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Hebb D., “Mente e pensiero”, Il Mulino
Nelle situazioni quotidiane, una nuova idea — che colore alle pareti migliorerebbe l’aspetto della sala da pranzo, come evitare che gli arnesi da giardino arrugginiscano, un nuovo utilizzo per un calcolatore tascabile, un gioco di parole che dipende da un’assonanza — è genuinamente creativa, ma i casi meglio documentati derivano dai lavori di scienziati o matematici; consideriamo così uno schema in cui varie lettere —A, C, E, F, G, H, I, J, K, L e M e cosi via - rappresentino le idee che vanno e vengono nel pensiero del solutore. Queste sono il prodotto del «periodo preparatorio», a cui hanno dedicato molto spazio tutti gli autori che hanno trattato la soluzione dei problemi scientifici. Alcuni sono dati, altre riproposte di soluzioni precedentemente tentate, altre ancora idee del tutto prive di relazione con il problema trattato; ma chi pensa, ovviamente, non sa con certezza quali idee sono pertinenti e quali no: sono tutti gruppi di assembramentI cellulari che scaricano e si ricaricano, scaricano e si ricaricano, e così via, sinché non si presenta la combinazione cruciale.
Per quanto possa essere semplicistico, questo schema chiarisce però certe caratteristiche delle scoperte scientifiche improvvise, come segue:
1. Spiega perché anche per una mente preparata vi è nella scoperta un elemento di casualità. La storia delle scoperte scientifiche mette in evidenza quanto sia grande, spesso, questo elemento.
2. Rende comprensibile l’effetto «Eureka!», in quanto la «coerenza» di K-L-M forma un sistema funzionale, ed eccita cosi con notevole forza il sistema d’arousal del tronco cerebrale, in quanto
3. il nuovo sistema riorienta improvvisamente l’intero schema dell’attività corticale, facendo terminare le combinazioni e le sequenze d’attività degli assembramenti che costituivano la fase della soluzione del problema, favorendo combina4oni e sequenze che rappresentano le nuove possibilità aperte dalla nuova idea. Ma
4. è possibile che K-L-M si presentino nell’ordine corretto, eppure non abbiano tali effetti (può non esserci la coerenza tra di loro per la formazione del nuovo sistema, forse perché R e S scaricando contemporaneamente, provocano un’inibizione, o perché le necessarie connessioni associative latenti non esistono); esse perciò non provocano l’eccitazione del sistema di arousal, né riorientano il corso dell’attività corticale. Si è avuta l’idea giusta, ma non si è cristallizzata e si perde. Così
5. possiamo vedere perché è sbagliato chiedersi, «Come fa, chi pensa, a riconoscere una buona idea quando si presenta?»; mentre la domanda giusta è, «Qual è la proprietà specifica di una combinazione particolare di idee parziali che fa si che assuma il controllo di tutta l’attività corticale da allora in avanti?». Perché
6. non è infrequente che una risposta sbagliata possa avere temporaneamente questo effetto, e se ne riscontri l’erroneità in una verifica successiva. Chi pensa, in qualche modo, non è che esamini la nuova idea e veda che è buona; si trova, invece, con a) una nuova visione della situazione problemica, e b) eccitato. Solo allora arriva a rendersi conto di avere una soluzione, o almeno un’idea brillante, che si spera che si riveli come soluzione.
7. E da questo punto di vista si può comprendere il consiglio utile, ma difficilmente interpretabile, che viene dato a chi deve risolvere un problema, quando si blocca e non riesce ad andare avanti, di «pensare ad altro», o di allontanarsi per quanto può dal problema, impegnandosi in altre attività, prima di tornare ad esso. Il suo pensiero si sta infatti svolgendo lungo canali erronei; è probabile che nei primi tentativi si siano rinforzate delle associazioni che interferiscono — per esempio, una connessione di K con R, che blocca la sequenza K-L-M — e un giorno o due, o un mese o due più tardi, la connessione si può essere abbastanza indebolita da consentire a K di essere attivo senza R, consentendo, cioè, al pensiero di procedere senza la presupposizione erronea. Ovviamente, però, la connessione può anche non indebolirsi, se nell’esperienza precedente si sono radicate profondamente alcune presupposizioni; ma anche se si indebolisce, il fattore di casualità, perché si abbia l’effettiva combinazione K-L-M, è sempre presente.
Hebb D., “Mente e pensiero”, Il Mulino, pag. 201
È possibile che coloro che hanno dato i maggiori contributi al sapere dell’umanità abbiano come caratteristica specifica la capacità di conservare in mente una grande quantità di dettagli da cui estrarre lo schema rilevante, ma, tutto considerato, ciò è improbabile.
Quel che piuttosto si deve fare è lasciare i dettagli sullo sfondo per rilevare la figura. Le persone che allora hanno dato questi grandi contributi non sempre hanno avuto pensieri più complessi di quelli del resto di noi. I pensatori originali, invece di apprendere dove sono tutti gli alberi, sovraccaricando la memoria di particolari, e deducendo di qui i contorni del bosco, sembra piuttosto che abbiano prima di tutto percepito questi, e siano stati in grado di vedere da essi dove devono trovarsi gli alberi; un lavoro meno laborioso intellettualmente, che rende l’argomento in gioco meno difficile successivamente a quelli che sono in grado di vedere le configurazioni più ampie, una volta che siano state indicate.
In qualche fase iniziale nel corso della scoperta, l’innovatore è quello che vede il quadro più semplice. Per quanto debbano essere laboriose e lunghe le verifiche e le dimostrazioni di ogni nuova concezione teorica, si tratta di complicazioni che in generale devono seguire, e non precedere, la scoperta.
Hebb D., “Mente e pensiero”, Il Mulino, pag. 211
La teoria dell’ipnosi
Il libro Divided Consciousness di Hilgard [1977] ha aggiunto una nuova dimensione allo studio sperimentale del pensiero. Esso descrive la scoperta di due coscienze distinte, due diversi stati della consapevolezza, in certi soggetti ipnotizzati, e la capacità dell’ipnotista di comunicare con l’una o l’altra delle due a volontà.
Invece di essere uno stato profondamente misterioso, che ci rammenta quasi la stregoneria, l’ipnosi, nelle mani di Hilgard, diventa semplicemente una forma più estrema di quella duplicità di pensiero a cui ci siamo riferiti prima, di quando si legge Cappuccetto Rosso ad alta voce all’ora di andare a letto, mentre ci si chiede quanto tempo impiegherà il bambino a cadere addormentato, e si torna col pensiero al giornale della sera; o, mentre si fa lezione o si racconta una barzelletta, si ascolta intanto quel che si sta dicendo per vedere se lezione o barzelletta stanno avendo l’effetto desiderato.
Nella scoperta di Hilgard vi è anche stato un elemento spettacolare. Egli stava facendo una dimostrazione a lezione su ipnosi e suggestione, utilizzando un soggetto esperto che era cieco (cosi, quando durante la dimostrazione, divenne sordo, era in larghissima misura escluso da quel che gli accadeva attorno). Il soggetto venne ipnotizzato, e gli fu detto che si sarebbe contato sino a tre e subito sarebbe diventato sordo; sarebbe però stato in grado di udire, ogni qual volta gli fosse stata posta una mano sulla spalla. Hilgard contò fino a tre, e quindi mostrò alla classe che ora il soggetto non era più in grado di rispondere a suoni forti improvvisi, così come a domande o commenti. Un membro della classe, comunque, chiese se non era possibile che vi fosse qualche parte del soggetto ancora in grado di udire. Hilgard seguì il suggerimento, solo, a quanto pare, per mostrare che la cosa non era possibile. Parlando a bassa voce, disse al soggetto ipnotizzato che alcune cose che avvengono nel sistema nervoso non fanno parte della nostra consapevolezza; se vi fosse stata qualche parte del soggetto che era stata a sentire durante le prove precedenti, gli chiedeva di alzare l’indice. «Tra la sorpresa dell’insegnante, come della classe», il dito si alzò.
Fu questo il momento della scoperta, che giunse a completezza quando Hilgard, procedendo, mostrò che il soggetto era ancora sordo, non aveva udito nulla, ma era rimasto perplesso nel sentire che il suo dito si era alzato senza intenzione da parte sua. Hilgard ripristinò momentaneamente l’udito, promise una spiegazione successiva, ma chiese nello stesso tempo al soggetto di riferire quel che era avvenuto sino a quel momento. Questi ricordava che gli era stato detto che sarebbe diventato sordo al tre, e che Hilgard aveva contato sino a questo numero; dopo, tutto si era fatto silenzio. Era annoiato, per cui aveva cominciato a pensare a un problema statistico a cui era interessato. Senza nessuna premonizione, sentì l’indice alzarsi e avrebbe desiderato che gli venisse spiegata la cosa. Facendo diventare ancora una volta sordo il soggetto togliendo la mano dalla spalla, Hilgard si rivolse allora all’«altra parte» che prima lo aveva ascoltato, e gli chiese un resoconto. Ne venne fuori che quest’altra parte, a cui Hilgard si riferisce come «l’osservatore nascosto», era consapevole di tutto ciò che era accaduto, e ne poteva parlare.
Hebb D., “Mente e pensiero”, Il Mulino, pag. 213