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Freeman W., “Come funziona il cervello”

Come in un coro ogni cantante ascolta tutti gli altri e reagisce a tutti gli altri

Nessun neurone o parte del cervello ha la responsabilità di controllare le altre parti. La coordinazione è a inviti, non viene imposta. La chiave per comprendere la funzione cerebrale sta nell’imponente ricorsione delle vie attraverso le quali ogni parte del cervello trasmette segnali ad altre parti e da queste ne riceve, un po’ come in un coro ogni cantante ascolta tutti gli altri e reagisce a tutti gli altri.
Queste interazioni forniscono la base per l’accordo neurale che è necessario per l’auto-organizzazione del comportamento.
La maggior parte dei comportamenti intenzionali si realizza senza bisogno di consapevolezza, quindi l’intenzionalità opera prima della consapevolezza e della coscienza, fino a un certo punto. Che si raggiunge quando, al fine di comprendere l’intenzionalità, abbiamo bisogno di pensare al significato e di rappresentare i nostri pensieri in parole. Abbiamo bisogno di ascoltare e leggere le parole di altri per rafforzare i nostri stessi significati. L’uso efficace del linguaggio richiede la coscienza.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 15

Significato, rappresentazione e intenzionalità

Un’attività umana fondamentale e perpetua è la ricerca del significato. Quanto ricerchiamo non è qualcosa che sappiamo definire, perché per ogni persona il significato assume una forma particolare e unica.
Gli esseri umani cercano relazioni, esperienze e cause significative. Ciò che le distingue da situazioni prive di significato, incontri accidentali e cause perse è la ricchezza del contesto e la promessa che grazie alle nostre scelte personali continuino a emergere implicazioni interessanti e feconde.
I significati non hanno margini né suddivisioni. Non sono soltanto razionali o emotivi, ma mescolano entrambi gli aspetti. Non sono pensieri o convinzioni, ma una trama fatta di entrambe le cose. Ogni significato ha un punto focale in un certo punto della struttura dinamica di un’intera esistenza. Il significato è chiuso rispetto all’esterno in virtù della propria unicità e complessità.
Per i pragmatisti e gli esistenzialisti, il significato si forma chiaramente mediante l’azione. In modo piú specifico, viene creato nel e dal cervello. La mia opinione è che noi non scopriamo il significato così come scoviamo per serendipità animali e minerali insoliti, grazie al loro impatto sui nostri sensi, né lo impieghiamo così come effettuiamo versamenti sul conto bancario. Il significato si crea in forme particolari e uniche dentro di noi mediante le azioni e le scelte che noi tutti facciamo, imparando inizialmente a vivere secondo un sistema di credenze che ci viene offerto attraverso i genitori, i compagni e i colleghi, e che dapprima cambiamo affinché ci soddisfi e poi modifichiamo affinché diventi noi stessi. Ogni scelta effettuata nella vita quotidiana è un modo per afferrare la parte del mondo nella quale abitiamo tutti insieme, ma nei nostri termini, in accordo con le nostre esperienze uniche.
Nell’arco della vita, gran parte degli sforzi e dell’energia è spesa nel tentativo di comprendere i significati degli altri e di indurre gli altri a capire i nostri. Non possiamo mai trasporre o introdurre completamente i nostri significati in nessun altro, ma possiamo esprimerci e invitare gli altri ad azioni comuni affinché qualche parte della struttura di significato che è dentro di noi si accordi armonicamente con gli altri. Si parla comunemente di «significato condiviso» come se lo si potesse distribuire tra le persone di un gruppo, come il cibo e il vino. Sono convinto che sia possibile rendere simili i significati di persone che lavorano, danzano, cantano e pregano insieme e chiamo questa parte delle loro strutture di significato «significato assimilato». Quella frazione di significato assimilato che si può rappresentare come conoscenza pubblica è sufficiente a sostenere la cooperazione, benché i significati a cui conduce non siano mai gli stessi per tutti i partecipanti. I significati assimilati sono la base di tutta la conoscenza nei gruppi culturali, sociali e politici, a cominciare dalla famiglia.
Gli esseri umani comunicano significato in molti modi: parlando, con le espressioni del volto e i gesti, come fanno gli attori, e anche con la scrittura e la pittura, come fanno gli artisti. Tali forme materiali sono rappresentazioni del significato, ma i libri, le equazioni, i film e i quadri non hanno significato di per se stessi. Sono in grado di provocare la costruzione di significati nei destinatari e negli osservatori, ma per ognuno tali significati differiscono inevitabilmente da quelli dell’autore e dell’artista. Noi crediamo che vi sia una stretta somiglianza, ma sono diversi per ognuno di noi.
In che modo, allora, e in che senso, si assimilano i significati? Uno dei modi possibili è per approssimazione successiva nel corso di una conversazione. La persona A esprime un significato facendone una rappresentazione, “A-1”. Il ricevente, la persona B, crea un significato e lo rappresenta mediante un’affermazione, “B-1”, come: «Capisco ciò che intendi». A risponde modificando il significato e replicando con una rappresentazione collegata, “A-2”: «No, intendevo una cosa leggermente diversa». Grazie alla ripetizione, si forma una piccola area di corrispondenza fra le trame di significato dei partecipanti, una sovrapposizione che viene confermata da azioni di cooperazione, come bere insieme, che è il significato originario di «simposio». Quando agiamo in maniera congiunta si ha «assimilazione», il che va al di là della «corrispondenza» e della «congruenza». Le parole sono soltanto termini cognitivi e non possono portare al senso di fiducia che accompagna un’assimilazione profonda del significato.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 21

L’abituazione

L’abituazione è un processo automatico locale che incorpora nel sottofondo gli stimoli non identificati. Il vaglio degli ingressi non identificati, non desiderati o irrilevanti è un compito costante e vitale di tutte le cortecce sensitive primarie. I recettori non svolgono questo compito, non possono farlo, perché non hanno accesso alle configurazioni sensoriali. Contribuiscono alle configurazioni soltanto con i loro impulsi, un po’ come i punti di un quadro divisionista.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 99

Gli ingredienti che il cervello riceve non sono trascrizioni dirette

Gli ingredienti che il cervello riceve dalle cortecce sensitive e con i quali fabbrica i significati sono prodotti dalle cortecce. Non sono trascrizioni dirette o impressioni derivate dall’ambiente interno o esterno al corpo. Tutto ciò che il cervello può sapere è stato sintetizzato al suo interno, in forma di ipotesi sul mondo e di risultati delle sue verifiche di tali ipotesi: successo o fallimento e modalità del fallimento. Questa è la base neurobiologica dell’isolamento solipsistico che separa i qualia di ognuno dalle esperienze di chiunque altro ed è la conferma neurofisiologica del principio induttivo di unidirezionalità introdotto da Tommaso d’Aquino.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 112

Le nostre azioni emergono attraverso un ciclo in tre stadi

Le nostre azioni emergono attraverso un ciclo continuo che si può dividere in tre stadi. Nel primo stadio, nel nostro cervello emergono e vengono elaborati obiettivi che riguardano stati futuri, verso i quali indirizzeremo le nostre azioni. Gli obiettivi sono disposti in strati annidati e vanno da ciò che faremo nei secondi successivi fino alla sopravvivenza ultima e al godimento della vita. Durante il secondo stadio del ciclo, agiamo, riceviamo le conseguenze sensoriali delle azioni e costruiamo i significati. Nel terzo stadio, modifichiamo il nostro cervello con l’apprendimento, che guida tutte le configurazioni che emergeranno successivamente.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 113

I due emisferi trasferiscono il lavoro della percezione come due staffettisti che si passano il testimone

Secondo diverse teorie sul funzionamento del cervello, alla base dell’unità della percezione e dell’azione vi è un processo cooperativo globale.
La maggior parte degli psicofisiologi conviene che esiste necessariamente una coordinazione diffusa, quale che sia la sua forma. Jack Pettigrew esprime questo parere sulla base di alcune ricerche sulla rivalità binoculare. Quando si domanda di guardare due immagini diverse contemporaneamente, una per occhio, i soggetti riferiscono di vedere l’una o l’altra, ma non entrambe, con le immagini percepite che si alternano sporadicamente. In precedenza, gli studiosi ne avevano concluso che il talamo seleziona la corteccia visiva da attivare, ma Pettigrew ha mostrato che tutto l’emisfero, da una parte come dall’altra, è coinvolto globalmente in ogni avvicendamento, come se i due emisferi trasferissero il lavoro della percezione dall’uno all’altro come due staffettisti che si passano il testimone.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 137

Martin Heidegger e l’«essere gettati nel mondo»

Martin Heidegger, studente di Husserl, si allontanò dalla posizione di Kant avanzando la proposta che le idee urnane provengono dalle azioni e dagli interessi quotidiani che costituiscono l’esistenza umana nel tempo. Heidegger individuò la base dell’intelligenza umana nell’ambito delle strutture ordinate della società in cui si ritrovano le persone quando emergono alla coscienza. Chiamò «essere gettati nel mondo» [Geworfenheit] la condizione di un individuo in queste strutture. Queste non sono le forme mentali indipendenti proposte da Platone, Descartes e Kant e neanche rappresentazioni, ma nascono attraverso le azioni che le persone compiono per far fronte all’ambiente. In alt:re parole, l’intenzionalità precede la coscienza, e la dicotomia tra soggetto e oggetto svanisce. L’azione precede la percezione. Come osservò Napoleone, quando gli domandarono quale fosse il segreto del suo successo in battaglia: «Ori s’engage, y puis on vois» (Ci si butta e poi si vede).
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 149

Una persona può agire su un oggetto e cambiarlo, ma l’oggetto non attraversa il proprio orizzonte

Una volta, dopo una lunga e faticosa conferenza, in risposta alla richiesta di riassumere il principio della sua concezione, Merleau-Ponty disse: «Percepire è rendersi presente nei confronti di qualche cosa attraverso il corpo. » Questa frase contiene gli elementi principali del tema della conferenza. Proseguendo, Merleau-Ponty aggiunse: «Per tutto il tempo, la cosa mantiene il proprio posto nell’ambito dell’orizzonte del mondo e la strutturazione consiste nel porre ogni dettaglio nell’orizzonte percettivo pertinente. » Questa descrizione, che l’autore lo intendesse o meno, si conforma chiaramente al processo di assimilazione di Tommaso d’Aquino, grazie al quale il cervello viene a conoscenza di un oggetto rendendosi simile per certi aspetti selezionati a tale oggetto, attraverso l’organizzazione del corpo e di tutti i suoi neuroni. Merleau-Ponty pare tracciare una distinzione tra l’orizzonte del mondo all’esterno e l’orizzonte di percezione all’interno. In termini dinamici, una persona può agire su un oggetto e cambiarlo, ma l’oggetto non attraversa il proprio orizzonte nel cervello imprimendo le proprie caratteristiche attraverso l’orizzonte interiore delle cortecce sensitive, nel senso che ci si può spostare verso un orizzonte, ma non si può mai raggiungerlo. Se la mia interpretazione è corretta, Merleau-Ponty ha colto il concetto dell’unidirezionalità e l’isolamento solipsistico che fa presagire, perché le forme della materia, secondo Tommaso d’Aquino, non si possono cogliere direttamente. Tutto ciò che possiamo sapere passa per l’immaginazione, che ci consente di generalizzare e astrarre per creare le strutture interne con le quali agiamo e comprendiamo.
L’atto di percezione trascende i due orizzonti attraverso l’assimilazione. La nostra percezione di un oggetto è già stata concepita prima del segnale d’ingresso sensoriale, da parte dell’azione intrapresa per ottenere l’ingresso. La strutturazione si realizza grazie a cicli ripetuti di azione e percezione che Merleau-Ponty chiama «arco intenzionale», che costituisce lo sforzo di raggiungere la massima presa. Le parole «porre ogni dettaglio» nell’orizzonte percettivo significano sostanzialmente mettere in posizione i recettori sensitivi mediante efferenza e mettere a fuoco le cortecce sensitive mediante preafferenza, vale a dire prestare attenzione allo scopo di realizzare l’assimilazione ottimale del sé a un oggetto. Il sé si adatta a quell’oggetto e ne acquisisce conoscenza modellando il corpo e anche rimodellando o mettendo in una nuova posizione l’oggetto. Come esempio familiare, si può pensare a quando si tiene fra le dita un utensile sconosciuto, lo si stringe, se ne esaminano gli aspetti con gli occhi, si sente che suono produce a batterlo leggermente e poi lo si applica ad altri oggetti, nei modi che si riescono a concepire.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 151

Quanto tempo dopo l’inizio di un’azione o di uno stimolo il soggetto riferisce di esserne diventato consapevole?

Tutti convengono che la percezione richiede tempo. Le stime del tempo minimo tra stimoli di avvertimento e risposte apprese, ottenute misurando i tempi di reazione degli esseri umani e degli animali, vanno da un quarto a tre quarti di secondo. Si tratta di intervalli piú lunghi dei tempi di reazione tra stimoli dolorosi o premianti e risposte che non necessitano di apprendimento, che sono inferiori a un decimo di secondo. Soltanto una piccola percentuale del ritardo nel rispondere a stimoli appresi è assorbita dai ritardi nella conduzione assonica tra i recettori e il cervello, tra le parti del cervello e dal cervello ai muscoli. I materialisti e i cognitivisti affermano che la maggior parte dell’intervallo è necessaria per l’elaborazione dell’informazione, che comprende la raccolta delle caratteristiche in immagini di ordine superiore, e per il ricupero e il confronto per correlazione incrociata tra le rappresentazioni immagazzinate e l’ingresso in questione. I pragmatisti ritengono che l’intervallo sia necessario affinché le parti del cervello ricerchino i bacini di attrazione appropriati e affinché gli attrattori costruiscano configurazioni di AM in una traiettoria itinerante che integra le diverse parti del prosencefalo.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 153

L’attività cerebrale che precede l’avvio di un atto intenzionale comincia prima dell’inizio della consapevolezza

Chiunque giochi in una squadra o suoni in un’orchestra capisce quanto è importante mantenere rapide sequenze di comportamenti in armonia con il gruppo, con ritmi di cambiamento che sono troppo veloci per consentire la successione di immagini percettive e che tuttavia richiedono un’integrazione nelle sequenze temporali condivise degli eventi che si dispiegano.
Benché gli esperimenti di Libet siano stati criticati severamente per la mancanza di misure precise della consapevolezza interna, il fatto è che il processo della consapevolezza è piú complesso della transizione di stato indotta in una corteccia sensitiva e richiede un tempo maggiore. L’isolamento solipsistico rende difficile misurare i tempi per arrivare alla consapevolezza, poiché il neurobiologo può sapere quando il soggetto è cosciente soltanto domandandogli: «Che cosa ha provato, e quando l’ha provato? » Il medesimo problema rende difficile stimare il momento in cui emerge la consapevolezza dell’intento di agire. Dalle misure dell’attività cerebrale in soggetti volontari, Libet e altri ricercatori hanno dedotto che esiste un ritardo paragonabile nella consapevolezza dell’intento di compiere un’azione in assenza dell’imposizione di un ritmo particolare. In questa situazione, utilizzando elettrodi posti sullo scalpo, tra la sommità del capo e i lobi delle orecchie, si registra un lento cambiamento del potenziale elettrico. Quando i neurologi domandano ai soggetti di premere velocemente un interruttore di tanto in tanto nel corso di un’ora, scegliendo liberamente quando farlo, si rileva un lento aumento di un «potenziale di prontezza» che inizia all’incirca un secondo prima di ogni movimento deciso autonomamente. Il cambiamento del potenziale è cosi piccolo che si può rilevare soltanto esaminando le medie su numerose prove, ma indica che l’attività neurale coinvolta nella progettazione e nell’organizzazione del movimento precede la consapevolezza di un’intenzione di agire. La durata dell’intervallo tra l’inizio del potenziale di prontezza e la consapevolezza è paragonabile al ritardo nella consapevolezza dell’inizio di uno stimolo. In altre parole, quando si domanda ai soggetti di segnalare il momento di inizio della consapevolezza della decisione di cominciare a premere l’interruttore, i tempi riferiti indicano che la consapevolezza segue l’inizio del potenziale di prontezza di un intervallo che va da un quarto di secondo a mezzo secondo. L’attività cerebrale che precede l’avvio di un atto intenzionale comincia prima dell’inizio della consapevolezza dell’intento di intraprendere l’azione. I soggetti riferiscono anche che, dopo essere diventati consapevoli di essere sul punto di agire, possono interrompere l’azione. E un po’ come diventare consapevoli di ciò che si sta per dire e decidere di modificarlo o di censurarlo. Quindi, chiunque o qualunque cosa noi siamo, la nostra consapevolezza fa parte dei nostri beni e strumenti, non è l’agente che avvia l’azione.
A una conclusione analoga era giunto William James, che raccontò di una mattina in cui, risvegliatosi nel suo letto, continuava a ripetere a se stesso di alzarsi, senza sortire alcun effetto. Rimase sotto le coperte. A un certo punto si ritrovò in piedi, senza riuscire a ricordare di essersi alzato. Anche Merleau-Ponty, dopo aver esaminato le prove neurologiche raccolte da Goldstein e Gelb, ha inferito che la consapevolezza segue l’azione piú che precederla. Scrive MerleauPonty: « È chiaro che non è concepibile alcuna relazione causale tra il soggetto e il suo corpo, il suo mondo e la sua società. » A suo giudizio, la coscienza sta al di fuori del ciclo azione-percezione. «Quel che ci porta fuori strada a questo riguardo è che spesso ricerchiamo la libertà, il libero arbitrio, nella volontaria deliberazione che esamina un motivo dopo l’altro e sembra optare per quello di maggior peso o piú convincente. In realtà, la deliberazione segue la decisione e è la mia decisione segreta a dar vita ai motivi. » Segreta per chi? Segreta persino per la nostra stessa consapevolezza, quindi noi prendiamo le decisioni e in seguito poi le giustifichiamo, le razionalizziamo e le spieghiamo con le nostre deliberazioni. Secondo questa concezione, la coscienza non è la causa di una decisione né un suo effetto, ma è una relazione tra causa ed effetto, vale a dire un processo mentale.
In base alle proposte di Merleau-Ponty, le azioni non sono controllate dalla coscienza, poiché in precedenza l’esperienza crea un’interpretazione del presente, da cui l’azione
fluisce senza bisogno di riflettere. La consapevolezza non è essenziale per far fronte intenzionalmente alle cose, poiché gran parte delle nostre azioni quotidiane emerge senza riflessione.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 157

Ogni complesso apre la porta a una configurazione spaziale preferita

La percezione può seguire, e a volte segue, l’impatto del bombardamento sensoriale, ma ciò che viene percepito è già stato preparato in due modi diversi. Il primo si ha grazie al residuo dell’esperienza passata, le modificazioni sinaptiche che modellano le connessioni nel neuropilo di ciascuna corteccia sensitiva, formando complessi di cellule nervose. Ogni complesso apre la porta a una configurazione spaziale preferita che viene costruita dall’attrattore appreso nel suo bacino, che si è formato nel passato, o a una nuova configurazione che viene creata da processi caotici, che nella nostra esperienza soggettiva sono intuizioni. L’insieme dei bacini forma un paesaggio di attrattori e ogni nuovo bacino che si forma fa sballottare gli altri. Il secondo modo si ha grazie alle relazioni bidirezionali con tutte le altre cortecce sensitive, principalmente attraverso la corteccia entorinale. Le scariche corollarie dalle vie preafferenti possono inclinare i paesaggi degli attrattori delle cortecce e tale inclinazione può rafforzare od ostruire certi bacini di attrazione in conformità agli obiettivi che emergono attraverso il sistema limbico.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 167

La coscienza è un parametro di ordine che entra in gioco nel ciclo azione-percezione quando un’azione sta per concludersi

Tutto l’emisfero, mentre raggiunge l’unità a partire dalle sue innumerevoli parti in movimento, può sostenere una sola configurazione globale alla volta. E come i neuroni mantengono la propria autonomia, così fanno anche i moduli locali. Le loro attività ribolliscono tutte insieme sotto il vincolo moderato dell’insieme complessivo e costituiscono ciò che molti indicano come elaborazione incosciente, e che James definí come la penombra del riflettore della coscienza. Ma la coscienza non è un riflettore, poiché questo richiederebbe un raggio concentrato, mentre le configurazioni di AM globali sono «non locali». Inoltre, per un riflettore è necessario qualche altro meccanismo che lo punti, mentre la configurazione di AM globale è auto-organizzante. Una metafora meccanica piú appropriata, se ve ne fosse bisogno, sarebbe un termostato che campiona e regola la temperatura.
La consapevolezza, quindi, è un evento distribuito che integra i sottosistemi componenti e minimizza la probabilità che tra loro si realizzino transizioni di stato traditrici. La coscienza è il processo che costruisce una sequenza di stati globali di consapevolezza. È una variabile di stato che vincola le attività caotiche delle parti estinguendo le fluttuazioni caotiche. È un parametro di ordine e un operatore che entra in gioco nel ciclo azione-percezione quando un’azione sta per concludersi, e quando inizia la fase di apprendimento della percezione. Questa è la parte dell’arco intenzionale in cui le conseguenze di un’azione appena portata a termine si organizzano e si integrano in un significato, e in cui una nuova azione è in via di sviluppo, ma non è ancora in esecuzione. E in questo modo che la coscienza facilita l’arricchimento del significato. Trattiene l’azione prematura e, dando tempo alla maturazione e alla chiusura, fa aumentare la probabilità che la promessa a lungo termine di un essere intenzionale si esprima in comportanti ponderati.
James affermava che la coscienza è un «organo aggiunto al fine di governare un sistema nervoso diventato troppo complesso per regolarsi da solo». Ma non è un organo nel senso che coincide con qualche parte del cervello, come il lobo frontale, l’amigdala, la formazione reticolare del mesencefalo o un nucleo del tronco dell’encefalo. E un livello superiore di auto-organizzazione.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 170

Quando entriamo in contatto con il mondo, lo percepiamo dall’interno e poi cambiamo noi stessi per assimilazione

Ognuno di noi è una sorgente di significato, una fonte perenne per il flusso di nuove costruzioni che circola nel nostro cervello e nel nostro corpo, protetta dalla segretezza dell’isolamento. Le nostre costruzioni sono dovute alla crescita rigogliosa di configurazioni di attività neurale derivanti dalla dinamica caotica delle popolazioni composte da miriadi di neuroni. Le nostre azioni intenzionali si riversano continuamente nel mondo, cambiando il mondo stesso e la relazione tra il nostro corpo e il mondo. Questo sistema dinamico è il sé che si trova in ognuno di noi. È questo l’agente responsabile, non la nostra consapevolezza, che cerca di continuo di mettersi in pari con ciò che facciamo.
Quando entriamo in contatto con il mondo, lo percepiamo dall’interno dei nostri confini e poi cambiamo noi stessi per assimilazione. Le nostre azioni sono percepite da noi stessi e dagli altri come il perseguimento di obiettivi personali, e come espressione dei nostri significati mediante gesti, segni, parole e numeri; vale a dire, mediante rappresentazioni.
Ma il sé come si percepisce? Vi è qualcosa di piú di ricordi di esperienze che sono raccolte nell’unità dell’intenzionalità? L’autoconsapevolezza implica un ulteriore livello di organizzazione al di sopra di quello della coscienza, un livello che esiste soltanto negli esseri umani e in misura molto limitata in alcuni dei nostri parenti piú stretti, le grandi scimmie antropomorfe.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 175

Il significato esiste soltanto nella mente, non negli oggetti

Spesso si possono offrire le prestazioni migliori quando non si è consapevoli delle proprie azioni né di se stessi, ma soltanto degli obiettivi che si vogliono raggiungere. I veri artisti sanno come tenere a bada il proprio ego fino alla fine dell’opera.
Le testimonianze sulle pareti delle caverne di tutto il mondo mostrano come le immagini si sono evolute da semplici figure a bastoncino e da impronte delle mani fino a forme geometriche rappresentanti animali, pioggia, fasi della luna, esseri umani impegnati in un cerimoniale, raccolti e utensili. I simboli si fecero via via piú complicati e divennero astrazioni che rappresentavano la vita, la morte, la resurrezione e gli spiriti interscambiabili di animali e antenati. Agli osservatori moderni, agli archeologi e ai paleontologi, sembra che gli artisti avessero l’intento di comprendere e comunicare con poteri ignoti al fine di placarli e controllarli, ma è decisamente troppo tardi affinché i ricercatori assimilino i significati di quegli artisti mediante un’azione cooperativa con loro. Oggi possiamo soltanto speculare sul valore di tali rappresentazioni materiali per gli artisti tribali che le crearono, poiché di per sé non hanno significato e mai ne hanno avuto. Secondo i concetti di Tommaso d’Aquino, il significato esiste soltanto nella mente, non negli oggetti. I manufatti umani sono strumenti che le persone usano per stimolare la creazione di significato in altre persone. Non si tratta di veicoli del significato né di riserve dove conservario per le generazioni future. Gli oggetti si possono usare per conservare e trasmettere dati, ma l’informazione non è significato. Lo dimostra il fatto che le forme geometriche permangono, mentre i significati nella mente degli archeologi moderni differiscono inevitabilmente dai significati nella mente degli uomini preistorici che crearono i manufatti.
L’ulteriore transizione delle capacità rappresentative al linguaggio, seguita dallo sviluppo di rappresentazioni ideografiche e alfabetiche dei fonemi, delle sillabe e delle parole del linguaggio parlato, è relativamente banale, nello stesso senso in cui la liberazione controllata di energia nucleare dista un solo passo dalla conquista del fuoco. Liberi dall’obbligo di farci coinvolgere in situazioni dispendiose, pericolose e irrimediabili, possiamo utilizzare le nostre capacità linguistiche per prevedere e sviluppare scenari di azione come pratica per valutare le probabili conseguenze.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 184

La forte sensazione di sapere quando arriva la battuta successiva

La musica ha un ruolo particolarmente importante, poiché la forte sensazione di sapere quando arriva la battuta successiva, e di chiusura imminente nella risoluzione di una settima diminuita, ci afferra e ci tiene fermi come nessun altro linguaggio sa fare. Agire insieme è la base per avere fiducia reciproca ed esistono poche forme di azione congiunta piú forti e piú intime della danza collettiva a uno stesso ritmo. La varietà e l’ubiquità dei neuromodulatori suggerisce che il disapprendimento, che è un preludio all’apprendimento di nuovi significati assimilati mediante azione cooperativa, è determinato dalla liberazione di uno o piú neuromodulatori nel cervello. Mi pare che l’azione di tali sostanze chimiche possa allentare la trama sinaptica del neuropilo e aprire la strada al cambiamento globale. Un esempio è dato dal ricordo della musica che stavamo ascoltando quando ci siamo innamorati.
Freeman W., “Come funziona il cervello”, Einaudi, pag. 191

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