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Pennisi A., “Mente cervello, linguaggio”

Più in generale si può dire che già la stretta connessione tra comprensione e produzione, percezione uditiva e articolazione vocale — la sinergia udito-voce, insomma — fa supporre la preesistenza di aree cerebrali specializzate: sotto il vestito, quindi, si nasconde qualcosa.
E’ qui che il teorico del caso mostra di non saper valorizzare, per il linguaggio, le possibilità del caso stesso.
Un’ipotesi diversa— anche da quella di Lieberman — sull’origine del linguaggio può essere formulata guardando alle mutazioni casuali, ai “difetti” intrinseci dell’hardware che scaturiscono da un gene mutante.
Secondo le ricerche di M. Annett e di T. Crow, infatti, il gene la cui mancata azione causerebbe la schizofrenia, come retaggio del momento di passaggio dalla fase pre-linguistica a quella non linguistica degli ominidi, è il gene “agnosico” che dovette indebolire l’emisfero destro della specie umana, causando, indirettamente il meccanismo della lateralizzazione asimmetrica verso sinistra, con tutte le conseguenze per l’assetto cognitivo del sapiens-sapiens (cfr. infra. il capitolo 4).
E’ possibile, pertanto, ipotizzare che la grande mutazione del linguaggio — le cui manifestazioni superficiali visibili sono la presenza del tratto vocale sopralaringeo attestata nei fossili e la formazione, non dimostrata ma deducibile, di un apparato uditivo funzionalizzato all’ articolazione linguistica — sia dovuta ad un evento di trasformazione “profondo” e invisibile: il difetto di funzionamento di un gene che indebolisce un emisfero per favorirne un altro. Se questa ipotesi fosse vera, le conseguenze di questo evento sarebbero state di incalcolabile portata per le sorti della cognitività umana.
Pennisi A., “Mente cervello, linguaggio”, EDAS, pag. 37

 

L’altro aspetto poco convincente dell’ipotesi di Monod e, più in generale, di tante ricostruzioni bio-antropologiche sul linguaggio, è quella che abbiamo chiamato la sua riduzione alla strumentalità tecnologica.
Ciò che sorprende di più è che Monod non scorga nel linguaggio una caratteristica connessa al suo intrinseco valore bio-evolutivo.
L’apporto decisivo dato, infatti, da Monod alla teoria dell’evoluzione è la sua radicale emancipazione da ogni fattore teleologico.
Nello spiegare l’accadere delle mutazioni nonostante la rigidità della cibernetica genetica, egli fa valere, per la prima volta, esclusivamente fattori quantitativi dovuti al caso. La rarità degli eventi di mutazione genetica, innescati da “errori” nella costituzione fisica della materia, tenderebbero, infatti a ridurre drasticamente i fattori dinamici della storia evolutiva. Nei batteri, ad esempio, egli calcola una probabilità di mutazione genetica capace di alterarne stabilmente le proprietà funzionali, nell’ordine di 1O6~1O8. Come mai, allora, il numero totale dei mutanti di tutte le specie presenti nella popolazione batterica è calcolabile nell’ordine di iO5~1O6? La risposta è tutta di natura quantitativa: nei batteri una goccia d’acqua può sviluppare una popolazione di diversi miliardi di cellule.
Nel caso di organismi più complessi, ed anche dell’uomo, l’ordine quantitativo non è dato dal numero degli individui —enormemente più basso — ma dei geni: dal loro numero totale nel pooi genico complessivo della popolazione — enormemente più alto
Pennisi A., “Mente cervello, linguaggio”, EDAS, pag. 64

 

La percezione e la produzione del linguaggio può essere ridotta a tutti i livelli, a processi di categorizzazione, comprendenti anche la raccolta di categorie ristrette in categorie più comprensive e la suddivisione di categorie comprensive in altre più specifiche [...].Le parole contrassegnano processi di categorizzazione” (Lenneberg, 1967: 418).
Nella prospettiva evolutiva a-specifica del linguaggio la spiegazione dei processi che portano all’evoluzione morfogenetica è sostituita dal ricorso a principi mentali di ordine superiore che non hanno più nessun aggancio con la “macchina” corporale.
Non è un caso che Lenneberg insista ripetutamente sulla plasticità delle strutture cerebrali, sull’ineluttabilità degli stadi di acquisizione e sviluppo del linguaggio, sulla loro mancanza di “continuità” e, infine, sulla loro indipendenza da qualsiasi condizionamento ambientale.
Ridotto ai suoi minimi termini il ragionamento è che il linguaggio matura perché deve maturare. Sino ai due anni il bambino non fa assolutamente nulla di veramente linguistico: le lallazioni, i fenomeni ecolalici, le prime parole, i comportamenti olofrastici non sono tappe di avvicinamento al linguaggio.
Conseguenza della concezione radicale del ruolo della programmazione genetica, è che gli eventuali disturbi patologici connessi - sensorialmente o psichicamente - all’hardware non causano deviazioni dall’iter evolutivo prefissato (il linguaggio si forma o non si forma entro un certo periodo).
Ad esempio l’interazione udito-voce svolge un suo ruolo solo nell’ambito della scansione obbligata delle fasi evolutive standard. È probabile che anche le tesi di una mancanza di connessione e continuità tra le diverse fasi e - soprattutto - dell’inutilità di un training meccanico per l’apprendimento del linguaggio, possano trovare qualche ostacolo nella metodologia sperimentale, dall’embriologia all’età evolutiva.
Lenneberg porta, come prova di questa sostanziale “superfluità” del periodo di latenza, il fatto che anche bambini completamente sordi sviluppano sino ad un certo punto riflessi ecolalici e vere e proprie vocalizzazioni.
Qui, tuttavia, è forse sottovalutato il fatto che la vocalizzazione costituisce solo un aspetto del processo di sviluppo morfologico dell’individuo. L’altro, lo sviluppo uditivo, è altrettanto, se non maggiormente importante. La sinergia uditivo-vocale non è costruita attraverso moduli separati per cui si sviluppa isolatamente l’udito o la voce. Risentire la propria voce - e quella altrui - costituisce l’ovvio presupposto per l’affinamento delle capacità articolatorie. La piena realizzazione della potenza cognitiva e “categorizzante” del linguaggio articolato è il risultato di questo rapporto di adeguamento omeostatico - che pian piano diventa cosciente - tra facoltà solo in origine separate.
A riprova di tutto ciò sta l’ovvia considerazione che il bambino sordo può “lallare” quanto vuole, ma senza l’intervento di un udito artificiale (protesi uditive) o di una supplenza visuale che artificialmente lo sostituisca, senza, insomma, un addestramento specifico “non-naturale”, non riuscirà mai a parlare.
È chiaro, quindi, che in questo contesto teorico complessivo le patologie linguistiche possono entrare in conflitto con il tratto vocale.
Conseguenza di questa sorta di progressivo processo propriocettivo uditivo-vocale, questo Jeedback originario che diventa anche culturalmente un tratto specie-specifico, è un’altra caratteristica universale del comportamento vocale umano (anche se presente in altre specie animali): la manipolazione dell’intonazione.
All’origine di questa fondamentale facoltà di alterare i contorni prosodici degli enunciati per veicolare informazioni importanti (sia di ordine emozionale-affettivo, sia di ordine sintattico), è stata posta un’istanza evolutiva che riguarda lo sviluppo del rapporto madre-figlio nei mammiferi.
E’ con i mammiferi, infatti, che la nutrizione diventa un momento di crescita semiotica determinante. In questa fase i piccoli mammiferi chiamano la loro madre attraverso vocalizzazioni isolate.
Lo sviluppo uditivo dell’orecchio medio e di quella catena degli ossicini, in contatto sin dalla morfogenesi fetale con le ossa del cranio e con la mascella, di cui abbiamo già visto 1’ importanza, è determinato filogeneticamente dal ruolo di “amplificatore meccanico” (Lieberman, 1991: 20) che svolge nella trasmissione di questo tipo di richiami.
Nelle risposte materne e, più in generale, nell’attività ludica che accompagna sia la nutrizione che le altre fasi di “acculturazione” spontanea dei piccoli, viene sviluppata una particolare abilità prosodica che, per la sua importanza, incarna la specificità del niotherese language, le cui conseguenze per l’apprendimento e auto-apprendimento del linguaggio abbiamo descritto prima.
Pennisi A., “Mente cervello, linguaggio”, EDAS, pag. 83

 

Anche nel prosieguo dell’evoluzione ontogenetica, lo sviluppo delle abilità prosodiche costituisce uno dei più straordinari prodotti della comunicatività umana espressa attraverso le proprietà del tratto vocale sopralaringeo.
Come ha osservato I. F6nagy, l’insieme di modulazioni prosodiche dell’articolazione vocale definisce, nell’adulto, lo statuto pulsionale della fonazione.
Esso presenta, infatti, una doppia natura: da un lato conserva i residui simbolici di comportamenti arcaici che affondano nella natura animale della specie umana; dall’altro, poiché le modulazioni prosodiche si integrano alla perfezione con la comunicazione verbale propriamente detta, anche ai suoi gradi più elevati che si manifestano nell’attività dialogica, trasmette all’interlocutore i movimenti interni della componente emozionale. A differenza dei tratti cinetici e prossemici, dei fenomeni secondari come grida, interiezioni, fonosimbolismi, le modulazioni dell’intonazione si saldano in maniera organica agli elementi discreti del linguaggio.
Essi - invisibili a qualsiasi tipo di percezione che non sia acustica - sono quindi manifesti anche nella più rarefatta e formale comunicazione verbale:

“Lo stile vocale è onnipresente. Il fonema, unità astratta, non puo apparire nel discorso sotto la sua forma pura. Esso deve essere realizzato, attualizzato, tramite gli organi della parola, la glottide, la faringe, la lingua, le labbra. Ora è impossibile far funzionare questi organi senza che essi possano esprimersi a loro volta, aggiungendo al messaggio linguistico informazioni di natura differente. Ciò può essere in rapporto col fatto che questi organi della ‘parole’ non erano stati destinati inizialmente a veicolare dei messaggi linguistici, ma a riempire certe funzioni biologiche”.

Forse proprio perché così “onnipresenti”, i tratti i ntonativi sono stati poco considerati negli studi sui fondamenti biologici del linguaggio. Eppure le situazioni espressive “artificiali”, cioè patologiche, ce ne hanno sottolineato l’importanza.
Gli “stili vocali” (Fénagy, 1983: 23) sono inibiti, infatti, in molte situazioni devianti. Ad esempio nella sordità profonda, o nelle agnosie tonali (in cui scompaiono le qualità espressive della voce, tono, timbro, sfumatura emotiva, accenti e cadenze, mentre resta intatto l’apparato semantìco e sintattico nudo): i pazienti colpiti nello stile vocale perdono completamente la capacità di riconoscere la situazione comunicativa e, quindi, la possibilità di sintonizzarsi con l’interlocutore. Emily D., paziente “atonale” di O. Sacks (1985), esigeva allora una specie di comunicazione da cabina di laboratorio di fonetica sperimentale: voleva che gli interlocutori parlassero in tono neutro e che usassero “parole esatte al posto esatto” (Sacks, 1985:118), mentre gli risultava impossibile cogliere qualsiasi gergalizzazione (anche minima) o allusione emotiva.
Questi soggetti, vivono in uno stato di carenza emozionale profonda: spesso si mostrano disincantati e quasi cinici, e ciò influisce profondamente sulle possibilità di recupero: come in un circolo chiuso la mancanza della pienezza vocale-uditiva richiude progressivamente la porta della motivazione al linguaggio e, quindi, della partecipazione alla vita. Alloro opposto, come hanno dimostrato gli studi di Séglas (1892), Searles (1963), Watzlawick (1977), Irigaray (1985), si collocano quei soggetti psicotici (dai pazienti con sindromi melancoliche e depressive agli schizofrenici, in grado sempre più elevato) che richiedono, invece, per entrare in un seppur minimo stato di sintonia con l’interlocutore, un’espressività tutta permeata di stile vocale. Questi soggetti sono tenuti appesi al filo della contattualità solo dall’ evidenziazione - e spesso dall’ iperevidenziazione - della componente emotiva della vocalità.
Infine sempre dal collegamento tra voce e udito che caratterizza il processo propriocettivo di codifica/decodifica del linguaggio deriva la sincreticità delle prestazioni sintattiche (Lieberman, 1991: 80-2), che, come giustamente ha sempre sostenuto Chomsky, costituiscono l’elemento caratterizzante della complessità cognitiva del linguaggio.
La combinatoria sintattica e l’ordine dispositivo delle unità, infatti, non costituirebbe di per sé un congegno creativo diverso da quello dei dispositivi cibernetici sequenziali, o di qualsiasi altro sistema di segni fondato sulle relazioni lineari dell’asse sintagmatico.
L’ingranaggio potenziatoree moltiplicatoredellacomplessità sintattica consiste nel convogliare “più informazioni nello stesso tempo ed aggirare in tal modo le limitazioni della memoria a breve termine” (Lieberman, 1991: 82).
Da questo punto di vista con la sintassi vediamo operare quello stesso principio di “compressione” del tempo che costituisce il principale meccanismo della codifica non lineare degli input acustici.
Pennisi A., “Mente cervello, linguaggio”, EDAS, pag. 86

 

L’idea della netta individuabilità e divisibilità dei suoni, infatti, si rivela, all’analisi della fisiologia della percezione una pura illusione. Nel momento della codificazione le sillabe (di cui abbiamo visto in precedenza l’importanza per i primi processi di riconoscimento ontogenetico dei suoni) divengono “un composto indivisibile” (Lieberman 1975.: 20) e non si possono “tagliare” con precisione assoluta i movimenti articolatori distinguendo i segnali acustici da essi generati (ib.) né per gli uomini né per le macchine. Le difficoltà che si manifestano a livello hardware, hanno un loro fondamento nella mancata comprensione dell’integrazione con il software, che sottostà a tutti i processi cognitivi superiori:
“i suoni isolati possiedono lo statuto psicologico di istruzioni di controllo motorio o di ‘programmazione’ per l’apparato vocale. Lo schema fonetico che si viene così a determinare è composito, e i segnali acustici della consonante iniziale e di quella finale vengono trasmessi in gran parte sotto forma di modulazioni sulla vocale [...]. Questo processo è in fondo un sistema di compressione del tempo” (Lenneberg, 1975: 20).
In termini molto generali quello che Lieberman chiama “sistema di compressione del tempo” può essere definito come un processo di condensazione del molteplice in unità, cioè una riproduzione globale e sincretica (non-analitica) in un unico atto emissivo, di istanze anatomo-fisiologiche e neuro-cognitive avanzate in successioni temporali differenti e, in un certo modo, sfalsate rispetto all’ordine lineare.
Più in particolare a questa sorta di “contrazione” vocale bio-psichica concorrono il sistema respiratorio, l’apparato muscolare, la meccanica degli organi di articolazione e il reticolo nervoso reagente. Tutte e quattro queste componenti sembrano agire utilizzando strategie di adattamento reciproco messe in atto in “tempo reale” e consistenti in una specie di smistamento delle urgenze chimico-elettrico-motorie necessarie per portare a compimento eventi vocali complessi.
Come osserva lo stesso Lieberman (e con lui gli studiosi di fonetica sperimentale degli ultimi venti-trenta anni) il principio di interferenza reciproca e di mutuo soccorso dei suoni si concretizza in laboratorio in una vera e propria sfasatura tra il momento emissivo e quello ricettivo. Per quante volte si possa riascoltare l’emissione di un enunciato vocale in assenza di “rumore”, lapercezione acustica risulterà sempre perfettamente distinta. I singoli suoni, tuttavia, analizzati spettrograficamente, risulteranno sovrapposti altrettanto nettamente. E, d’altro canto, non potrebbe essere diversamente, in quanto ogni suono comporta l’attivazione di vie neuromuscolari diversamente strutturate sia per quanto riguarda la lunghezza delle vie di conduzione centro-periferia, sia per quanto riguarda la consistenza dei loro tessuti fibrosi (più un tessuto è fibroso e spesso, più tempo impiegherà l’impulso nervoso per attraversarlo).
Lenneberg (1967: 106 e sgg.) - utilizzando ampiamente l’esperienza di laboratorio e la letteratura sperimentale - ha calcolato sia il numero sia i tempi puramente teorici che dovrebbero occorrere nell’emissione dei singoli suoni, osservando che il tempo di innervazione di certi muscoli (per esempio quelli della laringe) può essere, anche di molte frazioni di secondo, più lungo di altri (per esempio di quelli orali e peri-orali). E’ ovvio, quindi, che l’articolazione vocale non è sottoposta a vincoli di condizionamento sequenziale. Se così fosse, se cioè un suono comparisse come “risposta” ad uno “stimolo” precedente, quest’ultimo dovrebbe essere completato prima che l’altro compaia, innescando, in tal modo, una catena di ritardi che, renderebbe impossibile l’unitarietà e la simultaneità dell’atto articolato-rio globale.
Altrettanto ovvio è che l’articolazione vocale non può essere considerata come sottoposta ad un’elaborazione propriamente “volontaria”, come, invece, presupponeva Amman. Se, infatti, dovessimo sommare meccanicamente, ad uno ad uno, tutti i tempi necessari per attivare le vie di conduzione periferia-centro “toccate” dai diversi eventi fonetici (comprese le pause respiratorie e muscolari necessarie al silenzio separatore) otterremmo dei tempi complessivi molto più “allungati” da quelli effettivamente registrati nel parlare concreto.
E’ ragionevole così supporre - come per primo ha fatto Lashley (1951), seguito poi da Lieberman e da Lenneberg - che le sinergie vocali siano concepite come “sequenze intere di eventi che sono programmate in precedenza” (Lenneberg, 1967:
108). Grazie a questi automatismi - che si possono considerare algoritmi simil-cibernetici di articolazione - le attivazioni neuromuscolari che richiedono più tempo vengono anticipate e quelle che toccano vie di conduzione più brevi e meno consistenti dal punto di vista istologico, opportunamente rallentate.
Naturalmente tutta questa terminologia di “programmazione biologica” resta pur sempre una metafora cibernetica. Metafora a cui si ricorre puntualmente ogniqualvolta si presenta all’analisi una procedura di tipo “automatico” o “sinergico”. Generalmente questi termini indicano un comportamento involontario che incapsula una successione di eventi in un atto unitario scandito da ritmi deterministici e quindi, proprio per questo, sostanzialmente inanalizzabili.
Tale comportamento si radicherebbe in un “engramma” cerebrale la cui localizzazione è spesso problematica e, comunque, difficilmente nota. E’ possibile, tuttavia, che lo statuto sincretico degli automatismi - a differenza di quanto non avvenga per altri comportamenti come i riflessi condizionati - includa un periodo di latente apprendimento, ovvero un apprendistato ambientale, una vera e propria “istruzione”.
Le patologie dei ritmi articolatori - studiati da JakobsonFant-Halle (1952) tra i linguisti e da Sacks (1973) tra i neuropsicologi, oltreché da tutta la letteratura sull’afasia “sintattica” - hanno rivelato che allorquando vengono meno gli automatismi, e quindi si assiste ad un ritorno verso comportamenti analitici in cui si “riflette” prima di “fare”, la cadenza articolatoria diventa lentissima e si può perdere o confondere la “naturale” posizione dei suoni nella catena parlata.
In tutti i casi studiati viene messo in evidenza non solo il mescolamento di suoni o parole, ma il fenomeno caratteristico dell”’anticipazione” che getta una luce particolare sullo specifico tipo di sinergia che è la sinergia linguistica. Anticipare un suono - o una parola - significa automaticamente ammettere che nel momento della genesi articolatoria “sappiamo” già - in un certo modo - cosa viene dopo. La pronuncia di un suono non è quindi una conseguenza obbligata del suono che la precede, come tutti i modelli behaviouristici e/o stocastici suppongono, ma è, appunto, l’esecuzione di un programma che abbiamo in qualche modo appreso in precedenza. Presupporrebbe, quindi, un piano gerarchico che determina poi la successione degli anticipi e dei ritardi per garantire percettivamente l’impressione di simultaneità e distintività dell’evento linguistico completo.
Lo statuto programmatico e il sostrato di apprendimento è abbastanza ovvio per quanto riguarda l’aspetto sintattico, cioè la successione dei morfemi e delle parole in unità combinate assieme. E’ in questo settore che le patologie sintattiche hanno evidenziato il fenomeno dello “spoonerismo” che consiste nell’invertire o parole o morfemi o brandelli morfematici ricombinati tra loro (così “buon giorno dottore” diventa “buottore don giorno”) e indicherebbe l’esistenza di un progetto frasale preesistente alla concreta esecuzione della frase.
Tuttavia nel caso della sintassi si può a buon diritto sostenere che il progetto o il programma frasale sia costruito sugli schemi dell’apprendimento semantico e pragmatico, e, quindi, I’ automatismo combinatorio avrebbe la sua prima radice nel senso. Su che cosaè invece basato] ‘automatismo dell’articolazione vocale?
“i segnali acustici che caratterizzano la consonante iniziale e quella finale vengono trasmessi all’interno del lasso di tempo necessario per trasmettere la vocale isolata. [...] Il cervello umano decodifica, cioè ‘districa’ il segnale acustico riducendolo alle manovre articolatorie realizzate per generare la sillaba. Le singole consonanti [...], pur essendo prive di un loro statuto acustico indipendente, vengono perceplte come entità discrete. Il processo percettivo del linguaggio umano richiede necessariamente la ‘conoscenza’ dei risultati acustici della gamma articolatoria del tratto vocale sopralaringeo dell’uomo” (Lieberman, 1975: 20).
Il problema si risposta, allora, sul piano ontogenetlco, per la spiegazione fenomenologica, e su quello filogenetico per la spiegazione evolutiva. Sul piano ontogenetico quella che viene considerata da Lieberman una presunta conoscenza a-priori dei risultati “speciali” del tratto vocale sopralaringeo, va probabilmente ricondotta al processo di pre-attenzione uditiva che si svolge in periodo pre-natale, e di cui abbiamo parlato in precedenza: da ciò che si è visto si può ragionevolmente pensare che questa “competenza spontanea” deriva sempre da un processo di percezione che si affina e si specializza progressivamente a partire dalla ricezione dell’ inarticolato (la ritmicità e la prosodìa della voce materna) per giungere alla piena discriminazione dell’ articolato, nel neonato e nel bimbo formato (individuazione di sillabe e fonemi all’interno di catene co-articolate).
Sul piano filogenetico questo assetto morfologico dell’apparato vocale umano, ormai stabilizzato, deriva dalla lenta funzionalizzazione di organi inizialmente concepiti per la respirazione e la nutrizione all’ istanza adattativa “cerebrale” che si èmanifestata con la possibilità di affidare ai suoni compiti “rappresentazionali” sino a quel momento devoluti ad altri sistemi di codificazione (gesti, comunicazione visiva, etc...).
Il salto evolutivo comporterebbe quindi un nuovo nesso tra corporeità (fonicità) e cerebralità (memorizzazione non volatile dei segni e quindi loro disponibilità rappresentazionale) non più spiegabile in termini di pura meccanica audiologicovocale.
Pennisi A., “Mente cervello, linguaggio”, EDAS

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