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Schacter D., “Alla ricerca della memoria”

Gli indizi per il recupero sono un po’ come i metal detector

Dato che la comprensione di noi stessi dipende così tanto da ciò che ricordiamo del passato, è inquietante rendersi conto che per riuscire, la rievocazione deve contare sulla disponibilità dei giusti indizi di recupero. Significa che potremmo non ricordare parti del nostro passato perché non ci imbattiamo nei suggerimenti o negli indizi che destano i ricordi inattivi. Ecco perché forse l’incontro con qualcuno che non vediamo da anni è sempre un’esperienza che lascia il segno: i vecchi amici ci forniscono indizi e sollecitazioni che difficilmente generiamo da soli, e che ci consentono di tornare ad avvenimenti che di solito finirebbero nel dimenticatoio.
Tutto questo però non va confuso con l’idea che ogni esperienza viene registrata in qualche luogo imprecisato del cervello, aspettando soltanto l’indizio giusto per tornare a galla. Anche se la ricerca controllata ha piú volte dimostrato che gli indizi e le sollecitazioni possono portare al ricordo di esperienze apparentemente scomparse, non tutte le esperienze vengono conservate e sono potenzialmente recuperabili. A volte dimentichiamo perché non disponiamo degli indizi giusti, ma è probabile che succeda anche perché gli engrammi interessati si sono indeboliti o sono sfocati".
Gli indizi per il recupero sono un po’ come i metal detector usati per recuperare le monete in spiaggia. Se sono nascoste sotto la sabbia, ci vuole un metal detector per scovarle. Ma se non ce ne sono, anche l’apparecchio piú potente si rivelerà inutile. Nel nostro cervello ci sono spiagge disseminate di monete nascoste e altre dove non se ne trova neanche una. Come quelli che cercano le monetine, non siamo in grado di distinguere le une dalle altre prima di cercare.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 55

I processi di recupero e il cervello

Nel 1988, Neil, un ragazzo di quattordici anni iniziò la radioterapia per un tumore nascosto in profondità nel suo cervello. Era stato un bambino normale finché il tumore non si era diffuso cominciando a causargli problemi alla vista e alla memoria e a creargliene una quantità di altri dal punto di vista medico. La chemioterapia diede i risultati sperati, ma gli costò gravi perdite cognitive. Non riusciva piú a leggere né a nominare i normali oggetti che vedeva. Era in grado di raccontare quasi tutta la sua vita prima dell’operazione, ma aveva grosse difficoltà a ricordare le esperienze quotidiane.
Stranamente però Neil andava abbastanza bene a scuola, soprattutto in lettere e matematica. Gli psicologi che avevano effettuato dei test sulla sua memoria, si chiedevano come riuscisse a cavarsela in maniera cosí brillante. Per saperne di piú gli posero alcune domande su un audiolibro che aveva studiato, Cider with Rosie, di Laurie Lee. Neil non ricordava niente. Notando la frustrazione del ragazzo, e rendendosi conto che le prestazioni scolastiche si basavano sugli scritti, l’esaminatore gli chiese di rispondere per iscritto, partendo da qualsiasi cosa gli tornasse in mente del libro. Dopo un po’ Neil scrisse: «Finestre con geranio schizzato di sangue cedro con Rosie Dranium odore di umidità crescita peperoni e funghi».
«Cosa ho scritto?» chiese poi Neil, visto che non sapeva leggere la propria scrittura ma riusciva a esprimersi normalmente.
L’esaminatore, che conosceva il libro, capí subito che quei frammenti venivano direttamente dalle sue pagine.
Quando i genitori gli chiesero di scrivere i nomi dei compagni di classe, Neil stilò un lungo elenco senza dimenticare nessuno. Quando sua madre gli chiese cosa era successo quel giorno a scuola, Neil scrisse: «Mamma, tornando a casa ho visto i tulipani». Era la prima volta in due anni che era in grado di raccontarle un episodio verificatosi quando lei non c’era.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 55

Non esiste un’unica collocazione o zona cerebrale che contenga l’engramma di una determinata esperienza passata

Ci sono altre indicazioni del fatto che il cervello ricorre a diversi sistemi per recuperare le informazioni scritte e parlate. Il neuropsicologo Alfonso Caramazza ha descritto due pazienti colpiti da un attacco in diverse regioni dell’emisfero sinistro solitamente associate con i deficit del linguaggio. Tutt’e due i pazienti ebbero poi problemi a generare i verbi (mentre non ne avevano con i nomi). Uno riusciva a scrivere i verbi ma non a pronunciarli, l’altro invece aveva il problema opposto.
Secondo un concetto di importanza fondamentale, durante il processo di recupero il cervello si impegna in un atto di «costruzione». La teoria del neurologo Antonio Damasio sulle modalità del ricordo seguite dal cervello ne offre una valida illustrazione. Secondo Damasio e altri non esiste un’unica collocazione o zona cerebrale che contenga l’engramma di una determinata esperienza passata. Le regioni posteriori della corteccia che presiedono all’analisi percettiva trattengono i frammenti dell’esperienza sensoriale - brandelli di visioni e suoni tratti da episodi quotidiani. Varie altre regioni del cervello, che Damasio chiama zone di convergenza, contengono codici che legano i frammenti sensoriali fra loro, oltre che alla conoscenza preesistente, dando vita a complesse registrazioni di codifiche passate. Secondo Damasio il ricordo nasce quando i segnali provenienti dalle zone di convergenza innescano l’attivazione simultanea dei frammenti sensoriali già collegati. Il ricordo recuperato è una costellazione provvisoria di attività in regioni del cervello ben precise, una costruzione cui hanno collaborato in tanti.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 56

Costruire i ricordi. Il ruolo dell’ambiente di recupero

La sensazione di avere un frammento d’informazione sulla punta della lingua è spesso un’illusione prodotta da un indizio di recupero che non ci è nuovo; e « ricordare » un evento passato, invece di «sapere e basta» che si è verificato, è un’esperienza che si attenua quando il ricordo viene sollecitato da certi indizi di recupero. Una volta riconosciuto che l’indizio di recupero si combina con l’engramma per dare vita a un’esperienza soggettiva che chiamiamo ricordo, possiamo cominciare a sciogliere questi apparenti enigmi.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 62

 

Le proprietà di un indizio di recupero influenzano la nostra rievocazione del passato

Gli studenti del mio college, in un esperimento, hanno guardato le foto di alcune persone e le hanno sentite parlare con un tono di voce gradevole o irritante. Piú tardi hanno rivisto le foto cercando di rievocare il tono della persona ritratta. Quando vedevano un volto che accennava un sorriso tendevano a dire che la persona si era espressa in tono gradevole; quando ne vedevano uno immusonito, tendevano a dire che la persona aveva parlato con tono sgradevole. In realtà non c’era alcun rapporto tra espressione del volto e tono di voce. Dunque tutti i loro «ricordi» contenevano ben poche informazioni sull’avvenimento che cercavano di rievocare (il tono di voce di chi parlava) ma erano fortemente influenzati dalle proprietà dell’indizio di recupero a loro disposizione (l’espressione negativa o positiva del volto).
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 62

Una rete neurale combina le informazioni sull’ambiente attuale con modelli immagazzinati in passato, da cui risulta ciò che la rete ricorda

Uno dei piú influenti approcci alla memoria degli ultimi anni, noto come connessionismo, ha abbandonato l’idea che un ricordo sia solo il quadro di un evento passato che viene attivato. I modelli connessíonisti o di rete neurale si basano sul principio che il cervello riesce a immagazzinare gli engrammi rafforzando le connessioni tra i diversi neuroni che partecipano alla codifica di un’esperienza. Quando codifichiamo un’esperienza, le connessioni tra i neuroni attivi si rafforzano, e questo specifico modello di attività cerebrale costituisce l’engramma. In seguito, quando cerchiamo di ricordare un’esperienza, l’indizio di recupero susciterà un altro modello di attività cerebrale. Se questo modello è abbastanza simile a uno precedentemente codificato, avremo il ricordo. A ogni modo, il «ricordo» in un modello di rete neurale non è semplicemente un engramma attivato. È un modello unico che emerge dal contributo congiunto di indizio ed engramma. Una rete neurale combina le informazioni sull’ambiente attuale con modelli immagazzinati in passato, da cui risulta ciò che la rete ricorda. Lo stesso vale per le persone. Quando ricordiamo, completiamo un modello con il miglior corrispettivo disponibile nella memoria; non puntiamo i riflettori su un’immagine immagazzinata.
L’idea che il ricordo sia una proprietà generata dall’indizio di recupero e dall’engramma è difficile da accettare. Occorre lasciarsi alle spalle i soliti pregiudizi se vogliamo capire in che modo i resti frammentari dell’esperienza vengono trasformati in narrazioni autobiografiche che durano nel tempo e costituiscono le storie della nostra vita.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 62

 

Col passare del tempo, codifichiamo e immagazziniamo nuove esperienze che interferiscono con la nostra capacità di rievocare le precedenti. Ricordo cosa ho mangiato a colazione oggi, ma non quello che ho mangiato lo stesso giorno di un anno fa, perché da allora ho fatto tante colazioni che ostacolano la mia capacità di individuarne una in particolare in mezzo a tante. Interferenze di questo tipo possono tradursi in un engramma sempre piú nebuloso o sfocato. Molti ricercatori concordano nell’attribuire l’oblio di cui tutti siamo vittime all’offuscamento o alla perdita dell’informazione da parte dell’engramma. Secondo altri però la memoria non perde mai nessuna informazione: tutti gli eventi vissuti esistono in qualche parte della mente, piú o meno nella loro forma iniziale: aspettano solo di essere suscitati dall’indizio giusto.
Elizabeth e Geoffrey Loftus, ricercatori nel campo della memoria, hanno chiesto agli psicologi di scegliere tra due teorie dell’oblio. Per una tutto quello che accade viene immagazzinato per sempre nella memoria, e i dettagli che sfuggono in un dato momento alla fine possono essere recuperati con la giusta tecnica. In base all’altra teoria, alcune esperienze possono andare perdute per sempre senza mai poter essere recuperate tramite tecniche speciali. L’ottantaquattro per cento degli psicologi ha optato per la prima teoria.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 72

 

Effetti della «craniata» nel football

Il concetto di consolidamento ha avuto una storia lunga e in qualche modo controversa nella psicologia e nella neurobiologia della memoria. Molti ricercatori contemporanei distinguono tra due tipi del tutto diversi di consolidamento mnestico.
Il primo agisce nell’arco di pochi secondi o minuti; converte i ricordi immediati o a breve termine in ricordi stabili a lungo termine. La capacità di eseguire il consolidamento a breve termine viene spesso a mancare a causa di gravi lesioni alla testa. Quasi sempre in questi casi i pazienti, che non riescono a ricordare l’incidente in cui sono rimasti coinvolti o i pochi minuti che lo precedono, non recupereranno piú quei ricordi. Quello che è successo poco prima di un incidente potrebbe essere registrato e inserito nella memoria a breve termine o memoria di lavoro, ma non sarà mai accolto in quella a lungo termine. Qualche anno fa un gruppo di ricercatori molto intraprendenti ha seguito una squadra universitaria di football durante le partite settimanali, prevedendo che ogni tanto i giocatori avrebbero riportato delle commozioni cerebrali. Quando il colpo era bello forte - nel football va sotto il nome di «craniata» - uno dei ricercatori si scapicollava in campo per rivolgere qualche domanda al giocatore stordito. Un terzino anziano portò la palla al centro della linea difensiva, prese una craniata e inciampò all’indietro verso i giocatori riuniti in consultazione tattica. Interrogato trenta secondi dopo, il giocatore pensava di essere al liceo ma ricordava giustamente che la sua squadra aveva appena eseguito uno schema detto «tuffo 32 ». Venti minuti dopo aveva riacquistato l’orientamento senza però ricordare l’incidente né lo schema. Tutti i giocatori colpiti da una craniata reagirono allo stesso modo: all’inizio ricordavano lo schema appena giocato, ma qualche minuto dopo non avevano idea di quello che era loro successo né di quale schema fosse stato giocato.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 79

Una sorta di indice che «richiama l’attenzione» sulle collocazioni dei vari tipi di informazioni immagazzinate in regioni corticali separate

Per Damasio i vari tipi d’informazione sono collegati in «zone di convergenza» che legano i frammenti dell’esperienza percettiva. Damasio prevede una serie di zone di convergenza che agiscono a livelli diversi, riunendo le caratteristiche visive nelle rappresentazioni dei volti, per esempio, oppure legandole a informazioni di altro genere. La regione mediale temporale può essere intesa come una zona di convergenza determinante per l’assemblaggio dei ricordi espliciti. Molti ricercatori ritengono che questa regione contenga una sorta di indice che «richiama l’attenzione» sulle collocazioni dei vari tipi di informazioni immagazzinate in regioni corticali separate. L’indice serve per essere aggiornati su tutti i suoni, le visioni e i pensieri che costituiscono un episodio, finché l’engramma può essere tenuto insieme dalle connessioni dirette tra le stesse regioni corticali. Dopodiché l’indice contenuto nella regione mediale temporale non è piú necessario per richiamare un episodio. Un’implicazione importante di questo quadro dell’immagazzinamento è che nessuna immagine mentale singola corrisponde al ricordo del pranzo di Ringraziamento dello scorso anno, o all’incontro con la vecchia zia Elena durante un matrimonio in famiglia. Quello che viene in mente ricordando certi eventi è una specie di puzzle gigantesco, dove si assemblano tanti pezzi in risposta a un indizio. La regione mediale temporale contiene le istruzioni che specificano come assemblare il puzzle; queste finiscono poi per spostarsi sulle regioni corticali che ne contengono tutti i pezzi.
Forse pensare e parlare di un’esperienza passata favorisce le connessioni dirette tra le aree corticali di immagazzinamento che alla fine permettono loro di assemblare il puzzle che costituisce un evento. Quando viene recuperata a piú riprese, l’esperienza si consolida e non dipende piú dall’integrità delle strutture mediali temporali.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 82

 

La ricerca piú recente si rivolge anche a un’altra componente del processo di consolidamento: il sonno. Oltre dieci anni fa, il neuroscienziato Jonathan Winson avanzò l’ipotesi che i ricordi si consolidassero mentre dormiamo, soprattutto durante la fase REM, quando i sogni sono piú frequenti e intensi. Secondo Winson durante il sonno, quando non è alle prese con il continuo fuoco di fila degli stimoli esterni tipico della veglia, il cervello passa al vaglio le esperienze del giorno, scartando quelle trascurabili e conservando quelle significative.
Sembra ormai probabile che, mentre dormiamo, il nostro cervello si adoperi per conservare le esperienze che ci porteremo dietro per gran parte della nostra vita. Il consolidamento mnestico durante il sonno è probabilmente influenzato dai pensieri e dagli argomenti che affrontiamo da svegli. Gli eventi importanti che spesso rivediamo durante la veglia possono essere frequentemente riproposti durante il sonno. Le esperienze che di giorno riscuotono poca attenzione saranno riproposte assai piú di rado durante la notte, avviandosi a essere dimenticate. Le attività consce durante la veglia probabilmente concorrono con gli avvenimenti inconsci del sonno a formare e modellare la storia che raccontiamo della nostra vita.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 84

 

Ricordare le esperienze di una vita

Nel dicembre 1991 la scrittrice Isabel Allende partecipò a un ricevimento per il lancio del suo ultimo romanzo. Mentre spiegava agli invitati come era arrivata a scriverlo, ricevette una notizia allarmante: la figlia Paula di ventisette anni era stata portata di corsa in ospedale. Da anni Paula e la sua famiglia sapevano del raro disturbo metabolico che la ragazza aveva ereditato, la porfiría, che adesso l’aveva mandata in coma. La scrittrice rimase al capezzale della figlia per tutto l’anno in cui Paula restò in coma prima di morire. Incapace di svegliarla e non sapendo bene se sua figlia avrebbe ritrovato il proprio passato se mai si fosse svegliata, la scrittrice cercò di infonderle dei ricordi. «Ascolta», scrisse nella prima riga di Paula, un diario della spaventosa malattia, « ti racconterò una storia, cosí al tuo risveglio non ti sentirai persa». La scrittrice narra le esperienze condivise con lei, la mette a parte di segreti personali di cui la ragazza era all’oscuro e le rivela le leggende di famiglia sugli avi delle generazioni passate. La Allende tentava di squarciare il velo di silenzio che isolava Paula riunendo i frammenti della sua autobiografia in un insieme coerente per la figlia che giaceva inerte. «Nelle lunghe ore di silenzio», rifletteva la Allende, «sono schiacciata dai ricordi, che si presentano tutti nello stesso istante, come se la mia vita intera fosse un’unica insondabile immagine. La bambina e la ragazza che ero, la donna che sono, la vecchia che sarò, sono acqua dello stesso impetuoso torrente. La mia memoria è come un murales messicano in cui le epoche sono simultanee».
Isabel Allende racconta la propria storia con accenti molto espressivi. E il fatto che la sua autobiografia sia cosí serrata nell’alternarsi alla malattia della figlia conferisce al racconto un’intensità speciale. Per molti versi però, i ricordi autobiografici della scrittrice rassomigliano da vicino alle rievocazioni che chîunque fa della propria vita: un complesso arazzo comprendente i ricordi di momenti specifici e rievocazioni piú generali di porzioni piú grandi di tempo. La Allende rievoca le stelle di quando era ragazzina a La Paz, un pauroso e frastornante incontro sessuale su una spiaggia quando aveva otto anni. Ricorda com’era vivere in Libano negli anni Cinquanta. E narra centinaia di altri episodi, di incontri, di lezioni della propria vita mentre siede al capezzale di Paula.
Malgrado la complessità dei ricordi personali, le rievocazioni autobiografiche contengono anche una notevole struttura di base. Benché i ricordi del passato possano sembrare una varietà informe di istantanee e di vicende, molti ricercatori distinguono vari livelli di conoscenza autobiografica. Sono stati proposti diversi termini per descriverli, ma mi sento di adottare le distinzioni suggerite da due pionieri della ricerca sulla memoria autobiografica: Martin Conway e David Rubin, che postulano tre tipi di conoscenza autobiografica organizzati gerarchicamente. Il livello piú alto comprende i periodi di vita: lunghi segmenti di vita misurati in anni o decadi, ad esempio quello universitario, quello in Arizona o l’impiego in un determinato posto. Il livello intermedio comprende gli eventi generici: episodi ampi ed eterogenei misurati in giorni, settimane o mesi come le partite viste durante il primo anno di università, la villeggiatura al Gran Canyon o il primo vero lavoro. Il livello piú basso della gerarchia è riservato alla conoscenza specifica dell’evento: singoli episodi misurati in secondi, minuti od ore, come la zuffa che ha chiuso la finale della stagione di football, il momento in cui avete posato gli occhi sul Gran Canyon o quando siete arrivati a una riunione impreparati.
Questi tre tipi di conoscenza sono di solito presenti e si alternano quando le persone raccontano la storia della propria vita. Isabel Allende parla in termini globali di quando abitava in Libano. All’interno di questo periodo di vita, colloca le rievocazioni di ciò che ho definito gli eventi generici. Rievoca per esempio i ripetuti giri per i suk - vicoli stretti e serpeggianti pieni di negozi che vendono ogni tipo di cibo immaginabile. « Sento ai,.cora l’odore di quei mercati! » ricorda. «Ogni aroma del pianeta si diffondeva per quelle vie tortuose, una miscela di vapori esotici». Allende ricorda come «i mercanti venivano incontro ai clienti e quasi li trascinavano in quelle caverne di Alí Baba traboccanti di tesori». Qui, anziché ricordare un episodio specifico verificatosi in un momento e un luogo particolare, distilla le caratteristiche e i temi comuni a molti episodi: sta rievocando un evento generico. Ma può anche scendere di un livello e rievocare la conoscenza specifica dell’even to. Cosí, continuando a rievocare i mercati libanesi, ricorda il giorno in cui sua madre, mentre erano in giro a fare spese, la costrinse a comprare la stoffa per l’abito da sposa a prezzo stracciato, anche se la giovane Isabel non aveva ancora nessun matrimonio in vista. « Lasciammo il bazar con metri e metri di organza bianca ricamata in seta», ricorda la Allende, «piú diverse tovaglie per il corredo e un paravento in legno intagliato che ha superato trent’anni, un numero imprecisato di traslochi e l’esilio»».
Studi controllati hanno rivelato che ciascun livello di conoscenza autobiografica obbedisce a diverse funzioni, e potrebbe essere perfino arbitrato dai diversi sistemi cerebrali che ne sono alla base. Gli eventi generici sembrano entrare naturalmente nella nostra memoria autobiografica. Quando le si chiede di raccontare un’esperienza del passato, una persona preferisce descriverla a livello di evento generico. Di solito dice: «Mi divertivo proprio a giocare a pallacanestro quando facevo il liceo», anziché dire che è stata al liceo o rievocare un episodio specifico di una determinata partita.
Gli eventi generici godono di questa posizione privilegiata perché accumulano i benefici della ripetizione. Ricordo con facilità il mio primo corso agli studenti di Harvard perché ho tenuto molti corsi a quella classe durante il semestre. Mi è molto piú difficile rievocare gli episodi specifici di una determinata classe perché sono avvenuti solo una volta. Teniamo presente che nello studio delle proprie esperienze, Marigold Linton scoprí che fino a circa un anno di distanza il suo ricordo di un evento specifico era molto accurato, ma passato un anno questa conoscenza specifica dell’evento cominciava a perdere il dettaglio caratterizzante e gli episodi particolari cominciavano a mescolarsi, tramutandosi in eventi generici. Il destino di questi ricordi suggerisce che le perdite a livello di conoscenza specifica dell’evento possono essere trasformate in «guadagni» a livello di evento generico. Questo può aiutarci a capire perché tendiamo a «inserire» il nostro vissuto a livello di evento generico. Gli eventi generici catturano il sapore distintivo del nostro passato e sono subito accessibili perché si sono rafforzati grazie alla ripetizione.
Il periodo di vita obbedisce a una funzione diversa. Se vi chiedessi di rievocare le esperienze di un qualunque momento della vostra vita, penso che non citereste un periodo di vita del tipo *quando facevo il liceo». È un’informazione talmente generica
e non comunica granché della vostra autobiografia. Avreste però potuto avviare la vostra ricerca generando un periodo di vita per recuperare un evento generico di quell’epoca. I periodi di vita aiutano a trovare la conoscenza specifica e quella generica dell’evento; rappresentano l’ossatura delle nostre memorie autobiografiche.
In base a queste considerazioni Conway e Rubin avanzarono un’importante proposta sulla natura della memoria autobiografica, che echeggia le idee sviluppate nelle pagine precedenti. Secondo i due studiosi non c’è un’unica rappresentazione o engramma immagazzinato nella memoria che abbia una relazione univoca con l’esperienza mentale di rievocazione del proprio passato. Queste esperienze invece sono sempre costruite combinando brandelli di informazioni provenienti da ciascun livello della conoscenza autobiografica. Cosí come i ricordi dei singoli eventi rassomigliano ai puzzle, lo stesso vale per la storia della nostra vita.
A chiarire questo concetto è una bizzarra variante dell’amnesia retrograda. Nel 1993 i ricercatori inglesi John Hodges e Rosaleen McCarth descrissero il caso di un paziente di sessantasei anni, PS, che aveva subito un colpo al talamo, una struttura spesso danneggiata nei casi di amnesia. PS aveva grosse difficoltà a ritenere gli eventi in corso e non riusciva a ricordare gli episodi precedenti alla malattia, se non un periodo della sua vita. Insisteva a dire di essere in licenza temporanea dalla marina durante la seconda guerra mondiale. Credeva fermamente di essere in servizio attivo e di dover tornare presto sulla sua nave. Malgrado la capacità di richiamare qualche frammento di conoscenza di altre parti della sua vita, la sua comprensione di sé era dominata dalla convinzione maniacale di trovarsi a vivere in un’epoca trascorsa da quasi cinquant’anni.
Il suo destino sconcertante è l’esempio di cosa accade quando i diversi livelli della conoscenza autobiografica sono scissi. PS riusciva a rievocare qualche evento generico ma quasi nessuna conoscenza specifica dell’evento. È difficile che quei ricordi fossero stati cancellati; nessuno ha mai ipotizzato che il talamo sia il magazzino della memoria. Ricordate che GR, anche lui colpito da amnesia a causa di una lesione al talamo, finí per riacquistare il proprio passato. Inoltre PS non aveva riportato danni alle aree corticali che ho indicato come depositi degli engrammi permanenti (consolidati). Il talamo è però una stazione chiave di smistamento che collega i sistemi della parte anteriore e posteriore del cervello. Hodges e McCarthy suggerirono che la conoscenza degli eventi passati del loro paziente era stata disinnestata dai sistemi di recupero nei lobi frontali che di norma ne consentono l’accesso.
Ma l’ipotesi della disconnessione non spiega da sola la persistente mania di PS. Il paziente soffriva di uno specifico deterioramento a livello piú alto della conoscenza autobiografica: il periodo di vita. La conoscenza che noi tutti possediamo dei periodi specifici della nostra vita è normalmente a riposo, o inibita, a meno che non siamo impegnati in un atto di rievocazione che la attiva momentaneamente. So per esempio che negli anni Settanta sono stato all’università nella Carolina del Nord, ma questo periodo di vita di solito permane in uno stato di quiete. La conoscenza si attiva quando rivolgo l’attenzione a quel periodo della mia vita, senza però indurmi a credere che ora vivo nella Carolina del Nord degli anni Settanta e tornerà a disattivarsi quando i miei pensieri si volgeranno ad altro. Nel caso di PS, invece, la rappresentazione neurale del periodo di vita «quando ero in marina durante la seconda guerra mondiale» sembra continuamente in funzione e non più reversibile. PS è intrappolato in quel mondo perché la lesione al talamo ha in qualche modo fatto scattare un interruttore che non è in grado di spegnere. In parte crede di vivere negli anni Quaranta perché il suo servizio militare in tempo di guerra costituisce un momento particolarmente significativo della sua vita. Ho inoltre l’impressione che si sia formato questa convinzione patologica perché la conoscenza attivata in modo anormale del periodo di vita è staccata dagli altri ricordi. Incapace di ricordare molto altro del proprio passato, PS non riesce a togliersi dalla testa che presto dovrà tornare a bordo della sua nave.
Quando le diverse componenti della conoscenza autobiografica vanno incontro a questo scollamento, cominciamo a intravedere, sotto la superficie delle rievocazioni normalmente indivise della miriade di circostanze del nostro passato, una struttura e una complessità di notevoli proporzioni. Ciò che viviamo come memoria autobiografica nasce dalla conoscenza dei periodi di vita, degli eventi generici e degli episodi specifici. Quando riuniamo tutte queste informazioni, cominciamo a raccontare la storia della nostra vita. Isabel Allende aveva chiaramente afferrato la natura costruttiva del ricordo autobiografico mentre dispiegava alla figlia gravemente malata le vicende della propria vita. «La mia vita si crea mentre la racconto», scrisse, «e la mia memoria si rafforza con la scrittura». Guardando al momento del risveglio di Paula - che non sarebbe mai arrivato - la Allende immagina di poter erigere insieme a lei l’edificio della memoria. «Quando ti sveglierai avremo mesi, forse anni, per rimettere insieme i frammenti sparsi del tuo passato; anzi potremo inventarci ricordi piú adatti alle tue fantasie».
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 90

 

Se i nostri ricordi sono sempre costruiti e talvolta distorti, le nostre convinzioni piú elementari sulla vita e su noi stessi possono essere fondamentalmente errate?
Se la costruzione della nostra autobiografia è come un puzzle assemblato da una moltitudine di fattori, e influenzato dai tanti desideri e bisogni del momento, le verità fondamentali della nostra vita potrebbero sfuggirci?
Le memorie autobiografiche sono costruzioni complesse. Ma questo non significa che viviamo in un mondo di fantasie totalmente fabbricate e autosufficienti. In realtà esistono buone ragioni per credere che i ricordi della nostra vita siano fondamentalmente accurati nei loro contorni generali.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 90

 

Il cognitivista Larry Jacoby ideò un intelligente procedimento che illustra come gli errori del ricordo dell’origine possono portare alla distorsione. Considerate questi nomi: Sebastian Weisdorf, Roger Bannister, Valerie Marsh, Minnie Pearl e Adrian Marr. Ce n’è qualcuno che appartiene a un personaggio famoso? La stella dell’atletica Roger Bannister e la cantante Minnie Pearl forse non vi sono nuovi, ma tutti gli altri sí (visto che non sono famosi). Nell’esperimento di Jacoby, i soggetti difficilmente sostenevano che un nome sconosciuto come Sebastian Weisdorf fosse famoso una volta sottoposti al test immediatamente dopo aver letto l’elenco. Ma il giorno dopo, durante lo stesso test, spesso sostenevano che lo stesso nome appartenesse a un personaggio famoso. Ancora una volta l’errore andava attribuito al ricordo dell’origine: a causa dell’intervallo, i soggetti dimenticavano di essersi imbattuti nel Sebastian Weisdorf dell’elenco, pur conservando la sensazione di conoscere quel nome. Jacoby sostenne - in tono quantomai beffardo - di aver dimostrato che è effettivamente possibile diventare famosi dal giorno alla notte».
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 114

 

Il ragazzo, che d’ora in poi chiamerò Gene, aveva riportato una grave lesione alla testa che aveva danneggiato l’ippocampo e altre zone del lobo temporale mediale deputate alla memoria esplicita. La lesione aveva inoltre causato un danno esteso ai lobi frontali.
Gene era un ragazzo educato, tranquillo e volenteroso che per molti aspetti sembrava del tutto normale, tranne che per la quasi totale incapacità di ricordare esplicitamente le esperienze passate. Per scoprire se era in grado di apprendere fatti nuovi, io e la mia assistente gli riferivamo a turno sciocchezze di nostra invenzione tipo: « Il padre di Bob Hope faceva il pompiere », oppure « La colazione preferita di Jane Fonda è il porridge». Dopo un paio di minuti uno di noi gli chiedeva: «Che lavoro faceva il padre di Bob Hope?» o«Cosa piace mangiare aJane Fonda per colazione?» Incredibile ma vero, a volte Gene riusciva a darci la risposta esatta. Ma quando gli chiesi come faceva a saperlo, mi lasciò letteralmente di sasso. Gene sosteneva di aver tirato a indovinare o di averlo letto sul giornale o di averlo sentito alla radio: non gli venne mai in mente che eravamo stati io o la mia assistente a dirglielo un paio di minuti prima!
Gene presentava un difetto mnestico noto come amnesia dell’origine: poteva apprendere un fatto nuovo, ma non ricordava da quale fonte provenisse". Si comportava piú o meno come se vi chiedessero di spiegare come fate a sapere che Parigi è la capitale della Francia. Pur non ricordandolo di preciso, possiamo dedurre che avremo appreso l’informazione alle elementari o magari leggendola sull’enciclopedia. Il caso di Gene è straordinario perché la sua amnesia dell’origine si verificava non appena veniva a conoscenza di un fatto; negli adulti normali, questo genere di amnesia si riscontra solo per intervalli di tempo assai piú lunghi.
Il neuropsicologo Morris Moscovitch ha descritto il caso di un sessantunenne con lesione diffusa del lobo frontale che insisteva a dichiararsi sposato da soli quattro mesi quando invece lo era, e con la stessa donna, da oltre trent’anni. Ricordò di avere quattro figli e aggiunse d’istinto - ridendosela un po’ sotto i baffi -«Mica male per quattro mesi». Quando gli chiesero l’età dei figli, si accorse che il maggiore aveva trentadue anni e il minore ventidue. Come era possibile averli di quell’età in soli quattro mesi? Il paziente non si perse affatto d’animo: «Li abbiamo adottati».
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 157

 

Un’area che intensifica l’attività quando i soggetti immaginano di muovere le mani

Il neurologo Antonio Damasio ha descritto un paziente che riconosce gli utensili ma non i vestiti, e un altro che riconosce facilmente gli oggetti tranne che per un terribile problema con gli strumenti musicali.
Un recente studio PET condotto da Alex Martin e colleghi presso il National Institute of Mental Health risulta illuminante per questi sorprendenti disturbi. Quando i volontari sani identificavano le immagini di animali o utensili nel corso di sedute separate, le aree della parte inferiore del lobo temporale che partecipano alla percezione degli oggetti complessi mostravano un’attività intensificata (aumento del flusso ematico) rispetto alle condizioni di controllo. Quando invece identificavano le immagini degli utensili, il flusso ematico aumentava nella corteccia premotoria sinistra - un’area che intensifica l’attività quando i soggetti immaginano semplicemente di muovere le mani per afferrare un oggetto. L’identificazione degli utensili era inoltre associata a una maggiore attività di una parte dell’emisfero sinistro (il giro medio temporale) che concorre alla produzione di vocaboli d’azione (ad esempio scrivere). Questi risultati suggeriscono che la conoscenza degli utensili, ma non degli animali, dipende da regioni cerebrali che rappresentano i movimenti e le azioni: quello che le persone fanno con gli utensili. Queste aree cerebrali sono danneggiate nei pazienti che hanno problemi a nominare gli oggetti fabbricati dall’uomo, mentre le regioni della parte posteriore del cervello che rappresentano precise caratteristiche visive di stimoli complessi tendono a essere danneggiate nei pazienti che hanno problemi a nominare gli esseri viventi. I singolari deficit di categoria riscontrati in alcuni pazienti nascono da reti cerebrali ben precise, responsabili della conoscenza delle diverse proprietà degli oggetti.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 158

 

Per di piú c’erano resoconti interessanti su pazienti sottoposti ad anestesia totale durante un intervento chirurgico. È risaputo che queste persone non possono percepire né prestare attenzione a niente che venga detto o fatto mentre sono sdraiate prive di conoscenza sul tavolo operatorio. Ma durante un esperimento cow dotto negli anni Sessanta, i chirurghi inscenarono una crisi durante l’intervento comprendente affermazioni catastrofiche per far credere che l’operazione si mettesse male e che il paziente non potesse uscirne vivo. Alcuni pazienti sottoposti alla messinscena cominciarono a entrare in ansia quando piú tardi furono interrogati in proposito, come se si fossero formati una sorta di ricordo implicito mentre dormivano sdraiati sul tavolo operatorio.
Volendo ricorrere a una nota piú ottimista, studi successivi mostrarono che dopo l’intervento, i pazienti sotto anestesia cui veniva suggerito che presto sarebbero guariti, trascorrevano meno tempo in ospedale di quelli che non avevano ricevuto quel suggerimento. Eppure nessuno di loro ricordava esplicitamente di averlo sentito. Io e i miei colleghi dimostrammo piú tardi che quelli che udivano un elenco di parole durante un intervento chirurgico manifestavano facilitazione durante il test post guarigione. Il fatto che non ricordassero esplicitamente le parole non ci lasciò affatto stupiti.
La memoria implicita può inoltre essere collegata ad alcune distorsioni trattate nei capitoli precedenti. Se non ricordiamo da dove viene un’informazione recuperata - chi ha detto cosa, se un fatto è realmente accaduto o se lo abbiamo semplicemente immaginato - potremmo indicare una fonte inesatta esponendoci quindi a false rievocazioni. Per definizione, la memoria implicita non comporta la rievocazione dell’informazione d’origine. Potremmo perciò generare fonti errate nel tentativo di capire perché ci venga in mente una certa idea o perché proviamo una certa emozione.
Schacter D., “Alla ricerca della memoria”, Einaudi, pag. 180

 

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