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Non ho mai dimenticato la lezione di Quine, prima, e di Ryle, dopo: bisogna parlar semplice, fare una filosofia scientificamente informata. Nessuna frase di Quine o di Ryle è mai sciocca o di troppo, ma il loro parlare è rivolto al pubblico dei non specialisti.
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 15
Quando gli specialisti parlano tra loro, a qualunque disciplina essi appartengano, il peggior passo falso che possano commettere è spiegarsi minuziosamente: sarebbe offensivo. Allora finiscono per comportarsi nel modo diametralmente opposto, ovvero danno poche spiegazioni, col risultato che, mentre si stupiscono l’un l’altro, tendono a parlarsi addosso, specialmente nei contesti interdisciplinari. Il rimedio, secondo me, stava nel rivolgersi ai novizi, piuttosto che "far finta di ascoltarsi" tra colleghi. In questo modo, il livello elementare della spiegazione è giustificato senza essere offensivo, mentre gli specialisti possono, senza alcun imbarazzo, beneficiare comunque di una discussione teorica.
I miei libri sono scritti per il proverbiale "pubblico istruito non specializzato" e molti lettori, in effetti, riescono a seguire, sia pure con un ragionevole sforzo, le mie argomentazioni; ma loro non rappresentano il mio vero obiettivo. In verità io scrivo per i miei colleghi, specialisti in filosofia, scienze cognitive, biologia evolutiva e altri campi. Uso termini che essi possono facilmente comprendere e credo che solo pochi filosofi, tra loro, non condividano questa strategia. Alcuni hanno ancora l’impressione che se non devono faticare per leggere un libro, non vale la pena leggerlo. Sospetto che questo sia il loro modo di dichiararsi professionisti: c’è qualcosa che loro possono fare, ma che gli inesperti non possono fare.
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 41
Ryle era l’altro pilastro teorico della mia tesi di dottorato. In un certo senso, all’epoca, era lui che dettava le tendenze filosofiche a Oxford, sia come editore della rivista Mind, sia come procacciatore di impieghi all’interno del mondo anglofono. Ma, allo stesso tempo, era un tipo fuori dalle righe, poco incline alle mode filosofiche. Disapprovava la ben nota inclinazione di Oxford a surclassare qualsiasi sistema filosofico le fosse estraneo e, se del caso, vi si opponeva apertamente. Non si è mai tirato indietro: anche quando tentavo di provocarlo, opponendomi alle sue idee, invece di ribattere alle mie critiche, era incline ad accettare molti dei miei contributi, assumendo l’atteggiamento di colui che discute di argomenti che non lo riguardano personalmente e spingendomi addirittura a pensare quali miglioramenti avremmo potuto apportare a quanto restava. Era disorientante. Tuttavia, pur riconoscendogli il ruolo di incoraggiatore e sostenitore delle altrui idee, avevo l’impressione di non aver appreso da lui alcuna filosofia. Ma mi sbagliavo: poco prima della presentazione della mia tesi, confrontandola con una precedente bozza, mi accorsi, con grande stupore, che l’influenza di Ryle era ben visibile in ogni pagina. Come aveva fatto? Trattasi di osmosi o ipnosi? Comunque, da questa esperienza, ricavai una prova esplicita
della forza dei metodi indiretti in filosofia: raramente, parlando con qualcuno, si riesce a fargli adottare all’istante le nostre premesse o il nostro modo di ragionare. Talvolta, conviene lavorarlo ai fianchi, attraverso immagini, esempi e incoraggiamenti che scardinano le sue abitudini mentali.
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 23
Bene, allora come può il cervello estrarre determinati significati dalle cose? In quale momento possiamo parlare di coscienza? Queste sono le domande alle quali le scienze cognitive stanno cercando di dare una risposta, cercando di ridurre la rappresentazione interna e coloro che sperimentano la suddetta rappresentazione a delle macchine. Un computer può farlo. La grande intuizione di Turing fu proprio questa: ridurre la macchina semantica a macchina sintattica.
I nostri cervelli non sono nulla di più che macchine sintattiche, che tuttavia estraggono significati dal mondo circostante, ovvero lavorano come macchine semantiche. Siamo in presenza di un paradosso, ma non di un mistero, come molti vorrebbero farci credere. Non credo nei misteri, sono soltanto problemi che non sappiamo ancora come avvicinare. Se pensiamo di aver trovato un mistero, probabilmente abbiamo soltanto frainteso il problema. Quel che è certo è che la coscienza è meno misteriosa di quanto si pensi: essa si sviluppa da ciò che fa il cervello - ovvero come macchina sintattica - e non da ciò di cui è fatta.
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 42
Le pompe d’intuizione sono degli esperimenti di pensiero, come la caverna di Platone, il diavoletto di Cartesio, il contratto sociale di Hobbes o gli imperativi categorici di Kant. Esercii d’immaginazione, che indirizzano il modo di affrontare un problema. E questa la vera storia della filosofia: molti colleghi lo hanno dimenticato, ma gran parte delle idee filosofiche sono pompe d’intuizione.
L’idea di considerare la coscienza come una macchina virtuale, ad esempio, è una pompa d’intuizione e ci stanno lavorando gli studiosi di intelligenza artificiale. Credo che tra le idee più suggestive, nate dall’intelligenza artificiale, ci sia il "Pandemonio" di Oliver Selfridge. Si trattava di un programma costituito da un gruppo di demoni semi-indipendenti (pan-demonium) che, quando nasceva un problema, saltellavano di qua e di là dicendo: "Io! Io! Io lo so fare!" Ne nasceva una breve schermaglia e quello che fra loro avrebbe vinto avrebbe anche affrontato il problema. Se non ci riusciva, gli altri potevano catturarlo.
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 43
Se immaginiamo il cervello come una pletora di agenti semi-indipendenti che agiscono in modo solo parzialmente organizzato, attraverso numerosi "spreca-azioni", allora anche la coscienza comincia ad avere un senso differente.
Quello che a me oggi interessa sapere è come si sviluppa la possibilità di parlare prima che io sappia che sto parlando. E quello che fanno abitualmente i bambini, e anche molti adulti, visto che c’è una grande differenza tra il parlare e il parlare autocosciente.
Dando uno sguardo alle attuali teorie psicolinguistiche, mi sono reso conto che ci sono teorie su come le persone capiscono il linguaggio, su come lo decifrano, su come lo accettano... ma non c’è molta letteratura su come le persone generano il linguaggio. Le teorie esistenti sono ancora tutte legate all’idea di un Central Meaner (o di un Concettualizzatore, come lo chiama Levelt), mentre secondo me bisognerebbe adottare, anche in questo caso, un modello Pandemonio, in cui ci sono tanti pezzettini di linguaggio, molti dei quali inappropriati, e, attraverso una battaglia per processi paralleli, uno di essi vince sugli altri.
Proprio in questo momento, mentre parliamo di queste cose, tutti i miei demonietti si stanno sfidando per avere l’ultima parola!
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 44
Personalmente propendo per una visione funzionalista della mente, ovvero rintracciare la natura della mente, non tanto in ciò di cui è fatta, ma in ciò che fa o può fare. La forma, il materiale o la struttura di un oggetto sono soltanto secondari, rispetto al fatto che esso sia compatibile con il suo ruolo funzionale.
Peraltro l’idea della "doppia traduzione" - ovvero del messaggio sensoriale che entra e viene trasformato prima in impulsi nervosi e poi, in qualche modo e in qualche posto, in coscienza - è fuorviante; come lo era appunto la ghiandola pineale di Cartesio, luogo fisico non ben precisato atto a creare qualcosa di non-fisico: il pensiero cosciente. Perché fuorviante? Perché genera, appunto, la falsa illusione della supremazia del cervello sul resto del corpo, inteso come mero recettore di impulsi o unità espletante azioni.
La tentazione è forte, tanto che alcuni teorici tutt’oggi insistono sul fatto che un occhio senza cervello non ha esperienze visive consapevoli, ed è pertanto nel cervello che deve maturare il fattore X del sentire... Per taluni è meglio sostenere ipotesi simili piuttosto che dover riconoscere il primato degli impulsi nervosi ed equiparare, così, l’essere umano a un centralino senza telefonista o a una nave senza capitano.
D’altronde ci sono cose alle quali si rinuncia davvero malvolentieri: se in un trapianto di cuore preferiremmo essere i riceventi, in un ipotetico trapianto di cervello sono certo che vorremmo essere tutti donatori.
Dennet D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 51