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Mead, Baldwin, Dibattito sulla razza

Titolo originale dell’opera: A Rap on Race

Margaret Mead e James BALDWIN s’incontrarono per la prima volta la sera del 25 agosto 1970, e in un’ora avevano rotto il ghiaccio. La sera dopo iniziarono la discussione sulla razza e sulla società, che fu ripresa l’indomani mattina e si concluse la sera dello stesso giorno. L’intera conversazione durò circa sette ore e mezzo, e fu registrata su nastro. Da quei nastri si è ricavato questo libro.

BALDWIN Tutti sanno, veramente, da quanto tempo i neri si trovano qui. Tutti sanno a quale livello i neri sono inseriti nella popolazione americana e nella vita americana. Non è un segreto. Non è nemmeno questione d’ignoranza da parte dei bianchi. È  questione di paura.

MEAD Sì, lo so.

BALDWIN È questo, dunque, a rendere tutto l’insieme così isterico, così incontrollabile e così totalmente irrimediabile. La ragione non ci arriva. È come se tutto il corpo fosse una sola grande, grandissima ferita, e nessuno avesse il coraggio di operare: di chiuderla, esaminarla, cucina.

MEAD Sa, una cosa che mi ha interessato, leggendo la sua opera, e quando lei ha parlato dell’America come di qualcosa di assolutamente straordinario e, naturalmente, quando dice che non esistono “negri” fuori dell’America. Capisco perfettamente quello che vuoi dire. È vero. Ma del Sudafrica lei non parla mai.

BALDWIN Non parlo mai del Sudafrica perché non so niente della società sudafricana, davvero. Non sono mai stato in Sudafrica. Ho conosciuto qualche sudafricano: chi era simpatico, chi no.

MEAD Ma vede, una cosa curiosa è che nella voce dei sudafricani bianchi, quando dicono “la mia patria”, ho sentito le stesse cose che sento nella sua quando lei dice “io sono americano

BALDWIN Oh, ma è comprensibile. Anche se in un senso piuttosto odioso. Ma posso capirlo, perché dopo tutto i sudafricani bianchi sono, in Sudafrica, una minoranza.

MEAD E non hanno un’altra patria.

BALDWIN Sono laggiù, proprio in fondo alla terra, con nient’altro che il mare davanti a loro. Se - non “se” “quando” - verrà l’olocausto, non ci sarà nessuno in grado di aiutarli.

MEAD Esatto. Si sono isolati.

BALDWIN Si sono completamente isolati. È una delle cose più tragiche del mondo, una delle comunità più tragiche del mondo, perché per loro non c’è speranza. E quando dicono “È la mia patria”, io credo di sapere cosa intendono. Vogliono dire che sono nati là; vogliono dire che hanno sofferto e sono monti per la terna: come i bianchi del nostro Sud. Illusi, anche, come i bianchi del nostro Sud, perché ormai hanno le spalle al muro. Abitano un continente assolutamente ostile. Nel loro paese - nella loro patria -sono circondati e numericamente superati dai neri. E il regime sudafricano bianco, che potrebbe durare forse altri dieci - al massimo altri venticinque - anni, è ovviamente condannato. L’intero sistema di vita, un intero sistema di vita, è condannato. Il che significa che a un certo punto - ecco dove volevo arrivare - a un certo punto qualcosa, un giorno, è capitato ai bianchi, non so cosa, qualcosa che si è imposto arbitrariamente al loro senso della realtà. Dovrebbe riguardare la loro capacità di penetrare la religione, quale che sia. Ma è una storia molto complicata.

MEAD Ricordo un ragazzo il cui padre tornò ad ammogliarsi, sposò una donna che aveva un figlio più o meno della stessa età. Non erano parenti, naturalmente; erano fratellastri. E poi quel padre e quella madre, il padre del primo ragazzo e la madre del secondo, ebbero un figlio. E il primo ragazzo disse:

“Ora sento che tutto è cambiato. Abbiamo un fratello in comune

BALDWIN Ah, questo sì che cambia le cose.

MEAD Vede, in un certo senso questo è vero. Perché, per quello che so io - e questo è tutto ciò che ogni bianco degli Stati Uniti potrà mai dire - per quello che so io, non ho antenati neri. Ma lei ha degli antenati bianchi.

BALDWIN Sì, sì.

MEAD  Dunque abbiamo un fratello in comune.

BALDWIN Dunque abbiamo un fratello in comune. Ma la tragedia non dipende in parte dal fatto che quasi tutti i bianchi rinnegano il loro fratello?

MEAD Be’, esistono due tipi di tragedia, e credo che una delle cose che dobbiamo chiarire sia questa. C’è la tragedia della fratellanza rinnegata quando esiste un vincolo ancestrale che risale ad almeno diecimila anni fa o magari a centomila anni fa. Il mio rapporto, voglio dire, con un indigeno della Nuova Guinea, e il suo rapporto con un indigeno della Nuova Guinea, risalgono a migliaia di anni fa, anche se siamo tutti esseri umani e apparteniamo tutti a una singola specie. Questo è un tipo di fratellanza. L’altro tipo di fratellanza è dove gli individui sono stati così vicini che sono veramente imparentati nel senso che si attribuisce ai vincoli di sangue.

BALDWIN È quello che intendo io nel caso dell’americano nero che si chiama nero o negro.

MEAD Così avviene in questo paese, capisce? Ma in questo paese il vincolo è strettissimo.

BALDWIN È vero.

MEAD Ed è di un altro tipo.

BALDWIN Be’, chissà. Sarà strano, ma non riesco a entrare nella testa di, diciamo - si fanno queste orribili generalizzazioni, quando si parla di bianchi o di neri - ma non riesco a entrare nella testa di un bianco, diciamo, che sa benissimo di avere un figlio o una figlia o un fratello che è giuridicamente nero. Lo sa - non è che non lo sappia - e finge che non sia vero.

MEAD  Nel Sud non fingevano che non fosse vero.

BALDWIN Lo sapevano tutti.

MEAD Sa una cosa che mi ha molto interessato? Accadde un paio d’anni fa, nel Sud. In Georgia elessero la prima donna nera - tra i primi membri neri in cinquant’anni - all’assemblea di stato. Si chiama Grace Towns Hamilton ed è la pronipote dell’ex governatore dello stato, Towns. E suo padre, George Towns, insegnava all’università di Atlanta. Così, da ragazza, la conoscevano col suo nome da signorina:

Grace Towns. È molto alta, di membra sviluppate, con uno stile da aristocratica inglese. E il giorno che entrò nel palazzo dell’assemblea, dov’è appeso il ritratto del suo antenato, radunò i paggetti neri - anche per loro era la prima volta - e andò a piazzarsi sotto il ritratto dell’antenato, dove si fece fotografare. Tutto qui. Ne rivendicò la proprietà. Ecco, allora io pensai - avevo saputo questa storia più o meno nel periodo in cui si cominciava a diffondere lo slogan: “black is beautiful” - a tutti i cambiamenti nel modo in cui i neri vedevano l’integrazione; cominciavano a verificarsi tutte queste cose... e io pensavo che una delle cose che bisogna fare in questo paese è che tutti i neri devono chiedere la restituzione dei loro antenati bianchi. Ognuno di essi deve rivendicare tutti i suoi antenati e tutti i suoi cugini. Questa è una cosa. Poi, l’altra cosa, naturalmente, è che in questo paese la gente ha sempre adottato antenati ai quali non ha nessun diritto.

BALDWIN Esatto.

MEAD Certo, George Washington non ha avuto figli, per fortuna. E così abbiamo sempre potuto truccare i nostri antenati e appropriarci di quelli degli altri.

Ora, ricordo una conversazione con un’amica, qualche anno fa, si chiamava Rachel Davis Du Bois. L’ha mai conosciuta? È quacchera, e ha creato una cosa che si chiama community festival, festival della comunità, dove un gruppo eterogeneo di persone si danno convegno per parlare di cose che sono accadute e per cantare canzoni. È una donna di grande valore. Comunque, parlava di uno che si era seccato perché un altro aveva preso il loro nome. Cioè il loro nome era, diciamo, Smith, e quelli cominciarono a chiamarsi Sturtevant o Livingston o qualcosa del genere. E siccome io criticavo l’atteggiamento degli Sturtevant, che non volevano che gli altri prendessero il loro nome, lei si voltò verso di me e disse:

“Prenderesti per antenato Crispus Attucks?” Allora io pensai: Perché? Perché devo prenderlo come antenato, se non è mio antenato? Vero è che anche George Washington non è stato l’antenato di nessuno; è stato, anche lui, solo un mitico antenato. Ma non vedo perché dovrei prendermi come antenato il primo nero ucciso nella rivoluzione americana. Questo accadde nel pieno della lotta per l’integrazione, quando tutti dicevano molto generosamente ai neri - cioè, i bianchi che credevano nell’integrazione - “Divideremo con voi quello che abbiamo”. E secondo loro era tutta la generosità che ci voleva, capisce? Così, in questi termini, io ho avuto alcuni begli antenati bianchi da dividere con lei. Che era quanto mi bastava.

BALDWIN Sì, sì.

MEAD E non ritenevo necessario che lei dividesse con me degli antenati neri. Ma ora sappiamo che lo trovo necessario. Allora non lo sapevamo. Fu, credo, venticinque anni fa che questa amica me lo disse. È la chiave del problema dell’integrazione. A quei tempi io parlavo di tre cose che si dovevano fare: apprezzare le differenze culturali, rispettare le divergenze politiche e religiose, ignorare la razza. Ignorare assolutamente la razza.

BALDWIN Ignorare la razza. Sembrava certo un’affermazione valida.

MEAD  Sì, ma oggi non lo è più. In realtà, vede, non è valida. Era un errore, perché...

BALDWIN Perché la razza non può essere ignorata.

MEAD Non si può ignorare il colore della pelle. È reale. Quando noi dicevamo di ignorare la razza... e io ero così fiera: eravamo tutti molto fieri, sa, ogni volta che la dimenticavamo.

BALDWIN Sì.

MEAD Anche quando eravamo a Washington, D.C., durante la guerra e, se l’avevi dimenticato, avevi buone probabilità di cacciarti nei guai e, al ristorante, mettere qualcuno in imbarazzo. Fa niente, ricordo che avevo riunito un gruppo di persone, e che dovevamo trovarci nella sede della camera di commercio, perché quel giorno non ero riuscita ad avere una stanza all’Accademia della scienza. E a un tratto mi venne un’idea: Buon Dio! Uno di quelli che venivano da New York era negro, e non sapevo come la pensasse in proposito la camera di commercio, e non volevo andarglielo a domandare. Così telefonai a un sacerdote cattolico che lavorava col mio comitato e lo pregai di venire in pompa magna. Quindi telefonai a New York, a un bianco che apparteneva allo stesso gruppo, e dissi: “Vi spiacerebbe venire insieme?” E non scoprimmo mai come la pensava la camera di commercio. Ma quello che mi riempì d’orgoglio fu il fatto che non me n’ero ricordata.

BALDWIN Che ci aveva pensato?

MEAD No, ero fiera di non averlo ricordato, all’inizio. Non mi era affatto venuto in mente.

BALDWIN Ma certo. È quello che intendo io quando dico... quando sento le parole “ignorare la razza”. Be’, mi c’è voluto un sacco di tempo per farlo, e forse

non ci sarei mai riuscito se non avessi lasciato l’America. Fu una grande rivelazione, per me, quando alla fine mi ritrovai in Francia tra persone di ogni genere, diversissime: differenti, cioè, almeno dal mio punto di vista, e differenti da tutti quelli che avevo incontrato in America. E un giorno mi resi conto che qualcuno mi aveva chiesto di un amico che, in effetti, quando ci penso, è probabilmente nordafricano, ma davvero non ricordavo se era bianco o nero. Semplicemente, non ci avevo mai pensato. Il problema non mi era mai passato per la testa. Mai. Fu davvero un momento terribile. A un tratto mi sentii come smarrito. Tutti i miei principi, negli anni dell’adolescenza, rientravano in uno schema che era in bianco e nero. Sapevi sempre, capisci, chi era bianco e chi nero. Ma a un tratto non l’avevo più; a un tratto quello schema era sparito. E in uno strano modo - non so come spiegarlo - per quello che potevo dire, per quello che posso dire fino a oggi, una volta che ti è capitato, non torna più indietro.

MEAD Io ho dovuto farlo tornare indietro.

BALDWIN Be’, io sono tornato a casa.

MEAD Ecco, io sono dovuta passare dalla semplice difesa dell’integrazione al significato del potere nero.

BALDWIN Questo ho dovuto farlo anch’io. Per ragioni molto diverse, probabilmente, o forse per le stesse. Ma non influisce sull’opinione che ho degli altri. Vede, io so che la mia situazione non è la stessa in cui mi trovavo quando era vivo Martin Luther King, e quando si cercava, quando si sperava di scatenare una specie di rivoluzione nella coscienza americana, che è, dopo tutto, dove ogni cosa, in un certo senso, deve cominciare. Certo, oggi questo non esiste più. Non esiste più perché la repubblica non ha mai avuto il coraggio o la capacità o quello che ci voleva -qualunque cosa fosse - per cogliere la natura del sogno di Martin. Mettiamola così, vuole? È una semplificazione un po’ eccessiva, ma lei sa che cosa intendo dire.

MEAD  Sì.

BALDWIN Dunque ci troviamo in un’altra situazione. Ci troviamo in una situazione molto complessa e pericolosa, perché rientra... Sa, la sua storia della pronipote del governatore della Georgia è rivelatrice e molto commovente, ma la ragione per cui i neri, per la maggior parte, non la imiteranno è questa: siamo stati troppo umiliati, e per troppo tempo, da tutta la presunzione e l’arroganza dei bianchi. E la grande quantità, per esempio, di quell’energia che noi chiamiamo, in un certo senso impropriamente, movimento del potere nero” rappresenta una reazione assoluta, una reazione di autentico furore, perché ormai sta crescendo - è cresciuta - un’intera generazione che è diversa dalla mia generazione. Questa generazione sa. Ha visto con i propri occhi e ha sentito con le proprie orecchie. Cosa? La natura delle menzogne che per generazioni i bianchi hanno detto ai neri. E capisce le ragioni di queste menzogne. Il fatto che capiscano o non capiscano veramente qual è la situazione e quale dovrebbe essere il futuro non è un problema; non cambia nulla, per il momento. Quello che fanno è ripudiare l’intera teologia, come la chiamo io, che per tanto tempo ha colpito e distrutto - realmente, letteralmente distrutto - i neri di questo paese. E quello a cui questa generazione sta reagendo, quello che dice, è che loro si rendono conto che voi, i bianchi, gli americani bianchi, avete sempre cercato di assassinarli. Non solo bruciandoli o castrandoli o impiccandoli agli alberi, ma assassinandoli nell’anima, nel cuore. Insegnando a un bambino nero che non vale una cieca, che non potrà mai dare il minimo contributo alla civiltà, voi gli insegnate a odiare sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Tutti quelli della mia generazione hanno visto che disastro hanno provocato questi insegnamenti. E quello che fanno adesso i ragazzi neri, con tutti i suoi eccessi, è giusto. Rifiutano nella sua totalità questa base di principi e dicono alla repubblica: Ecco il Conto, ecco il tuo conto insanguinato, scritto col mio sangue, e prima o poi lo dovrai pagare.

MEAD Ma non crede, per giunta, che non sia solo la disillusione di questa generazione più giovane, che capisco perfettamente, ma che quella che avete preso sia anche una posizione ragionevole? Che la posizione dell’integrazione fosse unilaterale?

BALDWIN Sì, certo.

MEAD  E, naturalmente, era una posizione condivisa da bianchi e neri. Era ciò che, in un certo senso, molti neri credevano di volere come individui. Credevano di volerla, poi dovettero imparare che era unilaterale.

BALDWIN Sì.

MEAD  È quello che ha detto Fanon quando ha scritto Pelle nera, maschere bianche. Ma la sua affermazione, che ciò che si offre al nero come civiltà è la civiltà bianca, riguarda più la civiltà francese che l’americana.

BALDWIN È più chiaro.

MEAD È molto più chiaro. Ma, nonostante ciò, l’offerta che è sostanzialmente il modo in cui l’esprimerei l’offerta che fanno i bianchi bene intenzionati è:

“Se sarete come noi...

BALDWIN “Potrete entrare nei nostri circoli e venire a casa nostra...”

MEAD  “E noi faremo finta che siate proprio come noi.”

BALDWIN Già.

MEAD  Il che significa, ovviamente, che vi rifiuteremo.

BALDWIN Esatto.

MEAD Rifiuteremo i vostri capelli, rifiuteremo la vostra pelle, rifiuteremo i vostri occhi. Vi rifiuteremo. Vi rifiutiamo mentre vi accettiamo. Ignorandoli, rifiutiamo tutti i lati in cui non siete proprio come noi.

BALDWIN Già.

MEAD E quello che dice il potere nero è: Lo voglio prima accettare me stesso e i miei genitori, e voglio apprezzare l’aspetto di mia madre e di mio padre, e da li...

BALDWIN Poi si vedrà.

MEAD  Poi ci volteremo indietro. Poi si vedrà. Cominci ad apprezzare l’aspetto dei tuoi genitori, e... Volevo dire, se ora lei me lo chiedesse...

BALDWIN Sì, sì.

MEAD Che l’aspetto dei miei genitori mi piace: quasi sempre. Quando avevo vissuto troppo a lungo nella Nuova Guinea, o per un lungo periodo di tempo, tornavo qui e i bambini piccoli non mi piacevano più: erano tutti così pallidi e ciccioni... Gli altri non mi facevano nessuna impressione, ma i bambini - così bianchi - non mi piacevano, perché avevo tenuto in braccio tutti quei bambini piccoli, bruni e asciutti, che erano così belli, e i nostri sembravano troppo grassi e troppo grossi. Sembravano balene, e la cosa non mi garbava neanche un po’. E un’altra cosa che non mi piace è l’aspetto dei bianchi ai tropici, così logori e bruciati dal sole.

BALDWIN Essiccati.

MEAD Non sono nati per vivere ai tropici. I neri che ci vivono sono magnifici, mentre i bianchi sono tutti scottati e lentigginosi, o mortalmente pallidi.

BALDWIN Be’, il sole li brucia.

MEAD Li brucia sì. Non gli fa bene, sa. Se mi espongo al sole tropicale, io sembro una rapa bollita. Ma tutti gli abitanti della terra devono poter essere orgogliosi dell’aspetto dei loro genitori.

BALDWIN Sì, altrimenti sono perduti.

MEAD L’aspetto è importante. Ora, quando uno ha detto: Ignoriamo la razza... Vede, ora l’ignoreremo. C’è stato quel lungo periodo in cui la Fondazione

Rosenwald assegnava borse di studio a giovani negri del sud. Partecipai a una riunione a Chicago, durante la seconda guerra mondiale, quando la Fondazione Rosenwald si rivolse a tutte le persone di questo paese che s’interessavano dei problemi razziali. C’era Mary Bethune, e W. E. B. Du Bois. Avevano delle teste straordinarie, e caratteri e differenze di ogni genere. Ma tutti i giovanotti sembravano usciti dalla pubblicità del colletto Arrow. Sembravano uomini dal colletto Arrow molto più di quanto un annuncio pubblicitario del colletto Arrow somigli a un comune gruppo di bianchi. Li sceglievano tutti proprio per l’aspetto che avevano. Io lo notai e dissi: “Come stiamo stereotipando i giovani negri di talento! In un certo senso, stiamo prendendo il nostro ideale e scegliendo giovanotti negri che si avvicinino il più possibile al nostro ideale e dando loro le possibilità; ottengono le borse di studio”. E, naturalmente, questo si faceva anche in seno alla famiglia nera. Tutti contribuivano alla creazione di questa immagine.

BALDWIN Ma quegli uomini dal colletto Arrow, come li ha chiamati lei, questi modelli pubblicitari del colletto Arrow, si trovarono ben presto nei guai, dal punto di vista psicologico, perché non erano, anche se la divisa gli stava a pennello, quelli per i quali venivano scambiati, o che speravano o fingevano di essere. Non lo erano. E dopo la riunione se ne tornavano a casa o...

MEAD  Non avresti mai saputo dire dove andavano.

BALDWIN Veramente entravano in quello che, per i bianchi, sarebbe una specie di limbo. In ogni caso facevano ritorno, per quanto si sforzassero di evitarlo, alla loro vera situazione, e scoprivano che erano alienati dalla gente che li aveva prodotti. E non solo alienati per quanto riguardava l’aver qualcosa in comune o il modo di vestire o roba simile, ma in un senso molto più grave. Avevano perduto le basi dei loro principi. Se io non posso, per esempio, tornare a casa e ubriacarmi con mio fratello, o starmene semplicemente li senza far nulla con i miei fratelli e le mie sorelle - a friggere un pollo, sa, o mangiare una fetta d’anguria, o fare un po’ di musica - se non mi ci ritrovo con la gente che di me ne sa abbastanza per correggermi, che non si lascia intimidire da quello che il mondo crede che io sia, qualunque cosa sia, o da quello che io stesso posso credermi, qualunque cosa sia, se non ti ci ritrovi con la gente che ti conosce abbastanza bene per poterlo fare, e la gente che ti vuole abbastanza bene per farlo, be’, allora fai presto a smarrirti, e a diventare una specie di calderone ambulante. Questi modelli, questi uomini dal colletto Arrow, sono molto, molto pericolosi, perché in realtà questa gente odia i bianchi assai più del facchino. Il facchino ti odia in un modo piuttosto astratto. Ma chi è convinto di stare facendo di tutto per essere come te, e per te recita sempre, e in fondo sa che in realtà tu lo disprezzi, è un candidato al manicomio:

dove finiscono in molti, sa.

MEAD Be’, io credo che alcuni, ora che si trovano a dover sfoggiare un’acconciatura afro, siano davvero candidati a grossi guai.

BALDWIN È schizofrenia, sa.

MEAD Allora sono proprio candidati a grossi guai.

BALDWIN Be’, io sono abbastanza vecchio per conoscere un’incredibile quantità di persone che hanno passato quasi tutta la vita cercando di essere bianche. Non mi rivolgevano la parola. Trattavano tutti dall’alto in basso. Capelli lanosi, musica jazz e Ray Charles: sa. Credevano di essere “insieme”, e poi qualcuno gli ha invertito i segnali. Come quel celeberrimo cantante con i capelli stirati, in verità una specie di parodia di tutti i cantanti pop che si siano mai visti in America. Tutt’a un tratto i capelli stirati lo resero sospetto, e i suoi amici cominciarono a guardarlo male, e lui dovette lavarsi i capelli per farli tornare crespi come prima e cambiare interamente la propria immagine nel giro di una notte. Ci riuscì; è un uomo d’affari, molto coriaceo e molto furbo. Ma quando il semaforo cambiò colore tantissimi altri furono semplicemente sorpresi in mezzo alla strada. Molti furono spazzati via dalla scena della storia, si potrebbe dire, e di loro non si sentì più parlare. È buffo, ma è terribile. La dice lunga su quelli che sono sempre stati i veri scopi di questa repubblica, sul prezzo reale che il nero ha dovuto pagare anche solo per poter vivere qui, capisce? E nessuno è mai veramente riuscito a calcolarlo, quel prezzo, se non nella musica o in certi posti, strani è inaspettati, come la chiesa negra. Se provi davvero a smontare il sermone di un nero e a capire sul serio quello che dice, è una cosa terrificante. Ma il grosso della repubblica è riuscito in qualche modo a tirar dritto cantando come Doris Day col sole e con la pioggia, e non ne ha mai sentito una parola. E ora quello che è successo è che, in questo momento della nostra storia, comunque, i neri non si curano più di quello che pensano i bianchi. A me non interessa più, se devo dirle la verità, che i bianchi possano o non possano sentirmi. Non cambia proprio niente. Se mi sentono, tanto meglio; se non mi sentono, tanto peggio. Per loro.

MEAD In un certo senso, questo posso capirlo per davvero. Quando sono nella Nuova Guinea, quando vivo in un villaggio e ho rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, è la gente che conta, e nient’altro. Non sono più particolarmente consapevole di essere bianca, di essere un’antropologa venuta da tanto lontano, perché ci sono troppe altre cose di cui essere consapevoli. Un anno avevamo una casa da cui si potevano vedere, in basso, le rive del fiume. Arrivava una barca e la barca si fermava e la gente scendeva. Tutt’intorno a me c’erano decine di abitanti della Nuova Guinea: madri con i bambini in braccio... intere comitive. E da quella barca scendevano dei bianchi. Capivo che erano bianchi prima di sapere chi fossero, perché vestono diversamente e sono molto più grossi e così via. I bianchi sconosciuti scendevano dalla barca, e mi sembravano bambole di carta. Non sembravano affatto veri. E mentre si avvicinavano, e io potevo vedere chi erano e riconoscerli o non riconoscerli, diventavano degli individui. E allora era la gente intorno a me a trasformarsi in bambole di carta. Vede, la frattura era così grande, il divario così profondo, che non potevi contemplare i due mondi contemporaneamente. Così uno di essi diventava irreale, ‘bidimensionale, piatto.

BALDWIN Dev’essere una sensazione molto, molto strana. Sa, il suo soggiorno nella Nuova Guinea m’incuriosisce molto. Quanto tempo c’è stata?

MEAD Be’, una volta ci sono rimasta tre anni.

BALDWIN Quello che lei sa m’incuriosisce molto. Ho l’impressione che in questa esperienza ci sia qualcosa, qualcosa che lei sa.

MEAD Le cose che ho imparato nella Nuova Guinea, in fondo, le ho imparate tardi. La prima esperienza dei problemi razziali l’ho fatta, invece, da bambina.

BALDWIN Come mai?

MEAD Vivevo in una fattoria che era stata una stazione della "ferrovia sotterranea".

BALDWIN Nel nord, dunque.

MEAD  Nel nord, contea di Bucks, in Pennsylvania. I miei avi sono tutti settentrionali, e mio nonno combatté nella guerra civile dalla parte del nord. Mio padre comprò una fattoria che era stata una stazione

‘Organizzazione antischiavista americana che aiutava gli schiavi fuggiaschi a raggiungere gli stati del nord o il Canadà. La “ferrovia” era articolata in “stazioni” (case di membri dell’organizzazione e di simpatizzanti), “treni” (gruppi di schiavi fuggiaschi) e “conducenti” (guide). Tra il 1830 e il 1860 la “ferrovia sotterranea~~ aiutò a fuggire dagli stati del sud più di 60 mila schiavi. EN.d.T.)

della ferrovia sotterranea. Questa storia, per noi, nasceva dalla buona condotta, buona e romantica, settentrionale. E avevamo nei dintorni due vecchi negri - allora, nel 1912, si diceva che erano “di colore” - che erano stati schiavi ma se n’erano andati, si erano nascosti ed erano rimasti indietro. Uno di essi aveva una moglie più giovane - lui doveva avere una settantina d’anni, immagino, quando io ero bambina, ma aveva una moglie più giovane - una moglie molto grassa e molto nera. Questa donna aveva un figlio mezzo bianco, e quello che mi disse mia madre - che riteneva giusto dire ai bambini la verità, e dirgliela correttamente perché non la capissero male

- fu che era stata violentata da un uomo bianco. Vede, io ho avuto una visione capovolta del quadro che hanno in genere gli americani, perché quasi tutte le donne bianche vedono lo stupratore come un nero. Questa è una delle cose importanti che non bisogna mai dimenticare.

BALDWIN È molto curioso. Continui.

MEAD Ma io l’avevo capovolto, e la mia immagine della violenza carnale era di una nera violentata da un bianco. Per giunta era un macellaio, e quella fu una delle cose che pensai: era un tipo brutale. Così, ogni volta che sognavo la violenza, sognavo questa nera violentata da un bianco. E nostra madre insisteva perché la chiamassimo “signora”: questo nel 1912. E, ogni volta che affiorava in un sogno, io sapevo esattamente che cosa stavo sognando. Questo è un perfetto capovolgimento dell’ordinaria esperienza americana.

BALDWIN È vero. L’ordinaria mitologia americana è totalmente diversa. Immagino che questo la dica lunga su di lei.

MEAD  Forse, anche se non sono completamente libera. Vede, io credo che nessun americano - nessun americano bianco - sia libero da un particolare atteggiamento verso i negri americani. Proprio come lei dice che non ci sono negri fuori dell’America. Spesso noi siamo gentili con gli altri popoli di pelle scura. Trattiamo benissimo i principi africani o indiani col turbante. Quando feci... Il mio primo viaggio di ricerca fu a Samoa. Be’, certo, i polinesiani sono gente che tutti trovano bella. Se li guardi molto da vicino, non sono proprio gli uomini più belli del mondo in assoluto. Ma tutti li trovano bellissimi. I cinesi, i neri, tutti. Oggi ho capito perché: perché per forse due o tremila anni non hanno mai visto altro che se stessi, e sono loro a credersi bellissimi, e a essere tanto colpiti da se stessi che tutti gli altri li trovano bellissimi. Se ti credi bellissimo, ti muovi come se lo fossi.

BALDWIN In un certo senso, sì, è vero.

MEAD Dicevano: “È la più bella ragazza del villaggio”, e anche: “È la più brutta”. Facevano gradazioni, naturalmente. Ed erano le prime persone tra le quali andai a lavorare. Dormivo sui loro letti e andavo a pescare con loro e con loro a ballare. Ero molto più piccola di loro, e così potevo lavorare con ragazze adolescenti e comportarmi come se avessi quattordici anni quando in realtà ne avevo ventitré. Ma poi ricordo come rimasi sorpresa quando tornai indietro, proprio alla vigilia della partenza, nel villaggio dove mi ero fermata all’inizio, e allora, si capisce, parlavo correntemente la loro lingua. Una delle ragazze mi disse: “Ti abbiamo tenuta d’occhio, quando sei arrivata. Ti abbiamo tenuta d’occhio per vedere quello che facevi. Io mi sono offerta di prestarti un pettine e tu l’hai preso. Ti abbiamo tenuta d’occhio”. Ma io non me n’ero affatto resa conto. Poi andai nella Nuova Guinea. Sa, questi sono suoi lontani, lontanissimi cugini; sono suoi, per lo più, ma sono anche miei, risalendo a migliaia di secoli fa. Hanno la pelle nera e dei magnifici capelli che si possono pettinare dritti in piedi e tagliare come una siepe. E tra uno dei popoli che studiai, gli Arapesh, c’era proprio uno dei ragazzi adolescenti che conoscevo benissimo che somigliava un po’ più degli altri a un negro americano. Solo un pochino di più, appena una sfumatura, ma io, capisce, non lo dimenticavo mai. Tenevo in braccio i loro bambini piccoli, e li curavo quando erano malati, e loro mi portavano di qua e di là, e via di questo passo. Eppure solo con questo ragazzo io notavo m me stessa un’ombra d’imbarazzo. Solo un’ombra, d’accordo, ma era imbarazzo.

BALDWIN Ma c’era. Sì, capisco quello che vuol dire.

MEAD E c’era sempre.

BALDWIN Sì.

MEAD Nonostante i vantaggi della mia educazione. Io sono cresciuta con un preciso interesse per la gente che non ha pregiudizi razziali. Mia nonna mi spiegava che la madre di nostro Signore era ebrea. Così io uscivo e andavo a cercare i bambini ebrei, li amavo moltissimo, avevo un mucchio di amici ebrei. È stata molto positiva, la mia educazione. Per questo ero già ben preparata a lavorare nel campo dell’integrazione a tutti i livelli possibili.

BALDWIN Ma c’è una cosa che m’incuriosisce: Lei dice che nessun americano bianco può evitare di avere un particolare atteggiamento?

MEAD E nessun americano nero.

BALDWIN Okay, e nessun americano nero. Ma prima di arrivare a questo, cos’è secondo lei, in base alla sua esperienza, questo particolare atteggiamento che hanno i bianchi americani verso gli americani neri? Di che cosa si compone?

MEAD  Coscienza, prima di tutto. È una delle prime cose che si notano.

BALDWIN Della diversità?

MEAD  Be’, coscienza del fatto che le persone sono di diverso genere e che bisogna tenerlo presente. Questo è il punto, secondo me.

BALDWIN Sì, ma dipende da...

MEAD Dal fatto che devi tenerlo presente.

BALDWIN  Perché devi tenerlo presente? Ecco il problema, almeno per me.

MEAD Dunque, ecco come risponderei. È una vita, quella che ho fatto io, così lontana nell’esperienza della tua gente che non puoi neanche più attingere ai tuoi ricordi perché in questo paese i vecchi che potrebbero parlarne sono tutti morti. Ma vede, io sono stata in una piantagione della Nuova Guinea dov’ero responsabile di una squadra di braccianti. Ora, non erano degli schiavi. Erano operai agricoli regolarmente assunti. Erano uomini fatti. Ed eccoti lì con duecento uomini appena usciti dalla boscaglia. Alcuni erano ex-cannibali. Altri no. Alcuni erano stati solo degli ottimi, prodi guerrieri. Ma venivano da un livello tecnico della società molto, molto primitivo. La Nuova Guinea è una società molto primitiva. Non è come l’Africa. C’è, in Africa, gente primitiva come quella della Nuova Guinea, ma la Nuova Guinea non ha avuto né regni né grandi tradizioni. Politicamente, non sono mai riusciti a tenere insieme più di cinquecento persone. Ora, quando ero temporaneamente sola, dovevo dirigere quella squadra di operai. Dovevo dare ordini basati su nient’altro che la supremazia bianca. Ero una donna bianca, sola. Chiunque di loro avrebbe potuto uccidermi, e il mio dovere era di non farmi uccidere. Se mi fosse capitato qualcosa, forse venti di loro avrebbero perso la vita. Sono stata anche sola in un villaggio dove non c’era un solo bianco nel raggio di due giorni di marcia. Completamente sola, e nel villaggio nient’altro che donne. Tutti gli uomini erano partiti, e certi uomini sconosciuti entrarono nel villaggio e vennero a casa mia e si misero a sedere: volevano vendermi dei fagioli di cattiva qualità. Ora, se prendevo i fagioli mangiati dai vermi ero in pericolo, perciò dovevo rifiutarli.

“No,” dissi “non sono buoni. Non li compro.” Così quelli uscirono di casa, e quando se ne furono andati scoprii che dal tavolo era sparita la scatola dei fiammiferi. Dovevo farmela restituire. Se non l’avessi fatto, sarebbe stato come se fossi morta. I bianchi che lasciavano libero un ladro di solito venivano uccisi: si erano dimostrati altrettanto deboli. Perciò misi il villaggio sottosopra. Fu una bella dimostrazione di mera supremazia bianca, nient’altro. Non avevo altro. Non avevo armi. Camminai fino in fondo al villaggio, dove quelli stavano seduti tutti in cerchio, e dissi: “Restituitemi quei fiammiferi”. E un uomo mise una mano nella borsa e disse: “Non li ho rubati. Li ho soltanto presi”. E me li porse. Allora fummo tutti salvi. Ora, se avessi fatto un passo falso sarei stata morta, e allora l’amministrazione avrebbe organizzato una spedizione punitiva e sarebbero morti anche loro. Ecco il fardello che, in un certo senso, l’uomo nero e la donna bianca di questo paese portavano ai tempi delle piantagioni. Se una bianca faceva un errore, o non ricordava chi era in ogni momento della sua vita, tutti ne soffrivano. Perciò non dimentichi mai che non devi mai voltare le spalle, mai lasciare che qualcuno ti rubi qualcosa, che devi mantenere la calma. È soltanto questo che ti protegge. Io, quando sono sola, le armi le chiudo a chiave. Questo è quello che abbiamo avuto nel sud. Io avevo letto tutti i libri, ma fino al 1942 non ero mai stata nel sud. E quando attraversai la linea Mason-Dixon (confine tra la Pennsylvania e il Maryland, oggi generalmente considerato la linea di demarcazione tra il nord e il sud degli Stati Uniti) ebbi l’impressione di non essere più negli Stati Uniti, ma nella Nuova Guinea. Perché questo non vale per il nord. Può darsi che un giorno o l’altro salti fuori anche lì, ma non è una sensazione settentrionale, che devi sempre sapere quello che fai, ogni attimo, ogni singolo attimo. Anch’io ho portato questo fardello, quando a ogni istante esso significa vita e morte. Pensi a quei primi tempi nel sud, quando gli uomini più forti erano gli unici a sopravvivere. Tutti gli altri erano morti sulle navi dei negrieri.

BALDWIN  Sì, è vero.

MEAD E così erano i più forti, e in una piantagione a trenta o quaranta chilometri dall’abitato più vicino, affidata molto spesso alla direzione di una donna bianca. E questa donna aveva nelle mani la vita di tutti e così pure i più forti dei neri. Dovevano impedire che la situazione esplodesse.

BALDWIN  È un rapporto rovinoso, sa.

MEAD Tutti i rapporti disperati sono rovinosi. Tenevo molte conferenze sui problemi razziali, negli anni tra il 1940 e il 1950, e avevo certe regole. Per fare domande la gente doveva alzarsi in piedi. Per chiedermi se volevo che mia figlia sposasse un negro, dovevano alzarsi in piedi e guardarmi negli occhi. E la mia risposta era: “Sì, se lei lo rispetta e lui rispetta lei”.

BALDWIN  Sì.

MEAD  “Però” aggiungevo “io credo che nel momento attuale ogni matrimonio nella Germania nazista sia un pessimo matrimonio, perché gli uomini non rispettano le donne, e non credo che un matrimonio sia buono se i due partner non si rispettano.”

BALDWIN È così, naturalmente.

MEAD Ora, quando c’è un tremendo squilibrio di potere, i rapporti che ne scaturiscono sono spaventosi.

BALDWIN  Sì. Naturalmente alla radice di tutto questo c’è il potere, no?

MEAD Potere e paura.

BALDWIN  Che è diventato patologico. Anch’io ho visitato il sud con molto ritardo. Ci sono andato per la prima volta, mi pare, nel 1957. Prima non c’ero mai stato. Ora io avevo, prima d’allora... Questo fu, credo, il mio primo vero incontro con i terrori razziali del sud, perché crescendo a Harlem fai presto a sapere perché sei là e i bianchi ti fanno una stranissima impressione, e non è vero che all’inizio li odi. È che, semplicemente, non sai chi sono.

MEAD Non sai chi sono e non li avvicini.

BALDWIN  Non li avvicini, ma ti senti minacciato da loro. A Harlem succedono cose di ogni genere, ma Harlem è una comunità di colore. Sa, tutti intorno a me erano di colore. Per cui la cosa bianca non esisteva letteralmente. In realtà, quello che dev’essere successo, per quanto posso capire al giorno d’oggi, è che sono stato io a cancellarne una gran parte, per puro e semplice panico. Perché un bambino, veramente, non sa come prenderlo. I miei insegnanti erano bianchi, per lo più. Per lo più non mi piacevano, ma non era perché erano bianchi che non mi piacevano. Era solo perché erano degli estranei. La mia insegnante preferita era, guarda caso, una signora nera; poi, più avanti, un’insegnante bianca che era comunista. Allora tutti dovevano essere comunisti, evidentemente. Avessi avuto tre anni di più, lo sarei stato anch’io. Ma quella ci dava da mangiare e mi portava a teatro e cose del genere. E fu il primo essere umano a, come dire, uscire da quella specie di massa monolitica formata dai padroni, dagli usurai e dai poliziotti che ti rompevano le ossa. Mi fornì la prima chiave, m’instillò il primo sospetto che i bianchi fossero umani. Ma non la tenni molto, quella chiave, perché durante la guerra cominciai a lavorare per l’esercito. Lavoravo per la prima volta con degli abitanti del sud, e non avevo mai, dico mai, incontrato prima questa specie di follia. Ero un ragazzo di strada. Ero cresciuto a Harlem. Quando sei piccolo devi essere pronto e abbastanza agile e con la lingua lunga, e non potevi permettere a nessuno di farla franca, altrimenti eri morto. Così me ne andavo in giro per il New Jersey lavorando per l’esercito con gente della Georgia, dell’Alabama, del Mississippi. Parlavo come avevo sempre parlato, agivo come avevo sempre agito, e non potevo credere ai miei occhi: alle esplosioni di furore che provocavo. Una volta dissi a un bianco della Georgia che era un bugiardo. Non avevo un atteggiamento particolarmente ostile. Volevo solo...

MEAD Lo trovava semplicemente un bugiardo.

BALDWIN  Lo trovavo semplicemente un bugiardo e glielo dissi. Non dimenticherò mai il suo viso. Si fece di porpora. Fu la prima volta in vita mia che ebbi veramente paura, che mi sentii - devo confessarlo - terrorizzato da un altro essere umano. Ma su quel viso vidi succedere qualcosa: prima diventò rosso, poi assolutamente bianco, e negli occhi accadde qualcosa. Mi resi conto che stavo guardando la morte in faccia. Quell’uomo voleva uccidermi. Se fossi stato solo, credo che l’avrebbe fatto. Ed era un uomo molto più anziano di me. Io avevo solo diciassette anni; lui una cinquantina. Ma un ragazzo di diciassette anni, solo perché era nero, era riuscito a mettere sottosopra tutto il suo universo, e quell’uomo stava per uccidermi. Quella fu la mia prima prova. Tutto quell’anno, tutto quel periodo, è una cosa di cui non ho potuto scrivere. Quando mi recai nel sud, ero un uomo fatto. Allora - è strano - ebbi una duplice reazione. Mi trovavo a Montgomery, Alabama, e non era lo spirito della gente che era diverso o che mi stupiva, perché a trentun anni avevo smesso di aspettarmi un po’ di equilibrio dalla maggior parte degli americani bianchi. Sapevo, in sostanza, che quasi tutti i bianchi americani erano prigionieri di una forma d’infantilismo che gli impediva di guardarmi come se fossi un essere umano come loro. Non mi aspettavo che lo facessero. Ma non mi aspettavo nemmeno quello che trovai nel sud. Quello che accadde a lei è quasi esattamente quello che accadde a

me. Sentii che camminavo su questo tappeto, questo tappeto che copriva tutto il pavimento. Sotto il tappeto c’è un complicato sistema di fili, e uno di questi fili, se lo pesti, fa saltare in aria tutta la casa.

MEAD Esatto.

BALDWIN E tutti, nel sud, sanno dov’è quel filo, tutti tranne me. Anch’io devo attraversare il tappeto. Ma non so come farò, perché ogni passo che muovo è gravido di pericolo. Ogni volta che apro la bocca sbaglio. Il modo in cui guardo la gente è sbagliato. È sbagliato il mio modo di parlare. Evidentemente non sono solo un forestiero appena arrivato in città, sono un nemico. Sono arrivato con una bomba, perché sono un nero americano in America.

MEAD Lei fa correre dei rischi a tutti.

BALDWIN  Faccio correre dei rischi anche a tutti gli altri, il che ti mette in corpo un’altra paura. Allora cominci davvero a sentirti la fifa nelle gambe. Quando ho lavorato per un po’ con Medgar Evers, non osavo mai aprir bocca davanti alle altre persone che lo attorniavano. Se lavorava a un caso o parlava con qualcuno, nero o bianco, io me ne stavo zitto perché avevo un accento settentrionale e non sapevo che cosa questo accento avrebbe potuto scatenare nel cuore e nella mente delle persone con cui egli parlava, e che razza di rischio avrebbe potuto fargli correre. Dio sa se erano già abbastanza i pericoli che correva.

La situazione ti obbliga, obbliga te, con la tua pelle nera, a diventarne complice, ti piaccia o no. Non puoi sfuggire alla malattia del paese in cui sei nato. Puoi opporti, reagire, farne di tutti i colori, ma ci sei dentro. E i tuoi principi sono gli stessi dei bianchi, da qualunque parte tu li prenda. Ai tuoi figli puoi dire quello che vuoi, ma sei in trappola: il disprezzato fratello più scuro in questa grande casa del bianco. E allora il problema più grosso è questo: come farai a liberarti, prima di tutto nello spirito? Ogni fatto obiettivo che ti circonda è una semplice testimonianza della tua degradazione. E come diavolo farai a insegnare a tuo figlio a diventare un uomo quando ogni giorno lui vede lo scarso rispetto che tutti hanno per la tua virilità? Il ragazzo lo sa benissimo. Io lo sapevo. Non sapevo, non potevo sapere, quando mio padre tornava dal lavoro, cos’era la giornata di lavoro di mio padre, ma sapevo bene che mio padre si metteva la bombetta e la camicia bianca e la divisa scura da predicatore ogni mattina che il Signore gli mandava, e con in mano la borsa nera della colazione andava in Città, andava a Long Island, dove lavorava in qualche fabbrica, facendo il più umile lavoro manuale. In tutti gli anni che l’ho conosciuto, guadagnava ventisette dollari e cinquanta cent la settimana. E aveva nove figli. Non poteva sfamarli tutti e, naturalmente, impazzì: era del tutto inevitabile che impazzisse. Come poteva resistere? Non puoi lasciare il lavoro se hai tanti figli da sfamare. Tua moglie sa quello che passi, e se ti ama peggiora le cose, perché è talmente poco quello che puoi fare per proteggerla. I tuoi figli crescono e cominciano a disprezzarti, perché dicono che non sei un uomo. E alla fine lo scopri anche tu, perché il caso ha voluto farti nascere negli Stati Uniti d’America circa duemila anni troppo presto...

MEAD  Non credo che ci voglia tanto tempo.

BALDWIN  Be’, duemila o duecento o venti, non cambia nulla se si tratta della vita di un uomo. Coli a picco. Il delitto, o la malattia, che sono poi la stessa cosa, è che non veniva, non viene, fatto per caso. Non è una bizzarria; non è qualcosa di simile a un atto di Dio. una cosa che è stata fatta deliberatamente e viene fatta deliberatamente.

MEAD Be’, sa, qui credo che dovremmo soffermarci e riflettere un pochino sulla storia. Pensi solo, per un attimo, se non avessimo mai inventato le barche.

BALDWIN  Già. Dove sarebbe l’Inghilterra?

MEAD Se non avessimo mai inventato le barche, non avremmo mai avuto il problema che abbiamo oggi. Se tutti dovessero andare a piedi, dato che in una vita non potrebbero andare lontano, si fermerebbero e farebbero l’amore con le ragazze del posto. E a poco a poco si sarebbero mossi dall’Africa, attraverso l’Europa, facendosi sempre più pallidi. Ma ci sarebbero voluti mille anni, e una volta arrivati in Svezia e messi insieme quegli occhi celesti, e la pelle chiara che ci vuole per godersi il poco sole che c’è, perché non ce n’è molto lassù... insomma, ci sarebbero voluti migliaia di anni, e sarebbe stato impercettibile. Dal. gruppo più nero dell’Africa su su fino ai biondi della Scandinavia. Ma vede, è successo che si è inventata la barca. E la gente non fa che salire su una barca e battere le coste e solcare gli oceani, mettendo fianco a fianco popoli che contrastano nettamente. Ora, secondo me, noi abbiamo parlato molto in questo paese... Una delle cose di cui non sono sicura se valga la pena di discutere in questa sede è il problema delle generazioni: ma in un certo senso io e lei apparteniamo alla stessa generazione, in quanto siamo di prima della guerra.

BALDWIN Siamo dell’era pre-atomica.

MEAD É di queste cose che abbiamo parlato, e sulle quali abbiamo riflettuto. E una volta dicevano che i bambini non hanno pregiudizi razziali. Questo l’abbiamo sentito finché le vacche sacre non si sono messe a strillare.

BALDWIN “Bisogna che c’insegnino a odiare.”

MEAD  Era quello che dicevano, che il razzismo è una cosa che s’impara. Be’, non è vero. vero che devono insegnarti a odiare, ma la constatazione e la paura delle differenze esiste dappertutto.

BALDWIN  Giusto.

MEAD E io ho visto... Un sacco di gente in questo paese ha visto un bambino bianco che aveva fatto l’abitudine a una faccia nera e a due mani nere, e poi il nero si toglieva la camicia e quelli cominciavano a strillare perché credevano, come dire, che questa faccia e queste mani nere appartenessero a un corpo bianco. Ma io ho visto un bambino nero fare la stessa cosa con un uomo bianco - strillare di paura - perché, sa, c’è una cospicua differenza tra una pelle nera e una pelle bianca. Nella Nuova Guinea i bambini strillano di paura la prima volta che vedono dei bianchi, proprio come strillano di paura i bianchi, perché il contrasto è troppo forte. Quello che abbiamo fatto su questa terra con le navi è stato coprire grandi distanze. Potevi caricarvi della gente e portarla lontano, e i risultati sono questi tremendi contrasti che mettono a dura prova l’anima della gente. Io credo che bisogna capire un’altra cosa, a proposito dei bianchi, e cioè che una pelle bianca è una terribile tentazione.

BALDWIN Come sarebbe a dire, esattamente? Anche se credo di aver capito.

MEAD Perché noi sembriamo angeli, lo sapeva?

BALDWIN Stavo per arrivarci. Continui.

MEAD Vede, quando quegli angli dall’Inghilterra furono portati a Roma per essere venduti come schiavi - li vendevano al mercato, come schiavi - e arrivò un papa e guardò questi schiavi e disse: “Come si chiamano?” e qualcuno disse: “Angli”, e lui disse:

“Oh no, non angli, angeli...” Questo, naturalmente, tanto tempo fa, quando il cristianesimo era una religione mediterranea. Ma gli angeli erano bianchi. I morti, vede, sono bianchi dappertutto, perché le ossa sono bianche e la gente associa i morti agli scheletri e ai fantasmi. Poi arrivano gli angeli, e sono bianchi. Ora, un bel giorno ti arriva un gruppo di persone...

BALDWIN  Che sono bianche, anche loro.

MEAD Quando le prime persone sbarcarono in Australia, gli aborigeni australiani credevano che fossero gli spettri dei loro antenati che tornavano. Quando Cortez sbarcò in Messico, fu accolto come il dio bianco; per quanto sappiamo, là di bianchi non ce n’erano mai stati. Questo era un sogno dei defunti. Ora, non giova al carattere della gente...

BALDWIN  Essere identificati con gli angeli. Sembrare angeli li spinge a comportarsi molto male. È stranissimo, perché la radice è là, mi sembra, ed è più profonda, direi, di quanto si potrebbe pensare. No?

MEAD  É  terribilmente, terribilmente profonda, secondo me.

BALDWIN Più profonda delle chiese.

MEAD Ma sa, c’è anche un’altra cosa. E cioè: c’è una bella differenza se dici “bianco” o “luce” o “luminoso”. Buffo, fanno tutti rima !

BALDWIN  Sì. “Leggero, luminoso e quasi bianco.”

MEAD Vede, io ho vissuto in un posto dove non c’era fuoco se non lo fai con due pezzetti di legno, all’indiana. In un posto del genere si custodisce il fuoco con molta cura. E di notte non c’è altra luce che quella delle piccole braci del fuoco, e hai una paura tremenda. Non è facile far luce; c’è solo un puntino luminoso nelle tenebre, e così la gente ha sempre avuto paura del buio.

BALDWIN  Che s’identifica anche con che cosa? Con la morte?

MEAD Be’, vede, col pericolo.

BALDWIN  Col pericolo, già.

MEAD Col pericolo. Con un terribile pericolo. I ladri sbucano dalla notte quando non c’è la luna. I cacciatori di teste attaccano gli accampamenti. Solo il fuoco tiene lontane le bestie feroci. È bello, quando c’è la luna; puoi ballare tutta la notte. Ma quando non c’è la luna i ladri si muovono. Si muove il nemico. Tutto può accadere. Cosa, non lo sai. Ora, io credo che di tutto questo ci sbarazzerà la luce elettrica. I nostri figli non hanno paura del buio. Quelli che sono vissuti in città con la luce elettrica, almeno. Schiacciano un bottone e il mondo è inondato di luce, e non devono più crescere con la paura del buio.

BALDWIN  Tutto questo è molto triste, in un certo senso. Chissà quanto ci vorrà prima che si superi quello che in sostanza è un timore tribale...

MEAD È una cosa che precede il tribalismo. Questo, sa, è solo ciò che sente la gente sul modo in cui si guarda. Poi arrivi al contrasto tra bianchi e neri nello stesso gruppo. C’era una piccola albina, a Samoa, e dicevano che era mia sorella. Aveva gli occhi rosa e una carnagione pallida e maculata. Secondo loro, mi somigliava. E a Samoa c’è un certo numero di persone con i capelli color miele. I padri facevano crescere i capelli delle figlie e li vendevano per farne parrucche. Tutti facevano parrucche con questi capelli color miele perché la gente li trovava bellissimi. Questo risaliva a molto tempo prima dell’arrivo dei bianchi. E ovunque si vada, esistono questi contrasti. Ora, quando il contrasto è piccolo, non conta; ma quando è un grave contrasto la gente...

BALDWIN  Ma nessuno sa da dove vengono, in realtà. Ecco perché abbiamo tanti...

MEAD Ho notato che lei ha usato la parola... qualcosa sulle azioni “tenebrose

BALDWIN  È vero. Sa, ovviamente io...

MEAD Lei parla 1’ “inglese maledetto”.

BALDWIN  Uso la lingua inglese, sì.

MEAD Ma vede, lo troviamo anche nelle lingue africane. È questa la cosa che è così strana.

BALDWIN  Sì, o anche non strana. È come dice lei.

MEAD Be’, quello che dico io è che è comprensibile che quest’associazione di bianco e di buono e di fantasmi e di tutte queste cose... E adesso c’è altra gente...

BALDWIN  Poussaint, lo psichiatra nero.

MEAD Trova molto importante l’associazione tra nero e sporco.

BALDWIN  Sì, conosco un altro psichiatra che dice la stessa cosa.

MEAD Ma non credo che abbia la stessa importanza. Il punto, secondo me, è la luce contro il buio e la paura del buio. La mia bambina una volta mi disse: “Cos e la paura, che significa aver paura?” Non aveva mai trovato nulla di cui aver paura, e io la presi per mano e la feci fermare sulla soglia di una stanza completamente buia. “Guarda là dentro” dissi. “Ecco cosa vuol dire la gente quando dice che ha paura.” Perciò credo che si debba tener presente che i bianchi - gli europei, e cioè tutti gli europei - voglio dire, proprio come lei ha riconosciuto nel suo libro, che tutti gli europei hanno la micidiale tentazione di provare un senso di superiorità biologica.

BALDWIN  Stando a quello che dice lei, si potrebbe pensare che una delle ragioni del mistero della supremazia bianca consista nel fatto che tutt’a un tratto nasce un impulso universale a identificarsi con la luce e col fuoco. Non è una semplice aberrazione storica...

MEAD Percezione universale.

BALDWIN  Sì. Non è una semplice aberrazione storica o teologica, diciamo, ma scaturisce come qualcosa di profondo dalla natura di ognuno.

MEAD Dalla natura di ognuno.

BALDWIN  È una ben strana e spaventosa prospettiva, no, in un certo senso?

MEAD Vede, io credo che la si possa eliminare, ora che non dobbiamo più aver paura del buio.

BALDWIN  Certo, ma abbiamo tante altre cose da temere. MEAD  Sì, ma è lo stesso, se la luce è una cosa che tutti

possono avere dal giorno in cui vengono al mondo...

BALDWIN  Ma ce ne vorrà, di tempo, prima che la luce diventi una cosa che tutti possono avere dal giorno in cui vengono al mondo.

MEAD Andiamo tutti in quella direzione. Quasi tutti hanno l’elettricità, conoscono la luce elettrica. In passato nessuno sapeva che c’era una cosa come la luce immediata che inondava il mondo di luce. Un mazzetto di foglie di cocco che bruciano non illumina niente. Fa solo una macchia,, capisce? Non c’è nessuna...

BALDWIN  Non illumina.

MEAD Nessuna illuminazione.

BALDWIN I bianchi sono, in un certo senso, una specie di caso tragico.

MEAD Sì, ma vede, è anche una parte di lei. Certo, in ogni situazione oppressiva soffrono entrambi i gruppi, gli oppressori e gli oppressi. Gli oppressi soffrono fisicamente: sono spaventati, sono maltrattati, sono poveri. Ma gli oppressori soffrono moralmente.

BALDWIN Che è una sofferenza di tipo peggiore.

MEAD Perché devono rinnegare qualcosa in se stessi. Ora, una delle cose che volevo chiederle su... Ho portato un mio amico che abita a Parigi alla rappresentazione di Les Nègres di Genet che hanno dato qui. Aveva visto la rappresentazione che ne avevano dato al Musée de l’Homme, interpretata da africani, giovani africani - antropologi, credo - e disse che era una consacrazione dell’odio.

BALDWIN  Davvero?

MEAD  Sa, quando l’hanno data qui hanno sempre fatto i pagliacci. L’ha vista?

BALDWIN  L’ho vista qui, sì. Al St. Marks Playhouse.

MEAD Era sempre lì lì per cadere nella farsa.

BALDWIN  Sì, è vero.

MEAD E come odiatori erano senz’altro i più scadenti che io abbia mai visto circolare. Sul serio!

BALDWIN  È vero. Io credo che Les Nègres di Jean Genet sia, a un certo livello, una commedia davvero spaventosa. È una commedia realmente intimidatoria. Ho avuto anch’io qualcosa a che fare con la messa in scena di New York, perché conoscevo il regista e molti degli attori, e ci sono andato diverse volte durante le prove. Mi sono reso conto che molti neri del cast erano - o meglio che tutti i neri del cast avevano... come dire? - non che si vergognassero, esattamente, ma c’era qualcosa nel tono di Genet...

MEAD Che trovavano sbagliato.

BALDWIN C’era qualcosa di spietato nel tono della commedia e nelle percezioni della commedia. È davvero una commedia molto nera, una commedia molto più nera di quella che potrebbe concepire o scrivere qualunque americano di mia conoscenza.

MEAD È vero.

BALDWIN Nessuno la fa franca, come l’ha strutturata lui. È un circolo vizioso che durerà in eterno, per Genet. Il fatto, poi, che si possa essere più o meno d’accordo con lui non ci riguarda.

MEAD Ma la commedia è quello che è.

BALDWIN  E per recitarla devi raggiungere, in te stesso, un livello che non molti, in verità, sono capaci di raggiungere. E la ragione per cui la commedia era sempre lì lì per cadere nella farsa è che, secondo me, gli attori della compagnia, anche inconsciamente, e forse anche il regista, inconsciamente pure lui, dovevano difendersi da questa visione davvero spaventosa in cui tutti, alla fin fine, sono irrimediabilmente condannati. Non c’è nessuno, sa, in quella commedia, che valga qualcosa. Sono tutti mostri, tutti orrori. E ti viene il tremendo sospetto che Genet abbia ragione; certo c’è assai poco, nel corso della storia dell’uomo, che ci faccia pensare che ha torto. Ma questo toglie al problema tutto ciò che esso ha di pittoresco, elimina ogni “colore”: in maniera molto salutare, secondo me.

Mead, Baldwin, Dibattito sulla razza, Rizzoli

in realtà non ho mai lasciato Harlem.

Ma c’è un altro senso in cui non potrò certamente più tornarci, se non altro perché la Harlem dove sono nato io non esiste più. E anche se questa rottura ha qualcosa a che fare con la razza, ha qualcosa a che vedere anche con la natura o la qualità o particolarità - non so quale termine usare - dell’esperienza umana. Perché nel mio caso, come nel caso del ragazzo che viene a Londra, sei libero di accettare senza discussioni il dono della lingua, il dono della cultura, la cultura dominante, nel qual caso devi tradire tua madre, tuo padre, i tuoi fratelli, oppure puoi voltargli le spalle, tornando da tua madre, da tuo padre e dai tuoi fratelli e diventando assolutamente inutile. Perché indietro non si torna, come dicevo. E la sola altra cosa che puoi fare è prendere dalla tua cultura quello che ti serve, tirarti dietro quello che ti serve da dove sei venuto. Poi devi fare molta attenzione sia a chi sta sopra dite che a chi ti sta accanto, che in effetti ti sta sotto: sotto perché li si direbbero culturalmente più sprovveduti. Sei in una specie di limbo finché non cominci a risolvere il problema, ed è un processo più lungo di quanto avrei immaginato perché un mucchio dei ragazzi che vedo a Londra adesso mi ricorda quello che ero io quando, diciamo, avevo quattordici anni. Sa, quello che era Malcolm X quando si stirava i capelli e ballava il lindy  (ballo figurato nato a Harlem) dalle parti di Detroit e imparava tutti, come credeva lui, i trucchi dei bianchi. Ma, ovviamente, quando impari dei trucchi hai solo l’aria di chi impara dei trucchi. Il vestito non ti sta bene, i capelli non sono a posto, insomma non sei ancora entrato nella parte. E il nero americano è probabilmente l’unico individuo che abbia fatto questo specialissimo viaggio.

MEAD  L’inglese è la sua madrelingua.

BALDWIN Ed è nato in occidente.

MEAD  Sì, è nato in occidente e questa è la sua madre-lingua.

BALDWIN Ma New York non è la mia patria. È la città dove sono nato. È la mia città. La città appartiene a me nella stessa misura in cui appartiene a chiunque altro in questo paese. Anche Londra appartiene ai neri, che per lei hanno pagato, lo sa Dio, tanto quanto qualunque bianco inglese.

MEAD Ma non ci sono nati.

BALDWIN Non ci sono nati. È un rapporto totalmente diverso, e ci vorrà moltissimo tempo per risolverlo.

La stessa cosa, in sostanza, sta succedendo in Francia. Succede in tutto il mondo occidentale. Le prospettive non sarebbero così sinistre, e sotto tanti aspetti, se il mondo occidentale fosse più intelligente o se il mondo orientale fosse più attraente.

MEAD Ma, vede, vorrei riparlare dèlla repubblica sudafricana, perché i sudafricani sono gli unici bianchi

che abbiano il diritto di restare nel continente africano. E hanno il diritto di starci. Furono espulsi dalla Francia dopo il massacro di San Bartolomeo, diventando dei senzapatria. Andarono in Olanda e impararono l’olandese, ma furono trattati dagli olandesi in modo abominevole, perciò nemmeno l’olandese è la loro madrelingua. Sono sempre stati dei profughi. Andarono in Africa, ed era un paese quasi vuoto. Non c’era quasi nessuno, né neri né bianchi, solo qualche rarissima popolazione nomade. I neri, per lo più, scesero al sud più tardi. Allora i bianchi si batterono per questo paese, e credevano di avere una patria. È questo che io sento nella voce - e non nella gente che parla l’Afrikaans, ma nei sudafricani di lingua inglese - quando sento le parole “il mio paese”. Lo senti anche nelle voci degli abitanti di paesi nuovi che si preoccupano delle condizioni del loro paese.

BALDWIN Che si preoccupano di come il paese è trattato e di quello che ne pensa la gente.

MEAD E si trovano in un continente che tutti credono appartenere ai neri, come tutti credono che l’Europa appartenga ai bianchi.

BALDWIN Io li capisco benissimo, credo. Ma ovviamente è inaccettabile. Il regime è inaccettabile.

MEAD , il regime è spaventoso.

BALDWIN Forse diventeranno le vittime della dottrina della supremazia bianca più spettacolari che il mondo abbia mai visto, perché ovviamente non possono liberarsene.

MEAD Non saprebbero dove andare. Si sono bruciati i vascelli alle spalle. Quando uscirono dal Commonwealth, si comportarono come quelle persone che credono all’imminenza del secondo avvento di Cristo. Dai via tutte le tue vesti e tutto il tuo denaro e sali sul tetto avvolto in un lenzuolo, perché deve venire. Deve venire, perché non sapresti dove andare.

BALDWIN Ma non viene. E non verrà.

MEAD Allora è necessario pensare comparativamente a tutte queste posizioni sulla terra; è necessario pensare a tutti i vari gruppi - dei Caraibi - a come sono diversi e a quello che introducono nel paese - poi guardare l’ex Guiana britannica, dove i neri avevano un prestigio superiore a quello degli indiani, gli indiani dell’India.

BALDWIN Sì, esistono situazioni analoghe in certe nazioni africane, almeno sulla costa occidentale dove i libanesi...

MEAD Vengono maltrattati.

BALDWIN O espulsi.

MEAD Espulsi e trattati spaventosamente.

BALDWIN Ed è molto difficile. Bisogna liberarsi da ogni forma di sentimentalismo. Bisogna sforzarsi di capire che cosa sta veramente accadendo in questo secolo. Il peggior sentimentalismo che bianchi e neri hanno per anni condiviso è l’idea che i neri siano in qualche modo diversi dai bianchi. Sotto certi aspetti lo siamo ma, ahimè, c’è un livello al quale la gente non è diversa, ed è il piano sul quale si manifesta la loro malvagità. Ecco una ragione di più per dire che tutti gli uomini sono fratelli. Bisogna avere la mente lucida, quando si giudicano gli esseri umani, perché siamo ancora l’ultima speranza reciproca.

MEAD Io credo che nelle varie culture ci sia una differenza anche in fatto di malvagità. Gli inglesi, per esempio, quando si arrabbiano diventano sempre più freddi. Ora, quando ad arrabbiarsi sono gli americani, bianchi o neri, non diventano più freddi...

BALDWIN No, s’accalorano.

MEAD S’accalorano e urlano e c e una precisa differenza. Quando si arrabbiano, gli irlandesi sono innamorati. Era una delle cose che notavo con mia figlia quando avevamo una casa in comune con una famiglia in cui la moglie era irlandese. Trattava mia figlia con la massima gentilezza, ma non l’amava come amava suo figlio. Così mia figlia cominciava a imparare che rabbia e amore sono la stessa cosa, una cosa che non avrebbe dovuto imparare, perché non era irlandese, dopo tutto. Come nella poesia di Kipling:

“Perché dove ci sono irlandesi, c’è amore e c’è lotta. E quando ci fermeremo, l’Irlanda non sarà più! l’Irlanda non sarà più !“ Dunque esiste davvero una differenza, anche nella rabbia, e la rabbia può portare alla crudeltà tra un gruppo e l’altro. Ora, una cosa che vorrei domandarle riguarda l’importanza che lei attribuisce al contatto fisico. A me pare che il borghese medio americano sia troppo inibito quando si tratta di toccare gli altri.

BALDWIN È letteralmente paralizzato.

MEAD È paralizzato. Forse stringe la mano.

BALDWIN E anche questo lo fa nervosamente.

MEAD In effetti non gli piace. Ora, la mia esperienza complessiva, lavorando con i neri, è che devo sempre toccarli, o farmi toccare, se vogliamo combinare qualcosa.

BALDWIN Oh SÌ.

MEAD Ho l’impressione, se non li tocco, di non avere affatto comunicato con loro. Potrei starmene seduta in fondo alla sala a fare un bel discorso dietro l’altro, ma il contatto fisico cambia tutto, il semplice contatto fisico.

BALDWIN Non so perché sia così. Ricordo che in Africa, una volta, studiai il modo in cui gli africani portavano i bambini; li avvolgevano in quest’affare che portano sulla schiena. Qualcuno ha detto che è quasi la chiave della psicologia africana, perché quando il bambino ha bisogno di qualcosa non deve far altro che bussare.

MEAD E non puoi vederlo, capisce?

BALDWIN Puoi solo sentirlo e reagire ai suoi movimenti. È una cosa molto sottile, no? E non è tipica della vita in occidente; è tipica della vita che ho fatto io. Noi siamo tutti cresciuti l’uno addosso all’altro, scambiandoci baci o ceffoni o chissà cosa. Ma non facevamo che toccarci, e perciò toccavamo tutti gli altri. Questa, però, è una delle grandi inibizioni della borghesia nera. Vai all’elegantissimo party di qualche nero, borghese o aristocratico - sono feste spaventose - e tutti sono più rigidi e impettiti di qualunque inglese o americano bianco, perché, come ho detto prima, devono ancora imparare il trucco. Poi, verso le due del mattino, se resisti fino a quell’ora, qualcuno cede e tutti finiscono in cucina. Vede, una volta partiti tutti i neri più impettiti, il padrone o la padrona di casa vanno in cucina a prendere del pollo e noi ci togliamo le scarpe e torniamo alle nostre abitudini selvagge e ci divertiamo, a stare così, in compagnia e tra noi.

MEAD Be’, una delle cose importanti, mi sembra, una delle cose molto importanti in questo paese, è quando i neri toccano i bianchi liberamente. È quello che è successo. Lei avrà anche l’impressione che tutto sia peggiorato. Ma io giro il mondo da bianca. Altrettanto fa mia sorella, e dice la stessa cosa. Ha insegnato a Harlem, ha insegnato in tutta New York City. Certe volte, oggi che zoppica e usa il bastone... oggi un nero è capace di prenderla a braccetto per aiutarla ad attraversare la strada.

BALDWIN In America è sempre stato così.

MEAD Niente affatto. Quella di toccare era un’iniziativa riservata ai bianchi. C’era sempre una linea che poteva essere pericolosa. Ma secondo me è altrettanto importante che i neri si sentano perfettamente liberi di toccare i bianchi, perché se non toccano la gente non sono umani.

BALDWIN Non toccare una persona è un modo di re-spingerla. Ed è anche un modo di essere respinto. Ricordo che quando ero molto più giovane di adesso, quando ero alle medie, e anche in chiesa, ho subìto dei grossi traumi. Avevo tredici o quattordici anni e mia madre m’insegnava che in metropolitana dovevo sempre alzarmi e cedere il posto a una donna. Ma certi predicatori mi dicevano che non avrei mai dovuto cedere il posto a una donna bianca. Questo, per un po’, mi pose un difficile problema, perché alzarsi per una bianca sarebbe sembrato un atto di servilismo. Risolsi elegantemente il problema restando sempre in piedi. Ma fu un trauma, perché dovetti pensarci e risolverlo da solo, e decidere se il colore di una donna è più importante del fatto che sia una donna. Lo superi, ma io credo che ogni nero sia stato costretto a fare questa specie di guerra privata, soprattutto se è un uomo. Essere neri. Neri. Neri.

Ecco un altro aspetto di tutta questa faccenda che nessuno ha mai realmente affrontato! Che cosa significhi è stato suggerito da molti, ma in realtà non è mai stato capito. È una situazione molto complessa quando un ragazzo nero diventa un uomo e si trova in questo paese. La sua sessualità è minacciata dal momento in cui i suoi occhi si aprono al mondo. E l’unica persona che ne sa veramente qualcosa, che la sa più intimamente, è anche la figura più pericolosa della sua vita: sua madre. Suo padre, per lo più, non ha rapporti con lui. Inoltre, non è che suo padre possa farci molto, visto che la sua stessa virilità è minacciata, e ogni giorno si trova a dover affrontare dei coltelli, in parte per dar da mangiare al figlio. Così tocca alla madre investire il figlio, il figlio maschio, di una specie d’interiore dignità che lo protegga da qualcosa da cui in realtà non può essere protetto, a meno che dentro non abbia qualcosa d’interiore per affrontarla. Se ripenso alla mia esperienza, vedo che ho fatto un mucchio di finte e schermaglie, ma che ho anche dovuto sferrare molti attacchi frontali. Un aspetto del grosso dilemma era questo: come diavolo, prima di tutto, trattare la donna nera. Quando io ero ragazzo, uno era molto ambivalente sul fatto di essere nero, e non sapeva nulla di se stesso, e non era colpa sua. Nemmeno le scuole che avevo frequentato, i libri che avevo letto, le persone che conoscevo, sapevano qualcosa di se stessi, e per scoprire chi ero dovevo fare varie cose difficili. Ma come comportarsi con una ragazza nera che sapevi di non poter proteggere se non eri pronto a sgobbare tutta la vita all’ufficio postale, se non eri pronto a scendere a compromessi che per temperamento io mi sentivo poco adatto a fare? E neanche allora avrebbe funzionato. Non funzionava. Potevo vederlo tutt’intorno a me. Vedevo il prezzo che pagavano certi neri, che certi grandi uomini neri avevano pagato. Erano uomini assolutamente straordinari e molto, molto difficili, anche se non lo erano con me, perché mi volevano bene. Ma erano molto, molto pericolosi. Nessuno che avesse avuto il cervello a posto si sarebbe mai sognato di fargli certi discorsi, se non voleva morire. Poi c’è il grande problema delle donne bianche. Ti vengono a cercare, per lo più, come se tu fossi un esotico... be’, veramente vengono da te come se tu fossi qualche straordinario simbolo fallico.

MEAD Come se tu non fossi altro che un simbolo fallico.

BALDWIN Come se tu non fossi altro che un fallo ambulante.

MEAD Non hai una testa.

BALDWIN No, né testa, né braccia, né niente, solo un... e ovviamente puoi farlo per un po’. Ma finisci... be’, in effetti l’atto d’amore diventa un atto di violenza, un omicidio che è anche sempre un po’ un suicidio. Nel mio caso, ho semplicemente disertato la scena. Sono andato in un altro paese: altri cinque minuti e mi avrebbero portato al Bellevue. Raggiunsi la Francia, e tutto cominciò a venire a galla. Mi misi a distruggere bar, a picchiare la gente. Passai un anno a Parigi facendo a pezzi la città. Naturalmente conciarono anche me, che a un certo punto finii in galera. Mi ci volle un anno: per andare in galera, volevo dire. Già mentre lo facevo mi rendevo conto di quello che stava succedendo, ma non potevo smettere. Sapevo che alla fine tutto doveva venire a galla. E alla fine, quando mi ritrovai con le spalle a terra, e come umiliato e vergognoso di me stesso perché sapevo di essermi comportato molto male, era finita. Qualcosa era finito. Il trabocchetto, se vieni al mondo in questa situazione, la natura del trabocchetto è nel fatto che nemmeno lo sai, che ti sottometti. Ti hanno insegnato che sei un essere inferiore e perciò agisci da essere inferiore. E sul piano che è molto difficile da raggiungere, ci credi davvero. E, naturalmente, tutte le cose che fai per dimostrare che non sei un essere inferiore servono solo a dimostrare che lo sei. Sono una specie di boomerang.

MEAD Sì, se ci badi.

BALDWIN Partecipi a quel gioco stando alle regole di un altro, e non puoi vincere finché non avrai capito le regole e non sarai uscito da quel particolare gioco, che in fin dei conti non merita di essere giocato.

MEAD Secondo me, sa, varrebbe la pena di riflettere un pochino sul parallelismo tra razza e sesso, e dove questo esiste e dove no. Ralph Bunche e io ci facevamo delle matte risate perché al Cosmos Club c’erano dei settori dove non poteva entrare lui e dei settori dove non potevo entrare io. Erano diverse, ma entrambe le esclusioni si basavano sui pregiudizi. Ora, quello di cui parla in questo momento il Women’s Lib è, naturalmente, che le donne hanno accettato una versione maschile di se stesse. E quando parli dello scrivere, in che lingua scriverai? Robert Browning ha scritto: “Insegnami, insegna soltanto, Amore! Come sarebbe mio dovere, parlerò la tua lingua, Amore, avrò i tuoi pensieri”. Tutta la vita di Elizabeth Barrett Browning non è stata che un ‘interpretazione della sua immagine di lei. E poi trovi Olive Schreiner o Emily Dickinson alle prese con immagini che non sono davvero femminili e che non se la passano mica tanto bene, perché in pratica hanno dovuto prendere. tutta la loro vita e...

BALDWIN Smontarla.

MEAD E darsi a sviluppare nuove immagini perché nella letteratura non ce n’erano di adatte a loro.

BALDWIN È quello che devono fare anche i neri.

MEAD E c’è il tipo di rapporto che consiste nell’accettare, nell’usare una lingua che non è stata scritta, non è stata fatta per te.

BALDWIN Che non è stata scritta pensando a te, e tu devi, semplicemente, costringere la lingua a notarti,

se vuoi esistere nel suo ambito, e non hai altra scelta che esistere nel suo ambito. Anche se riesci a imparare lo Swahili, hai sempre bisogno dell’inglese per fare tutte le cose che ancora si devono fare in questo secolo terrificante. L’intera questione sesso-razza è probabilmente in quest’area, dove si può localizzare il microbo. Ma farlo è quasi impossibile, perché le due aree sono talmente inaccessibili alla memoria e urtanti per l’ego che devi prendere la pala ed effettuare scavi straordinari nelle tue budella per poterti avvicinare alla verità quanto alla connessione tra la tua rabbia, per esempio, e la tua sessualità. Sa, la prossimità nella tua sessualità.

MEAD Secondo me, è quello che sta succedendo col Women’s Lib. Forse si potrebbe dire che c’è una specie di parallelo, che in un certo senso il giovanotto nero di questo paese che è angosciato è quello che, m un certo senso, ha avuto le maggiori possibilità.

BALDWIN Be’, è un altro modo per dire che si sente più ingannato.

MEA» Ricevere un po’ di speranza, venire ammesso, sì; così, poi, si sente più ingannato. Be’, vede, in teoria le donne sono state educate proprio come i maschi.

BALDWIN Ma non credo che sia veramente possibile. MEAD  Ci hanno provato. Hanno messo i bluejeans e sono andate a scuola con i ragazzi e hanno ricevuto la stessa istruzione. È come se lei dicesse a un uomo:

“Cosa farai da grande?” e lui dicesse: “Be’, credo che farò l’avvocato, se non mi sposo”. “Come sarebbe a dire, se non ti sposi?” “Be’, se mi sposo dovrò badare alla fattoria.” “E perché dovresti badare alla fattoria?” “Ai bambini fa bene vivere in campagna.” Ecco quello che chiediamo alle donne, di rinunciare a una parte di se stesse quando si sposano.

Stavo attraversando il campus di Wellesley con mia figlia, che aveva quattro anni, e che invece di seguirmi si arrampicava sui pini. “Vieni giù da quel pino” dissi. “Non devi mica mangiare gli aghi di pino come gli indiani.” Allora lei scese e mi domandò: “Perché gli indiani devono mangiare gli aghi di pino?” “Per rifornirsi di vitamina C” dissi, “perché non hanno arance.” “Perché non hanno arance?” domandò lei. A questo punto io feci un chiarissimo errore tecnico. Dissi: “Perché l’uomo bianco gli ha portato via la terra”. Lei mi guardò e disse: “Non sono bianca, io?” “Sì, sei bianca” risposi. “Ma io non gli ho portato via la terra, e non voglio che gliela portano via!” gridò lei. Ora, se avessi detto: “I primi coloni gli portarono via la terra”, lei non avrebbe detto:

“Non sono una colona, io?” Invece avevo creato una categoria razziale arbitraria: l’uomo bianco. Era un nobile sentimento, ma era ancora un sentimento razziale.

BALDWIN Io diffido molto dei nobili sentimenti. Ma questo richiede un livello di chiarezza che è sempre stato raro.

MEAD I ragazzi dicono tutti - e sono perfettamente chiari - che il futuro è oggi. È inutile fare previsioni per l’anno 2000.

BALDWIN No.

MEAD Quello che conta è quello che facciamo questa settimana.

BALDWIN Esattamente.

MEAD Proprio adesso, in questo momento.

BALDWIN È l’unico momento che c’è; non esiste alcun altro momento.

MEAD Sì, è vero. Per questo ho molta simpatia, e ho potuto capire tempestivamente che il potere nero non è un tradimento degli ideali di quanti di noi hanno lavorato per l’integrazione. Molti della mia generazione si sono battuti a fondo per l’integrazione, specie giù nel sud. Hanno rischiato la vita per l’integrazione, e poi tutti si voltano indietro e dicono che era tutto un errore. È dura, per loro. In realtà non mi è stato difficile capire il senso del potere nero, perché a mio avviso è un modo in cui i neri si assumono la responsabilità della propria vita.

BALDWIN È tutto quello che significa, in realtà.

MEAD È tutto quello che significa. Assumersi la responsabilità della propria vita, darsi la dignità di scegliere e agire, e rispettarsi per quello che si è.

BALDWIN Dopodiché potranno decidere di chi vogliono essere amici.

MEAD Sì. Da una posizione di forza, in un certo senso. Sono sempre una minoranza, voglio dire, e soggetti alla volontà degli altri, ma nondimeno hanno raggiunto una posizione di forza. Ma se dobbiamo sempre tornare indietro a riesaminare il passato, non so come faremo a sfuggirgli.