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Giambelluca, Come ti faccio ridere
- AI tempo del diluvio tutti gli stronzi vengono a galla.
Non è un principio di Archimede, ma la semplice traduzione di un modo di dire siciliano, che rappresenta in modo eccellente tutto il suo contenuto (viene il tempo in cui tutti i nodi vengono al pettine, si scoprono gli altarini, gli scheletri escono dall ‘armadio: tutte le magagne vengono scoperte), e lo scolpisce in un’unica, indimenticabile, immagine.
Come quella con cui il Dizionario numerico siciliano (la smorfia) definisce la pasta con i legumi, ceci in particolare, lampi e trona (lampi e tuoni), per la grande flatulenza che sviluppa...
- L’allarme concitato dell’avventore di un bar: dottore, dottore, corra, al bar in piazza, ché c’è uno che ha avuto un colpo e non gioca più né coppe né bastoni! Io, che stavo col dottore, non ho afferrato il senso dell’invocazione, espressa nel dialetto della bassa bresciana (el tira zò gne cope gne bastù!), ma il dottore (el dutur) si è precipitato in preda al... buon umore, per constatare il decesso.
Anche la metafora protratta del seguente pensiero di Freud presenta una eccezionale capacità di penetrazione e rappresentazione, e sembra quasi ammiccare al lettore:
- Gli uomini non sono mai sinceri quando parlano di sesso. Quando parlano della loro sessualità indossano un pesante cappotto per coprirla, come se nel mondo del sesso facesse sempre brutto tempo. (Pensieri, Newton Compton)
Si direbbe che una verità o la saggezza stessa abbiano più forza se presentate vestite di un qualche indumento o protette da un codice.
- Tutto ciò che è profondo non può trovarsi in superficie (Otis):
ecco un pensiero profondo, o poco superficiale, quasi un aforisma.
Nel seguente passo la metafora-paragone va più per le lunghe:
- Il decorso di una moglie non è mai benigno. Prima o poi intervengono complicazioni: chi se l’è presa deve lottare contro di essa con tutti i suoi anticorpi, specie quando è rimasto infettato da una ‘interrompente-precisante’.
Questo tipo di moglie viene contratto in genere da uomini deboli e remissivi, che all’inizio non s ‘accorgono neanche, perché la interrompente-precisante è una moglie subdola, che cova per mesi, a volte per anni, prima di manifestarsi in tutta la sua tossicità.
Prendiamo il caso di un marito contagiato da una moglie interrompente-precisante da circa tre anni. Il suo aspetto è normale, ma la sua voce malferma, specie quando la moglie, durante una serata con gli amici, gli parla col tono che Agrippina adoperava con gli schiavi, ma astutamente sostituendo l’imperativo col condizionale e l‘esclamativo con un subdolo interrogativo. (A. Amurri, Come uccidere vostra moglie, e perché)
Interrogazione di greco, Prof. Giovanni Purpura, 1968
‘È vero, monta e smonta, taglia e cuci, salda e lima, e poi tingi; smontiamo, ecco...
È vero, prendi il periodo, con l’altra mano prendi il bisturi. E vero, tu sarai il medico di domani; sezionalo, asportane gli organi.., ecco, è vero.., no! attento con quel bisturi! questo non è un verbo, ma un avverbio! guardalo bene; è vero, hai scambiato la milza con la ghiandola surrenale... E vero, no, ecco, bravo: prendi la calce, costruisci... è vero.., no! Tu vuoi costruire con la sola calce; ti crolla tutto, no! è vero; continua, è vero, e ora? hai visto? Ti crolla tutto... Tutto daccapo.
Prima la soletta, prima la radice, prima l’humus, il sottostrato; prima fai la massicciata: non puoi costruire così, ingegnere, che fai? È vero, vai a posto: ti do un quattro di incoraggiamento. Devi studiare, è vero, devi ripassarti le arti e i mestieri, devi saper fare il calzolaio, è vero, l’architetto il medico il meccanico il muratore, è vero, i lavori che fanno tutti; devi saper fare il tecnico, è vero, vai a posto!...
C’è qualcuno che vuol venire volontario?... Per esempio tu Di Pasquale, ecco, bravo, vieni tu.
Scegli della mostarda, a piacere tuo, per esempio quella di pag. 43, verso 5; ecco, assaggiamola, proviamo a gustarla... Ti vedo l’acquolina in bocca, è vero, Di Pasquale; visto che miele raffinato? Miele ellenico ad altissimo contenuto calorico... ma... che fai? No, non mangiarla così, ti ingozzerai, è vero, adesso - vedi? - ti viene il vomito; Di Pasquale, hai visto? Che guaio! Hai sporcato dappertutto. Adesso devi rimediare, pulisci, pulisci tutto, e stai più attento! Stai più attento!
Ecco, è vero, prendi il verso 73, è vero, improvvisiamo, traduciamo così, ex abrupto, traduci ex novo...
Per ora tu traduci zoppamente, non ti preoccupare: anche il Mosè di Michelangelo ci fu un momento che sembrava un mostro; poi diventerà Mosè; ecco, bravo.., ora dacci due colpi di scalpello.., no! no! ... noo! non così, è vero, lo hai sfregiato... lo hai mutilato! Ricomincia, vandalo, ricomincia...
È vero, indaghiamo, è vero, noi siamo i detectives delle lettere, gli Sherlock Holmes del periodo, è vero. Investighiamo penetriamo sondiamo trivelliamo: solo attraverso quest’opera di scavo potrà venir fuori.., il greggio.
Il brano, che è il trionfo della metafora, autentico in ogni sua parola e ogni sua pausa, è la testuale trascrizione di una lezione di un grande umanista palermitano, mio professore, morto suicida nella primavera del 1968, e lo propongo quale contributo al rinnovato dibattito odierno sul ruolo del latino nelle scuole.
Metafora: tecnica con cui si chiamano le cose i concetti e le persone con il nome che non è il loro, o, per dirla con Aristotele, che è proprio di altre realtà (Poetica).
Sbagliano gli autori di grammatiche per le scuole - e sono tanti - che definiscono la metafora la semplice sostituzione di una parola con un’altra con cui ha un rapporto di somiglianza:
- Oggi alla spiaggia ho preso un grosso granchio.
- Io invece ho preso una grossa medusa.
- Chissà che strizza avrai preso!
Nel primo caso, se l’espressione è figurata, il verbo prendere non esprime un’azione sua propria ma un’azione assieme a un grosso granchio; come nel terzo caso, dove l’espressione può essere solo figurata; nel secondo caso solo letterale. Stesso discorso per prendere freddo, che non ha il corrispettivo prendere caldo, e dare i numeri, cui non corrisponde prendere i numeri. Di un prete, che ha preso gli ordini, se si spoglia non si può dire che li dà, o li restituisce.
Di una collega di ampia e flaccida costituzione non avrei dovuto dire che è lo zoccolo molle della nostra scuola, né lo zoccolo ampio, se volevo mantenerne se non la cordialità dei rapporti almeno il saluto. Di conseguenza, se se ne vedono di tutti i colori è un’espressione figurata, se ne sentono di tutti i colori o c’erano odori di tutti i colori (vedi personifìcazione) non sono sinestesie ossia scambi di percezione, ma semplici giochi di parola, come il c’erano cani bastardi di tutte le razze (Otis), dove il termine razze sta per generi, specie, tipi, colori (ma non odori).
Ma, sbagliano due volte con la citata definizione, poiché la somiglianza, semmai, non è tra le parole ma tra i significati, e, in più, si tratta di una somiglianza del tutto arbitraria e convenzionale: nessuno può sostenere che ci sia somiglianza tra il serpente e l’uomo, né sul piano del significante (quello fonetico e quello grafico), né sul piano del significato. Tanto meno potrebbero sostenerlo il serpente e tutti gli altri animali (cane volpe sciacallo orso jena camaleonte farfalla sparviero aquila tartaruga...), ridotti dall’uomo ad un’associazione di luoghi comuni antropizzanti:
- Quella donna è una iena. Iena: predatore sgraziato, crudele, perennemente affamato, si nutre, come uno sciacallo, di carogne, si accoppia una volta all’anno, e ride... (cos’ avrà poi da ridere!)
Di tali definizioni gli animali farebbero a dir poco a meno, perché ne hanno il marsupio pieno. L’amore dell’uomo contro la natura e gli animali ha radici antiche quanto... l’uomo stesso:
- Hanno aguzze le loro lingue come serpenti, veleno d’aspide sotto le labbra. (Salmo 140)
L’uomo è una belva. In questo esempio il rapporto tra i due termini non è di somiglianza (e neppure di identificazione), semmai di associazione analogica di idee e di concetti: l’uomo sta ai propri simili come la belva sta ai propri. Il tratto semantico che sta tra l’uomo e la belva, e che motiva l’atto linguistico, è laferocia. Tra la volpe e l’uomo corre Io stesso rapporto che tra il cipresso e il cimitero. O tra la volpe e l’uccello:
- La vecchia volpe (L. Gelli) è diventata uccel di bosco.
- Non mi faccia domande difficili, la prego: ho un‘intelligenza lenta, lentissima, ho l’intelligenza di una tartaruga. (Otis)
Dove il falso paragone di una tartaruga, più propriamente compl. di specificazione, è un falso complemento di specificazione perché fa l’occhietto al compI. di qualità. Come il falso paragone baffetti da sparviero, più propriamente compl. di qualità, è falso anche come compl. di qualità: prova a dargli l’altro suo nome allo sparviero e vengono fuori dei baffetti da poiana, sotto i quali ammicca e ridacchia la solita ... Metafora, sempre lei: la più feroce tra le bestie feroci!
Metonimia: metafora in cui effettivamente c’è un rapporto tra i concetti raffrontati, di ordine logico, nel caso seguente effetto (fisio-logico) per la causa:
farsela addosso = paura. Se si ricorre ad un altro rimedio-effetto della incontinenza, si può avere:
- Ci sono due maniere di affrontare il pericolo: o con una grande incoscienza o con grandi pannoloni. (R.Gervaso, Aforismi)
- Ormai sei rassegnato a ‘staccare la spina’ (metafora), senonché ricorri al ‘camice bianco’ (metonimia). (G.Monduzzi, Il Morbo di Monduz)
- L’agricoltura italiana manca di braccia’, la politica invece manca di ‘testa ‘e di ‘gambe’, anche se è ‘tutta mani’. (Otis)
Un pensiero cui non mancano le metonimie e le sineddochi.
Sineddoche: metonimia in cui tra i concetti accostati o sostituiti c’è un rapporto di inclusione o di comprensione, essendo l’uno la parte del tutto espresso dall’altro; nel seguente caso una parte qualificante e quasi connotativa:
- All’Itis le fighe si contano sul palmo della mano (un alunno del liceo).
Escludere decisamente il principio di sinonimia in questo procedimento cioè non si può dire: all’Itis le vulve si contano sul palmo della mano, oppure, ricorrendo ad un’altra metonimia (vedi allusione), all’Itis il pelo si conta sul palmo della mano. Anzi la rappresentanza della parte sul tutto è lungi dall’essere oggettiva: l’identità figa-ragazza va bene per i ragazzi dell’Itis e, se vuoi, per tutti i ragazzi della loro età, come l’equazione carboidrati-pasta asciutta è più propria delle ragazze, o di chi per loro:
- Se Roberta non piangesse ogni volta che le si vieta di rubare, fra un pasto e l’altro, carboidrati dalla dispensa. (Amurri, Piccolissimo)
Catacresi: figura spenta, morta, perché si è persa la coscienza della sostituzione avvenuta: le fighe dell’Itis, al contrario del pelo, in nessun caso fanno più pensare alle vulve. E il termine figa ha già prodotto, almeno nel gergo giovanile, figo fighetto fighettone figata sfiga sfigato... con significati propri.
Il collo della bottiglia e il collo dell’utero sarebbero delle figure, perché il collo appartiene all’anatomia umana, ma sono ormai cosi vecchie che sono andate in... catacresi, come la sinestesia se la mangiavano con gli occhi.
D’altra parte, se il collo dell’utero o della bottiglia, come le gambe del tavolo, sono delle metafore morte, quale termine proprio sostituivano? Per la bottiglia si può ricorrere all’analogia col corpo umano, laddove la sua parte superiore costituisce il collo, lo stesso per la gamba della sedia o del tavolo, o parte reggente del corpo umano; ma l‘utero? In questo caso il collo non sarebbe inteso come parte superiore di un corpo umano ma corpo attraverso cui transita qualcosa, budello, meato, corridoio. Le vie della metafora, s’è detto, sono infinite.
Ma, tornando alla catacresi, quando la metafora non è più sentita viene meno anche la possibilità di confusione col suo significato originario. Se rivalis in origine era chi abitava sulla riva di un corso d’acqua (il Tevere), Sparta, potenza di terra per eccellenza, non poteva essere, a rigore, rivale di Atene, potenza di mare per eccellenza, però lo era, e nessuno trova ridicola la cosa. Fuori di questi, pure frequenti, casi di metafore etimologiche, vecchissime e non più registrate dai dizionari, risuscitare quelle più recenti e accoppare quelle vive, o sfigurarle, resta una delle tecniche più consigliate per far ridere, sorridere, stranire.
- Proff, chi interroga l’ultima ora?
- Non lo so, devo guardare... ce I ‘ho sulla punta del cervello.
- Prof, il cervello non ha la punta: la lingua!
- Sei sicura? tu perché dici ‘ce l’ho sulla punta della lingua’’ ‘una cosa?
- Perché non me la ricordo e manca poco per ricordarmela.
- Allora la lingua non c ‘entra. Cosa, c‘entra?
- La memoria.
- Allora dove ce l’hai?
- Sulla punta della memoria.
- E io cosa ho detto?
Metalessi: coincidenza o accumulo di più figure nello stesso atto linguistico attraverso una catena contigua di traslati. Nell’esempio precedente di tipo metonimico: paura’ incontinenza’ pannoloni.
- Dopo quante ariste potrò tornare a vedere il mio campo? (Virgilio, Ecloga I): ariste = spighe = messi = estati = anni. Un esempio famoso, antonomastico, di metalessi. Ma sulla sua falsariga si può costruire: si rividero dopo molte rondini oppure dopo molte lune. Se proviamo ad applicare altre, libere, sostituzioni:
- Dopo quanti carciofi potrò tornare a vedere il mio campo? Si rividero dopo molti passeri, oppure dopo molti soli il meccanismo si inceppa, producendo straniamento; come nel seguente caso, desunto dal cap. giocare con le parole:
ottenere spirito distillando le parole - ottenere alcool distillando le parole.
Una forma speciale di metalessi, che consiste nell’uso improprio della sinonimia e della polisemia, e che appositamente sfruttata produce equivoci e malintesi.
Dom Pérignon allo chef che al tavolo ci chiede se siamo soddisfatti:
- Sono soddisfatto ma non pago.
…
Marchetta a Fizzolo interrogato, dopo avergli fatto una domanda:
- Puoi parlare liberamente, non ci sono bambini.
- L’insegnante di un alunno timido: bisogna torturano per farlo parlare.
Si nota in questi esempi, dove è presente l’allusione, che l’iperbole non è sempre pura, e che una forma privilegiata ne è la generalizzazione, affidata al tempo presente dei predicati:
- Noi Siciliani parliamo con le mani, con i piedi, col gomito, e qualche volta con la bocca. (Otis)
- Un uomo come me sembra sempre più in ritardo di quanto lo sia in realtà; perché le persone si struggono nell’aspettarlo. Si fanno tutte nervose in attesa di udire i suoi passi e ogni minuto sembra un ‘ora. (W.)
In cucina:
- La vita fuori dalla pasta asciutta è una misera cosa, assolutamente priva di senso. (Otis)
- I carciofi alla brace hanno segnato una svolta nella mia vita; ho dovuto rivedere tutta la mia filosofia e se avessi avuto una religione avrei rivisto anche quella. (Dom Pérignon)
- A un commensale che ha mischiato nel bicchiere due tipi di vino: La cosa non mi riguarda: devi risponderne soltanto a Dio - così Dom Pérignon, sinceramente inorridito e incapace di trovar pace - La legge non può toccarti, ma oltre al codice legale ne esiste uno morale, e tu, con quello che hai fatto, davanti a tutti, l’hai calpestato. (Mi sta bene - mi confesserà, amaramente, in seguito - così imparo ad andare a cena con cani e porci. Hai visto come hanno snobbato la tua ‘Pioggia nel vigneto’?)
- La provincia di Brescia formicola di presidi che ho lasciato perché hanno deluso le mie speranze. Sono decine, credo che formino club e società. (Otis)
Ecco una singolare, stravagante iperbole, per difetto:
- Avanti piano... pianissimo... quasi indietro! (Paperino)
Eccone una per... eccesso (adynaton):
- Ero così stanco ma così stanco che mi sono addormentato all’istante, senza che le palpebre hanno avuto il tempo di chiudersi... (Petrolini, parodie)
e così sporco, ma così sporco, che quando mi lavai nessuno mi riconobbe. (Gervaso, Aforismi)
- In una società veramente civile sugli ingegneri che insegnano nelle scuole bisognerebbe sparare a vista. (Dom Pérignon)
- Prendiamo la cellulite: essa è da sempre considerata il peggior dramma dell’umanità, dopo la fame nel mondo e la menopausa. Le donne dal ‘68 a oggi non hanno mai smesso di lottare: allora per i diritti civili, oggi contro la cellulite.
E non da meno sono le vene varicose: esse fanno sì che la gamba prenda la forma del cero pasquale dopo che è stato acceso per 48 ore, e raggiungano le dimensioni di marmitte catalitiche. Ma una loro comodità ce l’hanno: si possono fare le endovene da lontano, basta tirare la siringa. (Giobbe Covatta, Sesso? Fai da te)
Nel quale passo l’essenza dell’iperbole si coglie nell’uso di termini di confronto impropri, con effetto di caricatura; e questo fa intuire come anche con l’iperbole si risale, lungo il paragone, direttamente alla metafora. Stessa tecnica nelle seguenti immagini (stessa fonte), ispirate dallo stretto rapporto, da alcuni osservato, tra il declino della sessualità e la scoperta della cucina (uno di questi è il prof. Marchetta):
- I più libidinosi arrivano ad applicare degli specchi sulla tavola dove mangiano. I più prudenti, invece, per prevenire la gastrite, preferiscono mangiare col preservativo..
Similitudine e generalizzazione troviamo anche nel seguente esempio:
- Un cambiamento sorprendente si era verificato nel portamento di Pilbeam. Si era già vista più o meno la stessa cosa, naturalmente, nei film di Jackill, ma su scala molto meno impressionante. (W.)
- (adesso mangio un biscotto per cani Donaldson, a scopo dimostrativo) il disastro era senz ‘altro da imputare a inesperienza. Lunghi anni di allenamento occorrono per diventare buoni dimostratori dei biscotti Donaldson. Si comincia dal facile, con chiodini e lamette da barba, si passa quindi ai cereali da breakfast, finché si è pronti per la grande prova. (W., Il castello di Blanding)
L’ iperbole in Wodehouse doppiamente necessaria perché produce altre iperboli: un sentimento esagerato attribuito a qualcuno (o a un animale) serve a giustificare la sua reazione esagerata quando questo sentimento viene messo alla prova.
Anche in W. l’iperbole molto spesso si appoggia ad altre figure in maniera più o meno larvata, quando non forma un tutt’unO con esse; fra queste appunto é la generalizzazione:
- Il mondo va a rovescio perché troppa gente si interessa di X Y
- Non ho mai conosciuto uno che non abbia fatto la dichiarazione a Florence.
Uso sapientissimo, callido quasi, della negazione, ma non singolare. O. Wilde lo conosce bene (L’importanza di essere Ernest):
- Dev ‘essere triste per una donna sposare un uomo che non si chiama Ernest.
Fare il confronto con la versione ‘positiva’ dell’enunciato: Dev ‘essere bello per una donna sposare un uomo che si chiama Ernest
Anche A. Amurri, però, lo conosce bene:
- Avete fatto caso che (vostra moglie) non sa mai quale vestito non le piace finché non se lo compra? (Come uccidere vostra moglie).
E Wodehouse:
- Cosa non mi comprerai con quei soldi!
Versione positiva: quante cose mi comprerai con quei soldi!
- Il tempo passò veloce; quando Ethelberta venne a dirmi che erano le sette e mezzo, e che la prima colazione era pronta, mi ricordai che non mi ero fatto la barba. Ethelberta va in collera quando io mi rado troppo alla svelta. Ha paura che gli estranei, vedendomi, pensino ad un maldestro suicidio, e che nel vicinato si sparga la voce che noi non siamo felici insieme. Di solito aggiunge come argomento sussidiario, che quando si ha una faccia come la mia, si cerca almeno di non peggiorarla. (Jerome, Tre uomini a zonzo)
- Il suo inglese era decisamente debole. Anzi, non era inglese per niente. Io non saprei come chiamarlo. Non era colpa sua. aveva imparato l’inglese da una signora scozzese. Io capisco lo scozzese abbastanza bene; è necessario per tenersi al corrente della moderna letteratura inglese... ma capire lo scozzese parlato con accento slavo e inframmezzato di qualche parola modificata alla tedesca è uno sforzo troppo forte per un‘intelligenza normale. Per la prima ora ci fu difficile toglierci dalla mente che quel poveraccio stesse soffocando. Ci aspettavamo che da un momento all‘altro ci morisse sotto gli occhi. Però nel corso della mattinata ci abituammo a lui e ci liberammo dalla tentazione di coricarlo supino e di sbottonargli i vestiti ogni volta che si metteva a parlare. (Jerome, Tre uomini a zonzo)
Anche in Jerome la generalizzazione va a braccetto con l’iperbole:
- E non tentate di levarvi dai guai parlando della ‘creatura’. Sono vari i metodi con i quali ci si può procurare vergogna e ignominia. Assassinando a sangue freddo una numerosa e rispettabile famiglia e depositando i cadaveri nel serbatoio dell’acqua potabile vi procurerete una larga impopolarità nelle vicinanze del luogo del delitto; anche saccheggiando una chiesa vi farete cordialmente odiare, specialmente dal vicario. Ma se volete vuotare fino alla feccia il calice più colmo di odio e di disprezzo che un vostro simile possa versare per voi, fatevi sentire da una giovane madre chiamare ‘creatura’ la sua creatura. (Pensieri oziosi di un ozioso)
Per levarci dai guai in un simile frangente Jerome ha la ricetta giusta, prescritta, vedi caso, più avanti, in generalizzazione.
Iperbole in forma di paradosso:
- La cura ha avuto effetto: sono riuscito a tenere in mente il nostro numero di telefono per ben due giorni.
- Restare incredulo e sorpreso venendo a sapere che il vino si può fare anche dall‘uva.
…
Di perifrasi eufemistiche è pieno il parlare quotidiano, ma queste hanno perso la loro efficacia e il loro smalto perché si sono cristallizzate in comuni modi di dire: guarda che non sono nato ieri, sono meno scemo di quello che pensi; non brilla per intelligenza, dove il verbo brillare è una metafora spenta.
Sicché c’è continuo bisogno di nuovi eufemismi.
Altre volte convenzioni sociali ci impongono di leggere tra le righe. O vedere tra le righe. Secondo A. Karr, una donna intelligente o una donna molto carina non sarebbe altro che una donna che non è né bella né brutta. Una donna ben fatta è una donna che è per lo meno butterata o con i capelli radi e mal messi o la bocca troppo grande, insomma una donna a cui si nega la bellezza del viso. Una donna con un bel personale è una donna non più molto giovane che ha la figura un po‘ pesante, che manca di eleganza e che ha il petto grosso attaccato troppo in alto. E se diciamo che ha una bella salute si tratta senz‘altro di donna grossa e volgare. (Aforismi)
Viceversa, la donna che deve assolutamente rinunciare alla bellezza del viso si consola con delle pretese di bellezza del ‘personale’; in mancanza di ‘bel personale ‘pensa di aver della ‘grazia’, o una ‘bella presenza’ o una ‘bella corporatura’ o ‘una cert‘aria’, o finalmente ‘un non so che... (idem)
Come per la metafora, anche per l’eufemismo un puro divertimento sperimentarne di sempre nuovi ed originali; ma anche una necessità, come detto sopra, per via dell’usura.
Non credo che esista in tutte le lingue un concetto che abbia un maggior numero di metafore eufemistiche come la morte, la più sgradevole delle realtà.
In Wodehouse, ad esempio, la morte non esiste se non sotto forma di eufemismo; una morte che fa solo ridere:
- Il mio padrino, che di recente ha riconsegnato la gavetta per andare a risiedere lassù tra le stelle, mi ha lasciato tutto il suo polpettone. (Beni congelati)
La religione e il sesso vivono e si alimentano di eufemismi, sia quelli riguardanti il significato, che quelli riguardanti il significante. Basta fare il conto dei camuffamenti e delle mutilazioni che hanno subito le bestemmie, o gli attributi sessuali, con le rispettive funzioni, in lingua e in dialetto. Ricordo da studente di adulti, del mio sesso, che si recavano in città per espletare, a sentirne i discorsi sul treno, operazioni o eseguire commissioni che sembravano a dir poco curiose se non misteriose a chi come me si recava a scuola:
- Canciari l’acqua a lu cardiddru (cambiare l’acqua al canarino), abbullari ‘u libbrettu, dà Cassa Muta (timbrare il libretto della Mutua), spurgari ‘u scataddrizzu (fare spurgare la lumaca)...
Lei teneva sempre la mano sulle mie potenzialità, che continuavano a crescere (E.Ajar, Cocco mio).
Gli eufemismi, dunque, escogitati dall’uomo per eludere ogni tabù che la società stessa ha generosamente creato e per evitare che ad ogni nuova manifestazione del proprio pensiero un altro nemico vada ad aggiungersi ai precedenti, hanno, rispetto alle altre figure retoriche, una più attenta considerazione proprio per il loro carattere eminentemente pratico e sociale. La buona società di tutte le epoche ha sempre considerato contenuto centrale dell’educazione proprio il controllo del flusso dei pensieri e dei giudizi attraverso le correzioni attenuative.
Obiettivo certo non fra i più facili e fra i più liberi da inconvenienti.
Se hai creduto utile, ad esempio, far credere al tuo ragazzo che si può sostituire ‘negro’ con ‘nero’, meno crudo, aspettati prima o poi il seguente scambio di battute, in cucina o a tavola (Gianluigi, 8 anni):
- Sono calamari questi?
- Seppie.
- E il negro?
- Negro?! che negro?
- Il negro della seppia!
E se era proprio quel negro che cercavi per condirci gli spaghetti,
…
Quando diciamo perifrasi vogliamo dire Wodehouse.
Wodehouse è la perifrasi per antonomasia.
L’antonomasia è, però, come s’è visto, anche l’inverso della perifrasi.
Prendiamo, perciò, una manciata di procedimenti perifrastici raccolti pescando alla cieca dallo scaffale di Wodehouse
- Ovviamente, pensava Hugo, tutto il segreto del successo, se sei a capo di un‘azienda in cui lavora Monty Bodkin, sta nel licenziarlo al più presto possibile. (Wodehouse Aria di tempesta)
- A nessuno piace Pilbeam. C’è qualcuno che non gli mette il veleno nella minestra, ma è il massimo che si possa ottenere da lui. (ibi)
Nei quali esempi processi generalizzanti si combinano con quelli iperbolici, comparativi, e tecniche di rovesciamento.
- Nella seguente affermazione: credo di essere uno di quei tipi da cui mio padre mi ha messo sempre in guardia (Aria di tempesta), ci sta un atto di cosciente autoironia o la fortunata intuizione di uno sciocco?
- Da quando era morta sua moglie, venticinque anni addietro, evitare le donne era diventata per lui l’attività principale. (Un intrigo a Blanding): l’inversione del predicativo col soggetto.
Altro è, infatti, dire: vivere sotto lo stesso tetto con Lady Julia era per lui un motivo di grande infelicità, altro dire: la sua idea di infelicità consisteva nel vivere sotto lo stesso tetto con Lady Julia. (W.)
Bisogna, insomma, evitare di chiamare le cose con il loro nome, oppure di giungervi attraverso una via la meno diretta.
- Se al signor X fosse stato chiesto (da un giornalista in vena di sondaggi) quale fosse l’ultima cosa che avrebbe voluto a quell’ora tarda, avrebbe certamente menzionato l’intrusione di Y (Beni congelati)
Scrive Beppe Severgnini, in Un italiano in America, che visitare l’America in agosto è un errore, per via del caldo soffocante, l’aria pesante, l’umidità opprimente... Ma non lo scrive così, come l’ho scritto io:
- Chi arriva a Washinton in agosto dovrebbe fare una cosa sola:
andarsene, e tornare in ottobre, e invece...
. .cosa fanno i turisti italiani, in agosto? Arrivano numerosi, naturalmente.
Dove la particolare disposizione invertita degli enunciati mette in funzione l’antitesi.
il collo presentava in lunghezza quel tanto di centimetri in più che valgono a escludere un uomo dai più alti riconoscimenti in un concorso di bellezza. (W., Un intrigo a Blanding)
- Sam doveva ancora scoprire che le cose di cui Galahad non era capace si contavano sulle dita di una mano. (ibidem)
La perifrasi, a rigore, più che una figura retorica è una specie di contenitore, da riempirsi con una qualsiasi figura, o con più figure.
Generalizzazione, paragone, iperbole:
- (Wodehouse Il ragazzo di strada) se litiga coi suoi compagni, apriti cielo. Qualifica i loro babbi e le loro mamme con una proprietà di epiteti che rivelano uno studio profondo sulle miserie intime dell’alcova e del letto coniugale, e parla, all‘occorrenza, anche la lingua del buon Lot, come se avesse fatto un corso di lingue in qualche liceo a mezza strada tra Sodoma e Gomorra...
Ha i piedi quasi sempre scalzi, o, se non li ha scalzi, li mena a spasso smarriti dentro un paio di scarpe o di stivali vecchi .che starebbero bene al Colosso di Rodi. (C.Collodi, da Occhi e nasi)
...che stava lì a dimostrare quanto la pelle umana può tendersi senza rompersL (L’Arco)
- Lei ha l‘aria di aver raccolto buona parte del paesaggio. (W., Amore tra i polli)
- E il signore che desiderava delle braghe?
- Sì, disse Biff e aggiunse che il desiderio di braghe espresso da altri signori sarebbe stato modesto rispetto al suo. (W., Beni congelati)
Attenuazione o litote:
- E raro che un posto qualsiasi non mi vada bene.
- Di solito mi trovo bene in qualsiasi posto.
A che cosa attribuire la differenza di contenuto o di effetto delle due versioni - la prima di Beckett - se non alla particolare costruzione della frase? Così come nel seguente caso:
- Se dicessi che infine di quello sforzo mi era chiaro, mentirei.
- Il fine di quello sforzo non mi era chiaro.
E nel seguente:
- (la moglie elegante) raramente non è magra. (Amurri)
Dove la litote, in forma generalizzante, crea un effetto allusivo-ironico paradossale, perché è come se volesse dire: ‘fa fatica a non essere magra’, o ‘non può fare a meno di essere magra’. Cose impossibili nella versione positiva, ma anch’essa incongrua: di solito è grassa.
Anche in Wod. la negazione è quasi sempre sotto forma di perifrasi:
Non vedo come ci si possa esimere da = bisogna concludere che
- Per quanto voglia bene molto a mio fratello, non lo consiglierei come marito a una ragazza che non abbia avuto esperienze come guardia carceraria e non abbia avuto come occupazione secondaria quella di ammaestrare pulci salterine. (Beni congelati).
Anche la metonimia giacere insonne rivoltandosi sul cuscino (l’effetto per la causa) è una perifrasi, e uomini del tipo di Spelvin convincono le ragazze che la ricerca dell’anima gemella può considerarsi formalmente conclusa (W.) che cos’è se non una preziosa metafora antonomastica?
L’espressione: diventò uomo d’azione (= agì, W.) è una perifrasi realizzata con un procedimento generalizzante o metonimicO o antonomastico, molto usato da Wodehouse:
- Diventò un mediocre interlocutore tacque.
- Un cinico avrebbe avuto un bell‘argomentare che... = sarebbe stato cinico (o da cinici) dire...
Si tratta di perifrasi personificanti ottenute trasformando l’aggettivo in sostantivo. Tecnica semplicissima: gli sfoderò un sorriso angelico = un angelo non avrebbe potuto sorridergli meglio (Otis). Che attua un processo di sdoppiamento: invece di dire sono distrutto, diciamo hai di fronte a te un uomo distrutto, oppure, sommando la causa ditale stato, hai di fronte a te un reduce del Vietnam, e anche l’antonomasia: hai di fronte a te G.Garibaldi dopo la battaglia di Mentana.
Nella sua forma più semplice è un procedimento inconscio:
- Piddaccamora sugnu una chi mancia. (F.G.) ‘In questo periodo sono una che mangia’. Col valore assoluto del predicato; rispondente al bisogno, inconscio, di proiettarsi, sdoppiandosi, per potersi meglio osservare e giudicare...
- Se mai un maggiordomo si era guadagnato un bicchiere di brandy quel maggiordomo era lui. (W., Aria di Tempesta)
- Dettava le lettere alla sua segretaria con una voce che un poeta non avrebbe avuto alcuna esitazione a paragonare al tubar di una colombella che richiami la compagna. (W., Beni congelati)
Il generico poeta a sua volta può diventare un poeta ben preciso, facendosi antonomasia:
- Il poeta Tennyson non sarebbe contento di te.
O facendo l’occhiolino al paragone:
- Una scossa di quelle che Galvani impartiva alle rane. (W., Lampi d’estate)
La perifrasi di Wodehouse, inoltre, è riconoscibile, perché infantile, rigorosamente pulita, come qualsiasi forma di allusione, mai scivolando sul terreno equivoco della volgarità.
L’espressione (citata in attenuazione) situazione (sfacciatamente) opposta alla corrente concezione di santità, ad esempio, riferita ad una donna, non potrebbe essere di W., a meno che la concezione di santità non sia palesemente riferita a tutt’altra cosa che la moralità e il buon costume. Anche le fanciulle avaramente vestite e colte in situazioni scabrose non appartengono al genuino mondo del creatore di Jeeves.
Altre forme di contrasto: una disposizione particolare dei membri del periodo, in modo che formino un gioco di parole; in un epitaffio:
- Fece più male che bene; il bene lo fece male, il male lo fece bene. (Freud)
Dove interviene il chiasmo (o antimetabole): disposizione incrociata.
- Ad una suora: se avete fatto dei voti perché mettete le grate? E se avete messo delle grate perché avete fatto dei voti? (Freud)
Quelli che devono il proprio denaro alle proprie mogli e quelli che devono le proprie mogli al proprio denaro..
- Un altro motto di spirito tendenzioso, a proposito dei signori XY, pensionati, che vivono in un lusso inspiegabile:
- Qualcuno pensa che il marito deve aver guadagnato molto e abbia potuto mettere da parte qualcosa; altri pensano che la moglie abbia messo da parte qualcosa e abbia potuto guadagnare molto. (Freud) È il mescolamento del materiale enunciato, la sua inversione, a distinguere ciò che viene detto del marito da ciò che viene insinuato sul conto della moglie.
Altri giochi di parole:
- Crepa di incidente subito dopo essere diventato padre. Anni fa gli era crepato il padre, di incidente, subito dopo essere diventato figlio. Da un GR2 del 13.1.97. Il verbo crepare, sostituito all’originale morire, crea un allusione amara...
Si sono piantati (i carabinieri), per bloccarli, all’uscita, ma quelli (i ladri) sono usciti dall ‘entrata.
- Abbiamo torto perché rappresentiamo una schiacciante minoranza, e basta una sparuta maggioranza per farci fuori (Otis):
una specie di tirannia del debole sul forte. (O.Wilde)
- in quel momento mi sentivo cosi debole che avevo assolutamente bisogno di aiutare qualcuno. (E.Ajar, Cocco mio)
- Lord Halbeton intagliò il prosciutto con la curata eleganza che contraddistingueva ogni sua azione e sulla sala calò il silenzio, rotto soltanto da un crepitio come di foresta in fiamme, proveniente da Mr. Steptoe che masticava fragorosamente il suo toast. Quest’uomo dalla mascella di gorilla riusciva a produrre un considerevole rumore masticando purea di patate, ma era col pane tostato che dava il meglio di sé. (Wodehouse, Presto e bene)
In quest’ultimo, magistrale, pezzo di bravura descrittiva il paragone è intessuto di iperbole e prosopopea, e altro ancora:
- A questo punto un cane che sonnecchiava dietro una botte per l’acqua piovana aprì un occhio e lo fissò. Era uno di quei cani pelosi, di difficile classificazione, e il suo sguardo era freddo, cauto, sospettoso, come quello di un agente di borsa che sospetti qualcuno di voler giocargli un tiro.
Lord E. non gli badò. Trotterellò fino a un ‘aiuola di violacciocche, si fermò e prese ad annusarle. Era un annusare innocente, come di solito è l’annusare, ma il cane per qualche ragione vi vide un gesto criminale. L‘intera sua natura di guardiano si destò di colpo. Un istante dopo l ‘aria si riempì di orribili rumori. (Wodehouse, Il castello di Blanding)
I paragoni più impensabili, più imprevisti e bizzarri sono nella produzione di Wodehouse, nati dalla confusione di registri lontanissimi tra di loro e dolosamente miranti a creare straniamento nel lettore prigioniero dei propri schemi mentali:
- Il mio cervello si è messo in moto come una sega circolare. (Cocktail Time)
- Mentre lavorava di bocca come uno stivatore carica grano su una nave. (ibidem)
- L’odore di salsicce andava diffondendosi nella stanza come una benedizione. (ibidem)
Vodehouse si propone soprattutto di dissacrare l’uomo riducendolo a macchietta, e ci riesce soprattutto quando ne fa una creatura i cui umori sono strettamente regolati dal cibo:
- Dopo un pasticcio di rognone cucinato da X la vita è tutta un‘altra cosa. Il mondo ti appare diverso: ti senti più buono e solidale; hai la netta sensazione che Dio abbia steso un velo rosa sull‘intero universo.
- Era una di quelle calde giornate d’estate in cui la maggior parte delle persone sentono i propri pensieri volgersi al salmone freddo e all’insalata di cetrioli, ma quello che egli voleva era del rost beaf caldo fumante con pudding dello Yorkshire e farinose patate come contorno, seguito da qualcosa di simile a un rotolo di sfoglia con marmellata e formaggio stilton. (Cocktail Time)
- Ci fu un tempo - spiega il professore Marchetta - in cui la parola era estesa anche agli animali; poi essi insolentirono e ne fecero abuso. Giove stesso, allora, li punì togliendo loro la parola ed aggiungendola a quella degli uomini. Per questo ora La Gattuta scrive da cani e Fizzolo come un cane.
Si confronti questa tesi con il seguente passo di Jerome:
- I fox terriers nascono con una dose di peccato originale superiore di quattro volte a quella degli altri cani, e occorreranno anni e anni di sforzi pazienti da parte di noi cristiani per apportare un miglioramento apprezzabile nel carattere riottoso del fox terrier (Tre uomini in barca)
Anche gli animali, dunque, all’origine, peccarono di superbia, ma fu ancora l’uomo a fame le spese, e questo proprio egli non riesce a perdonano, soprattutto al cane, che ha ripagato assegnandogli nei paragoni il ruolo fisso di secondo termine, contrapposto all’essere umano:
- Mi hai abbandonata come un cane in autostrada. (C.Guzzanti)
- Cocai è un cane che non si limita a dire ‘ho fame’ ‘ho sete’, ‘voglio andare a spasso’, oppure ‘non voglio essere lavato’, ma si impegna in progressioni conversative ormai abbastanza in disuso tra i cristiani... Con lui, però, i dialoghi devono essere concreti, e si deve anche quanto più possibile evitare l’uso delle figure retoriche.
Quando però può esprimersi da cani evita, giustamente direi, l‘uso della parola.
Il passo è invece dello scrittore veneto Giuseppe Bento, trapiantato in Calabria (Colloqui col cane).
Tutti fanno dell’ironia, in qualche modo, ma pochi di buona qualità.
Esempio di sacrificio disinteressato:
- Pare che il poeta Philip Sidney, ferito in non so più quale battaglia, dopo aver rfiutato generosamente il colpo di grazia che un suo compagno d’armi s‘era offerto di inferirgli onde porre fine alle sue sofferenze, lo pregasse di finire invece un moribondo che agonizzava su una barella vicina e costituiva sicuramente un caso più disperato del suo. (Wodehouse, La stagione degli amori)
A proposito di un gatto randagio denutrito e male in arnese:
- Lo feci entrare in casa e per qualche giorno fu un ospite docile e riconoscente che dava mostra di essersi adattato bene alla comodo rispettabilità borghese e di accontentarsi di pasti regolari e di un tetto spazioso per potersi sgranchire le gambe. (ibi)
E di una cagna trattata con i guanti dal suo padrone (Dom. Pénignon):
- È di bocca buona questa cagna, o è affamata: mangia volentieri i filetti di pesce persico impanati che mangiamo noi. (Otis)
La dieta di Roberta Amurri:
- La prima colazione se la concede abbondante, ma subito dopo si mette a digiuno stretto fino all’ora di pranzo... Finito il pranzo riprende la dieta fino alle cinque, momento nel quale fa una merenda sostanziosa. Poi riprende un digiuno severissimo, tutta una tirata fino all’ora di cena. (Piccolissimo)
- Il pic-nic fu un vero tormento per le due signorine. Furono invitate a sedersi sull’erba, ma l’erba era umida e sembrava che i tronchi d’albero contro i quali avrebbero dovuto appoggiarsi non fossero stati spolverati da qualche mese. (Jerome, Tre uomini in barca)
Tappe della vita di un rampollo dell’aristocrazia inglese:
- Durante il battesimo il neonato conservò una flemmatica dignità che confermò tutti nell‘alta stima che si erano già formati sulle sue capacità... Il rompo/lo crescendo divenne forte e insignificante, non dava segni di essere un artista e non era consapevole di essere incompreso. (E. Waugh, Chi tardi arriva)
Restando in Inghilterra:
- Il Governo avrebbe fatto una croce sopra all’autostrada. Una cosa era demolire una dozzina di case e scacciare le famiglie che ci abitavano, ben altra era privare due leoni, quattro giraffe, un rinoceronte e una dozzina di struzzi della loro dimora. Una crudeltà che l’opinione pubblica britannica non avrebbe mai permesso. (Sharpe, Paesaggio con Macchia)
- Nonostante le promesse fatte alle ultime elezioni, gli uomini politici non erano riusciti ancora a modificare il clima. L‘Istituto Meteorologico Statale aveva finora prodotto solamente una nevicata fuori stagione e due modesti fulmini. (E. Waugh, Amore tra le rovine)
Passando in Italia:
- Paolo Berlusconi ha chiarito la sua posizione. TG1 27.8.94
In Italia giustificarsi, dimostrarsi innocente, si può dire anche ‘chiarire la propria posizione’.
Se mi capiterà di dover chiarire la mia posizione in qualche dibattito, potrò sempre cavarmela con ‘sono innocente’.
L’ironia può rivolgersi anche a se stessi:
- Debbo dire che Marta, prima di entrare al mio servizio, aveva preteso che i ‘autorizzassi a tenere la sedia a dondolo. Io avevo rifìutato, con indignazione. Poi, vedendola irremovibile, avevo ceduto. Avevo troppo buon cuore. (Beckett, Molloy)
- Modesto come ero, non lo davo per scontato. (ibi)
Non mi pare il caso di questo passo, di O.Wilde (L’importanza di essere Ernest):
- Ma io non approvo i matrimoni d’interesse. Quando ho sposato Lord Bracknell non avevo un soldo di dote, ma neanche per un attimo ho lasciato che questo fosse un ostacolo.
D ‘altra parte a me non piacciono i fidanzamenti lunghi. Danno ai fidanzati la possibilità di conoscere il carattere l’uno dell’altro prima di essersi sposati, e questo non è mai prudente.
Si può arrivare a fare del sarcasmo su se stessi? Sì, se si è onesti e spietati (con se stessi). Moran-Molloy, il micidiale protagonista della trilogia di Beckett, ne offre parecchi esempi e, per quello che ne so io, gli unici di tutta la letteratura:
- Contemporaneamente spronavo il suo giovane ingegno verso una delle vie più feconde, quella dell’orrore del corpo e delle sue funzioni.
- Senza dubbio in quel momento m ‘avrebbe volentieri sgozzato. Ma era ancora troppo giovane, mio figlio, ancora tenero, per i grandi atti di giustizia. (idem)
Una frecciatina allo snobismo:
- ... Merry Christmas, perché “Buon Natale” suona un po‘ volgare. (Starnone, Ex Cattedra)
- Anche senza il timore di essere smascherato, non voglio farmi passare per un (ex) cattivo scolaro. (Charles)
simile alle seguenti:
- Non posso vantarmi di essere stato infelice. (Otis)
- Sono un debole, lo dico senza vantarmene, ma non ne ho alcun merito, lo constato, tutto qui... (E.Ajar, Cocco mio)
- L’articolo indeterminativo va a caso, anche perché confondere il maschile col femminile mette deliziosamente in risalto la poca dimestichezza con l’italiano. (Amurri, Come ammazzare vostra moglie)
Se l’arciere è G. B. Shaw e lo snob un Lord, la freccia lascia tutto un altro segno. Il Lord al grande artista in un invito scritto:
- Lord X sarà nella propria abitazione martedì prossimo dalle quattro alle sei. Risposta del grande artista sullo stesso biglietto, rinviato:
- G.B.Shaw anche. (L’Arco)
- Tra ebrei: Io faccio il bagno una volta all’anno.
- Anche se non hai bisogno? (Freud)
Simile a quest’altra:
- Caro, mi porti al cinema?
- Ma ti ci ho portato l’altra volta!
- Ma ora c’è il sonoro!
Ancora più fine e scaltrita questa disincantata allusione (riferendosi allo sposo, troppo giovane): Adesso è pronto per andare a morose (n.L.). Molti uomini, infatti, diventano maschi solo col matrimonio, e ai loro occhi le altre donne diventano molto ma molto più femmine!
Notare, nelle ultime battute, come il ricevente del motto di spirito tendenzioso non necessariamente deve coincidere con il suo destinatario, anzi, se il fine dell’ironia è quello di pungere quest’ultimo facendolo apparire in difetto, proprio questa coincidenza ne comprometterebbe gli effetti: il riso, che può prodursi nel ricevente in assenza del destinatario, anche se il sarcasmo, scaturito proprio dal bisogno di ferire direttamente l’avversario, perde la sua logica e il suo mordente se questo è assente, come nel seguente caso:
- Sembra attaccata, a suo figlio!
- Altro che! Le serve per fare del male a suo padre. (Otis)
Di una giovane vedova:
- Hai visto come è diventata tutta bionda dal dolore! (O. Wilde)
- C. Chaplin, cui viene chiesto se è ebreo: Non ho questo onore.
Immagina come si sarebbe divertito Hitler ricevendo questa risposta di persona.
Più o meno come l’umanoide al volante cui nella discussione mi è scappato di dire: Ho capito, ho capito che non ti basta più tua moglie, hai bisogno di picchiare qualcun altro, o qualcosa di simile; un’osservazione per cui quel destinatario avrebbe fatto meglio ad essere assente, dato che non notai tracce di britannica ponderatezza disquisitoria nei suoi modi né tanto meno vocazione umoristica; me ne ricordo sempre, soprattutto quando cambia il tempo. E quella sera non sarà sembrato vero alla povera moglie...
In questi casi come si rimpiange lo spirito del destinatario!
Come quello di Totò, che nei film la passa sempre liscia:
- Lei è un cretino! S’informi.
O dell’ebreo catturato in una retata, cui l’SS dice:
- Se indovini qual è il mio occhio di vetro ti lascio andare.
- Quello sinistro.
- Come hai fatto ad indovinare?
- Mi ha guardato in un modo così umano! (Storielle ebraiche)
Potenza salvifica del motto di spirito! Per l’ebreo e il popolo ebraico l’umorismo è l’ultima carta da giocare. Solo se riesci a far ridere il tuo macellaio puoi sperare di aver salva la vita. Come si fa a premere il grilletto su chi ti fa ridere? E come spiegare diversamente, ossia razzisticamente, l’umorismo di un popolo? Della sua sostanza tragica, esistenziale, della sua natura pratica e contingente Kafka si rendeva conto e vi riversaVa quel sarcasmo amaro e crudele che può venire solo dalla disperazione:
- Intorno a noi sale la marea montante dell‘antisemitismo, ma è un bene, sì è un bene. Dice il Talmud che noi ebrei diamo il meglio di noi stessi come l’oliva quando viene schiacciata... (in l’Ebreo che ride, M. Ovadia)
Tra ebrei: Abbiamo sofferto tanto: esilio ghetti progrom. . .però li abbiamo fregati.
- E come?
- Con la psicanalisi. (Storielle ebraiche)
Ecco adesso una satira in questo spezzone di cronaca del terremoto:
- Il terremoto aveva i ‘epicentro proprio sotto casa nostra.
Alberto si era potuto salvare perché era andato in un‘altra città, una città del terzo o dei quarto grado della scala Mercalli, con danni alle cose e non alle persone.
La Televisione era venuta a riprendere le scene del lutto e faceva le riprese degli scavatori e soprattutto delle mani nude. Si sentivano ordini secchi e secche risposte:
- Quello che scava con le mani, le mani col sangue!
- Non sanguino.
- Non ha neanche un livido?
- Sì, ha un livido sulla nocca.
- Prendi la nocca.
Durante le riprese tutti scavavano, diligenti, ognuno nel settore a lui assegnato, ma appena l’operatore si spostava o riponeva la telecamera, saltabeccavano in altri punti per cercare oggetti preziosi con gli attrezzi di ferro....
Uno era venuto a scavare con un doppio petto chiaro di gabardine e pantaloni in tinta. La moglie ai bordi, fuori dall’obiettivo, teneva il viavà, se il marito si macchiava di sangue...
Nadia si truccava, si faceva le borse agli occhi per creare un effetto tristezza...
La televisione se n ‘era andata ed aveva filmato immagini buone anche per gli altri giorni e per gli altri terremoti...
Di lontano veniva la voce della televisione, la voce di uno speaker che commentava le immagini della disgrazia, e noi in sala che cercavamo di riconoscerci...
Albertino lo si vedeva nascondersi dietro un muro rimasto in piedi come nei film di guerra quando è tutto finito ma si sparo ancora per finire le cartucce...
- È la Piera quella che scava.
- No, la Piera aveva il golfino celeste.
- Ma non lo ridanno, è impossibile, e poi fanno vedere solo la parte della piazza. Però dura poco come servizio.
È durato di più quando c‘è stato il terremoto in India.
- Vabbe’, ma lì sono morti in tremila, da noi quattro gatti.
- Sì, ma come popolazione lì sono molti di più. Come rapporto è quasi uguale... (da Gene Gnocchi, Stati di famiglia)
Per la Stampa e la TV, assetate di morti e di macerie, il terremoto è proprio un dono... della terra.
E adesso uno spezzone di conversazione fra Charlie Gnocchi e Joe Violante:
- J. Quand’è che ti sposi?
- C. Non so, quello che mi spaventa è la scelta delle bomboniere.
- J. E fai bene, molti matrimoni di miei amici sono falliti sul nascere proprio su questo punto delicato della vita: la scelta della bomboniera.
- C. Non so se sei d’accordo, ma, secondo me, la bomboniera è l’essenza stessa del matrimonio: se vale poco essa, anche l’unione sarà una cosa effimera.
Giambelluca, “Come ti faccio ridere”, Proposte editoriali, pag. 79
Alunno allegro e buontempone, simpatico, tutto d’un pezzo; prende la scuola così com’è: senza impegno e complicazioni.
L’italiano e la storia non sono pane per i suoi denti: ha sempre diffidato dalla cultura e dalla istruzione; e ha fatto bene, poiché ne sarebbe stato irrimediabilmente danneggiato.
Lui speriamo che se la cava.
BREVI M.
L’alunno ha manifestato segni di stanchezza all’inizio dell’anno e li ha coltivati per tutto il 10 e il 20 quadrimestre, giorno per giorno, portandoli a piena maturità.
In italiano e storia ha dato BREVI resoconti, intervallati da lunghe pause, di raccoglimento.
Lui speriamo che se la cava.
Gli alunni, con diversa votazione, se la son cavata tutti.
Anche quando l’ironia può sembrare sottile, ossia non è sempre o immediatamente percepibile, non vuoi dire che sia blanda o bonaria:
.soluzione indubbiamente costosa, ma poco pratica... (da un manifesto dove l’opposizione politica critica l’operato dell’amministrazione comunale). In questo enunciato io vi vedo, anzi, il sarcasmo, ottenuto con l’uso improprio, dell’avverbio indubbiamente, usato in espressioni positive, e antitetico all’avversativo ma.
Anche in questo di Waugh:
- Tagliava tutto, quando avrebbe potuto limitarsi a potare, vicino a:
- Sono tanti quelli che quando vogliono mandare un messaggio invece di spedire un telegramma fanno un film. (da G.& M.)
- Non è il caso di: idee poche, però confuse (I Pooh, Non solo musica), più vicino al nonsenso.
Infinite sono le vie dell’humour: Il Compagno Don Camillo di Guareschi è il solo che riesce a fare del sarcasmo bonario, affettuoso, delizioso per qualunque lettore, ma non per il compagno Peppone, che lo subisce sempre rosso come un bolscevico. Ecco una delle micidiali, bonarie frecciate da lui lanciate nella Russia di Kruscev:
- Calze come queste, compagno Peppone, da noi non ce le sogniamo neppure. Anche l’idea di farne una più lunga e una più corta è intelligentissima. Non esiste infatti nessun uomo che abbia i due piedi perfettamente identici.
- Qui (in Russia) le donne non solo hanno gli stessi diritti degli uomini, ma anche gli stessi diritti delle donne. (idem)
L’ironia, infatti, sa essere fluida, sfuggente, inafferrabile, impalpabile, imponderabile, indimostrabile, qui lo dico e qui lo nego, un gioco cangiante e divertente di specchi deformanti. Nel seguente passo, di Greene, è difficile stabilire se oggetto di ironia siano realmente i cristiani, come appare in superficie, o la donna stessa, scelta come termine di confronto con il cane:
- Furono i cristiani a scolpire cani nelle pietre delle cattedrali, e mentre continuavano a essere in dubbio per quanto concerneva l’anima delle donne, incominciavano già a pensare che forse i cani la possedessero, anche se non riuscirono mai ad indurre il papa a pronunciarsi in un senso o nell‘altro, e nemmeno l’arcivescovo di Canterbury.(In viaggio con la zia)
A prendere i proverbi alla lettera:
- Mettiti qualcosa di più decente addosso! non andare in giro così!
- Perché, ti vergogni?
- Ma no! è che rischi di farti mordere da tutti i cani che incontri - il cane - ricordati - morde lo straccione. Ci sono certe mode in giro! Il mio è sempre in quieto e ringhia a destra e sinistra: si direbbe che sia sottoposto a continue provocazioni. (Otis)
Un ufficiale superiore ad un subalterno, artigliere geniale ma tendente all’ individualismo:
- Friz, voglio darti un consiglio: comprati un cannone e mettiti in proprio. (Freud) L’intenzionale ironia, improbabile nell’istituto delle forze armate, contenderebbe al paragrafo della stravaganza (nonsenso) questa spiritosa uscita. Per altro di natura simile alla seguente, rivolta a Gianluigi dal prof. Pirro:
- G. Questa coca cola mi sembra più buona del solito.
- P. Per forza, questa è più genuina, perché fatta in casa.
Ecco un’allusione quasi coperta di un uomo di mondo ad uno scocciatore che gli ha fatto visita:
- Ma non vorrei abusare del suo tempo. Senza dubbio avrà altre visite da fare.
Quindi allo stesso che nel congedarsi chiede che gli venga ricambiata la visita:
- Veda, lei quando fa una visita guadagna tempo, mentre io lo perdo.
Il giudizio critico dell’oratore nei confronti del pubblico che applaude nel mezzo del suo discorso è, invece, ben dissimulato:
- (rivolto al compagno) Cosa ho detto di stupido? (Freud)
Anche questa mia livida uscita in classe è rimasta lettera morta:
- Ci sono delle sberle che si sprecano!
L’allusione, come l’ironia, ha bisogno, per andare in porto, della complicità, involontaria, del destinatario, la sua potenza di ricezione; ma anche dell’emittente, la sua potenza di emissione...
Il portiere alla signora che ha chiesto per favore, dove sono gli uffici della Montex? quella volta, invece di rispondere primo piano a sinistra, come ha fatto da quindici anni, ha sentenziato: Veniamo tutti dal nulla e al fetido nulla torneremo! (I.Orckény, Novelle da un minuto) La signora considerò un affronto l’allusione e sporse reclamo. Il reclamo fu preso in considerazione, ma fu lasciato cadere, perché quella frase non fu considerata allusiva. In automobile:
- In questo punto mio fratello ha fatto un incidente.
- Non c ‘è bisogno di essere tuo fratello per fare un incidente in questo punto. (Otis)
Solo uno dei due ascoltatori presenti ha trovato l’osservazione un po‘ malvagia, e ne ha riso, un po’ malvagio anche lui...
Ai due colleghi che parlano, contrapposti, davanti la porta della sala insegnanti, ingombrando il passaggio:
- Questo matrimonio non s ‘ha da fare?
Solo uno dei due, di lettere, si è scostato, ridacchiando. Inutile, en passant, dire all’altro, di scienze, che mi sembrava tutto Farinata... Mi sembri preoccupato, non sarà per quel conto che hai ricevuto dal sarto?
- No no: per quello penso che nervoso dovrebbe essere il sarto. (‘Ridere bene chi ride ebraico’?)
L’ infermiera, presentando il neonato al padre:
- Ma certo che suo figlio è il più bello di tutti, perché dovrebbe fare eccezione? (L’Arco)
L’allusione è la strada maestra per l’economia: nel precedente esempio essa risparmia al destinatario la disillusione della realtà e all’emittente il dispendio di una lunga spiegazione. Nel seguente:
- In questi giorni sto facendo un sacco di spese inutili.
- Sei depressa? (Otis)
Il concetto implicito nella domanda, o falsa domanda, è il seguente presupposto: le donne del nostro tempo, e non solo quelle, tendono a scaricare la depressione nell’acquisto di merce inutile; e rimane tale nella versione capovolta del concetto, dall’effetto, perciò, uguale alla prima:
- Mi sento depressa.
- Allora ti serviranno tanti soldi per fare spese inutili
- Nel seguente ancora:
- (il capufficio al dipendente) Siete fidato, leale, versatile, come potete chiedermi un aumento? (una vignetta), l’assunto, sottinteso, del capufficio è quello secondo cui sono i lazzaroni a volere l’aumento, le persone serie e i lavoratori onesti non ci pensano neppure.
Duello fra titani; Shaw a Churchill, in un invito, per la prima di una propria commedia:
- Puoi portarti un amico, se ne hai uno. Churchill a Shaw, in risposta:
- Spiacente ma non potrò, verrò alla replica, se ce ne sarà una. (L’Arco)
- Ho avuto un ‘intossicazione
- Ti sei morsicato la lingua?
- E soffro come un dannato!
- Di già? (idem)
- Il fratello a Mirabeau che gli rinfaccia l’obbrobrioso vizio del bere:
- Che ci posso fare ? È l’unico che mi hai lasciato! (idem)
Dumas padre firmava romanzi scritti da poveri diavoli affamati. Un giorno, incontrando il figlio:
- Hai letto il mio ultimo romanzo?
-No, e tu? (idem)
Queste risposte appartengono, come altre incontrate sopra, a quel genere di spirito che viene chiamato arguzia, nella cui definizione in senso stretto convivono, sia pure in quantità variabile, la sottigliezza, la maliziosità, la brevità e la prontezza. La malizia è desunta da un giudizio che si manifesta indirettamente, per allusione, in risposta ad un altro giudizio, anch’esso indiretto, legittima difesa dell’Io contro l’aggressione del non-io. Quando si dice, insomma, rispondere a tono!
Se la moglie del cacciatore a cui fa la battuta sulla lepre, all’inizio del capitolo, è un medico chirurgo, il marito potrebbe rispondere:
- C’è poco da fare del sarcasmo! Le lepri non stanno mica ferme come i malati!
Risposte astiose, vendicative, fatte per legittima difesa. Alla causa-effetto-superiorità dell’io dell’aggressore risponde la causa-effetto-liberazione dell’io dell’aggredito, spesso in una posizione difficile rispetto al primo.
Napoleone ad una dama d’onore, a voce alta, fra i presenti:
- Ebbene, signora, vi piacciono ancora gli uomini?
- Sì, maestà, quando sono educati. (L’Arco)
Se non è una risposta, pronta, breve, acuta, maliziosa, non possiamo chiamarla arguzia; un motto di spirito speciale che qualche studioso appassionato di classificazioni precise distingue dall’umorismo in genere; qualità rara che ha reso celebri i suoi fortunati possessori.
- Si dice in giro che voi avete perduto la testa.
- Le solite chiacchiere! Figuratevi che io ho perfino sentito dire che voi avete ritrovato la vostra! (L’Arco)
- Mi porti: pastina in brodo, carpa farcita e torta di mirtilli.
- Come ha fatto a indovinare il nostro menù del giorno?
- Dalla tovaglia. (Storielle ebraiche)
Nel quale esempio, dove è presente l’allusione, manca l’aggressione, mentre nei seguenti altri manca l’aggredito:
- La castità è una virtù che i preti si tramandano di padre in figlio.
- Una volta il padrone la chiamò nella dispensa e dopo nove mesi diede alla luce un bimbo. (M.Twain)
- Il sacro sentimento dell’amicizia è tanto dolce, sicuro e fedele che durerà senz‘altro tutta la vita, a meno che non gli si chieda del denaro in prestito. (idem)
- Tutte le ereditiere sono belle, oppure:
- Era bella... come la moglie di un altro. (citata da G.& M.)
O bruttissima come la propria fidanzata:
…si era tagliata un dito, ma quando il medico del pronto soccorso l’ha vista in faccia: ‘chissà la macchina! ‘ (G.Faletti)
La seguente paronomasia: (in una vignetta) c’è D ‘Alema che fa l ‘amore col Cavaliere svestito da donna (Otis), è ispirata non dal gioco di parola ma da una maligna insinuazione nei confronti delle donne, come nel seguente:
- Una tarma mi ha mangiato tutto il costume da bagno.
- Sarà rimasta affamata. (L’Arco)
Quest’altro (da Waugh): Il vero agricoltore non è riconoscibile, come alcuni pensano, dal nero con cui si copre la domenica né dai colori vivaci che assume quando si reca in città, ma dall‘inesauribile desiderio della pioggia (Amore tra le rovine), contiene allusione al gusto degli agricoltori attraverso la preterizione. ma è complessivamente un giudizio generalizzato sugli agricoltori.
il seguente, invece, sui presidi, sembra una stravaganza:
- (Una collega) E dire che l’anno scorso ci lamentavamo del preside: questo è peggio!
- (Otis) Io non mi lamento mai del preside di quest’anno: mi basta pensare a quello dell’anno venturo.
Ed è per questo che ogni qual volta mi imbatto in un mio ex-preside che mi domanda, con una malcelata punta di gratitudine: È vero che non sei felice con lui e rimpiangi qualcosa di me? gli rispondo di sì; un ex-preside, infatti, è sempre meglio di un preside.
Tale filosofia, però, suggerita agli alunni afflitti perché hanno cannato la verifica appena fatta (consolatevi, andrà peggio la prossima volta) non ha mai successo:
Restando a scuola, giudizio sul compito di un ragazzo:
- L’ingegnere ha fatto progressi: deve ancora conquistare il punto e virgola. (Otis)