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Malim T., “Processi cognitivi”

Per illustrare il modo in cui la nostra attenzione è catturata e trattenuta, osserviamo come i pubblicitari cercano di attirarla. Alcune delle caratteristiche di uno stimolo che determinano se gli presteremo o meno attenzione a esso sono le seguenti:
1. La sua intensità: un colore brillante ci attrarrà più di uno opaco.
2. Le sue dimensioni: una cosa grande probabilmente richiamerà la nostra attenzione più di qualcosa di piccolo.
3. La sua durata o ripetizione: uno stimolo di brevissima durata non catturerà la nostra attenzione così facilmente quanto uno che persiste nel tempo o si ripete.
4. II suo contenuto emozionale: uno stimolo che per noi racchiude in sé connotazioni emozionali ci attirerà più di uno stimolo neutro.
5. La sua estemporaneità e novità: uno stimolo improvviso o imprevisto è probabile che attiri la nostra attenzione più facilmente di uno stimolo atteso o familiare.
6. Stimoli contrastanti attrarranno l’attenzione più rapidamente di stimoli simili tra loro.
7. Qualcosa in movimento è più probabile che attragga l’attenzione rispetto a qualcosa di stazionario. Quando un animale selvatico è in pericolo rimane immobile, per evitare di attirare l’attenzione del predatore.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 13

Elaborazione preattentiva

Con l’elaborazione preattentiva l’individuo analizza e registra le caratteristiche di tutto il campo visivo, usando l’elaborazione parallela. Questo tipo di elaborazione non è quindi differente da quella che Schneider e Shiffrin chiamavano elaborazione automatica.
Attenzione focalizzata
Con l’attenzione focalizzata, al contrario, l’individuo identifica gli oggetti uno alla volta, con un’elaborazione in sequenza. Treisman e Gelade (1980) misero a confronto l’elaborazione preattentiva con l’attenzione focalizzata. Quando si dovevano cercare caratteristiche isolate, quando lo stimolo chiave differiva dagli elementi irrilevanti circostanti per colore, dimensioni o orientamento, esso sembrava saltar fuori automaticamente dal campo degli stimoli sotto osservazione. La quantità degli elementi era indifferente.

Teoria di Kahneman sulla capacità di attenzione

Kahneman (1973) suggerì che esiste un elaboratore centrale per coordinare e distribuire le nostre risorse attentive.
Broadbent (1977) aveva suggerito qualcosa di simile in risposta al lavoro di Allport, l’esistenza cioè di quello che lui definì un processo superiore di controllo. L’idea di Kahneman era che questo elaboratore centrale si occupasse della tdistribuzione delle risorse. Anziché un canale unico, che elabora una cosa alla volta, si tratta di un insieme di risorse di elaborazione da dispiegare di volta in volta in modo flessibile.
L’attivazione si riferisce allo stato fisiologico di vigilanza di una persona, il quale a sua volta, sarà determinato da:
1. Il livello complessivo di stimolazione nell’ambiente in un dato momento.
2. La disposizione di base di una persona (una persona nevrotica sarà attivata più facilmente di una persona stabile).
3. I ritmi circadiani, Ovvero i cicli giornalieri di attività del sistema fisiologico di una persona. Ci sono momenti della giornata in cui le funzioni fisiologiche come il battito cardiaco, il ritmo metabolico, il ritmo della respirazione e la temperatura corporea sono al minimo (normalmente nelle prime ore del mattino ) e momenti in cui sono al massimo (per molte persone nel tardo pomeriggio e nella prima serata).
4. Interessi temporanei e motivazioni stabili. L’elaboratore centrale distribuirà più probabilmente le risorse ad attività connesse con gli scopi immediati di una persona. Gli individui rivolgeranno naturalmente la loro attenzione ad alcuni stimoli esterni piuttosto che ad altri.

Nella vita di tutti i giorni, fattori esterni e interni influenzano l’orientamento della nostra attenzione. Uno stimolo esterno, quale un grido d’auto, potrebbe attrarre la nostra attenzione sopra ogni stimolo concorrente. Ma le richieste esterne dovranno comunque superare fattori interni come gli obiettivi immediati che ci siamo proposti di raggiungere e le nostre motivazioni stabili.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 37

L’uso delle immagini per aiutare la memoria

L’immaginazione implica la creazione nella mente di figure mentali di cose che non sono fisicamente presenti. Chiaramente, alcune cose sono molto più facili da raffigurare mentalmente di altre. Oggetti concreti, come una «casa», una «sedia» o una «busta» (materiale ad alto valore d’immagine) sono molto più facili da rappresentare rispetto ad astrazioni quali la «giustizia» o il «deficit della bilancia dei pagamenti» (materiale a basso valore d’immagine). Paivio (1968) dimostrò che le persone rievocheranno normalmente del materiale ad alto valore d’immagine due volte meglio del materiale a basso valore d’immagine. Bower (1972) chiese ai partecipanti del suo esperimento di memorizzare coppie di parole non collegate. A un gruppo (il gruppo sperimentale) fu chiesto di creare delle immagini mentali delle coppie di parole (per esempio, se le due parole erano «scarpa» e«arancia», l’immagine mentale creata poteva consistere in una scarpa con un’arancia attaccata in modo sporgente alla punta). Al gruppo di controllo fu semplicemente chiesto di memorizzare le parole. Il gruppo sperimentale mostrò una rievocazione decisamente migliore delle coppie di parole. Bower notò anche che più le immagini erano insolite, migliore era la rievocazione. Abbiamo notato nella parte relativa ai livelli di elaborazione che un’elaborazione più profonda con maggiore complessità e con autoriferimento produce probabilmente una rievocazione più accurata. Più attiva è la manipolazione delle immagini di ciò che si cerca di ricordare, più accurata sarà la rievocazione. È molto importante ribadire che la memoria a lungo termine dipende molto dall’organizzazione. Le cose si ricordano meglio se sono collegate tra loro.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 125

Metodo dei loci

La prima fase è quella di identificare e affidare alla memoria un certo numero di posizioni specifiche.
Ad esempio, il percorso che segui per andare da casa al lavoro. Lungo questo percorso ci saranno dei punti di riferimento che possono essere usati come posizioni (il punto in cui devi lasciare la strada principale per prendere una via laterale, ad esempio). In ognuno di questi luoghi, nella tua mente, colloca un’immagine di qualcosa che devi ricordare. A questo punto basta solo percorrere mentalmente il percorso e le immagini/informazioni che hai collocato lungo di esso ti verranno in mente con più facilità.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 127

Riconoscimento di facce

È un tipico problema che incontra l’insegnante di fronte a una classe piena di bambini, o il medico quando si trova di fronte a una serie di pazienti che vede molto raramente. L’immaginazione anche qui può aiutare. Al momento della presentazione, prendiamo accuratamente nota del nome della persona, ripetiamolo a voce alta e associamogli, se possibile, un’immagine mentale. Supponiamo, per esempio, che il nome sia Paolo Molino: potremmo creare l’immagine mentale di un mulino a vento e del mugnaio indaffarato a macinare il grano. Questo mugnaio in particolare è rasato a zero. Poi osserviamo i lineamenti della persona che abbiamo di fronte e sovrapponiamoli al nostro «mugnaio rasato» (naso, occhi, orecchi e ogni altro tratto caratteristico). Se una qualsiasi di queste caratteristiche ci ricorda qualche persona molto conosciuta, anche quest’ultima potrà essere incorporata nella nostra immagine. Analogamente, se un lineamento ci ricorda un amico o un parente, nell’immagine possiamo inserire quest’ultimo. Quando incontreremo di nuovo Paolo Molino, l’immagine si ripresenterà e con essa anche il suo nome.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 129

Trucchi per la memorizzazione

Lovelace e Southall (1983) dimostrarono che gli schemi grafici possono risultare importanti per la memorizzazione. Si inizia con il concetto chiave inserito in un riquadro al centro della pagina. Lo si sottolinea e magari lo si evidenzia con dei colori. Attorno ad esso, come le zampe di un ragno, si fanno dipartire delle linee che portano a dei concetti secondari, e a questi si attaccheranno le voci più specifiche e gli elementi minori della gerarchia. Poi, quando si arriva al ripasso finale per l’esame, si prende un foglio di carta bianco e si prova a ricreare lo schema.

Significatività e memorizzazione

La parte relativa ai livelli di elaborazione contiene dei modi pratici per migliorare la memorizzazione. Appare evidente che quando il materiale è stato elaborato in modo tale che l’attenzione sia rivolta al suo significato, la rievocazione risulta migliore. Dopo tutto, concentrarsi sul significato equivale a un’elaborazione semantica, quindi profonda, e perciò più efficace in termini di memoria. Apprendere meccanicamente è un metodo meno utile per preparare un esame che non lavorare approfondendo il significato dalle parole e dei concetti. Esprimendo con le proprie parole quello che si cerca di ricordare, ci si sforza di comprenderne il significato e quindi io si elabora più in profondità. Lavorandoci sopra e tentando di renderlo più caratteristico, creando magari esempi insoliti e complessi, la memorizzazione risulterà ancora più facilitata.

Tecniche mnemoniche che implicano una mediazione

Le tecniche di mediazione comportano la ricerca di un elemento semplice di connessione che aiuterà a ricordare qualcosa di lungo e complesso. Una parola di questo tipo è SOICAITOA. Per intero, si riferisce alle regole trigonometriche per il calcolo degli angoli dei triangoli, «Seno è Opposto all’Ipotenusa, Coseno è Adiacente all’Ipotenusa, Tangente è Opposta all’Adiacente».

Sostituzione

Le tecniche sopra descritte sono utili per il materiale verbale, ma è difficile, se non impossibile, usarle con del materiale numerico. In queste circostanze si può sostituire a una cifra una lettera. Allora si possono usare tecniche di mediazione come la creazione di parole o di frasi. Oppure, si possono sostituire le cifre con delle parole, ognuna con lo stesso numero di lettere della cifra che rappresenta. Per esempio, se dovessimo ricordare il codice segreto di una tessera magnetica del Bancomat, ad esempio 41856, allora una frase come «Luca è arrivato molto presto» («Luca» 4 lettere, «è» 1 lettera, «arrivato» 8 lettere, «molto» 5 lettere, «presto» 6 lettere, quindi 41856) potrebbe essere utilizzata. Chiaramente può rivelarsi difficile creare e decodificare trucchetti mnemonici di questo tipo, ma sono efficaci.

Rime

Le rime si usano molto per facilitare la memorizzazione. La maggior parte di noi ricorda il numero dei giorni di ogni mese dell’anno con la filastrocca «Trenta giorni ha novembre, con aprile, giugno e settembre» e così via.
Queste sono solo alcune delle tecniche mnemoniche che sono state utilizzate per permetterci di usare la memoria in maniera più efficace. Il modo migliore di progredire, per coloro che vogliono migliorare la loro memoria, è di provare alcune di questa tecniche e, se sembrano funzionare, usarle.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 133

La risoluzione di problemi

Quasi tutte le azioni quotidiane implicano la risoluzione di problemi. Possono essere problemi tanto facili e consueti come la preparazione di una torta usando la ricetta di un libro, quanto complessi e difficili come scoprire la ragione per cui la macchina la mattina non parte. È utile pensare ai tre elementi di un problema:
1. La situazione iniziale: aver invitato delle persone a bere il tè e non aver niente da offrire loro.
2. L’obiettivo: avere una buona torta da offrire quando arrivano gli ospiti. 3. Le regole: si può usare solo quello che si trova in cucina.

Comprensione dei problemi
Prima di poter risolvere un problema bisogna comprenderlo. Tale comprensione implica la creazione interna (nella nostra mente) di una rappresentazione degli elementi del problema. Greeno (1977) sostiene che ci sono tre caratteristiche fondamentali di questo processo:
- coerenza
- corrispondenza
- rapporto con le conoscenze di base.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 146

Fattori che possono influenzare il problem solving

L’insieme dei fattori che possono influenzare negativamente l’abilità di una persona nella risoluzione di un problema può essere definito «set mentale». Questo equivale a una propensione della mente del risolutore a non scostarsi da certe assunzioni preconcette riguardo agli elementi del problema. Questo «set» può assumere forme diverse:
1. Set di operazioni. Un’assunzione preconcetta che il problema verrà risolto soltanto per mezzo di una operazione o serie di operazioni particolari.
2. Set di funzioni. Un’assunzione che gli elementi del problema abbiano una kinzione fissa e solo quella.
3. Set di regole. La nozione preconcetta che ci siano certe regole, all’interno delle quali il problema dovrà essere risolto.
Set di operazioni
Quando la mente di una persona assume uno schema fisso di operazioni e non riesce a spostarsi su uno schema alternativo, questo può venir definito set di operazioni.

Set di funzioni
Un fenomeno simile è il set di funzioni, talvolta chiamato fissità funzionale. Esso equivale all’avere in mente un concetto di ciò che serve per ciascun elemento del problema.

Set di regole
Quando si assume arbitrariamente che un problema deve essere risolto rispettando i vincoli di certe regole, nonostante nessuna di queste sia stata effettivamente imposta, si può parlare di set di regole.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 158

Per Bruner il linguaggio e il pensiero sono separati. Egli postulò tre modi in cui un bambino può trattenere e usare informazioni dall’ambiente:
1. Attraverso una rappresentazione motoria, cioè per mezzo di una manipolazione fisica dell’ambiente.
2. Attraverso una rappresentazione iconica, cioè visualizzando mentalmente l’ambiente.
3. Attraverso una rappresentazione simbolica, in particolare attraverso il linguaggio.
Il pensiero non-linguistico viene prima (quello che lui chiama rappresentazione motoria e iconica del mondo). Dopo che si è sviluppato il linguaggio, il pensiero viene amplificato e accelerato nella rappresentazione simbolica.

Pensiero e linguaggio come separati e indipendenti

Vygotsky (1962) sostenne che il linguaggio presentava due aspetti distinti: (a) quello di controllore dei pensieri privati di una persona (pensiero interno) e (b) quello di modalità per comunicare quei pensieri agli altri (pensiero esterno). Egli affermò che nell’infanzia il pensiero e il linguaggio sono indipendenti. Inizialmente, i tentativi di un bambino di usare il linguaggio rappresentano unicamente il linguaggio sociale, senza alcun pensiero interno. Contemporaneamente, il bambino sta sviluppando forme primitive di pensiero e di ragionarnento, che non coinvolgono ancora il linguaggio. Poi, all’età di circa due anni il linguaggio sociale e il pensiero primitivo iniziano a unirsi. Le parole iniziano a diventare simboli di pensieri. Vygotsky era d’accordo con Piaget che il pensiero arcaico è indipendente dal linguaggio ma, contrariamente a Piaget, pensava che il linguaggio esercitasse un ruolo essenziale nello sviluppo intellettivo del bambino dopo circa i due anni di età. Più tardi, all’età di circa sette anni, il linguaggio e il pensiero si separano nuovamente, e linguaggio assume due funzioni distinte: (a) linguaggio interno per il bambino stesso quale aiuto al pensiero (linguaggio egocen trico) e (b) linguaggio esterno come mezzo per comunicare il pensiero agli altri.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 165

Pensiero e linguaggio: una spiegazione razionalistica in Chomsky

Chomsky, sostenendo il punto di vista razionalistico, considera la capacità linguistica come una dote genetica. Il bambino nasce dotato di una «teoria sulla struttura del linguaggio». Di conseguenza, al bambino servono solo pochi esempi per permettergli di capire come è organizzato il linguaggio. Il bagaglio genetico è definito da McNeill (1966) come uno Strumento di Acquisizione del Linguaggio (SAL). Il SAL predispone il bambino a riconoscere velocemente strutture grammaticali come le locuzioni nominali e verbali. Gli universali linguistici, come i nomi, gli aggettivi e i verbi, esistono in tutte le lingue e sono proprio questi che il bambino è pre-disposto a riconoscere e apprendere.
Chomsky distinse tra struttura superficiale e struttura profonda di un enunciato. La struttura superficiale rappresenta le parole e le espressioni che compongono una frase, mentre la struttura profonda corrisponde più o meno al significato della frase. La comprensione di come trasformare questa struttura profonde nella struttura superficiale è quella che Chomsky definisce grammatica trasformazionale.
Ecco tre serie di esempi che chiariranno questi concetti:
1. Prendiamo queste due frasi:
«John è stato inseguito da un toro» «Un toro ha inseguito John»
La struttura superficiale di queste due frasi è molto differente. Ogni parola occupa una posizione differente, la forma del verbo è diversa e il soggetto è differente nei due casi. Tuttavia il significato profondo delle due frasi è lo stesso.
2. Ora prendiamo queste due frasi: «Alcuni bambini si amano facilmente» «Alcuni bambini amano facilmente»
È stata aggiunta solo una parola e tuttavia il significato profondo della frase è molto diverso. Nella prima frase i bambini solo l’oggetto che è facilmente amabile, nella seconda sono il soggetto che ama.
3. Ora leggiamo questa frase:
«Essi stanno mangiando delle mele»
Possiamo mettere l’accento sulla parola «mangiando», volendo significare che le mele sono buone da mangiare, o accentuare la parola «mele», sottintendendo che i soggetti stanno mangiando mele piuttosto che qualche altro frutto. La struttura superficiale rimane in entrambi i casi la stessa, nonostante la struttura profonda sia differente.
Chomsky affermò che le persone comprendono il linguaggio trasformando la struttura superficiale di quello che sentono nella sua forma interna. Una trasformazione simile avviene nella produzione di un discorso, ma in questo caso dalla struttura profonda a quella superficiale. Chomsky suggerì che maggiore è il numero di trasformazioni che devono avvenire dalla struttura superficiale a quella profonda, più la frase risulterà difficile. Le trasformazioni possono essere da forme attive a passive, da forme positive a negative o magari da forme interrogative a affermative. Così, «II toro ha inseguito John», rappresenta la forma più semplice, più vicina alla forma interna, «John è stato inseguito dal toro» è più difficile e «John non è stato inseguito dal toro?» è ancora più difficile. Ha almeno tre trasformazioni, dalla forma attiva a quella passiva, dalla positiva alla negativa e dall’affermativa all’interrogativa.
La capacità che una persona ha di imparare il linguaggio consiste nella capacità di acquisire e applicare una serie di regole.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 169

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