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Esagerazione: amplificate la portata dei problemi o minimizzate le cose buone che ottenete della vita.
Atteggiamento mentale: saltate subito alle conclusioni e interpretate le cose in modo negativo. Preannunciate sempre che accadrà qualcosa d’infausto e concludete che qualcuno ce l’ha con voi.
Bianco o nero: avete l’atteggiamento del «o tutto o niente». Se un progetto non si conclude in modo più che perfetto lo considerate come un fallimento totale.
Segnare il passo: pensate esclusivamente a una situazione negativa trasformando la realtà in uno schermo nero senza speranza. Una critica può rovinare molte idee positive. Vi lasciate ossessionare da piccoli dettagli negativi e ignorate le cose positive.
Ignorare: non tenete conto di ciò che è positivo e non concedete mai, sia a voi stessi che agli altri, il giusto riconoscimento per un lavoro ben fatto. Dite spesso che «non andava abbastanza bene», o che «poteva esser fatto meglio». La rabbia nasce dal fatto che non vi sentite ricompensati.
Aspettative: vi dite che le cose devono andare in un certo modo e che le persone devono comportarsi come ritenete giusto che sia. È un atteggiamento che origina rabbia e frustrazione sia nei confronti di voi stessi che degli altri.
Etichetta: è la sindrome del «o tutto o niente». Potreste cucirvi addosso un’etichetta da pazzo, da perdente o da stupido. In queste qualifiche fallimentari è possibile che includiate anche il vostro prossimo. Tutto questo vi porterebbe a vedere il futuro in modo negativo e disilluso. Giudicare attraverso delle etichette porta spesso a interrompere la comunicazione che esiste nei vostri rapporti sociali.
Incolpare: volete e avete bisogno d’esercitare il vostro controllo. Se qualcosa non va nel verso giusto, date la colpa a voi stesso, anche se non ne siete responsabile. Alcuni accusano altri per tutti i loro problemi e rifiutano di prendersene la responsabilità. Entrambi i comportamenti non funzionano. Questi atteggiamenti aggiungono rancore alle relazioni e alimentano la rabbia interiore.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 34
Riguardate le vostre descrizioni delle situazioni in cui avete provato rabbia. Cercate d’individuare:
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 35
È importante sapere perché ci s’arrabbia e capire quali sono le cose che ci provocano.
Ecco un elenco di situazioni che normalmente ci fanno arrabbiare:
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 41
Indipendentemente dal fatto che la collera possa essere positiva, cosa che peraltro può accadere, resta indubbio che denota uno stato d’animo o una reazione che è nel vostro pieno diritto avere.
Imparate a:
• ammettere e accettare l’irritazione che provate;
• riconoscere il vostro stato d’animo.
Ammettere d’essere tesi o irritati per qualcosa significa iniziare a accettare il proprio stato d’animo in modo costruttivo. Se volete crescere in modo positivo non dovete nascondervi dietro una maschera negando che, in realtà, avete un diavolo per capello. Non ammettere o non riconoscere uno stato d’alterazione è controproducente e può mettere a repentaglio la propria stabilità emotiva.
Iniziate dicendo:
• «Sono arrabbiato».
Irritazione e collera non valgono niente se non generano una crescita produttiva e positiva. (Per poterlo verificare, rispondete alla prossima domanda);
• «Arrabbiandomi riuscirò a risolvere la situazione in cui mi trovo?»
Nella maggior parte dei casi, la tensione che proviamo è solo fatica sprecata, non tanto per lo stato d’animo in sé, quanto per il modo in cui reagiamo, cioè la sfruttiamo.
L’irritazione causata dal traffico è il tipico esempio che dimostra che arrabbiarsi nella fattispecie non serve proprio a niente e sicuramente non v’aiuterà a uscire da un ingorgo.
Prendersela con se stessi per un lavoro mal fatto o non portato a termine ferisce la propria stima e la propria fiducia.
Provate a usare l’irritazione per:
• aumentare l’impulso a «fare», a ritentare con più grinta, a imparare di più!
• imparare a essere pazienti e a praticare le tecniche di rilassamento.
II buono e il cattivo della collera
Se usata correttamente, la collera si trasforma in qualcosa di positivo e consente di:
• dare energia,
• sfogare la tensione in modo positivo,
• aiutare a comunicare,
• risolvere tensioni soffocate,
• generare nuove idee,
• mettere in allarme in caso di minacce,
• fornire informazioni.
Se usata in modo inappropriato, l’esito sarà sicuramente negativo e potrà:
• rovinarvi la vita,
• condizionare la psiche,
• escludervi dai rapporti sociali,
• compromettere la salute,
• rendervi emotivamente instabili,
• lasciare un’impressione negativa.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 62
La collera «giusta» è quella priva di qualsiasi distorsione cognitiva; in altre parole, date le circostanze avete tutto il diritto d’essere arrabbiati e chiunque altro al vostro posto farebbe lo stesso. Come sapere se si è nel giusto? Rispondete a queste domande:
1. sono arrabbiato perché mi hanno minacciato intenzionalmente?
2. sono arrabbiato perché qualcuno ha agito di proposito contro di me con l’intenzione di farmi del male?
Se la risposta è positiva significa che nel vostro caso, così come lo sarebbe per la maggior parte della gente, siete più che giustificati.
Esempi di collera «giusta»:
• scoprite che il vostro partner vi tradisce;
• qualcuno vi ha messo in una situazione imbarazzante;
• un amico ha tradito la vostra fiducia;
• vi è stata fatta una promessa mai più mantenuta.
Esempi di collera «ingiusta»:
• rodersi il fegato per il traffico;
• salta un appuntamento perché chi dovevate incontrare si è ammalato;
• piove sulla vostra vacanza;
• non riuscite a lavorare perché c’è troppo rumore.
Spesso ci alteriamo anche se nessuno aveva intenzione di fare del male a noi o ai nostri cari. La tensione nasce perché siamo noi che recepiamo la situazione in modo diverso da com’è in realtà e una prospettiva distorta provoca le conseguenze che ben conosciamo.
Se la tensione è giustificata, usatela come fonte d’energia per trasformare il negativo in una circostanza dove non esistano né minacce né rancori. Ricorrere alla forza, urlare, picchiare o cercar vendetta serve solo a peggiorare le cose.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 63
Il vostro processo comunicativo può risentire, più o meno consciamente, della presenza di determinati ostacoli che creano problemi, tensioni e ostilità. Talvolta riuscire a trasmette e a far recepire all’interlocutore il messaggio giusto, al momento giusto e nel modo giusto sembra diventare un’impresa disperata. Se detto troppo tardi può creare problemi e incomprensioni, se espresso in termini sbagliati può cambiare radicalmente di significato, e così via.
Queste «comunicazioni fallimentari» sono spesso dovute a:
• mancanza di sensibilità: non tener conto di ciò che prova chi ci sta di_ fronte può essere rischioso e controproducen
te. Qualsiasi persona vuole sentire che la propria individualità, con tutto ciò che ne consegue, viene riconosciuta;
• scelta sbagliata: sbagliare a scegliere le parole o il momento in cui dirle può cambiare un messaggio trasformandolo in qualcosa di minaccioso o offensivo;
• parlare prima di pensare: saltare subito alle conclusioni o, peggio ancora, trarre conclusioni sbagliate può dar origine a una serie di fraintendimenti.
Esistono, inoltre, dei modi di comunicare che quasi inevitabilmente vengono recepiti come una minaccia, una sfida o una vera e propria dichiarazione di guerra:
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 65
Lo stile in cui comunichiamo e stabiliamo dei rapporti con altre persone può influenzare i nostri atteggiamenti nei confronti di ciò che accade facendoci ottenere, a seconda dei casi, risultati negativi, cioè tensione e irritazione, o positivi, cioè risposte costruttive. Provate a identificarvi in uno di questi tre stili:
Passivo:
Aggressivo:
Sicuro di sé:
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 66
Naturalmente lo stile «sicuro di sé» è quello che, più d’ogni altro, può evitarvi dei litigi e consentirvi di controllare efficacemente le vostre emozioni. Se volete esprimervi bene, cercate di:
• capire lo stato d’animo del vostro interlocutore;
• sostenere la vostra posizione con fiducia;
• dire di no se è no;
• non farvi fretta;
• non esagerare nei ringraziamenti;
• non sottomettere sé stessi o gli altri;
• essere specifici;
• essere consapevoli del linguaggio del corpo e della mente;
• non farvi condizionare da sensi di colpa;
• accettare le critiche.
Nel nostro modo di comunicare includiamo spesso delle cattive abitudini che hanno il potere di spazientire l’interlocutore trasformandolo in un vero e proprio nemico. Nell’elenco che abbiamo riportato, controllate se anche voi ne se avute qualcuna.
Le cattive abitudini nelle conversazioni:
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 67
Dominio del territorio:
• mettere i piedi sulla scrivania;
• sporgersi dalla scrivania;
• tenere le mani dietro la scrivania;
• sedersi sulla scrivania o sul bracciolo della sedia.
Nervosismo:
• schiarire la voce;
• fischiettare;
• giocherellare nervosamente;
• tenere la mano davanti alla bocca quando si parla;
• far tintinnare le chiavi o le monete in tasca;
• torcersi le dita;
• far tamburellare una biro.
Frustrazione:
• fare respiri corti;
• intercalare esprimendo dubbi;
• tenere le mani serrate;
• gesticolare a vuoto;
• passarsi la mano tra i capelli;
• muovere continuamente la gamba.
Auto controllo:
• tenersi il polso;
• restare ben saldi sulle proprie gambe;
• avere una presa sicura.
Noia:
• fare scarabocchi;
• tamburellare;
• incrociare le gambe;
• sostenere la testa con le mani;
• mantenere uno sguardo assente.
Rassicurare:
• toccare;
• pizzicarsi;
• tenere le mani in tasca.
Collaborazione:
• tenere le mani aperte;
• sedere sul bordo della sedia;
• gesticolare all’altezza del viso;
• sbottonarsi la giacca;
• reclinare la testa;
Apertura:
• tenere mani aperte;
• sbottonarsi la giacca.
Difensiva:
• incrociare le braccia;
• incrociare le gambe;
• puntare l’indice;
• mantenere una posizione rigida.
Valutazione:
• gesticolare all’altezza del viso;
• reclinare la testa;
• passarsi la mano sul mento;
• sbirciare dagli occhiali;
• alzarsi dal tavolo e camminarci intorno.
Sospetto:
• non guardarsi;
• incrociare le braccia;
• allontanarsi;
• lanciare sguardi sfuggenti;
• guardare con occhi critici.
Prontezza:
• mettere le mani sui fianchi;
• sedersi sul bordo della sedia;
• avvicinarsi;
• mettersi la giacca.
Fiducia:
• mettere le mani dietro la schiena;
• restare ben eretti;
• tenere le mani sul risvolto della giacca;
• tenere le mani nelle tasche della giacca.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 68
Se, a volte, una comunicazione porta a incomprensione e tensione è perché non ci siamo preoccupati di verificare se abbiamo capito bene ciò che ci hanno detto. Qualcuno ci sta confidando un segreto molto doloroso che si è tenuto dentro per anni? Cosa facciamo? Ci limitiamo ad annuire di tanto in tanto per dimostrargli che lo capiamo anche se, in realtà, non stiamo capendo proprio niente. A volte iniziamo persino a pensare come rispondere ancor prima d’aver ascoltato quello che ci devono dire.
Per essere certi d’aver capito bene quello che stanno cercando di dirci si può usare la tecnica della parafrasi. Parafrasare significa ripetere con parole proprie ciò che avete sentito dire da qualcun altro e vi permette di verificare quanto avete capito del messaggio e del suo significato.
In altre parole, parafrasare consente di:
rassicurare chi vi parla sul fatto che lo state ascoltando con interesse;
dimostrare che state capendo il messaggio; richiedere eventuali informazioni mancanti; aiutare chi parla a chiarire i suoi pensieri; mantenere la conversazione in argomento;
incoraggiare pensieri e opinioni nuove.
Parafrasare è utile specialmente quando:
dovete esser certi di capire cosa intende l’interlocutore;
l’interlocutore è troppo emozionato;
volete instaurare un rapporto di fiducia.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 70
Se, in genere, avete a che fare con clienti, dipendenti o parenti facilmente irritabili, ci sono quattro cose che vi possono aiutare a gestire la situazione in modo costruttivo:
1. preparatevi ad affrontare la loro irritazione di vostra iniziativa;
2. cercate d’individuare il problema di fondo;
3. fategli delle domande per scoprire cosa si può fare per risolvere il problema;
4. accettate il fatto che siano irritati e cercate il modo migliore per rispondere.
Non cercate di persuadere una persona arrabbiata a cambiare il suo stato d’animo; potrebbe avere un diavolo per capello anche senza una motivo reale. Se invece la sua irritazione deriva effettivamente da un problema, e fermo restante che la stia esprimendo in modo scorretto, non confrontatevi con la sua collera, ma affrontate il problema.
Se vi trovate con qualcuno che sta schizzando veleno da tutte le parti, non ditegli che è arrabbiato e soprattutto che non ha nessun motivo per esserlo. Evitate termini che abbiano a che fare con la collera e non fate accuse.
Frasi che sottintendono che solo voi sapete tutto possono solo alimentare una situazione di tensione. State attenti quando dite come la pensate e al modo in cui offrite aiuto.
Quando si ha a che fare con persone arrabbiate certe parole sono proprio da evitare. Ecco l’esempio di alcune espressioni che probabilmente infiammerebbero ancora di più un animo già predisposto:
• dovrebbe...
• si sbaglia...
• pretendo...
• non possiamo...
• non facciamo...
• mai e poi mai
• non capisce
• tutto questo è stupido
• dev’essere confuso
• non ho proprio tempo adesso
• deve...
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 105
Sia che siate il capo o un dipendente, nel lavoro è assolutamente necessario che impariate a gestire correttamente la vostra collera. Non riuscire a farlo comporta tantissime conseguenze, tutte negative: licenziamento, pre-pensionamento, nessuna promozione, minor produttività e ambiente di lavoro molto poco invitante. Ecco l’esempio di alcune cose che causano frustrazioni e tensioni nel lavoro:
Ecco dei suggerimenti per riuscire a tenere sotto controllo gli stress causati dal lavoro:
1. fissatevi degli obiettivi e convincetevi che quel posto non lo volete perdere;
2. sforzatevi d’essere cordiali;
3. comunicate in modo costruttivo con il capo, i dipendenti e i colleghi;
4. dimostratevi interessato a trovare una soluzione;
5. definite la situazione prima d’agire;
6. fate delle «pause» mentali;
7. pensate alle conseguenze di un comportamento negativo;
8. ricordate che fate parte di un gruppo;
9. quando vi sentite tesi, frenate I’escalation della collera attraverso il rilassamento;
10. ritenetevi responsabili dei vostri stati d’animo.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 133
Se siete responsabili di dirigere altre persone, il vostro stile può influenzare in positivo o in negativo chi collabora con voi. Una leadership efficace contribuisce a stabilire un ambiente armonioso e produttivo.
Un ambiente di lavoro in cui nascono o si trascinano continuamente dei problemi rappresenta terreno fertile per tensioni o litigi. Ecco l’esempio di alcuni problemi di cui possono risentire i dipendenti:
1. mancanza di controllo;
2. tendenza a favorire certi elementi;
3. mancanza di riconoscimenti;
4. sovraccarichi di lavoro;
5. riduzione o assenza nella comunicazione;
6. abuso d’autorità;
7. responsabili che non vogliono ascoltare;
8. mancanza di preparazione;
9. mancanza d’obiettivi;
10. pianificazione insufficiente.
Quando un dipendente sente d’essere solo un tassello di un’organizzazione che non tiene conto dei suoi bisogni individuali, diventa insoddisfatto e demotivato. Se invece ciò che desidera è in linea con gli obiettivi dell’organizzazione, allora sarà più produttivo, a vantaggio anche della società stessa.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 134
Dimostrate un interesse sincero verso chi vi circonda dando o ascoltando i suoi suggerimenti e tenendo conto dei suoi bisogni. Abbiate fiducia nei vostri dipendenti e dimostrateglielo non solo a parole, ma anche a fatti.
Parlate con i vostri dipendenti, spiegategli quali sono gli obiettivi della società, perché sono importanti e perché è fondamentale che per realizzarli ci sia un team unito. Ditegli quanto è importante il contributo del loro lavoro e in che modo aiutano a realizzare la missione dell’azienda.
Chiedete ai dipendenti che opinioni hanno e se desiderano proporre qualche idea. È molto stimolante sapere di contribuire al raggiungimento di un obiettivo.
Se un dipendente diventa annoiato, demotivato e perde di vista l’obiettivo da raggiungere, tutto diventa negativo. Chi lavora ha bisogno d’assumersi la responsabilità d’accettare una sfida perché solo così potrà mettere in pratica il suo spirito d’iniziativa e rafforzare la fiducia e la stima in sé stesso.
Lavorare in team consolida i rapporti interpersonali, l’orgoglio d’appartenere a quel gruppo e lo spirito cameratesco. Le persone che lavorano insieme con un obiettivo comune sono più unite e vanno più d’accordo.
Una comunicazione aperta aiuta a far emergere i problemi senza nessun timore e serve a eliminare frustrazioni e rancori soffocati.
Incoerenza e imparzialità sono sicure fonti di malumore. Per evitarlo, non fate differenze o discriminazioni quando qualcuno si rivolge a voi per lamentarsi di qualcosa; analizzate dettagliatamente la situazione e attenetevi ai fatti.
I dipendenti lavorano con più grinta e volontà se sanno che il loro impegno viene premiato. Ricordatevi che chi lavora lo fa anche per qualcosa di più della semplice retribuzione mensile."
Spiegate quali sono le regole, le politiche e le aspettative della società. Se le attese sono ben chiare molti problemi vengono eliminati fin dall’origine. Organizzate riunioni d’aggiornamento e preoccupatevi d’accertare che gli obiettivi siano comuni e che vi sia l’accordo di tutti.
Luhn R., “Imparare a non arrabbiarsi”, FrancoAngeli, pag. 136