. In breve, l’identità non è qualcosa di stabile e duraturo nel tempo (sia pure sottoposto a sviluppo), ma un effetto strutturale prodotto e riprodotto discontinuamente nei vari balletti rituali della vita quotidiana. Come si esprime Goffman:

“ il sé... non è qualcosa di organico che abbia una sua collocazione specifica, il cui principale destino sia quello di nascere, maturare e morire; è piuttosto un effetto drammaturgico che emerge da una scena che viene rappresentata.”

La logica conseguenza di questa posizione teorica è la sua marcata componente antipsicologica. Se per Durkheim prima viene la società e poi l’individuo, se il self non è inerente alla persona, ma emerge da una situazione sociale, è inutile cercarlo all’interno della persona stessa: «è meglio cominciare a lavorare dall’esterno dell’individuo verso l’interno, che viceversa». Il caso più appariscente di questo approccio metodologico è costituito dall’interpretazione di Goffman del comportamento dei ricoverati nei manicomi in termini non delle loro presunte deficienze psichiche, ma di ribalta e di retroscena; ma ancora più sottili sono le sue analisi dell’imbarazzo, dell’autoinganno, dell’alienazione dall’interazione, dell’insincerità , cioè di fenomeni abitualmente considerati esclusivamente in chiave Psicologica.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. XVI

Comico

Ma, differenziandosi su questo punto da Durkheim, Goffman sottolinea anche che, proprio per la sua natura arbitraria, un senso condiviso della realtà sociale può facilmente divenire fragile: essere rozzo o sciatto, parlare o muoversi in modo sbagliato, significa essere un pericoloso gigante, un distruttore di mondi. E, come dovrebbe sapere ogni psicotico e ogni comico, qualsiasi mossa studiatamente impropria può lacerare il velo sottile della realtà immediata.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. XXI

Le maschere

Le maschere sono espressioni fermate nel tempo e mirabili echi del sentimento: fedeli, discrete e meravigliose al tempo stesso. Le cose viventi al contatto dell’aria devono acquistare una pellicola, e nessuno se la prende con le pellicole se non hanno un’anima. Ci sono invece dei filosofi che se la prendono con le immagini perché non sono cose e con le parole perché non sono sentimenti. Le parole e le immagini sono come conchiglie che sono parte integrale della natura non meno delle sostanze che racchiudono, ma che colpiscono di più l’occhio e sono più facili da osservare. Non penso che la sostanza esista in funzione delle apparenze, né i volti in funzione delle maschere o le passioni in funzione della poesia e della virtù. In natura niente è creato in funzione di qualcos’altro: tutti questi aspetti e questi risultati sono ugualmente coinvolti nel cerchio dell’esistenza...

George Santayana, Soliloquies in England and Later Solito quies,

New York, Scribner’s, 1922, pp. 131-32.

Mostrarsi è dare informazioni su di se a due livelli

Quando un individuo viene a trovarsi alla presenza di altre persone, queste, in genere, cercano di avere informazioni sui suo conto o di servirsi di quanto già sanno di lui. È probabile che il loro interesse verta sul suo status socio-economico, sulla concezione che egli ha di sé, sul suo atteggiamento nei loro confronti, sulle sue capacità, sulla sua serietà, ecc. Per quanto possa sembrare che alcune di queste informazioni siano cercate come fine a se stesse, generalmente, alla loro base, stanno motivi molto pratici. Le notizie riguardanti l’individuo aiutano a definire una situazione, permettendo agli altri di sapere in anticipo che cosa egli si aspetti da loro e che cosa essi, a loro volta, possono aspettarsi da lui: tali informazioni indicheranno come meglio agire per ottenere una sua determinata reazione.

I presenti possono ricavare informazioni da diverse fonti e molti indicatori (o “strumenti segnici”) sono disponibili a questo scopo. Se non conoscono affatto l’individuo, gli osservatori possono raccogliere indizi dalla sua condotta e dalla sua apparenza, cosi da potersi servire di precedenti esperienze fatte con persone abbastanza simili all’individuo presente, o, cosa più importante, applicare ad esso stereotipi non controllati in precedenza. Da esperienze anteriori si può anche desumere che in un certo ambito sociale ci si può aspettare di trovare solo un determinato tipo di individuo. Si può fare affidamento su quanto l’individuo dice di sé, o sulla documentazione che egli offre in merito alla sua identità. Se gli osservatori conoscono l’individuo o ne sanno qualcosa in base a esperienze precedenti all’interazione in esame, essi possono agire nel presupposto che le sue caratteristiche psicologiche abbiano un carattere di generalità e continuità e possano quindi essere utilizzate per prevedere il suo comportamento.

Tuttavia, durante il periodo in cui l’individuo è alla presenza diretta di altre persone, si verificano pochi avvenimenti tali da procurare agli astanti quelle informazioni decisive che sono loro necessarie per determinare a ragion veduta le loro azioni.

L’espressività dell’individuo (e perciò la sua capacità fare impressione su terzi) sembra basarsi su due tipi di attività semantica radicalmente diversi: l’espressione assunta intenzionalmente e quella “lasciata trasparire”. La prima comporta quei simboli verbali, o quei loro sostituti, che l’individuo usa deliberatamente e soltanto per comunicare le informazioni che egli stesso e gli altri convengono di attribuire a tali simboli: questa è comunicazione nel senso tradizionale e ristretto del termine. La seconda comprende una vasta gamma di azioni che gli osservatori possono considerare come sintomatiche dell’attore: si dà per scontato, infatti, che l’azione sia rappresentata per un motivo diverso da quello di trasmettere quella determinata informazione.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 12

Prendendo in esame la comunicazione, sia nel significato più ampio sia in quello più ristretto del termine, si vedrà che, quando l’individuo si trova alla presenza diretta di altri, la sua attività ha il carattere di una promessa. Gli osservatori si accorgeranno di dover accettare l’individuo sulla fiducia, facendogli credito, mentre è in loro presenza, per qualcosa il cui vero valore sarà accertabile soltanto dopo che egli se ne sarà andato. (Naturalmente gli osservatori devono agire sulla base di deduzioni del genere anche nei loro contatti con la realtà fisica, ma è soltanto nel mondo dell’interazione sociale che l’oggetto della deduzione è in grado di facilitare o ostacolare deliberatamente il processo deduttivo).

Come nota William I. Thomas:

“è inoltre della massima importanza renderci conto del fatto che in pratica conduciamo la nostra vita, prendiamo le nostre decisioni o raggiungiamo i nostri fini non sulla base di statistiche o considerazioni scientifiche. Viviamo basandoci su deduzioni. Mettiamo, ad esempio, che io sia vostro ospite; voi non potete sapere, né affermare su basi scientifiche che io non vi ruberò del denaro o delle posate; tuttavia si deduce che non lo farò, e di conseguenza mi accetterete come vostro ospite.”

Lasciamo ora da parte gli osservatori, e consideriamo l’individuo che si presenta alla loro attenzione: egli potrà desiderare la loro stima, o potrà voler far credere di averne nei loro riguardi; potrà sinceramente desiderare che essi avvertano i suoi sentimenti nei loro confronti, o addirittura potrà non volere che riportino un’impressione definita su di lui. Può darsi che l’individuo desideri assicurarsi quel tanto di armonia che renda possibile l’interazione, o può invece darsi che voglia imbrogliarli, allontanarli, confonderli, ingannarli, opporsi ad essi o insultarli. A parte l’obiettivo specifico che l’individuo si propone e i motivi che lo spingono ad agire, sarà suo interesse controllare la condotta altrui, e in particolare il trattamento che gli verrà usato. Questo controllo è soprattutto ottenuto agendo sulla definizione della situazione formulata dagli altri: l’individuo può raggiungere questo fine esprimendosi in modo tale da dar loro quel tipo di impressione che li indurrà ad agire volontariamente secondo la sua volontà.

Si lascia una doppia impressione

Ho già indicato che, quando un individuo compare di fronte ad altri, le sue azioni influenzano la definizione che questi danno della situazione. A volte l’individuo agirà in modo del tutto calcolato, esprimendosi in una determinata maniera solo per dare agli altri il tipo d’impressione che ha probabilità di Sollecitare in loro la particolare reazione che egli ha interesse di ottenere. Altre volte egli agirà per calcolo, pur non essendone che relativamente consapevole, altre volte ancora si esprimerà intenzionalmente e coscientemente in un determinato modo soprattutto perché la tradizione del suo gruppo, o il suo status sociale lo richiedono, e non per ottenere una particolare reazione (a parte una vaga accettazione o approvazione). Infine, altre volte ancora, le tradizioni implicite nel ruolo dell’individuo lo porteranno a dare un’impressione ben precisa, malgrado egli non cerchi, consciamente o inconsciamente, di creare tale impressione. Gli altri, a loro volta, possono essere adeguatamente impressionati dai tentativi fatti dall’individuo per comunicare loro qualcosa, o possono non comprendere la situazione ed arrivare a conclusioni diverse da quelle volute dall’individuo o non giustificate dai fatti. Ad ogni modo, fintanto che gli altri agiscono “come sè” l’individuo avesse trasmesso una particolare impressione, possiamo adottare una prospettiva funzionale o pragmatica e dire che l’individuo ha “realmente e efficacemente” proiettato una data definizione della situazione.

C’è un aspetto della reazione altrui che richiede qui un particolare commento. Gli osservatori, sapendo che l’individuo tende a presentarsi sotto una luce favorevole, possono dividere la scena a cui assistono in due parti:

l’una, che l’individuo può facilmente controllare a piacere e che riguarda in massima parte le sue affermazioni verbali; l’altra che sembra sfuggire al controllo o non rivestire alcun interesse per l’individuo e che consiste in massima parte nelle espressioni che “lascia trasparire”. Gli altri possono allora servirsi di quelli che vengono considerati gli aspetti non controllabili del suo comportamento espressivo come mezzo per verificare la verità di quanto è trasmesso dagli aspetti controllabili. Con ciò viene dimostrata la fondamentale asimmetria del processo di comunicazione, poiché, presumibilmente, l’individuo è consapevole di un solo livello della sua comunicazione, mentre gli osservatori sono consapevoli di questo livello e di un altro.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 17

Controllo incrociato

Poiché è probabile che gli altri valutino gli aspetti più controllabili del comportamento sulla base di quelli meno controllabili, non è da escludere che l’individuo a volte tenti di sfruttare egli stesso questa possibilità manipolando l’impressione creata per mezzo del comportamento che viene generalmente considerato fonte di informazioni attendibili.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 18

Questo tipo di controllo sulla recitazione dell’attore restaura la simmetria del processo di comunicazione e prepara lo scenario per una specie di gioco delle informazioni: un ciclo potenzialmente infinito di dissimulazioni, scoperte, false rivelazioni e riscoperte. Si deve aggiungere che, poiché in genere gli osservatori tendono a fidarsi dell’aspetto presumibilmente incontrollato della condotta dell’individuo, egli può avvantaggiarsi di molto esercitando un controllo su di esso. Gli osservatori possono però accorgersi che l’individuo sta contraffacendo gli aspetti presumibilmente spontanei del suo comportamento, e cercheranno allora nella contraffazione stessa quelle sfumature della condotta che l’individuo non è riuscito a controllare. Ciò fornisce di nuovo uno strumento di controllo sul comportamento dell’individuo, in questo caso sul comportamento che si presume non controllato, e l’asimmetria del processo di comunicazione è perciò ristabilita.

Qui vorrei anche aggiungere che l’arte di smascherare un individuo che finge di non fingere, sembra più sviluppata della nostra capacità di fingere. Perciò, a prescindere dal punto di sviluppo a cui il gioco delle informazioni è giunto, è probabile che l’osservatore sia avvantaggiato nei confronti dell’attore, ed è anche probabile che si perpetui l’iniziale asimmetria del processo di comunicazione.

Una volta ammesso che l’individuo proietta una definizione della situazione quando si trova in presenza di terzi, dobbiamo anche considerare che gli altri, per quanto il loro ruolo possa sembrare passivo, proiettano anche essi una definizione della situazione in virtù della loro reazione all’individuo e in virtù della linea d’azione, qualunque essa sia, che essi adottano nei suoi confronti.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 19

I partecipanti definiscono la situazione

Inoltre bisogna notare che in genere esiste una specie di divisione del lavoro in fatto di definizioni. Ad ogni partecipante è permesso di istruire delle regole, o almeno di tentare di farlo, su argomenti che sono vitali per lui, ma non di immediata importanza per gli altri, e cioè le razionalizzazioni e giustificazioni con le quali risponde della sua passata attività. In cambio di questo privilegio egli tace oppure non s’impegna nei confronti difatti importanti per gli altri, ma non d’immediato rilievo per quanto io riguarda: si raggiunge così nell’interazione una specie di modus vivendi. Assieme, i partecipanti contribuiscono ad un’unica e generale definizione della situazione che implica non tanto un vero accordo circa ciò che è, quanto piuttosto un’effettiva intesa circa le pretese e gli argomenti che verranno presi in considerazione in un determinato momento. Esisterà anche un accordo effettivo sull’opportunità di evitare un conflitto aperto fra definizioni contrastanti della situazione. Indicherò d’ora innanzi questo tipo di accordo con il termine di “consenso operativo”. Resta inteso che il consenso operativo raggiunto in un determinato ambito interazionistico sarà, nel suo contenuto, completamente diverso dal consenso che si stabilisce in un ambito diverso. Ad esempio, due amici che fanno colazione assieme mantengono un atteggiamento di reciproco affetto, rispetto e interesse. D’altra parte, lo specialista, nell’esercizio della sua professione, offre spesso un’immagine di partecipazione disinteressata ai problemi del cliente; questi, a sua volta, reagisce con una dimostrazione di rispetto per la competenza e la capacità dello specialista. Trascurando queste differenze di contenuto, tuttavia, la forma generale di queste combinazioni operative è la stessa.

Possiamo renderci conto dell’importanza cruciale delle informazioni possedute inizialmente o acquisite dall’individuo in merito ai propri compagni, osservando la tendenza dimostrata da ogni partecipante ad accettare le dichiarazioni definitorie fatte dagli altri presenti. È infatti sulla base di queste prime informazioni che l’individuo comincia a definire la situazione e a impostare una linea di reazione. La situazione inizialmente proiettata dall’individuo vincola questo nei confronti di ciò che egli si propone di essere e richiede da parte sua l’abbandono di ogni pretesa di essere diverso. Con lo snodarsi dell’interazione fra i partecipanti, avranno certo luogo aggiunte e modifiche a questo iniziale bagaglio d’informazioni,ma è essenziale che gli sviluppi successivi non contraddicano le posizioni inizialmente prese dai diversi partecipanti, anzi derivino da queste. Sembra che un individuo sia più libero di scegliere il tipo di trattamento che egli intende chiedere ed offrire agli altri presenti al principio di un incontro, che non di cambiario, una volta che l’interazione sia in atto.

Naturalmente nella vita quotidiana esiste la comune convinzione che le prime impressioni sono quelle che più contano. Perciò un buon adattamento al lavoro da parte di quanti sono impiegati in attività di servizio spesso si impernierà sulla capacità di prendere e mantenere nelle proprie mani l’iniziativa del rapporto, capacità che richiede una sottile aggressività da parte del commesso, quando questi appartenga a uno status socio-economico inferiore a quello del cliente. W. E. Whyte porta come esempio la cameriera di un ristorante:

Il primo punto di rilievo, è che la cameriera, che resiste alla pressione, non soltanto reagisce ai propri clienti, ma agisce con una certa destrezza nel controllare il loro comportamento. La prima domanda che dobbiamo fare osservando il rapporto con il cliente è la seguente: “Chi è che fa la prima mossa? La cameriera o il cliente?”. La cameriera capace conosce l’importanza cruciale di questo problema...

La cameriera capace affronta il cliente con disinvoltura e senza esitazione. Per esempio, le può capitare che un nuovo cliente, sedutosi prima che lei abbia avuto il tempo di togliere i piatti sporchi e cambiare la tovaglia, si appoggi al tavolo studiando il menu. Essa lo saluta con un: “Posso cambiare il coperto, per piacere?” e, senza aspettare la risposta, gli toglie il menu di mano così che egli si scosti dal tavolo e lei possa svolgere il suo lavoro. Il rapporto è controllato con cortesia ma con fermezza e non è mai in dubbio chi lo dirige.

Quando l’interazione a cui hanno dato luogo le “prime impressioni” è soltanto la prima di una più ampia serie di interazioni tra medesimi partecipanti, diciamo che “si parte con il piede giusto”, e sappiamo che questo fatto è della massima importanza. Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 22

Il tatto

Non si può valutare l’importanza delle alterazioni delle definizioni della situazione dalla frequenza con cui queste avvengono; infatti, esse capiterebbero più spesso se non si prendessero continuamente delle precauzioni. Vediamo infatti che, per evitare queste situazioni, si fa continuo ricorso ad azioni preventive, e che azioni correttive sono costantemente usate per compensare il discreditò che non è stato possibile evitare. Quando un individuo si serve di queste tattiche e strategie per proteggere la propria definizione della situazione, possiamo parlare di “tecniche di difesa”; quando un partecipante se ne serve per salvare la definizione della situazione proiettata da un altro, parliamo di “tecniche protettive” o di “tatto”. Le azioni difensive e protettive, nel loro complesso, comprendono quelle tecniche che l’individuo, trovandosi in presenza di altri, adopera per salvaguardare le impressioni da lui incoraggiate negli altri. Bisogna poi aggiungere che, benché siamo pronti ad ammettere che in mancanza di misure difensive non sopravviverebbe alcuna delle impressioni suscitate, siamo forse meno disposti a concedere che poche impressioni potrebbero sopravvivere se quanti le ricevono non si sforzassero ad usare tatto nel riceverle.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 23

CINICI e persone

Ho citato due casi estremi: una persona può esser convinta delle proprie azioni o può essere cinica. Questi estremi sono qualche cosa di più che non i due estremi di un continuum. Ognuno fornisce all’attore una posizione che ha garanzie e difese proprie, e perciò coloro che si sono avvicinati a uno di essi, tendono ad adeguarvisi completamente. Partendo da una mancanza di fiducia nel proprio ruolo, l’individuo può seguire la tendenza naturale descritta da Park:

“Probabilmente non è un caso che la parola “persona”, nel suo significato originale, volesse dire maschera. Questo implica il riconoscimento del fatto che ognuno sempre e dappertutto, più o meno coscientemente, impersona una parte... È in questi ruoli che ci conosciamo gli uni gli altri; è in questi ruoli che conosciamo noi stessi.

In un certo senso, e in quanto questa maschera rappresenta il concetto che ci siamo fatti di noi stessi — il ruolo di cui cerchiamo di essere all’altezza —, questa maschera rappresenta il nostro vero “io”, l’io che vorremmo essere. Alla fine la concezione del nostro ruolo diventa una seconda natura e parte integrante della nostra personalità. Entriamo nel mondo come individui, acquistiamo un carattere e diventiamo persone.”-

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 31

A questo proposito si possono citare esempi tratti dallo studio su Shetland Isle.

Negli ultimi quattro o cinque anni, l’albergo dell’isola è stato gestito da una coppia di coniugi del luogo di origine contadina, che ne erano anche i proprietari. Fin dall’inizio essi furono obbligati a mettere da parte le loro convinzioni sul modo di vivere, attrezzando invece l’albergo di servizi e attrattive tipici della classe media. Ultimamente, però, sembra che i gestori siano diventati meno cinici in merito alla loro messa in scena: loro stessi si stanno imborghesendo e sempre più innamorando dell’identità che i clienti attribuiscono loro. Un ulteriore esempio lo si può trovare nel caso della recluta che inizialmente segue la disciplina militare per evitare punizioni fisiche e infine si adegua ai regolamenti così da non screditare l’organizzazione cui appartiene e ottenere il rispetto dei propri commilitoni.

Come già accennato, il ciclo che va dalla mancanza all’acquisto di fiducia nella propria parte può essere percorso in senso inverso, iniziando dalla convinzione, o da un’incerta aspirazione, e sconfinando poi nel cinismo.

Pur aspettandoci di trovare un naturale movimento pendolare fra cinismo e sincerità, tuttavia non dobbiamo escludere quella specie di punto di transizione che può essere mantenuto in forza di una certa dose di auto-illusione. Vediamo infatti che l’individuo può tentare d’indurre il proprio pubblico a giudicarlo in una data maniera, perseguendo questo giudizio come fine ultimo, ma tuttavia senza essere completamente convinto di meritare il giudizio che sta chiedendo, o dubitando della validità dell’interpretazione della realtà offerta agli astanti. Un’altra commistione di cinismo e sincerità viene suggerita dalle affermazioni di Kroeber sullo sciamanesimo:

Inoltre, c’è la vecchia questione dell’inganno. Probabilmente la maggior parte degli sciamani o degli stregoni, in tutto il mondo, si aiuta con giuochi di prestigio nelle cure e soprattutto nell’esibizione del proprio potere. Questi giuochi sono talvolta intenzionali; in molti casi, tuttavia, la consapevolezza noti va oltre la precoscienza. L’atteggiamento — sia che vi sia stata repressione o meno — sembra essere quello che si nutre verso una pia impostura. Gli etnografi che hanno compiuto ricerche nel campo sembrano quasi sempre convinti del fatto che persino gli stregoni che sanno di compiere frodi, tuttavia credono anche nel proprio potere, e soprattutto in quello degli altri stregoni che essi consultano quando loro o i loro figli sono malati.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 33

Espressione o azione – i portavoce

Il problema di valorizzare la propria attività è più complesso di quanto non sia il far soltanto figurare costi che non appaiono. Il lavoro che deve essere svolto da coloro che detengono certi status è spesso tanto poco adatto all’espressione del significato desiderato, che il detentore, se vuole valorizzare il carattere del proprio ruolo, deve dedicare buona parte delle proprie energie solo a questo fine. Quest’attività rivolta a scopi di comunicazione richiederà spesso attributi diversi da quelli che si vuole valorizzare. Così, per arredare una casa che appaia semplice e di buon gusto, il proprietario dovrà frequentare vendite all’asta, mercanteggiare con antiquari e setacciare ostinatamente tutti i negozi del luogo per trovare carta da parati e tappezzerie adatte. Analogamente, per una conversazione radiofonica che risulti veramente improvvisata, spontanea e rilassata, l’oratore dovrà comporre il suo testo con la massima cura ed attenzione, soppesando ogni frase per adeguare il contenuto, il linguaggio, il ritmo e la frequenza a quelli del parlare quotidiano. Così anche una modella di “Vogue”, con il suo modo di vestire, l’atteggiamento e l’espressione del volto, è capace di esprimere un colto interessamento per il libro con cui sta posando, ma quanti si danno la pena di esprimersi in modo così appropriato, hanno poi molto poco tempo da dedicare alla lettura. Come dice Sartre: “L’allievo attento che vuoi essere attento, l’occhio fisso sui maestro, le orecchie bene aperte in ascolto, si esaurisce a tal punto rappresentando la parte dell’attento, che finisce per non ascoltare nulla”. Ed è così che spesso gli individui finiscono per trovarsi di fronte al dilemma: espressione o azione. Coloro che hanno il tempo e le capacità per svolgere bene un compito, proprio per questo possono non aver il tempo e la capacità di render visibile il fatto che lo stanno facendo. t da osservare che alcune organizzazioni risolvono questo dilemma delegando ufficialmente la funzione drammaturgica ad uno specialista che si occuperà soltanto di esprimere il significato di un dato compito, senza perder tempo a doverlo effettivamente svolgere.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 45

Il nobile sa di essere osservato

Quali sono le azioni prescritte al giovane nobiluomo per mantenere la dignità del suo rango e per rendersi degno di quella superiorità nei confronti dei suoi concittadini alla quale i suoi antenati erano stati innalzati per virtù? Si tratta forse di conoscenza, industriosità, pazienza, abnegazione o virtù? Poiché tutte le sue mosse e parole sono seguite con attenzione, egli si abitua a controllare in ogni circostanza il suo comportamento quotidiano e cerca di eseguire tutti i più piccoli incarichi con la massima compitezza. Essèndo consapevole di quanto sia osservato e di quanto l’umanità sia disposta a favorire tutti i suoi desideri, egli agisce nelle più diverse circostanze con quella libertà e superiorità che un tale pensiero naturalmente ispira. Il suo aspetto, le sue maniere, il suo comportamento, tutto contribuisce a sottolineare quell’elegante e piacevole senso della propria superiorità, che quanti sono di condizioni sociali inferiori possono difficilmente raggiungere. Queste sono le arti con le quali si propone di render l’umanità più facilmente sottomettibile alla propria autorità e di padroneggiare le sue tendenze a proprio piacimento: in ciò egli è raramente deluso. Queste arti, unite al rango e alla posizione sociale, sono — in condizioni ordinarie — sufficienti per governare il mondo.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 46

Idealizzazione

A mo’ d’esempio possiamo citare l’opinione di Cooley:

“Se non tentassimo mai di mostrarci un poco migliori di quello che effettivamente siamo, come potremmo migliorar-. ci o svilupparci interiormente traendo spunti dal mondo esterno? Ed è lo stesso impulso di mostrare al mondo un -aspetto migliore e più idealizzato di noi stessi che trova poi espressione organizzata nelle varie classi e professioni, ciascuna delle quali ha in certo modo, un gergo ed un atteggiamento che ognuno dei suoi membri assume perlopiù inconsciamente, ma che ha lo stesso effetto di un complotto per far leva sulla credulità altrui. Esiste un linguaggio non soltanto della teologia e della filantropia, ma anche della giurisprudenza, della medicina, dell’insegnamento e perfino della scienza — forse, in questo momento in particolare della scienza, poiché tanto più uno specifico merito è riconosciuto ed ammirato, tanto più è probabile che venga accettato “al buio” dal profano.”

Fingersi ricchi o stupidi

È certo che i proprietari terrieri di livello medio e le loro famiglie conducevano in genere una vita ben più frugale di quella che mostravano quando avevano ospiti. In questi casi, infatti, si mettevano all’altezza delle grandi occasioni, servendo pietanze che ricordavano i banchetti della nobiltà medievale; ma, fra un ricevimento e l’altro essi, come i loro antenati, stavano “a porte chiuse” — come si era soliti dire —, conducevano cioè una vita assai modesta. Il segreto era ben custodito. Anche Edward Burt, con tutta la sua conoscenza sugli higbtanders, ebbe gran difficoltà a descrivere i loro pasti quotidiani. Tutto ciò che poté affermare con sicurezza fu che ogni volta che essi ospitavano un inglese gli davano fin troppo da mangiare, e aggiungeva: “è stato spesso detto che essi preferirebbero ridurre alla miseria i loro affittuari piuttosto che darci un’impressione modesta delle loro case. Comunque ho sentito dire da molte persone che hanno lavorato presso di loro.., che, benché il pranzo fosse servito da cinque, o sei servitori, spesso il pasto si limitava a farina d’avena cucinata in vari modi, aringa affumicata o altri simili cibi economici e modesti”

Le studentesse universitarie americane avevano l’abitudine, e certamente l’hanno tuttora, di sminuire la propria intelligenza, capacità e forza di carattere quando erano alla presenza di giovanotti “papabili”, dimostrando con ciò una forte disciplina psichica, nonostante la loro internazionale reputazione di volubilità. Si dice che esse permettano ai propri corteggiatori di spiegare tediosamente cose loro già note; che nascondano ai loro compagni meno capaci la propria abilità in matematica; e che si lascino battere a ping-pong proprio alla fine della partita. Inoltre, come racconta un’intervistata, una delle tecniche più raffinate è quella di scrivere talvolta in modo errato le parole lunghe. Il mio ragazzo sembra proprio divertircisi e mi risponde: “Tesoro, non sai proprio scrivere!”

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 51

Rigattiere

Un ulteriore esempio può esser ricavate da un recente studio sui rigattieri, nel quale vengono forniti dati sul genere d’impressione che essi ritengono di dover dare:

“Il robivecchio ambulante ha tutto l’interesse ad essere in condizione di nascondere al grosso pubblico il valore reale della sua merce. Egli vuole mantenere il mito che la “roba vecchia” non ha alcun valore e che gli individui che la raccolgono sono dei disgraziati di cui bisogna aver compassione.”

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 52

Consumo nascosto

È stato scritto che un comportamento analogo, che potremmo chiamare di “consumo nascosto”, si può riscontrare fra gli indù.

Trovandosi in pubblico si uniformano a tutte le loro usanze, ma non sono altrettanto scrupolosi in privato.

Sono stato informato da fonti attendibili che certi bramini sono andati segretamente, a piccoli gruppi, in case di Sudra di cui si potevano fidare, per consumare senza scrupoli carne e liquori.

Il consumo segreto di bevande inebrianti è ancor più comune di quello di cibi proibiti, poiché è più facile nasconderle. Tuttavia è impensabile incontrare in pubblico un bramino ubriaco.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 54

4 oggetti da occultamento

Ecco alcune altre cose che costituiscono oggetto di occultamento.

1

In primo luogo, oltre ai piaceri segreti ed alle economie, l’attore può esser impegnato in una attività lucrativa che resta nascosta al suo pubblico e che è incompatibile con l’impressione che spera di dare della sua attività. Il caso tipico e quasi umoristicamente evidente è quello del negozio di tabaccaio che funziona anche da botteghino per le scommesse sulle corse di cavalli; ma qualcosa dello spirito di queste istituzioni si può trovare anche in altri posti.

2

Un sorprendente numero di lavoratori sembra giustificare a se stesso il proprio lavoro con gli utensili che riesce a rubare o le derrate alimentari che può rivendere, oppure con i viaggi che può fare a spese della ditta, il materiale pubblicitario che può distribuire, o anche con i contatti che riesce ad allacciare e sfruttare vantaggiosamente. In tutti questi casi, posto di lavoro ed attività ufficiale diventano una specie di guscio che nasconde la vera attività dell’attore.

In secondo luogo vediamo che sbagli ed errori spesso vengono corretti prima che abbia luogo la rappresentazione, mentre i segni che potrebbero svelare gli errori che sono stati fatti e poi corretti, vengono essi stessi occultati: in tal modo vien mantenuta quell’impressione d’infallibilità che è così importante in tante rappresentazioni. ~ famoso il detto che i medici seppelliscono i propri errori. Un altro esempio è offerto da un recente saggio sull’interazione sociale in tre uffici governativi, il quale mette in luce come i funzionari non gradiscano dettare i loro rapporti a una stenografa, in quanto preferiscono poter riguardare le loro relazioni e correggerne gli errori prima che la stenografa e naturalmente i superiori abbiano modo di vederle.

3

In terzo luogo, in quelle interazioni in cui un individuo presenta un prodotto ad altri, egli avrà la tendenza a presentare soltanto l’opera finita, e il pubblico sarà indotto a giudicare il presentatore sulla base di qualcosa di completo, rifinito e ben presentato. In alcuni casi, si cercherà di nascondere il fatto che l’oggetto è costato pochissimo lavoro; in altri, resteranno nascoste le lunghe e tediose ore di lavoro solitario che sono state necessarie. A mo’ di esempio possiamo paragonare con profitto lo stile disinvolto e sereno proprio di certi saggi eruditi con le ore di lavoro febbrile che l’autore ha magari impiegato per completare tempestivamente l’indice, o con i bisticci avuti con l’editore per fargli aumentare la dimensione dell’iniziale del cognome sulla copertina del libro.

4

Una quarta dissonanza fra le apparenze e la realtà globale è la seguente: molte rappresentazioni non potrebbero aver luogo se prima non fossero stati eseguiti dei lavori fisicamente poco puliti, semi-illegali, crudeli e in qualche modo degradanti; eppure questi aspetti imbarazzanti vengono espressi raramente durante una rappresentazione. Come dice Hughes, cerchiamo di nascondere al nostro pubblico ogni traccia di “lavoro “ sporco”, sia che lo facciamo personalmente sia che lo affidiamo a un domestico, all’impersonalità del mercato, a uno specialista autorizzato oppure a uno illegittimo.

Strettamente collegata al concetto di “lavoro a sporco” e anche una quinta incongruenza fra apparenza ed attività reale. Se l’attività di un individuo deve incarnare con successo standard ideali diversi, è probabile che alcuni di questi vengano sostenuti in pubblico, grazie al sacrificio compiuto in privato di alcuni degli altri. Spesso, naturalmente, l’attore sacrificherà quegli standard la cui violazione può essere occultabile, allo scopo di mantenere quelli il cui mancato rispetto risulterebbe subito evidente. Così, in periodi di razionamento, se un ristorante, una pizzicheria o una macelleria devono continuare a far sfoggio della loro usuale varietà di prodotti per mantenere la stima dei clienti, il ricorrere di nascosto al “mercato nero” potrà costituire una soluzione. Analogamente, se un’attività viene giudicata sulla base della rapidità e qualità del servizio, è probabile che per prima cosa verrà a mancare quest‘ultima, poiché una qualità scadente può esser occultata, ma non cosi un servizio troppo lento. Allo stesso modo, se i sorveglianti di una clinica per malattie mentali devono mantenere l’ordine senza picchiare i degenti — ed è difficile rispettare questa combinazione di norme — può darsi che il paziente turbolento venga «imbavagliato» con un asciugamano bagnato e ridotto all’impotenza in maniera da non lasciare tracce visibili di maltrattamenti. Si può simulare l’assenza di maltrattamenti, ma non la disciplina:

Le istruzioni, i regolamenti e gli ordini che vengono in genere rispettati, sono quelli per cui è facile rilevare se sono stati osservati o meno, come ad esempio, le regole che si riferiscono alla pulizia del reparto, al chiudere a chiave le porte, all’uso di bevande alcoliche durante il servizio, all’uso di mezzi di coercizione, ecc...

Sarebbe un errore mostrarsi troppo cinici a questo proposito. Spesso vediamo che per poter realizzare i fini principali di un’organizzazione, è necessario trascurare momentaneamente altri ideali, pur mantenendo l’impressione che essi sono pur sempre rispettati. In questi casi il sacrificio di altre norme non vieti fatto per permettere l’affermazione degli ideali più facilmente controllabili, ma di quelli legittimamente più importanti.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 57

Farmacisti

Così, uno studente scrive che i farmacisti ritengono il periodo di quattro anni di università, richiesto per ottenere la licenza, “positivo” per la professione, ma alcuni ammettono che tre mesi di istruzione sarebbero più che sufficienti”. Si può aggiungere che, durante la seconda guerra mondiale, l’esercito americano considerava tranquillamente solo da un punto di vista strumentale professioni come quella di farmacista e di orologiaio, addestrando efficienti professionisti in un periodo di cinque o sei settimane con grande scandalo dei membri ufficiali di queste professioni.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 58

Segregazione del pubblico

Innanzitutto gli individui spesso incoraggiano l’impressione che la routine che stanno rappresentando al momento sia l’unica da essi rappresentata o almeno la più importante. Come già detto, il pubblico a sua volta spesso ritiene che il personaggio che viene loro mostrato esaurisca tutto ciò che esiste dell’individuo che lo sta impersonando. Com’è detto nel ben noto passo di William James:

in pratica possiamo dire che egli ha tanti diversi “io sociali” quanti sono i gruppi di persone della cui opinione egli si preoccupa. Generalmente egli mostra un diverso aspetto di sé ad ognuno di questi gruppi diversi. Molti giovani che sono abbastanza riservati davanti a genitori o insegnanti, bestemmiano come turchi e fanno i duri con gli amici. Non ci mostriamo ai nostri figli come agli amici del circolo, ai nostri clienti come ai nostri dipendenti, ai nostri padroni e datori di lavoro come agli amici intimi”.

Quale effetto e al tempo stesso causa principale di questo genere d’impegno nei confronti della parte rappresentata in un determinato momento, vediamo che si verifica una “segregazione del pubblico”. Per mezzo di questa l’individuo si assicura che coloro davanti ai quali egli rappresenta una delle sue parti, non saranno gli stessi davanti ai quali egli rappresenterà un’altra parte in un ambito diverso. Tratteremo in altra sede della segregazione del pubblico come accorgimento per proteggere le impressioni desiderate. Solamente, vorrei far notare sin d’ora che anche se gli attori tentassero di distruggere questa segregazione e l’inganno che ne deriva, spesso il pubblico impedirebbe loro di farlo. Il pubblico infatti si accorge che c’è gran risparmio di tempo ed energia emotiva nel trattare l’attore per quello che appare, come se, cioè, l’attore fosse solamente e veramente ciò che l’uniforme del momento lo fa sembrare.

La vita urbana diventerebbe insopportabile per molti se ogni contatto fra due esseri comportasse un dover condividere fatiche, preoccupazioni e segreti. Così se un uomo vuoi consumare un pasto tranquillo può preferire di esser servito da una cameriera anziché dalla moglie.

In secondo luogo, gli attori tendono a comunicare l’impressione che la rappresentazione in corso della loro routine ed il loro rapporto con l’attuale pubblico hanno qualcosa di unico e speciale. Il carattere abitudinario della rappresentazione viene sminuito (l’attore stesso è spesso inconsapevole di quanto sia in realtà frutto di abitudine la sua azione), mentre vengono accentuati gli aspetti spontanei della situazione. Il caso del medico ci offre un esempio ovvio. Come è stato scritto:

egli deve far finta di ricordarsi tutto. Il paziente, cosciente dell’importanza unica dei fatti che si svolgono dentro di lui, ricorda ogni cosa e nella gioia di raccontare al medico si abbandona a una “rievocazione completa”. il paziente

non può capacitarsi che anche il medico non ricordi ed il suo amor proprio vien profondamente ferito se questi gli fa capire che egli non ha perfettamente in mente che tipo di pastiglie ha prescritto durante la visita precedente, quante bisognava prenderne ed a che ora.

Analogamente, come riferisce un recente studio su alcuni medici di Chicago, un medico generico presenta uno specialista ad un paziente come il migliore nel suo campo, mentre in effetti lo specialista può esser stato scelto in parte per legami professionali, o per un accordo sulla divisione dell’onorario, o per qualche altro quid pro quo ben definito fra i due medici.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 62

Gesti involontari mostrano la diversità

Il punto cruciale non consiste tanto nel fatto che la fugace definizione della situazione causata da un gesto involontario sia di per sé riprovevole, quanto piuttosto nel fatto che essa è diversa da quella ufficialmente proiettata. Questa differenza causa una notevole ed imbarazzante discrepanza fra la realtà e la sua proiezione ufficiale, poiché è caratteristica essenziale di quest’ultima il fatto di esser l’unica possibile nella circostanza specifica. Forse, allora, non dovremmo analizzare le rappresentazioni in termini di standard meccanici, quasi che questi permettano ad un largo margine di compensare una piccola perdita, o ad un grande peso di bilanciarne uno più piccolo. Un’immagine artistica sarebbe più appropriata, poiché ci prepara al fatto che una sola nota stonata può distruggere l’armonia di tutta una rappresentazione.

Nella nostra società certi gesti involontari avvengono in una così vasta varietà di rappresentazioni e comunicano impressioni generalmente tanto incompatibili con quelle presentate che questi avvenimenti inopportuni hanno acquistato uno status simbolico collettivo: possiamo citarne approssimativamente tre gruppi. Anzitutto un attore può accidentalmente comunicare incapacità, scorrettezza, o insolenza perdendo momentaneamente il controllo dei propri muscoli. Può inciampare, ruzzolare, cascare; ruttare, sbadigliare, fare una “papera”, grattarsi o aver flatulenze; può anche accidentalmente urtare contro un altro partecipante. In secondo luogo, l’attore può agire in modo da dare l’impressione di essere troppo o troppo poco interessato all’interazione, balbettando, dimenticando la sua parte, apparendo nervoso, colpevole o imbarazzato, abbandonandosi a risate fuori luogo, a rabbia o ad altre esibizioni che momentaneamente gl’impediscono l’interazione, facendolo sembrare troppo o troppo poco coinvolto ed interessato. Infine, l’attore può metter in scena rappresentazioni che risentono di una regia inadeguata. L’ambientazione può esser disordinata, o può esser stata preparata per una rappresentazione diversa, o può alterarsi durante l’azione; fatti imprevisti possono far calcolare male la sincronia dei tempi in cui l’attore deve arrivare o partire, o causare pause imbarazzanti durante l’interazione.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 65

Lettere ufficiali

Un’attenzione ancor più scrupolosa [di quella accordata alle dichiarazioni] viene data alla stesura delle lettere ufficiali: infatti un’affermazione inesatta o una frase infelice nel testo di una lettera dal contenuto del tutto innocuo e irrilevante, possono metter l’intero ministero a soqquadro se capitano sotto gli occhi di uno di quei tanti per cui il più trascurabile errore commesso in un ministero costituisce un prelibato bocconcino da buttare in pasto al pubblico. Tre o quattro anni di questa disciplina durante il periodo ancora formativo, fra i ventiquattro e i ventotto anni, plasmano per sempre la mente ed il carattere, creando una propensione per i fatti precisi e le deduzioni esatte e una diffidenza assoluta per le vaghe generalizzazioni.

Malgrado la nostra propensione a renderci conto dei requisiti espressivi di queste varie specie di situazioni, abbiamo la tendenza a considerarle come casi particolari:

siamo, cioè, inclini ad ignorare il fatto che nella nostra stessa società molte rappresentazioni profane della vita di ogni giorno devono esser sottoposte ad un controllo rigoroso di conformità, convenienza, correttezza e decoro. Forse quest’ignoranza è dovuta in parte al fatto che come attori siamo spesso più consapevoli dei criteri che avremmo potuto, ma non abbiamo applicato alla nostra attività, che non di quelli che abbiamo usato senza rendercene conto. Ad ogni modo, come studiosi dobbiamo esser pronti ad esaminare la stonatura creata dalla scorretta pronuncia di una parola o da una sottoveste che spunta dalla sottana, e capire perché un idraulico miope, per difendere l’immagine di forza o rudezza — di rigore nella sua professione — senta la necessità di nascondere rapidamente in tasca gli occhiali quando l’avvicinarsi della padrona di casa trasforma il suo lavoro in una rappresentazione; o perché un tecnico della televisione, seguendo le istruzioni di un esperto di relazioni pubbliche, riponga con i propri attrezzi, anche quelle viti che non ha rimesso nell’apparecchio, così che le parti che non ha saputo accomodare non facciano una cattiva impressione.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 66

Una rappresentazione perfettamente omogenea

In altre parole, dobbiamo esser disposti a rilevare che l’impressione della realtà suscitata da una rappresentazione è qualcosa di fragile e delicato che può esser incrinato dalla minima trascuratezza.

La coerenza espressiva richiesta nelle rappresentazioni indica una netta dissonanza fra il nostro fin troppo umano «io” ed un “io” socializzato. Come esseri umani siamo principalmente creature dagli impulsi variabili, con umori ed energie che cambiano da un momento all’altro: come personaggi davanti ad un pubblico, tuttavia, non possiamo permetterci alti e bassi. Per dirla con Durkheim, le forme superiori della nostra attività sociale “non sono al seguito del corpo come le nostre sensazioni e i nostri stati cinestetici”. Si pretende una certa burocratizzazione dello spirito per garantirsi una rappresentazione perfettamente omogenea ogni qualvolta questa viene richiesta. Come indica Santayana, il processo di socializzazione ha una funzione non solo di trasfigurazione ma anche di fissaggio:

Ma sia che assumiamo un’espressione gioiosa o una triste, nel farla nostra e nel sottolinearla diamo la definizione del nostro umore dominante. Quindi, fintanto che restiamo sotto l’influenza di questa nostra consapevolezza, non soltanto viviamo ma recitiamo: creiamo e rappresentiamo il personaggio che ci siamo scelti, indossiamo i calzari della riflessione, difendiamo ed idealizziamo le nostre passioni, ci incoraggiamo con eloquenza ad esser ciò che siamo, affezionati, sprezzanti, indifferenti o severi; recitiamo soliloqui (davanti ad un pubblico immaginario) e ci avvolgiamo con grazia nel manto del nostro inalienabile personaggio. Così drappeggiati chiediamo l’applauso e ci aspettiamo di morire in un rispettoso silenzio. Ci ripromettiamo di vivere secondo i nobili sentimenti che abbiamo espresso, così come cerchiamo di credere nella religione che professiamo. Maggiori sono le difficoltà e più grande è il nostro zelo.

Dietro i principi da noi professati ed il nostro linguaggio impegnato dobbiamo nascondere con cura tutte le dissonanze dei nostri umori o comportamenti, e ciò senza ipocrisia, poiché il nostro carattere “riflesso” è la parte più genuina di noi stessi, più di quanto non lo sia il flusso dei nostri sogni involontari. Il quadro che dipingiamo in questo modo e mostriamo come nostro vero ritratto può ben essere solenne come vuole la tradizione, con colonne, tendaggi, paesaggi lontani e dita sollevate ad indicare mappamondi o il teschio di Yorick, ma se questo stile ci è naturale e la nostra arte è sincera, quanto più trasfigurerà il suo originale, tanto più sarà veramente e profondamente artistico. L’austero torso di una scultura arcaica, un blocco a malapena umano, esprimerci un’anima assai meglio dell’aria addormentata di un individuo che si è appena svegliato o delle sue occasionali smorfie. Chiunque sia sicuro delle proprie idee, fiero del proprio lavoro o sollecito del proprio dovere, assume una maschera tragica: la reputa essere il suo io e le affida quasi tutta la sua vanità. Pur essendo ancor vivo e quindi sottoposto. come tutto ciò che esiste, al flusso insidioso della sua stessa sostanza, egli ha cristallizzato la sua anima in un’idea e, con più orgoglio che rimpianto, ha immolato la propria vita sull’altare delle Muse. La coscienza di sé, come qualsiasi arte o scienza, trasforma la sua materia in un nuovo mezzo di comunicazione — quello delle idee — nel quale perde le dimensioni ed il posto precedenti. Le nostre abitudini animali sono trasformate dalla coscienza in lealtà e doveri, e diventiamo “persone” o maschere.

Attraverso la disciplina sociale, quindi, la maschera delle buone maniere può esser regolata dal “di dentro”. Ma, come dice Simone de Beauvoir, veniamo aiutati a mantenere quest’atteggiamento da “gangli” fissati direttamente sul nostro corpo, alcuni nascosti, altri visibili:

Anche se ogni donna si veste secondo la sua condizione, c’è sempre un gioco in questo. L’artifizio, come l’arte, appartiene al regno dell’immaginario. Non soltanto guaina, reggipetto, tinture, trucco trasformano corpo e viso; ma la donna meno sofisticata dal momento in cui è “abbigliata”non si offre più alla percezione: è come il quadro, la statua, come l’attore sulla scena, un mezzo attraverso il quale è proposto un oggetto assente che è il suo personaggio, ma che essa non è. ~ questa confusione con un oggetto irreale, necessario, perfetto come un eroe di romanzo, come una pittura o un busto, che la appaga; si sforza di alienarsi in lui e di apparire anche a se stessa pietrificata, giustificata.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 69

 

Personalità fittizie

Inoltre, mentre possiamo considerare con un atteggiamento di particolare severità quegli attori che, come i veri e propri imbroglioni, falsano coscientemente tutto quello che riguarda la loro vita privata, il nostro atteggiamento può essere di compassione verso coloro che cercano di nascondere qualcosa che può essere considerato come una grave menomazione, il fatto, cioè, di essere, per esempio, ex-carcerati, epilettici o di razza mista, anziché ammettere la loro colpa compiendo il lodevole tentativo di sminuirla. Facciamo anche distinzione fra il recitare la parte di un individuo ben determinato, cosa che generalmente consideriamo proprio imperdonabile, e il recitare invece quella di membro di una categoria, cosa che consideriamo meno grave. Così pure, giudichiamo in modo diverso coloro che danno luogo a rappresentazioni fuorvianti di se stessi allo scopo di difendere quelle che considerano le giuste pretese di una collettività, coloro che lo fanno casualmente o per divertimento, coloro che lo fanno al fine di guadagnarci psicologica-mente o materialmente, qualcosa.

Infine, poiché sotto certi aspetti il concetto di status non è ben definito, così per certi versi anche il concetto di assunzione di una personalità fittizia non è ben chiaro. Ad esempio, esistono molti status per appartenere ai quali, ovviamente, non è necessaria una ratificazione formale. La pretesa di essere un laureato in giurisprudenza può esser verificata su basi empiriche, ma la pretesa di essere un

amico, un sincero credente, un musicofilo può essere convalidata o misconosciuta solo in modo relativo. Dove i criteri di competenza non sono oggettivi, e dove professionisti veri e propri non sono organizzati collettivamente per proteggere il loro ordine, un individuo può atteggiarsi ad esperto ed esserne punito da niente di più che sarcasmo.

Tutte queste fonti di confusione sono esemplificate in modo molto istruttivo dai vari atteggiamenti che abbiamo nei confronti dell’età e dello status sessuale. ~ una colpa per un giovane quindicenne fingere di aver diciotto anni per guidare l’automobile o bere all’osteria ~, ma ci sono molti contesti sociali entro i quali sarebbe inappropriato per una donna il non fingersi più giovane e più sessualmente attraente di quanto non sia in effetti. Quando diciamo che una donna non è veramente così ben fatta come sembra, o che la stessa donna non è veramente un medico come sembrerebbe, adoperiamo il termine “veramente” con accezioni diverse. Inoltre, modificazioni della propria facciata che vengono considerate rappresentazioni fuorvianti un anno, qualche anno più tardi possono esser considerate soltanto decorative, e differenze del genere esistono anche contemporaneamente fra i vari sottogruppi della nostra società. Ad esempio, ultimamente è diventata cosa accettata tingersi i capelli per nascondere quelli grigi, per quanto esistano ancora settori della popolazione che lo considerano una sconvenienza. Viene ammesso che gli immigrati imitino i nativi americani nel modo di vestire e di comportarsi, ma è ancora incerto se sia ammesso

l’americanizzare il proprio nome o il proprio naso

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 73

Allusioni e bugie

Tuttavia sono molte le “bugie a buon fine” dette da medici, ospiti potenziali ed altri, presumibilmente allo scopo di proteggere i sentimenti del pubblico a cui stanno mentendo, eppure questo genere di inesattezze non è considerato disonorevole. (Le menzogne di questo tipo, al fine di proteggere il prossimo anziché di difendere se stessi, verranno prese in esame in seguito). Inoltre nella vita quotidiana, in genere, l’attore riesce a creare intenzionalmente quasi ogni tipo di falsa impressione senza doversi porre nella insostenibile situazione di aver detto una menzogna sfacciata. Tecniche di comunicazione quali l’allusione, l’ambiguità strategica, l’omissione di fatti importanti permettono all’impostore di approfittare delle bugie senza averne detta tecnicamente alcuna. I mezzi di comunicazione di massa hanno una loro versione di questo fatto e dimostrano che, con abili inquadrature e montaggi, quello che è solo un modesto plauso di simpatia nei confronti di una certa personalità, può essere trasformato in scrosciante ovazione.

È stato dato riconoscimento ufficiale alle sfumature che corrono fra verità e menzogne ed alle imbarazzanti difficoltà causate da questo continuum. Organizzazioni come le agenzie di compra-vendita hanno elaborato un codice ‘che esplicitamente specifica fino a che punto si possano dare impressioni incerte con affermazioni troppo o troppo poco enfatiche e con omissioni ~. Gli impiegati statali in Gran Bretagna sembra che si regolino all’incirca allo stesso modo:

La regola in materia [circa quelle “affermazioni che sono dirette al pubblico o che probabilmente diventeranno pubbliche”] è semplice. Non si deve dir niente che non sia vero, ma è altrettanto inutile ed a volte perfino indesiderabile, anche nell’interesse pubblico, dire tutto ciò che è vero: i fatti possono esser presentati in qualsiasi modo convenga. È straordinario ciò che entro questi limiti può fare una persona che sappia scrivere. Si può affermare cinica-mente, ma con una certa dose di verità, che la risposta perfetta a una interrogazione parlamentare è quella breve, che sembra rispondere completamente alla domanda, che può esser dimostrata precisa in ogni suo termine qualora sta fatta oggetto di critiche, che non si presta a strascichi imbarazzanti, ma che in realtà non rivela proprio niente.

La legge annulla molte convenzioni sociali sostituendole con le proprie norme. Nella legge americana i concetti di atto volontario, colpa e responsabilità sono ben distinti: una rappresentazione fuorviante è considerata un atto intenzionale che può aver origine da parole o da fatti, da affermazioni ambigue o da affermazioni vere alla lettera ma atte a fuorviare, da omissioni o condotte tali da impedire di venire a conoscere la verità. La colpa commessa mediante omissione può essere variabile, a seconda del caso; ed esiste un criterio per la pubblicità e un altro per i consulenti professionali. Inoltre la legge tende a sostenere che una rappresentazione, sia pure fatta in buona fede, può ugualmente costituire una negligenza per mancato accertamento dei fatti, o per il modo in cui è stata espressa, o per la mancanza della capacità e competenza richieste da una particolare occupazione e professione.

Il fatto che il querelato fosse disinteressato, che fosse animato dai migliori motivi e che pensasse di star facendo una cortesia al querelante, non lo assolverà dalla sua responsabilità se la sua intenzione è effettivamente stata quella di ingannare.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 75

Siamo tutti potenziali attori

Realtà e artificio.

Nella cultura anglo-americana sembrano esistere due modelli di buon senso, in base ai quali possiamo formare i nostri concetti del comportamento: la rappresentazione vera, sincera e onesta, e quella falsa, accuratamente messa in scena, sia che la si debba prendere alla leggera — come nel caso di attori teatrali — o seriamente — come nel caso di imbroglioni. Abbiamo la tendenza a considerare le rappresentazioni vere come qualcosa di nient’affatto artificiale, un prodotto non intenzionale dell’individuo che reagisce automaticamente alla situazione di fatto. D’altra parte consideriamo le rappresentazioni artefatte come qualcosa di faticosamente messo assieme, una finzione dopo l’altra, poiché non esiste una realtà rispetto alla quale i diversi elementi del comportamento sono una reazione diretta. Sarà ora necessario vedere come queste concezioni dicotomiche costituiscano. l’ideologia dell’uomo onesto, procurando forza allo spettacolo inscenato, ma peraltro offrendo una pessima base per l’analisi.

In primo luogo va detto che ci sono molti individui che credono sinceramente che la definizione della situazione che essi abitualmente proiettano sia la vera realtà. In questo studio non intendo pormi il problema di quale sia il loro numero, ma piuttosto accertare che rapporto strutturale vi sia tra la loro sincerità e le rappresentazioni che essi offrono. Una rappresentazione riesce nella misura in cui i testimoni possono credere che gli attori siano sinceri. Questa è la collocazione strutturale della sincerità nel dramma degli avvenimenti. Gli attori possono essere sinceri — o insinceri, ma schiettamente convinti della loro sincerità — ma questo genere di attaccamento alla propria parte non è necessario per la persuasività della rappresentazione. Non ci sono molti cuochi francesi che siano veramente spie russe e forse non ci sono neppure molte donne che recitino la parte di moglie con un uomo e quella di amante con un altro; tuttavia queste doppiezze si verificano, e spesso durano a lungo e con successo. Ciò dimostra che, pur essendo in genere le persone quello che appaiono, niente vieta che tali sembianze siano artificiali. Esiste quindi un rapporto statistico fra apparenza e realtà, non uno intrinseco e necessario. Anzi, dati i pericoli imprevisti che incombono su di una rappresentazione, e data la necessità (di cui si parlerà in seguito) di mantenere rapporti di solidarietà con i propri colleghi attori ed una certa distanza dai testimoni, vediamo che una rigida incapacità a disfarsi della propria visione della realtà può a volte compromettere la rappresentazione. Certe rappresentazioni sono risolte brillantemente con la più totale disonestà, altre con la più completa onestà; ma per le rappresentazioni in genere, non è essenziale nessuno di questi estremi, nè essi sono forse consigliabili da un punto di vista drammaturgico.

Vogliamo quindi in questa sede sottolineare che una rappresentazione onesta, sincera e seria è meno strettamente connessa con il mondo della realtà di quanto non si potrebbe credere a prima vista. Questa affermazione trova conferma se consideriamo nuovamente la distanza che intercorre generalmente fra le rappresentazioni completamente oneste e quelle del tutto inventate. A questo proposito si pensi, ad esempio, al rimarchevole fenomeno della recitazione teatrale. Ci vogliono, una grande abilità, un lungo addestramento e doti psicologiche particolari per diventare un buon attore di teatro. Ma questo fatto non deve nasconderci un altro, e cioè che quasi tutti possono imparare rapidamente quel tanto di copione che basta a dare a un pubblico ben disposto un senso di realtà a quanto gli viene allestito davanti. E questo sembra avvenire perché il comune rapporto sociale è di per sé organizzato come una scena, con scambio di azioni teatralmente gonfiate, contro-azioni e battute finali. I copioni possono diventare vivi anche in mano ad attori inesperti, poiché la vita stessa è una recita. Naturalmente non tutto il mondo è un palcoscenico, ma non è facile specificare esattamente i motivi per cui non lo è.

L’uso recente dello “psicodramma” come tecnica terapeutica chiarisce un altro punto a questo riguardo. In queste scene allestite ai fini psichiatrici, i pazienti non soltanto recitano le loro parti con una certa suggestività, ma non si servono di alcun copione per farlo. Essi si valgono del proprio passato in una forma che permetta loro di inscenare un riepilogo. Sembra che una volta rappresentata onestamente e sinceramente una parte, l’attore possa in seguito riuscire a ripeterla; inoltre pare che egli si possa avvalere anche di parti che persone per lui importanti hanno impersonato in passato, permettendogli di trasformarsi dalla persona che era, in quelle persone che altri erano per lui.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 84

Recitiamo meglio di quanto pensiamo

Quando un individuo assume una nuova posizione nella società e gli vien data una nuova parte da recitare, è probabile che non riceva chiare indicazioni sul come comportarsi, né i fatti della nuova situazione saranno fin dagli inizi così pressanti da determinare automaticamente la sua condotta. In genere, gli vengono dati solo pochi accenni, indicazioni e ordini di scena, e si presume che egli possegga già nel suo repertorio un gran numero di pezzi e ritagli di rappresentazioni che saranno richiesti nel nuovo copione. L’individuo avrà già una discreta idea di che cosa siano la modestia, la deferenza, l’indignazione giustificata e potrà cavarsela recitando questi brani quando sarà necessario.

Ma, come nel caso di attori meno legittimi, l’incapacità di un comune individuo di dire in anticipo quali siano i movimenti degli occhi e del corpo adatti alla parte non significa che egli non sappia esprimersi per mezzo di questi accorgimenti in una maniera drammatica e precostituita del suo repertorio. Insomma, tutti recitiamo meglio di quanto pensiamo di farlo.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 85

Sfacciatamente disponibile

Ugualmente, ad una festa, una ragazza che si dimostri sfacciatamente «disponibile», può essere evitata dalle altre ragazze presenti, ma per certi aspetti essa fa parte della loro équipe e come tale può mettere in pericolo la definizione che esse stanno collettivamente difendendo, e cioè che le ragazze costituiscono un ambito premio sessuale.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 102

Kafka

“Josef K.?” disse l’ispettore forse soltanto per richiamare su di sé lo sguardo distratto di K.

“Gli avvenimenti di stamane l’avranno certamente molto sorpresa”, disse l’ispettore e con le mani rimosse il paio di oggetti che stavano sul comodino, la candela con la scatola di fiammiferi, un libro e il cuscinetto degli spilli, quasi fossero oggetti che gli servivano nell’interrogatorio.

“Certo”, disse K. e dentro di sé si compiacque di trovarsi alla fine davanti a un uomo ragionevole con cui parlare di questo affare: “Certo, sono sorpreso, ma non troppo”.

“Non troppo?” chiese l’ispettore e rimise la candela nel mezzo del tavolino raggruppandovi attorno gli altri oggetti.

“Forse lei mi fraintende”, si affrettò ad osservare K. “Volevo dire”, e K. s’interruppe cercando con gli occhi una seggiola: “Posso sedermi?

“Non si usa”, rispose l’ispettore.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag.

Regole per i luoghi: chiesa, negozi

Siamo abituati a ritenere che le regole di decoro che prevalgono nei luoghi sacri, come ad esempio nelle chiese, siano molto diverse da quelle che prevalgono sul lavoro. Ciononostante non si deve pensare che le norme che vigono nei luoghi sacri siano più numerose o più rigide di quelle che troviamo sui luoghi di lavoro. In chiesa, infatti, è ammesso che una donna stia seduta, sogni ad occhi aperti e magari dormicchi, ma una commessa di un negozio di abbigliamento deve stare in piedi, all’erta, evitare di masticare chewing-gum, sorridere, anche se non sta parlando con nessuno, e indossare abiti che può a malapena permettersi.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 130

Lavoro da fare sotto gli occhi del capo

Durante il primo giorno di lavoro nel reparto, gli altri inservienti dissero esplicitamente al ricercatore di non “farsi pescare” mentre picchiava un malato, di mostrarsi indaffarato quando la capireparto faceva il suo giro, e di non parlarle se lei per prima non gli avesse rivolto la parola. Era evidente che alcuni inservienti stavano di guardia in attesa dell’avvicinarsi della caporeparto per poter avvisare i loro compagni, così che questi non si facessero trovare mentre compivano atti indesiderabili. Certi inservienti trascuravano una parte del lavoro così da poterla compiere alla presenza della caporeparto per poter apparire occupati e non ricevere quindi ulteriori mansioni da svolgere. Nella maggior parte dei casi, il cambiamento di comportamento degli inservienti alla presenza della caporeparto non era così evidente ed esistevano variazioni che erano funzione degli individui, della caporeparto e della situazione del reparto. Tuttavia in quasi tutti gli inservienti si notava un certo cambiamento di comportamento quando era presente un superiore — come la caporeparto. Non esisteva un’aperta violazione delle regole e delle disposizioni...

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 131

Far finta di non lavorare

Oltre al problema di far finta di lavorare si prenda in considerazione anche il suo opposto, cioè il far finta di non lavorare. Così apprendiamo da uno scritto sulla vita dei ceti a malapena “bene” del primo ‘800:

La gente era particolarmente formalista e cerimoniosa per quanto riguardava l’argomento “visi te”: si ricorderà la visita descritta in Il mulino sulla Floss. Le visite venivano ripetute a intervalli regolari, così che fosse quasi noto il giorno in cui si andavano a fare o si ricevevano, e implicavano un cerimoniale che conteneva molte formalità e finzioni. Nessuno, ad esempio, doveva essere sorpreso mentre eseguiva un lavoro qualsiasi. Nelle famiglie “bene” si fingeva che le signore non facessero mai niente di serio o di utile dopo colazione: si pensava che il pomeriggio dovesse essere dedicato alle passeggiate, al far visite o al gingillarsi elegantemente per casa. Perciò se al momento della visita le ragazze erano impegnate in qualche lavoro utile, lo nascondevano sotto al divano e fingevano di leggere un libro, o di dipingere o di lavorare a maglia o di essere infervorate in una frivola conversazione alla moda. Non ho mai capito perché si assoggettassero a questa complicata finzione, quando tutti sapevano che le ragazze del posto erano sempre occupate a far qualcosa, si trattasse di rammendare, tagliare, imbastire, allargare, guarnire, rivoltare, o disegnare modelli. Come credete che le figlie dell’avvocato avrebbero potuto mostrarsi così ben vestite la domenica se non fossero state abbastanza brave nel riaccomodarsi i vestiti? Tutti naturalmente lo sapevano, e perché le ragazze non volessero ammetterlo apertamente, oggi non si riesce a capirlo. Forse si trattava del dubbio o della vaga speranza o del folle sogno che una reputazione di signorile inutilità potesse loro permettere di passare il Rubicone al gran ballo della contea, riuscendo a mescolarsi con i signorotti locali.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 133

Il retroscena e le donne

Nei confronti di una data rappresentazione il retroscena può esser definito come il luogo dove l’impressione voluta dalla rappresentazione stessa è scientemente e sistematicamente negata. Simone de Beauvoir ci offre un quadro piuttosto vivace di quest’attività di rétroscena, descrivendo situazioni nelle quali è assente il pubblico maschile:

Ciò che dà valore a tali rapporti, è la verità che essi comportano. Davanti all’uomo, la donna recita sempre; essa mente fingendo di accettarsi come l’altro inessenziale, mente presentandogli attraverso mimiche, vestiti, parole concertate un personaggio immaginario; questa commedia esige una costante tensione; vicino al marito, all’amante, ogni donna pensa più o meno: “non sono me stessa”; il mondo maschile è duro, ha degli spigoli taglienti, in esso le voci sono troppo sonore, le luci troppo crude, i contatti violenti. Vicino ad altre donne, la donna è dietro le scene; prepara le armi, non combatte: pensa a un vestito, inventa un trucco, prepara i suoi stratagemmi: si aggira in pantofole e accappatoio tra le quinte prima di entrare in scena; ama questa atmosfera tiepida, dolce, distesa...

Per certe donne, questa intimità frivola e calda è più preziosa delle relazioni con gli uomini.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 134

Gli scudieri di corte

Gli scudieri di corte spesso assolvono questo compito, come è illustrato da Ponsonby nella sua descrizione della visita di re Edoardo alla corte danese nel 1904:

Il pranzo comprendeva parecchie portate e molti vini, e generalmente durava un’ora e mezzo. Poi, tutti in corteo, passavamo nel salone dei ricevimenti dove il re di Danimarca con tutta la famiglia reale di nuovo girava attorno alla stanza in processione. Alle otto ci ritiravamo nelle nostre stanze per fumare, ma, dal momento che il seguito danese ci accompagnava, la conversazione si limitava a cortesi domande circa le abitudini dei due paesi. Alle nove facevamo ritorno nel salone dove si facevano giuochi di società; generalmente giocavamo a Loo, senza una posta. Alle dieci eravamo provvidenzialmente messi in libertà e ci era permesso ritirarci in camera.

Queste serate erano un tormento per tutti, ma il re si comportava angelicamente, giocando a whist — a quell’epoca ormai completamente fuor di moda — facendo puntate molto basse. Dopo una settimana di questa musica decidemmo finalmente di giocare a bridge, ma soltanto dopo che il re di Danimarca si fosse ritirato. Dovevamo rispettare la solita routine fino alle dieci, poi il principe Demidoff, della delegazione russa, veniva negli appartamenti del mio sovrano e giocava a bridge con il re, Seymour Fortescue e me, con puntate abbastanza alte. Continuammo a questo modo fino al termine della nostra visita, e questa atmosfera rilassata dopo la rigidità della corte danese era un vero piacere.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 155

Scene da barzellette: l’arrivo di un inopportuno dentro la conversazione

Quando la segregazione del pubblico non riesce e un estraneo capita in mezzo a rappresentazioni che non erano rivolte a lui, diventa difficile controllare le impressioni. Si possono citare due tecniche per far fronte a queste difficoltà. Anzitutto quanti fanno già parte del pubblico possono improvvisamente ricevere e accettare un temporaneo status da retroscena, divenendo complici dell’attore nell’inscenare uno spettacolo che possa essere osservato senza pericolo dall’intruso. Cosi, marito e moglie nel bel mezzo del loro battibecco quotidiano, trovandosi improvvisamente faccia a faccia con un ospite conosciuto da poco, metteranno da parte i loro bisticci e fingeranno fra di loro una relazione distante ed amichevole come quella esistente nei confronti dell’improvviso spettatore. I rapporti e il tipo di conversazione che non possono essere condivisi dai tre vengono lasciati da parte. In generale, quindi, se il nuovo venuto deve esser trattato nel modo a cui è abituato, l’attore dovrà passare rapidamente dalla rappresentazione che stava svolgendo a quella che il nuovo venuto riterrà appropriata. È raro che si riesca a fare tutto ciò agevolmente, salvando per il nuovo venuto l’impressione che lo spettacolo improvvisato sia quello abituale dell’attore. E anche se si riuscisse in questo intento, il pubblico già presente probabilmente si accorgerà che ciò che credeva essere il sé essenziale dell’attore non lo era poi troppo.

Clienti che ficcano il naso

La scena seguente mi fu riferita dal direttore di un garage di macchine sportive a proposito di un cliente che andando da sé nel magazzino a prendére una guarnizione gliela mostrò da dietro il banco.

Cliente:          “Quant’è?”.

Direttore:       “Signore, da dove è entrato? E che cosa accadrebbe se in una banca Lei andasse dietro al banco a prendersi un pacchetto di monete e poi le portasse all’impiegato allo sportello?”.

Cliente:          “Ma questa non è una banca!”.

Direttore:       “Beh! Quelle sono le mie monete. Allora che cosa desidera?”.

Cliente:          “Se Lei la pensa così, va bene: è suo diritto. Vorrei una guarnizione per un’Anglia ‘51”.

Direttore:       “Quella è per il modello del ‘54”.

Pur se l’aneddoto non può riprodurre fedelmente le parole e le azioni che furono effettivamente scambiate, tuttavia sembra essere accurato per quanto riguarda la situazione e lo stato d’animo del direttore.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 163

I segreti e i Ruoli incongruenti

Il fine generico di ogni équipe è quello di mantenere la definizione della situazione proiettata durante la rappresentazione. Ciò può implicare un’iper-comunicazione di certi fatti e un’ipo-comunicazione di altri. In altre parole un’équipe deve esser capace di mantenere e far mantenere i propri segreti.

Prima di procedere oltre è opportuno aggiungere qualche indicazione circa i diversi tipi di segreti, poiché la rivelazione di un tipo di segreto piuttosto che di un altro può avere conseguenze diverse. La tipologia presentata è basata sulla funzione che il segreto svolge e sul rapporto che esso ha con il concetto che gli altri hanno della persona che lo detiene: premetto che un segreto può essere di più tipi.

Anzitutto ci sono quelli che a volte sono chiamati segreti “oscuri”. Questi sono costituiti da fatti relativi a un’équipe che questa conosce e nasconde, e che non sono compatibili con l’immagine di sé che essa cerca di mantenere davanti al proprio pubblico. Tali segreti naturalmente sono duplici: da un lato il fatto importante è nascosto, e dall’altro alcuni fatti importanti non sono apertamente confessati.

In secondo luogo esistono quelli che si potrebbero chiamare segreti “strategici”. Questi si riferiscono alle intenzioni e alle capacità di un’équipe che li nasconde al proprio pubblico per impedire che questo reagisca con efficacia a quanto l’équipe sta progettando di mettere in atto. Sono segreti strategici quelli di cui si servono i militari e gli uomini d’affari nel programmare future azioni contro i propri rivali. Fintanto che una équipe non finge di non possedere segreti strategici, non è necessario che questi siano oscuri. Tuttavia bisogna rilevare che, anche quando i segreti strategici di un gruppo non sono oscuri, rivelare o scoprire tali segreti altera la rappresentazione dell’équipe, poiché improvvisamente e inaspettatamente questa si trova nella situazione di dover considerare inutile il mantenere la cura, la reticenza e la studiata ambiguità d’azione che erano necessarie prima che fosse stato divulgato il segreto. Si può anche aggiungere che i segreti meramente strategici sono in genere rivelati dal gruppo una volta che l’azione basata su di essi sia stata compiuta, mentre può darsi che si cerchi di non rivelare mai i segreti oscuri. Possiamo ancora aggiungere che talvolta non vengono rilasciate informazioni non tanto perché esse hanno una importanza strategica, quanto perché si pensa che un giorno la potranno avere.

In terzo luogo esistono quelli che si possono chiamare segreti “interni”. Questi sono segreti il cui possesso definisce un individuo come membro di un gruppo e contribuisce a farlo sentire diverso da coloro che “non sono al corrente” ~. Questi segreti danno un contenuto intellettuale oggettivo alle distanze sociali percepite dai soggetti. Quasi tutte le informazioni all’interno di un istituzione sociale hanno qualche traccia di questa funzione di esclusione.

I segreti interni possono avere poca importanza strategica e possono non essere molto oscuri: in questo caso tali segreti possono essere scoperti o accidentalmente rivelati, senza che la rappresentazione dell’équipe ne sia radicalmente sconvolta; occorre solo che gli attori spostino le loro prerogative segrete a qualche altro argomento. Naturalmente i segreti strategici e/o oscuri servono molto bene come segreti interni e vediamo infatti che il loro carattere strategico o oscuro viene spesso accentuato a questo scopo. È abbastanza interessante osservare come i capi di gruppi sociali siano a volte preda di dubbi per quanto riguarda segreti strategici importanti. Quanti del gruppo non sono a parte del segreto si sentiranno esclusi e offesi quando il segreto infine verrà svelato; d’altra parte maggiore è il numero di quelli che conoscono il segreto e maggiore è il rischio di rivelazioni fortuite o intenzionali.

In base alla conoscenza che un’équipe può avere dei segreti di un’altra, possiamo definire altri due tipi di segreti. In primo luogo abbiamo ciò che si potrebbe chiamare un segreto “vincolante”, e che consiste in quel tipo di segreto che obbliga chi lo detiene a mantenerlo per via del proprio rapporto con l’équipe alla quale il segreto si riferisce. Se un individuo a cui è affidato un segreto deve dimostrare di essere la persona che dichiara di essere, allora è obbligato a mantenerlo, malgrado non si tratti di un segreto che lo riguarda personalmente. Perciò, ad esempio, quando un avvocato rivela le scorrettezze dei suoi clienti, due rappresentazioni del tutto diverse vengono a essere minacciate: la pretesa d’innocenza del cliente davanti al tribunale e la pretesa di lealtà dell’avvocato nei confronti del cliente. t anche da rilevare il fatto che i segreti strategici di un’équipe — siano essi oscuri o meno — sono probabilmente segreti vincolanti per ogni membro dell’équipe, poiché è probabile che ognuno di questi si presenti ai propri colleghi come persona leale nei confronti dell’équipe.

Il secondo tipo di informazioni circa i segreti altrui può essere detto “libero”. Un segreto libero consiste in un segreto altrui di cui siamo a conoscenza e che potremmo svelare senza screditare l’immagine che desideriamo presentare di noi stessi. Una persona può apprendere i segreti liberi scoprendoli personalmente, o a seguito di rivelazioni involontarie, ammissioni indiscrete, pettegolezzi, ecc. In generale i segreti liberi o vincolanti per un’équipe possono essere segreti oscuri o strategici per un’altra, e perciò un’équipe i cui segreti vitali siano. posseduti da altri, cercherà di obbligare quanti li conoscono a considerarli segreti vincolanti e non liberi.

Questo capitolo riguarda le persone che vengono a conoscenza dei segreti di un’équipe, e tratta altresì delle basi della loro posizione privilegiata e dei fatti che possono minacciarla. Prima di procedere oltre, comunque, è bene chiarire che non tutte le informazioni distruttive sono segreti e che il controllo delle informazioni implica qualcosa di più del mantenere il segreto. Per esempio, sembra che esistano fatti relativi a quasi tutte le rappresentazioni che sono incompatibili con l’impressione voluta dalle rappresentazioni stesse, ma che non sono riuniti e organizzati in una forma utilizzabile. Ad esempio, il giornale di un sindacato può avere così pochi lettori che il direttore, preoccupato per la sicurezza del proprio lavoro, impedirà che venga compiuta un’indagine sulla diffusione del periodico, assicurandosi così che né lui né altri possano avere la prova della sospettata inefficienza del suo lavoro. Questi sono segreti latenti e il problema di mantenere i segreti è completamente diverso da quello che consiste nel mantenere tali i segreti latenti. Un altro esempio di informazioni distruttive, che non costituiscono un segreto, è rinvenibile in avvenimenti quali i gesti involontari dei quali è stato già detto. Tali eventi danno informazioni — definiscono situazioni — incompatibili con le pretese degli attori, ma questi avvenimenti incontrollati non costituiscono dei segreti. Anche l’evitare tali avvenimenti inappropriati sotto il profilo espressivo costituisce una specie di controllo dell’informazione, ma l’argomento non sarà esaminato in questo capitolo.

Prendendo come punto di riferimento una data rappresentazione possiamo distinguere, in base alla funzione, tre ruoli cruciali, e cioè gli attori, il pubblico e gli estranei che non prendono parte né osservano lo spettacolo. Possiamo anche distinguere questi ruoli sulla base delle informazioni delle quali in genere dispongono le persone che li ricoprono. Gli attori sanno quali impressioni stanno cercando di dare e generalmente posseggono anche informazioni distruttive nei confronti dello spettacolo. Il pubblico conosce ciò che gli è permesso di vedere, nonché ciò che ufficiosamente riesce a captare osservando attentamente. Nelle sue linee essenziali, conosce la definizione della situazione che la rappresentazione vuole creare, ma non possiede le informazioni distruttive. Gli estranei non conoscono né i segreti della rappresentazione né l’apparenza di realtà che questa vuole dare. Infine i tre ruoli fondamentali citati possono esser definiti sulla base dei territori ai quali ha accesso l’attore che li ricopre, e così possiamo dire che gli attori compaiono sulla ribalta e nel retroscena, il pubblico è presente soltanto sulla ribalta, e gli estranei sono esclusi da ambedue. Si deve perciò tener presente che durante la rappresentazione possiamo aspettarci di trovare una correlazione fra la funzione, le informazioni disponibili e i territori accessibili così che, ad esempio, se conosciamo i territori ai quali può accedere un individuo possiamo sapere qual è il ruolo che egli rappresenta e quali sono le informazioni relative alla rappresentazione che egli possiede.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag.  169

I compari

Nella realtà dei fatti, tuttavia, la congruenza fra funzione, informazione e territori accessibili è raramente completa. Infatti si vengono a creare ulteriori punti di osservazione privilegiati nei confronti dello spettacolo che complicano la semplice relazione esistente fra questi tre elementi. Alcune di queste posizioni particolari vengono così spesso adottate e il loro significato per la rappresentazione è così chiaro, che possiamo considerane veri e propri ruoli — quantunque, in relazione ai tre ruoli fondamentali, sia più corretto chiamarli ruoli incongruenti. Esamineremo qui alcuni dei più evidenti.

Forse i ruoli più chiaramente incongruenti sono quelli che introducono una persona in una istituzione sociale sotto false apparenze: possiamo citare una varietà di casi.

Innanzitutto esiste il ruolo dell’”informatore”. Questi è la persona che fingendo con gli attori di esser membro della loro équipe, può entrare nel retroscena, ottenere informazioni distruttive e poi, apertamente o di nascosto, screditare lo spettacolo davanti al pubblico. Di questo ruolo sono famose le varianti politiche, militari, industriali e criminali. Se risulta che in origine l’individuo si era unito all’équipe in buona fede e non con il premeditato proposito di rivelarne i segreti, lo chiameremo di volta in volta traditore, voltagabbana o disertore, tanto più se egli è il tipo di persona che avrebbe dovuto dimostrarsi un leale compagno di équipe. L’individuo che ha sempre inteso dare notizie riguardanti l’équipe e che fin dall’inizio ne è divenuto membro soltanto a questo fine, viene a volte chiamato spia. È stato spesso rilevato che, naturalmente, gli informatori — traditori o spie che siano — sono molte volte in ottima posizione per fare il doppio giuoco, rivelando i segreti di coloro ai quali per altro verso li forniscono. Gli informatori possono essere classificati in altri modi, naturalmente; come dice Hans Speier, alcuni sono addestrati per il loro lavoro su basi professionali, altri sono dilettanti; alcuni sono di alto rango e altri di rango meno elevato; alcuni lavorano per denaro, altri per convinzione.

In secondo luogo esiste il ruolo del “compare (shill)”. Questi è colui che agisce come se fosse un qualsiasi membro del pubblico, ma in realtà è d’accordo con gli attori. Il compito del compare dare al pubblico un modello evidente del genere di reazione che gli attori vogliono suscitare, oppure di fornire quel genere di reazione da parte del pubblico che è necessaria in quel momento per sviluppare la rappresentazione. I termini quale claque, spalla, e altri del genere, adoperati nel mondo dello spettacolo, sono divenuti di uso comune. La nostra comprensione del ruolo del compare è certamente facilitata dalla conoscenza di quanto di svolge nelle fiere e nei luna-park; le seguenti definizioni indicano l’origine del concetto:

Stick:  un individuo (a volte un povero diavolo del luogo) ingaggiato dall’organizzazione di un set-joint [un gioco di azzardo truccato], allo scopo di vincere premi vistosi e indurre la folla a giocare. Quando il giuoco è avviato, gli sticks spariscono dalla circolazione, consegnando le vincite a un estraneo che non ha alcun legame apparente con l’organizzatore.

Sbillaber: uno del circo che corre al botteghino del circo nel momento psicologicamente appropriato, quando cioè l’imbonitore ha finito la sua arringa. Lui ed i suoi compagni, acquistati i biglietti, entrano e la folla davanti al botteghino non tarda a imitarli.

Non dobbiamo però concludere che i compari esistano solo nelle rappresentazioni poco “rispettabili” (anche se forse è soltanto in queste che essi svolgono il loro ruolo sistematicamente e senza illusioni personali). Ad esempio, nelle conversazioni informali, è facile che una moglie mostri interesse quando il marito racconta un aneddoto, e gli fornisca indicazioni e spunti appropriati, quantunque in realtà essa abbia già sentito raccontare la storia molte altre volte e sappia che il marito sta solo fingendo di raccontare la storiella per la prima volta. Un compare, quindi, è colui che, pur sembrando soltanto un qualsiasi insospettabile membro del pubblico, impiega la sua non manifesta abilità a vantaggio dell’équipe di attori.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag. 171

Pubblico e rilassamento

In certi casi, équipes opposte — siano esse industriali, coniugali o nazionali — sembrano pronte non solo a raccontare i loro segreti agli stessi specialisti, ma anche a compiere queste rivelazioni alla presenza del nemico

Possiamo suggerire che il luogo più adatto per studiare le azioni di ri-allineamento — particolarmente i tradimenti temporanei — può essere non un complesso gerarchicamente organizzato, ma una serie di interazioni informali fra persone di status relativamente uguale. In effetti, l’obbligatorietà di queste aggressioni sembra essere una delle precise caratteristiche della nostra vita sociale. In tali occasioni è spesso previsto che due persone intraprendano un vivace dibattito, a beneficio del pubblico e che ognuno tenti, in tono faceto, di screditare la posizione presa dall’altro. Può essere il flirt in cui il maschio tenterà di far crollare l’atteggiamento femminile di intangibilità verginale; d’altra parte, la donna può tentare di ottenere dall’uomo un pegno di interessamento, senza allo stesso tempo indebolire la sua posizione difensiva. (Tradimenti o diserzioni di natura non troppo impegnativa si verificano anche nel caso in cui le persone che “urtano” sono contemporaneamente membri di équipes coniugali diverse). Quando cinque o sei persone sono immerse nella conversazione, possono essere messi da parte a cuor leggero gli allineamenti basilari — come quelli fra coppie di coniugi, o fra padrone di casa e ospiti, o fra uomini e donne — e i partecipanti sono pronti a cambiare e ricambiare gli allineamenti delle équipes al minimo pretesto, unendosi scherzosamente al pubblico, contro quelli che erano i loro compagni di équipe, tradendoli sfacciatamente e partecipando a finte comunicazioni cospiratorie contro di loro. In tali casi può anche non essere considerato sconveniente far ubriacare qualche importante personaggio, così da fargli perdere la faccia e permettere a persone meno importanti di prendersi delle libertà nei suoi confronti. A volte si ottiene la stessa atmosfera aggressiva anche se con minore eleganza, facendo giuochi o scherzi in cui la persona che costituisce il bersaglio sia obbligata per gioco a prendere una posizione ridicola e insostenibile.

Goffman Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, pag.  232

Gli uomini hanno bisogno di contatti sociali e di compagnia sotto un duplice profilo; da un lato essi necessitano di un pubblico davanti al quale recitare le proprie vanterie, dall’altro di compagni di équipe con i q