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Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore

ESPLORARE LA MENTE

La creatività umana ha degli aspetti comuni con il bricolage comportamentale evidente nelle scimmie antropomorfe? Può rassomigliare a una sorta di macchina che produce ipotesi, scenari e soluzioni diverse in modo quasi casuale, anche al di fuori di una logica strutturata? Per affrontare questo argomento si può partire da una citazione di Albert Einstein: “Non ritengo” scrive il grande scienziato “che le parole o il linguaggio scritto o parlato abbiano alcun ruolo nel meccanismo del mio pensiero. Le entità psichiche che sembrano servire da elementi sono piuttosto alcuni segni o immagini che nella mia mente entrano in un gioco combinatorio di tipo visivo e a volte muscolare”. Quest’affermazione può sembrare provocatoria ma indica un aspetto delle procedure mentali tutt’altro che insolito e che può essere comune a persone geniali ma anche a quanti, più semplicemente, possiedono l’abilità di manipolare i numeri in modo eccezionale, come nel caso dei cosiddetti “calcolatori viventi”; questi “vedono” i numeri, li materializzano, li trattano come oggetti, li rimescolano tra di loro attraverso strategie mentali che sono ben diverse rispetto a quelle che presupponiamo essere comuni a tutti noi.Il musicista Wolfgang Amadeus Mozart, che in una lettera a un amico scriveva: “Passeggiando in carrozza o dopo un buon pranzo i pensieri si affollano nella mia mente in modo quasi giocoso. Da dove arrivano? E come? Non lo so. Quando mi piacciono li tengo a mente, li canticchio a bocca chiusa. Quando il mio tema è formato, ecco arrivare un’altra melodia che si concatena con la prima. L’opera nasce. E’ allora che la mente afferra l’intera composizione come fa uno sguardo con una splendida immagine o una bella ragazza. Mozart indica un modo singolare e individuale di ricombinare frasi musicali, elementi singoli in un tutto organico; egli sembra avere un’idea globale e tutto il resto diventa una sorta di automatico bricolage della sua mente come se questa lavorasse autonomamente e senza pressioni. Questo aspetto, che ovviamente non deve far passare in seconda linea il lungo lavoro e impegno che è alle spalle di ogni attività di tipo creativo, sembra far parte della capacità di generare elementi nuovi in modo quasi ludico o di individuare delle valenze insolite in una realtà altrimenti già nota.

Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 80 

 

L’evoluzione delle funzioni cognitive ha quindi portato a logiche diverse rispetto a quelle rigidamente “sequenziali” che sono alla base degli apprendimenti e del pensiero di tipo associativo? Considerare l’intelligenza essenzialmente in termini di processi logico-razionali, simili a quelli che caratterizzano l’intelligenza di tipo simbolico-matematico, è stato uno dei limiti della psicologia comparata, di quella dello sviluppo e di numerose teorie della mente. Gli studiosi delle radici evolutive dell’intelligenza, a eccezione di quei pochi che hanno tentato di sondare le capacità “creative” degli animali, si sono infatti concentrati su strategie dell’apprendimento — animale e umano — legate alla soluzione di problemi attraverso forme di comportamento operante: il loro concetto di intelligenza riguardava principalmente la capacità di associare un particolare stimolo a un rinforzo, di generalizzate un’esperienza o, nel caso dei discussi esperimenti sul “linguaggio” degli scimpanzé, di manipolare simboli come avviene nel linguaggio umano.In modo simile, sino a non molto tempo fa, gli studiosi dell’intelligenza umana e gli psicologi dello sviluppo hanno valutato l’intelligenza soprattutto in termini di capacità operazionali e di quei processi di tipo logico-matematico che sono al centro delle teorie dello sviluppo dello psicologo Jean Piaget. E soltanto da poco tempo che si è andati alla ricerca, come hanno fatto Jerome Bruner (1990) e Howard Gardner (1985), di forme di intelligenza quali quella cenestesica (l’intelligenza di un acrobata o di un ballerino), musicale, spaziale (l’intelligenza di un navigatore). Infine i cultori dell’intelligenza artificiale e i sostenitori di teorie della mente di tipo computazionale si sono ugualmente ispirati a un modello della mente di tipo logico-simbolico e a forme di apprendimento basate su associazioni, formazione di categorie, generalizzazioni. Queste strategie della mente non rappresentano che uno degli aspetti dell’intelligenza; ma vi sono altri aspetti, come ad esempio la capacità di inquadrare la realtà e trovare soluzioni di tipo analogico, che rimandano a una forma di pensiero evidente in forma appena embrionale nelle scimmie antropomorfe ma estremamente importante nella specie umana dove l’intelligenza analogica si manifesta sin dai primi anni di vita.

Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 82

 

IL PENSIERO ANALOGICO

Sono proprio i vari aspetti del pensiero analogico a indicare alcuni aspetti salienti della mente umana che le consentono di compiere dei “salti” e di avere delle illuminazioni, in modo particolare quando fronteggia problemi nuovi e complessi e, soprattutto, situazioni insolite che si presentano per la prima volta e in cui le variabili sono numerose e spesso sfuggenti. E in queste situazioni che le strategie analogiche della nostra mente possono portare a soluzioni innovative, “visualizzare” concetti in forma concreta, lasciare intravedere una dimensione diversa (Oliverio, 1997).Nella sua definizione più schematica, il pensiero analogico implica il passaggio da una “fonte” — o realtà — nota a un “bersaglio” — o realtà — ignoto. Immaginiamo, ad esempio, di incontrare per strada un marziano appena sceso dall’astronave e di doverne descrivere le caratteristiche ad altri o di cercare di comprendere come sia fatto, si comporti ecc. Il marziano può essere simile, come in tanti film di fantascienza, a una “cosa” gommosa e informe che descriviamo accuratamente, soffermandoci sui suoi particolari: eppure allo stesso tempo, attraverso il pensiero analogico, pensiamo a esso in termini di qualcosa di noto, poniamo una medusa o un polpo. E’ attraverso questa analogia che facciamo delle ipotesi stilla sua natura: il nostro marziano usa le sue propaggini come dei tentacoli? Da un pezzo può rigenerarsene un altro? Ci può ustionare o afferrare?Il pensiero analogico, pur non essendo “logico” nel senso che si basa sulle usuali deduzioni logiche, implica una forma di logica (analogica) che porta alla comprensione di una realtà ignota — il bersaglio dell’analogia — tramite delle costrizioni o “colli di bottiglia” attraverso cui bisogna passare se si vuole configurare un’analogia utile per mappare il bersaglio ignoto sulla base di una fonte nota. Nelle analogie sono presenti tre tipiche costrizioni o “punti irrinunciabili”: la somiglianza di alcuni elementi tra realtà diverse, la presenza o la ricerca di parallelismi strutturali tra i vari ruoli e infine l’esistenza di obiettivi e scopi che guidano il pensiero analogico. Facciamo un esempio concreIo e immaginiamo di essere un bambino che, per la prima volta, vede un formicaio e cerca di comprenderlo alla luce di ciò che egli conosce, cioè il mondo degli uomini, anche se in realtà persino numerosi etologi hanno ragionato in modo simile. Nel considerare questa realtà sconosciuta, il nostro bambino ragiona in questo modo:
1)         le formiche sono animali (somiglianza con gli uomini);
2)         il formicaio è la città delle formiche, quindi le celle del formicaio sono le case (parallelismo strutturale);
3)         alla luce di quanto conosciamo sugli uomini si può tentare di comprendere la vita delle formiche (criterio antropomorfico, basato sull’estensione alle formiche di caratteristiche umane) o al contrario si può cercare di comprendere meglio la società umana.Il vantaggio delle analogie consiste nel fatto che due entità che possono inizialmente apparire autonome, dopo un approccio analogico rivelano l’esistenza di connessioni tra di loro: perciò le analogie sono una fonte di congetture (non di conclusioni) possibili, mentre il successo di un’analogia dipende dal fatto che la congettura sul “bersaglio” sia utile o accurata. Ad esempio, nel paragonare il marziano a una medusa pensiamo anche che il nostro extraterrestre sia sensibile al calore e che, se diventa aggressivo, potremmo utilizzare il calore come arma di difesa? Nel parlare dei tentacoli del marziano implichiamo anche che esso abbia un sistema nervoso centrale che controlla la periferia del corpo?Nell’ambito dci processi cognitivi l’analogia ha la capacità di innescare meccanismi mentali che consentono di combinare o ricombinare le idee in modo nuovo o di associare due aspetti della lealtà che sino a un determinato momento apparivano non cordati o incompatibili. Le analogie forniscono un banco di prova sperimentale su cui lavorare prima di passare a modificare una qualche realtà o a formulare una qualche teoria. Ad esempio, se si paragonano le onde sonore a quelle formate dall’acqua, come già fecero Crisippo nel II secolo avanti Cristo e Vitruvio, nel I secolo dell’era moderna, si ha un modello di riferimento per ipotizzare cosa succederebbe se le onde sonore colpissero una superficie solida (uno scoglio come quello sui cui si infrangono le onde marine) o se due onde di uguale lunghezza e altezza si scontrassero tra di loro. Ovviamente i modelli analogici non riguardano soltanto il campo delle scienze sperimentali ed essi sono stati e vengono utilizzati per mettere alla prova teorie economiche, sociali ecc.Il processo di generazione di un’analogia si basa su questi passi successivi, tutti appartenenti a un contesto di tipo cognitivo:
1)         selezionare (dalla propria memoria e conoscenze) una fonte di analogie;
2)         mappare la fonte sul bersaglio — cioè estendere ciò che è noto e verosimile a quanto è ignoto o a quanto vogliamo considerare attraverso una nuova ottica — e quindi definire nuovamente il bersaglio alla luce dei nuovi attributi che gli abbiamo conferito;
3)         valutare gli aspetti unici del bersaglio;
4)         apprendere sulla base dei successi o insuccessi dell’analogia.Questa formalizzazione schematica del pensiero analogico non deve però far ritenere che la nostra mente debba costruire le analogie passo dopo passo, in quanto questa forma di pensiero rappresenta una struttura naturale della nostra mente, alla base di ogni successivo processo cognitivo di tipo logico-formale. La tendenza a mappare la realtà in modo sistemico è una caratteristica innata della nostra e di altre specie animali dotate di un sistema nervoso complesso. Lo studio comparato dei processi cognitivi indica come i primati non umani siano in grado di cogliere delle analogie secondo un gradiente evolutivo che consente loro di individuare delle relazioni sempre più complesse tra oggetti o situazioni diverse. Un primo stadio, comune a quasi tutti i primati non umani, implica la capacità di cogliere l’esistenza di nessi analogici “concettuali” tra situazioni diverse: le scimmie sono in grado di comprendere che una terna di oggetti costituita ad esempio da due mele e una scarpa presenta un’analogia con una terna di oggetti diversi rispetto ai primi e costituita da due cacciavite e un cubo in quanto entrambi le terne condividono il concetto di “somiglianza tra” (le due mele, i due cacciavite) e “diverso da” (la scarpa, il cubo). Comunque, una scimmia, come la celebre Sarah studiata dallo psicologo David Premack, può giungere a cogliere simili analogie come anche relazioni più complesse, ad esempio analogie di tipo funzionale quali “una chiave apre un lucchetto come un apriscatole apre una scatoletta” o “una sfera voluminosa si incastra in una grande semisfera concava, come una piccola sfera si incastra in una piccola semisfera concava Resta il fatto che molto difficilmente una scimmia produce delle analogie per affrontare problemi nuovi, mentre questa strategia è presente sin dall’infanzia umana.Già a due anni un bambino riunisce dei cubi dello stesso colore, isolandoli da cubi di colori diversi sulla base dei loro attributi, cioè di simili caratteristiche. Un neonato diii mesi si aspetta che due oggetti simili abbiano proprietà simili: ad esempio, dopo aver visto una pallina che suona perché contiene all’interno un campanello, si aspetta che anche un’altra pallina suoni.
A tre anni un bambino dimostra di essere in grado di elaborare delle mappature di relazione, cioè di passare da una realtà a un’altra purché esse si rassomiglino per i rapporti che hanno tra di loro: ad esempio, se si nasconde un oggetto in un mobile in miniatura, che a sua volta fa parte di un modellino in scala ridotta di una stanza, il bambino lo cercherà nel mobile reale della stanza reale. A quattro anni un bambino comprende l’esistenza di mappature di tipo proporzionale secondo lo schema A : B   C : D (una pagnotta sta a una fetta come un limone a una fettina) e apprezza forme di humour basato su analogie relazionali; a cinque anni effettua una mappatura sistemica, e individua relazioni di ordine superiore, basate su cause simili. Ad esempio, comprende l’analogia della volpe e dell’uva, cioè il fatto che di fronte a scelte impossibili si finge di non essere più interessati a quella realtà. A sei anni, infine è in grado di risolvere complessi problemi basati su analogie proporzionali e contenuti non familiari, mentre la sua capacità di generalizzare e di individuare attributi simili, relazioni di causa-effetto in situazioni diverse e in continua crescita. Isomma, la psicologia dello sviluppo indica che la mente umana possiede un’abilità naturale per passare attraverso successive tappe analogiche che sono invece precluse ai primati non umani.Pensare in modo analogico fa quindi parte delle capacità naturali della nostra mente e dimostra come nel pensiero si fondano processi di tipo divergente e di tipo convergente, legati a visioni globali e ad analisi logico-razionali.
Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 87

 

Con una metafora si potrebbe attribuire alla corteccia la funzione di archivio dei ricordi, mentre la regione temporale media è l’archivista: iscrive le esperienze, trasformandole da fragili memorie di lavoro in memorie durature e le rimugina per ore, mesi o persino anni, svolgendo un minuzioso lavoro di classifica, paragone e generalizzazione. Questa parte del cervello è uno snodo essenziale per paragonare tra di loro le esperienze, consentire di tracciare analogie, ristrutturarle in termini di significati. Una volta compiuto questo lungo lavoro che può durare anche anni, l’archivista dispone di una mappa e possiede la chiave per andare a ricercare nei posti giusti” le diverse parti e componenti dei ricordi, per ricostituire da un insieme di tessere il puzzle della memoria. Se l’archivista è assente, come si è verificato nel caso di H.M., la mappa e le chiavi non sono più disponibili: forse i ricordi sono depositati in qualche parte del cervello ma sono inaccessibili. Restano invece a disposizione della mente le memorie più antiche, quelle ormai catalogate in forma molto stabile nei circuiti corticali, memorie talmente evidenti che balzano agli occhi, o alla mente, anche senza l’intervento dell’archivista.In seguito agli studi compiuti su H.M. e sui rapporti tra lobo temporale e memoria, le ricerche in questo settore hanno preso in considerazione le diverse strutture nervose che potessero essere coinvolte nella memoria e, se danneggiate, portare ad amnesia. Questi studi hanno dimostrato che la regione temporale è connessa con l’amigdala e l’ippocampo e quest’ultimo con il diencefalo tramite il fornice in una sorta di circuito della memoria di cui, ovviamente, fa parte tutta la corteccia cerebrale che è connessa con quella temporale e, in modo diretto, con lo stesso ippocampo e diencefalo. Tutte queste strutture nervose svolgono il loro ruolo nella cosiddetta memoria esplicita che implica un riconoscimento cosciente delle esperienze che abbiamo avuto e che affiorano spontaneamente o richiamiamo alla mente. Sensazioni o esperienze, per essere trasformate in memorie esplicite, devono passare per le strutture del lobo temporale mediale — come la corteccia entorinale —una sorta di imbuto attraverso cui vengono filtrate tutte le sensazioni e percezioni, e da queste strutture, attraverso ippocampo e amigdala in cui vengono connotate per caratteristiche (memorie spaziali, emotive ecc.), devono raggiungere il diencefalo dove le esperienze vengono “assemblate” insieme e registrate sotto forma di memorie stabili nei circuiti del cervello. E il circuito della memoria “corteccia temporaie-ippocampo-diencefalo” che consente di connettere tra di loro le diverse componenti degli episodi della vita quotidiana (sensazioni, immagini mentali, emozioni, valutazioni della realtà) per trasformarle in memoria episodica, in eventi della nostra storia individuale. Ma queste strutture nervose giocano anche un ruolo nella memoria semantica come l’imparare nuovi nomi, registrare in modo stabile numeri di telefono, apprendere nuovi vocaboli.
Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 123

 

Negli anni Sessanta quando gli psicologi Schachter e Singer (1962) sostennero che esisteva uno stesso stato viscerale comune a tutte le emozioni, malgrado la diversità delle sensazioni ed emozioni evidenti: quindi l’attivazione dei visceri sarebbe stata una condizione necessaria per l’esperienza emotiva (la componente prettamente biologica) ma questa sarebbe dipesa, secondo Schachter, da valutazioni di tipo cognitivo, dalla percezione dello stato interno e del mondo esterno. Con le nuove teorie di Schachter e Singer emozione e cognizione, memoria in particolare, si fondevano insieme, giustificando quegli studi che indicano, come abbiamo notato, come l’emozione rappresenti una dimensione fondamentale della memoria, in grado di conferire maggiore o minor pregnanza ai ricordi ma anche di agire più in generale sui processi di consolidamento della memoria.Ma attraverso quali processi si verifica un’attivazione emotiva, cosa dà luogo all’attivazione viscerale, cosa porta a quelle modifiche del nostro stato interno che ci fanno “sentire emozionati”? A questi interrogativi ha dato una risposta uno psicologo, Nico H. Frijda (1986). secondo cui un’emozione è legata a un evento scatenante che viene percepito, decodificato e infine valutato in rapporto alle proprie preoccupazioni in termini di priorità delle risposte adatte per reagire all’evento. Ciò comporta una prontezza all’azione, il vero nucleo centrale dell’emozione, delle variazioni fisiologiche come l’aumento della frequenza cardiaca — il batticuore — e altre modifiche che possono prepararci all’azione oppure alla situazione opposta, il blocco dell’ azione. Il candidato migliore perché si verifichi questo stato di attivazione viscerale sembra essere una discrepanza di tipo percettivo-cognitivo, un conflitto tra le aspettative che un individuo ha in rapporto a una situazione particolare e lo stato del mondo reale. Questa teoria, di recente discussa da P. N. Johnson-Laird (1988), rappresenta uno sviluppo delle antiche concezioni del filosofo americano John Dewey il quale sosteneva che l’emozione in generale dipendesse dalla discrepanza o dall’interruzione delle aspettative o di un’azione progettata mentre le specifiche emozioni dipenderebbero dalla valutazione del significato della situazione specifica. L’esempio classico è quello dell’ottovolante: andare sui suoi vagoncini produce delle discrepanze tra le nostre aspettative e le sensazioni che provengono dall’equilibrio e da altri fattori cenestesici. il giro nell’otto volante sarà piacevole o produrrà ansia a seconda di ciò che ci aspettiamo, sulla base di esperienze simili dalla nostra percezione di tenere la situazione sotto controllo o di essere invece impotenti. Le emozioni, perciò, lungi dall’essere ciechi meccanismi istintuali, sono come una cartina di tornasole che ci dà informazioni sul mondo che ci circonda; esse ci rivelano una realtà ricca di eventi che producono uno stato di discrepanza e l’interruzione delle nostre aspettative e ciò genera delle risposte viscerali che vengono lette in termini di emozioni diverse, a seconda delle interpretazioni cognitive.È l’imperfezione del mondo che ci spinge a emozionarci: la nostra mente nota quelle situazioni in cui si verifica l’inatteso, i momenti in cui il nostro procedere verso gli scopi che ci siamo dati viene accelerato o bloccato. A questo punto si manifesta l’e-nozione ed essa ci prepara verso l’azione successiva: se una parto del nostro scopo viene raggiunta siamo felici e procediamo verso la tappa seguente, sospinti dall’attivazione emotiva che si accompagna al nostro raggiungimento e che viene incorporata nei nostri schemi mentali. Se invece i nostri piani vengono bloccali, si genera una sensazione di inappagamento, di ansia che ci induce ad analizzare la situazione in cui siamo calati e i nostri stessi desideri, aspirazioni, scopi. Da una lettura negativa dei nostri insuccessi può derivare un ripiegamento depressivo su noi stessi, una fuga dalla realtà. Anche in questo caso le modifiche del nostro stato interno, l’attivazione viscerale, le alterazioni del sistema nervoso autonomo, ci preparano all’azione, blocco o fuga che sia, e vengono da noi sentite come un turbamento interiore, uno stato di instabilità conscia o inconscia che dà un significato alla realtà.
Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 133
   

 

ELIMINATIVISMO E CONNESSIONISMO

Paul Churchland (1979) adotta una posizione antitetica a quella di Fodor: sostiene che la psicologia del senso comune possa essere eliminata e nega che il pensiero possa essere basato su “frasi” o proposizioni sostenendo invece un modello connessionista. La sua filosofia della mente si basa essenzialmente su tre punti:
1) tutte le osservazioni sono fondate su teorie, il che preclude il ricorso a validi fondamenti di tipo empirico;
2) la conoscenza non è di tipo proposizionale e linguistica, non esiste il “linguaggio del pensiero” sostenuto da Fodor e dalla CTM;

3) 
rifiuto delle categorie cui fa capo la psicologia del senso comune.

4) 
  Osservazioni fondate su teorie ed “eliminativismo». Secondo Churchland non esistono osservazioni “pure”: sono le nostre strutture e impostazioni mentali (le “teorie”) a determinare ciò che vediamo cosicché quando le teorie cambiano, cambia anche ciò che vediamo. La gente ritiene che la conoscenza di se stessi sia superiore a quella del mondo esterno, indiretta e fallibile. Questa convinzione è fondata su intuizioni legate alla psicologia del senso comune (se il dentista ci dice che non proviamo dolore rispondiamo che siamo noi a valutare meglio di lui) ma le intuizioni della psicologia del senso comune non sono “date” o predeterminate, ma modificabili: inoltre i giudizi introspettivi sono fondati su teorie. L’intenzionalità, che è al centro della psicologia del senso comune, è, secondo Churchland, un artificio linguistico con cui rappresentiamo la nostra visione del mondo anziché una caratteristica veritiera della realtà: pertanto, essendo l’intenzionalità fallibile e soggetta a revisioni, la psicologia del senso comune, con i suoi assunti sulle credenze e sui desideri umani, può essere sostituita da teorie scientifiche. Per realizzare questo obiettivo è necessario sostituire i modelli cognitivi di tipo proposizionale (CTM) e la psicologia del senso comune (credenze, desideri): il connessionismo, basato sull’esistenza di reti neurali studiate dai neuroscienziati e simulate nell’intelligenza artificiale, si presta a questo scopo.Un tipo di conoscenza non proposizionale, basata su reti neurali.Il connessionismo propone un modello alternativo del cervello e della mente, di tipo non computazionale, cioè non basato sull’esistenza di una macchina universale di Turing. Nei cervelli reali esistono circuiti o reti nervose costituite da neuroni che si eccitano (o attivano) e che comunicano la loro eccitazione ad altri neuroni attraverso le sinapsi che pongono in contatto neurone con neurone: l’eccitazione di uno o più neuroni può comportare l’attivazione di un intero circuito o rete cosicché un insieme— o popolazione — di neuroni si trova in uno stato di attivazione rispetto ai neuroni circostanti; questo stato di attivazione della rete può realizzarsi (essere innescato) in modi diversi, ad esempio dipendere dall’attivazione dei neuroni x, y, z, oppure da quella dei neuroni x1, y1, z1, oppure dal fatto che un neurone riceve input (dati in entrata) da altri neuroni che hanno “pesi” diversi cosicché il suo stato di attivazione dipenderà da un bilancio tra le sue caratteristiche e quelle dei neuroni/sinapsi che convergono su di lui. Il connessionismo implica quindi che esistano reti neurali e che le caratteristiche della loro attivazione coincidano con una descrizione di ciò che porta a un’attivazione dei loro neuroni.
Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 155

Dennett: l’intenzionalità strumentale. 

Per Daniel Dennett (1990), al contrario di Searle, non esiste un’intenzionalità intrinseca. Soltanto la selezione naturale (darwiniana) può essere considerata come l’agente intenzionale che ha dato origine a esseri viventi, veicoli dei loro “geni egoisti” che utilizzano gli organismi per massimizzare la propria diffusione rispetto ad altri geni, come sostiene il biologo evoluzionista Richard Dawkins. Invece l’intenzionalità, così come la intendiamo correntemente, non è altro che un modo di esprimersi che si riferisce a reali aspetti del comportamento. Questi ultimi, tuttavia, non riguardano soltanto il comportamento umano o animale in quanto nulla ci vieterebbe, ad esempio, di attribuire dei fini a dei processi biochimici purché essi siano in linea con predizioni accurate. Dennett cerca di conciliare le spiegazioni intenzionali con le neuroscienze e, pur partendo da un oggettivismo e materialismo della terza persona (che non ammette la soggettività, la coscienza e via dicendo) dà spazio al linguaggio della psicologia del senso comune. In ciò opera una distinzione fra tre posizioni o istanze.1) Le istanze intenzionali si riferiscono al comportamento in termini di credenze e desideri, di fini e di informazione: questo tipo di spiegazioni possono venire estese agli agenti artificiali, ad esempio, un programma di scacchi ha conoscenza delle regole, ha un repertorio di mosse, ha il fine di vincere.2) Le istanze del design interno specificano gli algoritmi che sono alla base di un comportamento intenzionale: ad esempio, il design di un gioco di scacchi al computer spiega le routine e sottoroutine di cui è dotato, quali sono i diversi livelli dei suoi obiettivi, quali le basi della sua conoscenza, piani, “desiderio” di vincere.3) Le istanze fisiche si riferiscono invece all’hardware e possono spiegare perché il sistema non funziona, ad esempio se la batteria è scarica, se un chip è rotto o se una regione cerebrale è lesa a causa di un’alterazione vascolare.Per Dennett l’istanza intenzionale si basa su nozioni che possono essere definite pseudospiegazioni in quanto sembrano invocare una sorta di homunculus razionale e intenzionale che spieghi l’intelligenza. Ricorrere a questo tipo di spiegazioni è una sorta di debito che bisogna pagare all’intelligenza e che deve essere ripagato attraverso spiegazioni a livello di design: quando si passa dalle istanze intenzionali a quelle di design si sostituisce un singolo omuncolo con un “esercito di idioti”, agenti che svolgono azioni più elementari e che possono venire ridotti a meccanismi man mano più semplici, sino a raggiungere il livello della fisica. Pertanto, invece di parlare di fini e conoscenza si possono invocare spiegazioni basate su sotto-routine del programma e su proprietà dei circuiti elettronici. Per Dennett non esistono limiti all’applicazione di quest’ultimo tipo di spiegazioni intenzionali, sono legittime quando funzionano come quando si descrive un termostato dicendo che ha il fine di mantenere una temperatura prefissata o quando si afferma che un gioco degli scacchi al computer sta meditando sulla mossa da fare.L’intenzionalità, insomma, dipende dal tipo di istanza, dai concetti usati, dalle prospettive; attribuire intenzionalità, fini, informazione, è soltanto un modo di dire, uno strumento per descrivere e predire il comportamento che non fa riferimento a meccanismi mentali. Eppure l’istanza intenzionale rivela aspetti del comportamento intenzionale che altrimenti ci sfuggirebbero. Immaginiamo, ad esempio, che dei marziani possano predire il nostro comportamento a partire da una qualche superiore conoscenza della fisica e che possano descrivere nei dettagli tutti i movimenti che compiremo; malgrado ciò, sfuggirebbe loro la componente intenzionale che ne è alla base come il dire che un pugile sta sferrando un sinistro per vincere un incontro non corrisponde a un elenco dettagliato delle contrazioni dei suoi muscoli.Per Dennett l’intenzionalità non è un fatto intrinseco, una proprietà reale della prima persona come sostiene Searle, è piuttosto un aspetto delle menti evolute, animali, umane o artificiali che siano, che sono talmente complesse da ritenere di avere credenze, fini, rappresentazioni: a un particolare ambiente corrisponde un sistema semantico in grado di fornire complesse rappresentazioni. Queste rappresentazioni, cioè il significato che noi attribuiamo ai concetti di intenzionalità o di coscienza, dipendono da concetti linguistici; per dirla con Wittgenstein e Ryle la terminologia mentale dipende da giochi linguistici piuttosto che dagli eventi interni.Ma che posto ha l’io nell’ambito delle concezioni di Dennett? Per Cartesio ho era una sorta di personaggio, un osservatore privilegiato in grado di osservare quello che egli definiva come il teatro: e il teatro cartesiano non era altro che un posto ideale, situato in qualche parte del cervello, dove i fenomeni della realtà venivano idealmente rappresentati a quest’unico spettatore. Questa raffigurazione della coscienza, basata sull’esistenza di un osservatore privilegiato nel teatro della nostra mente, non farebbe altro che ridurre la nostra coscienza a quell’osservatore dentro di noi; Dennett propone invece un modello diverso, basato su un “pandemonio” di operatori, in continuo a parziale contatto, freneticamente impegnati a passarsi i diversi “copioni” di ciò che sta accadendo intorno a noi: memorie, sensazioni, storie più o meno plausibili sui fenomeni che osserviamo e su cui riflettiamo, insomma una coscienza a immagine di un potente computer che continuamente passa al vaglio la realtà, esterna e interna, producendo storie congrue e incongrue che vengono mantenute in memoria e perdute, revisionate e scartate... Il cervello, sostiene Dennett, “tesse una ragnatela di parole e azioni ma non esiste un soggetto centrale che soprintende”. La coscienza, secondo il suo punto di vista, deriva dai contenuti, cioè dal processare l’informazione, mentre per Searle è il contrario, in quanto egli definisce le attività cognitive in termini di coscienza...Eppure, anche nella versione neo-funzionalista di Dennett non si tiene conto di una fondamentale dimensione della nostra mente: quella di essere un’entità che non è soltanto coinvolta in attività di tipo cognitivo ma anche di tipo sensoriale, percettivo, emotivo, senza che necessariamente queste informazioni vengano razionalizzate o organizzate in un tutto congruo. In altre parole, anche se ci raffiguriamo la mente — e la coscienza — come un sistema che tende a mantenere una sua logica interna, una sua razionalità basata sull’analisi, dobbiamo sempre tenere presente che il “rumore di fondo” o i “disturbi” apportati dagli stimoli interni ed esterni rappresentano un fatto saliente, non secondario. L’emozione, conscia o inconscia, rappresenta uno dei più importanti fattori che turbano il sistema, a tal punto che la coscienza stessa può, in qualche misura, venire paragonata a un “disturbo”, a un momentaneo turbamento di un sistema che cessa di essere lineare per attraversare un momento di turbolenza.Nagel e i qualia. E’ possibile ridurre le categorie fenomenologiche o qualitative della coscienza (i qualia, esperienze o sensazioni come sentire dolore, vedere del vino rosso, assaporare un gelato) a eventi neuroscientifici o all’elaborazione dell’informazione? Numerosi filosofi hanno sostenuto che le esperienze, descrizioni e conoscenze in prima persona, non possono essere tradotte in descrizioni in terza persona; se non è possibile descrivere a un cieco un’esperienza visiva o a una persona non depressa cosa sia la depressione, allora la coscienza è un fatto privato e i qualia costituiscono un’esperienza esclusiva del soggetto, della mente, della coscienza. Il teatro della coscienza è popolato da entità soggettive, i qualia, e la mente conoscerebbe il contenuto della coscienza in modo chiaro e infallibile.Thomas Nagel (1980), per indicare l’irriducibilità delle esperienze in prima persona — e l’impossibilità di conoscerle in terza persona attraverso neuroscienze o CTM — indica nel suo saggio (“Cosa significa essere un pipistrello”) che nessuna forma di descrizione può aiutare a comprendere cosa significhi essere un pipistrello e percepire il mondo circostante a mezzo della produzione di ultrasuoni e di un meccanismo simile al sonar. Per Nagel l’esperienza conscia è dunque ciò che significa per un organismo essere un organismo: è impossibile ridurre le esperienze soggettive nel linguaggio della terza persona, ad esempio affermare che un emozione consiste nell’attivazione di un nucleo del sistema limbico, se questo tipo di riduzione è possibile dal punto di vista della logica ma non implica la coscienza; altrimenti, continua Nagel, saremmo come degli zombie che si comportano più o meno normalmente ma non hanno esperienza conscia, e una teoria della coscienza dovrebbe consentire una distinzione tra noi e gli zombie. Nell’esempio “cosa significa essere un pipistrello” si sostiene che quest’esperienza non può essere assimilata all’immaginazione o a estrapolazioni basate sulle nostre esperienze: non saremo mai in grado di conoscere la mente degli animali o quella altrui e non avremo mai un linguaggio appropriato per descrivere l’esperienza soggettiva.
Oliviero A., “Esplorare la mente”, Raffaello Cortina Editore, pag. 167

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