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La bruttezza nel mondo

Viviamo circondati di oggetti “brutti”.

Cose brutte che si sfasciano ad una velocità superiore alle attese: sembrano programmati per farsi ricomprare.

Cose brutte perché create per non durare. Ha senso un accendino usa e getta con una bell’immagine? Perché mai: tanto è destinato al cassonetto.

Cose brutte perché create per acquisti di massa. Il mercato aborre gli oggetti unici: troppo tempo per produrli, non s’inquadrano in un mercato globale.

Cose brutte perché non devono emanare aria di una cultura determinata. Se i cinesi producessero solo cose con ideogrammi o aspetto “cinese”, nel mercato mondiale sarebbero scartate. Le cose devono essere anonima, a-culturali, senza la capacità di trasmettere alcunché. Brutte e basta.

Oggetti brutti che devono costare sempre meno. L’acquisto ipereconomico rende disponibile il denaro risparmiato per altri usi. Tempo uguale denaro, denaro uguale tempo libero, da passare comodamente seduti – le mani in mano – a vedere la tv.

Se tutto questo non vi piace, c’è un’alternativa piccola ma divertente: usare le mani, crearsi degli oggetti belli, unici, su misura per voi.

Piccolezze, non di certo autocrearsi una casa o un’auto, ma autoprodurre minimi oggetti, che però saranno vostri, che guarderete con piacere.

Alzate gli occhi sulla vostra scrivania: magari c’è un portapenne, naturalmente orribile e figlio di una produzione di massa. Forse ripensando al passato, c’è stato un momento – alle elementari – in cui vi siete realizzati un portapenne con le mollette del bucato. Forse era sbilenco ma era VOSTRO, vostro in più di un senso. Non solo perché economicamente a voi attribuito – era vostro e potevate regalarlo a chi preferivate – ma perché marcato da voi, come un cane marca un territorio. Rispecchiante un angolo del cervello che l’ha progettato, e delle mani che l’hanno eseguito. Unico, e infatti da quel giorno alle elementari non ne avete creati più. Ora chissà dov’è, ora però che ne avete capito la molteplice unicità, ora potete farne un altro. Io, modestamente, l’ho fatto, e ne ho trovato grande giovamento. Queste pagine internet mi sono imposte dalla necessità di spiegarne produzione e filosofia sottostante. È un discorso lungo e articolato, ma spero valga la pena di seguirne gli sviluppi.

L’arte ha perso la battaglia con la carta da parati

Il destino della produzione di “oggetti belli da appendere al muro” è segnato. Rispecchia un modo di creazione/fruizione dell’opera d’arte che sa di Milleottocento, di buona famiglia borghese. Non convince più. Meglio la carta da parati, meglio una mano di tempera o di lavabile, meglio – purtroppo – il monitor della tv o del computer, che sono superfici non statiche, sempre in movimento, mutabili a piacere. Che mettere allora sulle nostre pareti?

Qualcosa di personale, di proprio, o almeno di giocondo, di allegro, qualcosa che sa di miracolo: una Manipolazione Artistica dell’Immondezza Astratta. Astratta perché stabile, non marcescibile come la buccia della mela, ma concretamente pronta ad una manipolazione che la renda Arte, di quella con la A maiuscola.

Arte povera o povera arte: non restano altre alternative

Basta con gli acquisti di costosi barattoli di colore. Il mondo già è colorato: prendete il bianco dalla ghiaia bianca, il nero dalla sabbia ferrosa, il marrone dalla pozzolana, il verde dalle foglie triturate (in questo senso il massimo è l’origano). Voi limitatevi all’acquisto della colla, il resto lo regala il cassonetto, o i residui di un cantiere stradale che abbandonano la sabbia non usata in un angolo della via.

L’interattività di un portapenne, rispetto all’assenza di rapporti con un quadro

Se l’arte si limita a creare oggetti da appendere al muro, realizza un distacco totale con questi. Forse li sfiorerà con gli occhi, al limite con un dito raddrizzerà un’eccessiva pendenza dell’oggetto, ma tutto il contatto finisce qui.

Rispetto a questa frigidità, il portapenne è il top dell’interattivo. Giace sulla scrivania, uno spazio per forza di cose limitato, dove è permessa la presenza solo degli oggetti utili. Viene toccato varie volte al giorno, l’occhio lo percorre mille volte, ad esempio quando vi sfugge una parola o siete impelagati un una telefonata noiosa.

Progettare portapenne vuol dire entrare in un contatto più intimo con il futuro fruitore. Si cerca di ottenere il suo consenso all’estetica e alla funzionalità, per raggiungere l’onore di essere sempre davanti agli occhi di chi ne usufruirà.

Il diritto di giocare con i rifiuti

Nei documentari sull’Africa si vede a volte un bambino che con un vecchio pezzo di un auto abbandonata si è fabbricato un oggetto per i suoi giochi. Altre volte si vede una lattina trasformata in automobilina. Da che mondo è mondo i giovani iniziano a familiarizzare con gli “oggetti” degli adulti usando avanzi e rifiuti per creare giochi. Oggi . nell’Italia del XXI secolo, tutto questo non è più possibile. Guai a giocare con i rifiuti: sono cose sporche! I giochi possono provenire solo dall’apposito negozio.

Ebbene: tutto questo deve finire! Se i bambini sono troppo giovani per riappropriarsi degli scarti degli adulti, l’artista –eterno giocherellone – mostrerà la strada, e questo non solo in nome dell’Arte, ma della pura soddisfazione. Io personalmente ho trasformato una vaschetta di plastica che aveva contenuto un’insalata di mare nella recinzione di un castello. Che piacere ricliclare quella plastica, salvarla dal cassonetto, promuoverla a strumento di espressione artistica.

Non mi interessa la produzione di massa, perché sarebbe povera di significato

Potrei mettermi a fare “portapenne” più semplici, stilizzati, che sia possibile produrre in serie, ma non avrebbero lo stesso senso di “oggetti unici” come è adesso.

Avrei bisogno di un laboratorio adatto, di una specializzazione, ma allora salterebbe il gioco. Ora la cura che mi viene richiesta – passate un altro strato di sabbia a coprire un punto dove sembra poca – è alta; non voglio consegnare un prodotto che abbia delle imperfezioni.

Il titolo di un oggetto d’arte

Un messaggio comunicazionale espresso nel linguaggio verbale e non visivo. Eppure i miei titoli sono univoci, tutt’altra cosa da: “Inverno”, “Incomunicabilità”, “Sinfonia dell’anima”, o il notissimo “Senza titolo n. 3”. Se in un catalogo di un pittore astrattista vengono mescolati i cartellini delle opere, è spesso impossibile risalire al giusto accoppiamento titolo/quadro. Nei miei lavori questo non accade e il titolo – benché spesso volutamente demenziale – offre un’identificazione certa, e , si spera, uno spunto di riflessione in più.

In questo senso, dal mio punto di vista, il titolo è uno spiraglio per inserire un ”pizzico” del linguaggio delle parole, e incorporarlo in un oggetto artistico. Chiamare un pezzo “Senza titolo n. 3” mi farebbe orrore, quasi un’autocensura, un rinunciare alla “libertà di parola”. Essendo – anche – un umorista, noto che a volte i miei titoli completano l’oggetto conferendogli una dimensione in più. Vedere l’osservatore ridere quando arriva a leggere il titolo è un autentico piacere. Basta con i musi lunghi della critica “seriosa”, viva il piacere di fare una barzelletta tridimensionale.

Il concetto di miniatura

Qualcosa che in piccolo crei l’idea del grande.

Un modello del mondo, benchè “la mappa non sia il territorio”. Osservando la miniatura, si abbraccia un paesaggio in un solo colpo d’occhio. Il concetto di miniatura permette la gestione e manipolazione di un simbolo. Una pipa in miniatura “non è una pipa” e insieme lo è. Non fa fumare i polmoni, ma fa fumare il cervello.

Per capire la miniatura, è opportuno accostarla ad un altro fenomeno comunicazionale: la parodia. Leggendo una parodia del “Don Chisciotte”, si ragiona in stereofonia. In una parte del cervello risuona il testo parodiato, nell’altra il testo originale. La mente fa veloci accostamenti/confronti tra i due, e gode di seguire due pensieri in uno. È infatti impossibile ascoltare una parodia e non pensare al testo originale.

Con le miniature accade più o meno lo stesso. Si osserva una riproduzione in piccolo e si pensa ANCHE alla versione originale. La mente fa confronti a velocità subliminali, e il racconto di osservazioni è doppio, è moltiplicato.

Infine, se i materiali sono posizionati con i giusti accostamenti, può diventare “scultura comica”, e far scattare quella scintilla che è la risata, il sorriso generato dal sapiente accostamento di titolo e immagine.

Scultura comica

Grazie alla mia esperienza di umorista, e grazie soprattutto all’abilità di escogitare titoli comici e sorprendenti, ogni tanto realizzo sculture che fanno ridere chi le osserva. Ne cito una: 2914-18. Prima guerra mondiale tra scoiattoli. Camminamenti. Si tratta di una trincea fatta tutta di bucce di nocciole. È insieme credibile come miniatura, e fonte di sorriso.

Lungi dall’offendermi se qualcuno ride davanti all’arte, ne sono estremamente compiaciuto. Un sorriso non si può falsificare. Se l’altro ride il passaggio della comunicazione tra oggetto e cervello dell’osservatore è senz’altro avvenuto.

Che stacco tra l’arte “barbosa” che si vede in mille gallerie!

Un sorriso diventa la giusta mercede per gli sforzi dell’artista.

La scultura che rimbalza

Quando si parla di scultura si intende di solito qualcosa di pesante (marmo), o di fragile (terracotta), Gli oggetti artistici che presento in questo sito sono del tutto l’opposto. Le mie sculture se cadono a terra rimbalzano. La loro leggerezza è così evidente che possono stare appese ad un filo. È un altro tipo di oggetti, più che moderni: contemporanei, materiali che nel passato non potevano esistere.

Scopro le regole mentre agisco

Sono un autodidatta nel campo della scultura. Non ho studiato “Belle arti”, non sono stato a bottega da uno scalpellino. Mi piaceva e ho imparato.

In questo percorso dell’apprendere, ha stupito anche me lo scoprire delle “leggi” di questo particolare metodo di scultura che mi sono ritrovato a escogitare. Ne cito tre.

PRIMA REGOLA: chiudere i recinti

Inizio con la più particolare, che credo abbia un senso solo per questa mia insolita produzione. Faccio castelli, e sembra che la mia libertà per immaginarli non debba avere regole. Una volta fissando una mia “creazione”, sentivo che c’era qualcosa che non andava. Il risultato per chissà quali misteriosi motivi, non era soddisfacente. L’oggetto consisteva in una torre e in un semicerchio rialzato che la circondava quasi per intero. Ecco il problema: è quel QUASI. Scoprii che il QUASI non aveva il minimo senso. Una recinzione o è intera, o non ha senso. Una catena ha il punto di rottura nel più debole del suo anello. Aver fatto una recinzione e non completarla, ha lo stesso senso di una ruota quadrata, di un ghiaccio bollente o delle convergenze parallele: un assurdo. L’Oggetto DOVEVA avere una recinzione totale (magari con una parte andata in rovina) ma comunque doveva mostrare l’intenzione di aver realizzato una recinzione totale. Per farla breve: ho ripreso la lavorazione del pezzo in questione, e ho DOVUTO completare in qualche modo la recinzione. La mia libertà presunta totale aveva trovato un suo limite. Una prova in più che si può essere liberi solo all’interno di sottouniversi muniti di regole.

SECONDA REGOLA: non fare mai due volte lo stesso quadro

Producendo pezzi artistici, mi son dovuto confrontare con la tentazione di avviare una seconda linea di produzione. Non più solo oggetti complessi – che avrebbero dovuto comportare un alto prezzo – ma affiancare una produzione di pezzi semplici, di facile commercializzazione. Macché! Non mi decidevo, non mi dava alcun piacere. Sarebbero rimasti pezzi anonimi, non avrebbero avuto diritto al titolo, addio unicità. Addio divertimento. Scoprii così che non lo potevo fare. Non si deve mai fare due volte lo stesso quadro, non si può dare due volte lo stesso titolo.

TERZA REGOLA: mescolare oggetti di aspetto antico e giocattoli moderni

L’ho imparato tardi, eppure era semplice da dedurre. L’arte deve stupire, lo stupore è un metodo per stimolare ragionamenti, per comunicare, per istaurare un ponte tra un oggetto e un cervello. Il contrasto comunica, parla molto più della totale consonanza dei concetti. Certo ci vuole metodo: non si deve mirare ad un contrasto di principio, vuoto di senso. Mille cose B, C, D, E… possono far contrasto con l’oggetto A. Abilità dell’artista è scegliere la migliore tra queste. A volte passo ore a rendere omogeneo lo strato di sabbia e colla che conferisce ai miei pezzi un’atmosfera di “antichità”. Finita questa “ambientazione”, questo sfondo che mi è costata molta fatica, provo a depositarci sopra un oggetto post-moderno, di solito un giocattolo di plastica. Molti di questi accostamenti suscitano contrasto, mentre pochi evocano contrasto e riflessioni: mio dovere è trovare quali, e promuovere solo alcuni accostamenti al rango di “comunicazione”.

Paesaggi con castelli e plastiche colorate

Vicino casa mia a Roma, c’è un tratto di un antico acquedotto romano con davanti un parco giochi con scivoli di plastica colorata, altalene postmoderne. Il paesaggio in quel luogo mostra lo stesso mescolamento d’antico e di moderno – di torri color sabbia e giocattoli – che ho tentato di riprodurre nelle mie opere

I materiali riciclati

Nella immondizia contemporanea coesistono molte cose: metalli potenzialmente ancora utili, carta, compost. Nessuno però sembra accorgersi che alcune parti dell’immondizia conservano intatte grosse potenzialità. Il rotolo della carta igienica una volta terminata, si dimostra un cilindro perfetto. Il polistirolo bianco è lì che provoca, e chiama: “Perché non mi dipingi?” L’umile cartone – grazie ad uno strato di colla, o a interventi di forbici e taglierino, può divenire praticamente ogni cosa. La cenere addirittura, è uno splendido color grigio, magari reso lucido da una mano leggera di vinavil come plastificante. Ecco i materiali, ecco un angolo del balcone dove si può operare, ecco le mani che prudono.

L’attesa che il cassonetto ti regali la tela

Se uno è deciso a “comprare” troverà prima o poi chi è pronto a vendere. Il rifornimento di materiali manifesta, in questa arte della Manipolazione dell’Immondizia, delle caratteristiche anomale. Troppo facile andare in un negozio di materiali artistici, troppo semplice limitarsi a buttare via un tubetto spremuto di colore per aprirne uno nuovo di zecca.

Nella metodologia di creazione artistica come la vivo io, esistono tempi diversi, magari più lenti, che conferiscono un che di magico, di sorpresa metafisica, quando – finalmente – la nettezza urbana ti regala il materiale che stavi cercando, oppure uno ancora migliore di ciò di cui ti saresti accontentato.

Per mesi ho “aspettato” delle lastre di polistirolo sufficientemente sottili da ritagliarne i blocchi di ghiaccio per farne un igloo di polistirolo. E ancora cerco, perché non li ho trovati come volevo io. Non c’è problema. Nel frattempo si perfeziona il modello di scultura che ho nella mente, e l’igloo verrà senz’altro più bello.

Si buttano via anche i giocattoli

Gli zingari, che nel mio quartiere hanno il diritto di prelazione sul contenuto dei cassonetti, pensano loro a riciclare i giocattoli ancora pregni di un valore commerciale. Gestiscono loro la nuova messa in circolo di tricicli e bambole. Eppure nei giochi che anche gli zingari disprezzano, c’è ancora un significato, ed io me ne riapproprio. Amo in particolare i pezzi molto piccoli. Spesso sono miniature essi stessi e altre volte ancora sono diventati così astratti che è quasi impossibile risalire al loro uso originario. Così mi piacciono; a quel punto sono plastica (in quanto materiale) plastica (nel senso di flessibile, adatto a molti scopi, modellabile). Quando trovo la plastica plastica sono felice, come un vasaio davanti ad un blocco di argilla da modellare.

Elogio del polistirolo

Ufficialmente è una “poliaddizione dello stirolo” (definizione dello Zingarelli che lascia l’ignoranza più grande che pria). Forse è così che lo vede un chimico, mentre un industriale ci trova il vantaggio della modellabilità e della capacità di sopportare gli urti.

Io sono un artista e lo vedo in tutt’altra maniera. Per me è un materiale leggero, gratuito, premodellato, di un bianco che sa di pulito.

Per dirla in maniera colta “è l’arte fatta da se”, è un supporto così artistico che batta un piccolo tocco per promuoverlo a oggetto d’arte. Fa prudere le mani dalla voglia di modificarlo, di farlo mio. È come se mi si presentasse una nuova “parola” che sono bramoso di usare per comunicare.

Tecniche di produzione: l’affumicatura del polistirolo

L’eccessiva regolarità del polistirolo può venir mitigata da una banale candela. La fiamma fa raggrinzire quel bianco omogeneo, lo compatta. Se serve, il fuoco può scavare il polistirolo fino a tracciare caverne, ad aprire buchi che simulano finestre, incendi o terremoti. Se provate l’affumicatura del polistirolo, state attenti a tre cose:

Il polistirolo può prender fuoco, in tal caso basta soffiare e la fiamma si spegne.

La cera può cadere per terra (ed è complessa poi da scrostare) o sull’oggetto che state bruciacchiando. In tal caso poi colla e colore prenderanno “male” sul polistirolo perché la superficie è resa grassa dalla cera.

Superati questi piccoli inconvenienti, non buttate via la candela. Ad opera finita un secondo passaggio sulle superfici ormai incollate e fissate dal vinavil, conferirà al tutto un sovrastrato fumoso, bello a vedersi e utile a coprire imperfezioni. In questo caso la candela va posizionata in maniera che la parte alta della fiamma – che contiene tracce di cera combusta – scivoli sulla superficie depositando il suo prezioso nerofumo.

Tecniche di produzione: mani su mani di vinavil

Le sculture che realizzo hanno bisogno di molta pazienza, e di un tempo di realizzazione spesso indefinibile finché il lavoro non è portato a termine. Gli oggetti tridimensionali – anche supponendo che abbiano una banale forma cubica – mostrano sei facciate. Ognuna ha diritto a due mani di colla e sabbia, più una o due mani di colla diluita come fissativo. Non si può preparare tutto in una volta, perché bisogna dare il tempo alla colla di asciugare ma soprattutto ogni facciata va trattata a parte, facendo in modo che la colla coperta di polvere asciughi in orizzontale. Alcune superfici, tipo le bottiglie di plastica, “respingono” la colla, che tende a scivolar via.

Ci vuole una gran pazienza, e spesso molte più mani di quelle previste.

Tipico dell’oggetto d’arte è che solo l’autore sa quando questo è “finito”.

Un osservatore esterno potrebbe situare questo momento molto presto, ma è l’autore che – confrontando il prodotto col modello che ha in mente – decide quando l’opera è completa.

Preistoria dell’arte

Dipingersi il corpo. Prima delle grotte affrescate di Lescaux – 30.000 anni fa – ci devono esser state le feste del Paleolitico. 60.000 anni fa, nel momento in cui i giovani della tribù venivano riconosciuti come “adulti”, la responsabilità di come agghindarsi era ancora individuale. Non si andava alla boutique, niente parrucchiere – figure nate con la “divisione sociale del lavoro” – ogni persona si doveva trovare lui personalmente i fiori da infilare nei capelli, le terre colorate da spalmare sul viso, o magari realizzava una collana bucando i denti dell’orso che aveva appena ucciso. Non solo gli oggetti e le decorazioni floreali erano uniche, ma ancora non era stato “inventato” l’artista, lo specialista del settore. Ancora non c’era il professionista, l’addetto in maniera esclusiva all’arte, l’affrescatore di Lescaux doveva ancora nascere, la libertà – anzi l’obbligo - di creare oggetti artistici era totale. Chi non faceva la sua parte in campo artistico, avrebbe “non abbellito” una parte della festa.

Oggi che la specializzazione nel lavoro è spinta al massimo, diventa necessario riappropriarsi del diritto di creare oggetti belli, alla portata di tutti e insieme unici, come unico è il cervello di chi li produce.

Tridimensionale: dai collage alle sculture

Ho cominciato a fare fotomontaggi un giorno che ero a casa con l’influenza. Ritagliai una faccia di Fanfani dalla copertina de “L’Espresso” e la posizionai sul corpo nudo del paginone centrale di “Playboy”. L’insieme era grottesco, ma anche piacevole a vedersi. La portai all’allora quotidiano “Lotta continua”, che aveva una pagina di satira – “L’avventurista” – diretta da Vincino. Lui mi parlò di un nuovo giornale di satira che stava nascendo: “Il male”, e mi sono ritrovato “fotomontatore”. Era il 1978. Venivo da una cultura del tutto letteraria: una laurea in Storia, presa perché nel futuro lavorativo mi piaceva immaginarmi “professore di Storia e Filosofia”. Non avevo assolutamente nessuna competenza nella comunicazione per immagini.

Di storia dell’Arte sapevo pochissimo, nulla di prospettiva, non sapevo tenere una matita in mano. Per fortuna il fotomontaggio ha strane regole. Tu fotomontatore trovi la realtà già raffigurata, a te tocca interpretarla, accostarla ad altre immagini e altre realtà, creare con quei frammenti un nuovo significato. Per di più – nel mio caso - un significato politico…

Al Male vigevano insolite regole. Non contava tanto la qualità dell’immagine, quanto la battuta che supportava, il che riduceva tutto all’unico comandamento: “Fa ridere o no?”

Su questa esigenza iniziai a costituirmi un archivio fotografico di immagini strappate alla stampa illustrata dell’epoca.

L’archivista di un giornale illustrato non aveva la libertà di cui ho potuto usufruire io. Lui aveva la possibilità di ritrasmettere foto stampandole sulla carta. Io ricavavo da pagine morte – di cui ritagliavo l’essenziale e il riciclabile – i soldi per vivere. Svuotavo i cassonetti di vecchi numeri del “Venerdì”, li sfogliavo, strappavo le immagini potenzialmente utili e le catalogavo nel mio archivio. Un fotomontatore vive sul suo archivio, come le formiche d’inverno campano del magazzino viveri che hanno accumulato.

Ero tutto il giorno impegnato a ritagliare ed accostare ritagli di carta. Carta. Ancora carta. Carta colorata e fotografica dappertutto, tenuta in ordine con migliaia di buste di nylon trasparenti.

Dopo 20 anni di quel tipo di lavoro, tutto legato al bidimensionale, scoprii la passione di realizzare oggetti tridimensionali.

Risalgono al 1996-97 le mie prime produzioni assimilabili alle sculture: castelli, lampade, scacchiere.

Tridimensionale: dal virtuale al concreto

Poi sono passato ai fotomontaggi digitali. Una decina d’anni fa le forbicine vennero scavalcate da Photoshop. Solo l’immagine digitale permetteva dissolvenze e una fantastica velocità di esecuzione. Prima se avevo la foto di una “mano” ma era troppo grande per l’uso che mi interessava, dovevo andare dal “fotocopiaro a colori”, mettermi in coda, fare la riduzione, pagare, tornare a casa e incollare l’immagine con la grandezza ottimale. Con Photoshop il tutto si riduceva al comando modifica/trasforma/scala. Un bel vantaggio. Imparato Photoshop da autodidatta, ho iniziato anche ad insegnarlo nelle scuole.

Il risultato è però che - ormai da una decina d’anni - passo il mio tempo lavorativo contemplando un monitor. Può essere aperto Word, Photoshop o Dreamweaver, il risultato non cambia: sempre oggetti immateriali sono. È roba virtuale. Se va via la luce scompaiono, anzi sono vivi solo mentre li apro e li modifico, o quando li stampo o li pubblico su carta o web. La scultura è tutta un’altra – magnifica – cosa. Esiste, si tocca, si accarezza, resta uguale e disponibile anche durante un black-out. La scultura è concretezza, ha un retro (che le immagini bidimensionali non hanno), si può mettere in mano ad un bambino o ad un analfabeta e non avranno bisogno di conoscere il software per apprezzarla.

La scultura diventa un riposo per un’anima troppo annoiata dal virtuale.

Indovinelli d’arte

Accennavo alla mia ignoranza in storia dell’Arte. La passione per l’Arte classica mi si è sviluppata grazie ad un gioco: gli “Indovinelli d’arte”. E’ un’idea che è merito del mio amico Paolo de Manincor, professore di Storia dell’Arte. Alla sua idea io ho aggiunto la capacità di ritoccare immagini. Oggi la grafica digitale permette di operare con grande libertà: si può modificare un "originale" realizzando un "falso" intelligente, tale da poter sostenere il confronto - a volte semplice, talvolta più complesso - con il vero dipinto di Leonardo o di Michelangelo. L’utente vede due versioni della Gioconda, una ha le mani lievemente grandi, l’altra le mostra piccole. Qual è l’originale? Fossimo stati Leonardo, quale avremmo scelto?

Viene così stimolata la capacità di osservazione del fruitore, altrimenti stressata dal bombardamento quotidiano di immagini offerte dai media. In realtà crediamo di conoscere i capolavori, ma non è così.Per questo insieme a Paolo de Manincor abbiamo escogitato questo metodo didattico alternativo, efficace perché basato sul gioco. Conoscere le possibili alternative, vederle una accanto all’altra, aiuta a riappropriarsi dei capolavori e quindi ad amarli.

Nel gioco vengono esplorate le intenzionalità espressive, con ragionamenti del tipo: ’’Se l’artista avesse agito così, che effetto avrebbe suscitato?’’.

Se l’originale viene ritenuto il falso, il gioco è riuscito; ed è come visualizzare i disegni preparatori di Michelangelo, ragionare sul significato semantico di colori e posizioni, effettuare simulazioni. Decifrare i perché di scelte semantiche e iconografiche, vuol dire esaminare le alternative, riflettere e sceglierne una. E’ possibile immedesimarsi nell’autore, sentirsi vicini ad un Michelangelo, sperimentare la diversa percezione prodotta da un blu o da un rosso, da un braccio esile o robusto, da una gonna lunga o corta, e così via. Contemplando due alternative, si ripercorre il processo creativo dell’autore come un susseguirsi di bivi mentali, di scelte tese a raggiungere l’ideale di bellezza.

È stato uno splendido allenamento per la mia attività di sculture. Un tempo mi chiedevo: “Fossi stato Michelangelo avrei scelto un abito rosso o verde per vestire il mio profeta?”

Oggi mi chiedo: “Questa scatola di polistirolo ha la sua forma perché era un imballaggio. Se fosse la miniatura di un castello, dove piazzerei le torri?”

L’abitudine a vedere una cosa e immaginarne tutta un’altra, mi è stata di certo potenziata da questo gioco che resta una delle cose più belle che ho messo sul web a disposizione del divertimento di tutti.

La prima creazione concreta: una scacchiera

Anche una scacchiera è qualcosa che tocchi, con cui si interagisce. Anzi. Essa manifesta le intenzioni del nemico, esige attenzione.

Giocare con una scacchiera autoprodotta ha un fascino tutto suo. Fissi il cavallo del nemico e insieme vedi un pezzo di gioco e una piccola opera d’arte, una doppia emozione che vi invito caldamente a provare.

Un consiglio: il cavallo è il pezzo più complesso da produrre. Qualunque sia il modulo di partenza – io ho usato bicchierini di plastica da caffè – l’unità base, cioè il singolo bicchierino, funge da pedone, gli altri sono variazioni sul tema. Se decidete di affrontare questo tipo di creazione , tenete presente il consiglio. Magari lasciate per ultima la creazione dei cavalli, o invece affrontatela per prima, sapendo però che state confrontavi con lo scoglio più pericoloso.

I Castelli di sabbia che si facevano da bambini

La prima ondata di pezzi che ho realizzato, risale al 1997.

Sono ispirati ai castelli di sabbia che si facevano da bambini sulla spiaggia, col vantaggio però di esser diventati indistruttibili.

Si inizia con un’anima di cartone, piegato e ritagliato come si desidera. La base viene poi ricoperta, più e più volte da colla e vinavil, impanata come fosse una cotoletta.

I risultati di quel gruppo di opere sono comunque notevoli. Non mi spingevo ancora ad accostare ai materiali che danno un’impressione di antico – la sabbia – lo schiaffo della supermoderna plastica che forma il substrato solido di tutti i giocattoli contemporanei.

Di moderno c’era l’uso della luce elettrica. Molti dei castelli fungono da lampada, così come quelli più recenti si offrono quali portapenne. Questo sempre nell’ottica di non produrre oggetti da parete, ma utensili concreti, con i quali si può entrare in contatto tutti i giorni, magari solo per accenderli e godere della luce che promanano.

Il girone infernale delle gallerie d’arte

Non si può creare l’arte e poi ricorrere ad un gallerista. Il professionista della commercializzazione dell’arte è portatore di un messaggio vecchio, parla di un mondo che non ci interessa. Spingendo al massimo la divergenza tra chi è chiamato a produrre arte e chi solo a goderla, incappa in una passivizzazione del pubblico, che non diverte, che isola, discrimina, annoia.

Chiedere a chi produce di sprecare il suo tempo per vendere è insieme un assurdo economico e anche artistico. Se il creatore dell’oggetto d’arte è un bravo venditore, tanto vale impiegarlo in un’agenzia immobiliare; se non sa vendere ecco che si ritrova discriminato. Produce valore e deve astenersi da questo per mettere giacca e cravatta e battere le Gallerie d’arte. Anche il “mercante d’arte” non riesce più a trovare un suo spazio. Vende una merce sempre più misconosciuta, deve inseguire anziane signore ingioiellate dei Parioli, che non sa più con che linguaggio stimolare. Gli rimane solo la necrofagia, parlare di un “pittore prossimo a tirare le cuoia” per stimolare persone che sanno vedere nell’oggetto d’arte solo un investimento.

Non si compra perché è bello, ma perché crescerà di valore; e il piacere dell’arte dove finisce? Nei listini di borsa?

Investire in arte: necrofagia

Ecco a cosa si è ridotta la “circolazione” dell’arte contemporanea: comprare un quadro sperando che in futuro il suo prezzo cresca. Che orrore!

Adottare questa filosofia vuol dire ritrovarsi a guardare un oggetto d’arte con lo stesso occhio bramoso con cui l’investitore osserva le obbligazioni Fiat. Se l’occhio non è puro, se l’avidità lo appanna, l’arte non può dare soddisfazione. C’è un vecchio detto secondo cui le tele di un pittore crescono di prezzo alla sua morte. Aver acquistato come investimento, l’opera di un artista contemporaneo, vuol dire ritrovarsi a sperare che muoia.

Che bel risultato!

Nella coppia artista/mercante, uno nel suo atelier tocca ferro e si gratta, l’altro - pronto a mangiare cadaveri, prassi dal lugubre nome di “necrofagia” – resta in attesa della bella notizia: “…grave lutto nel mondo dell’arte…”

Se si vuole ricavare fede dalla religione, non si deve sputare sull’altare, se si cerca soddisfazione nell’arte, allora impariamo a guardare le creazioni con l’occhio del bambino, non con quello del becchino.

Il baratto e la banca del tempo

La via di una banale e brutale commercializzazione degli oggetti artistici, è ormai preclusa. Fa parte di tutto un modo di considerare l’arte e il mercato che il futuro dimostrerà vana e inconcludente. È finita l’epoca del gallerista che vende i quadri del pittore.

Alternative?

Intanto la situazione è semplificata dal fatto che non realizzo oggetti d’arte per campare, posso farne quel che voglio, non devo assolutamente venderli per sbarcare il lunario. Guadagno il giusto lavorando come professore di materie concernenti l’informatica.

A proposito di informatica, un po’ di Internet aiuterà in questo problema di commercializzazione. Cosa diversifica una galleria d’arte da un bel sito con ottime riproduzioni degli oggetti?

Poco o nulla.

Se quello telematico può essere un modello di futura galleria d’arte, con ciò non termina la riflessione.

Permettetemi di prendere alla lontana la questione di vendere l’arte per il vil denaro.

In fondo cosa sono i soldi?

Si dice che il denaro sia l’insieme di tre entità: materia, energia e tempo.

È materia perché è storicamente legato ai metalli preziosi, primo simbolo manovrabile dell’economia: un tot di monete d’oro, ecco cos’è il denaro.

Ma i soldi sono oltre che materia anche energia concentrata. Tramite una certa quantità di denaro io posso mobilitare l’energia di un tassista, ed ecco che il trittico uomo/macchina/tassametro è pronto a bruciare una quota della propria energia interna per condurmi dove voglio.

Più complesso è definire il rapporto tra denaro e tempo. Intanto si è soliti – nel lavoro dipendente – vendere il proprio tempo in cambio del denaro costituito dallo stipendio. La metafora può essere estesa a tutti i tipi di lavoro: anche se vado da un noto avvocato, sto comprando il suo tempo – quello che dedicherà al mio caso – usando monete ricavate in precedenza, vendendo il mio tempo in cambio di un determinato compenso.

Ecco quindi che il vil denaro  non è che tempo condensato, solidificato, trasmutato in banconote.

Resta il problema della quantificazione di questo tempo/denaro.

Per trovare termini di paragone, vi cito il mio lavoro di consulente informatico. Anche qui fare un preventivo, stabilire quanto vale il tempo che passerò a lavorare per i bisogni del cliente, è sempre stato molto difficile. L’ideale sarebbe che il cliente si scopra per primo dicendo LUI quanto intende stanziare per la mia consulenza, e permettendo a me di muovermi con una semplice accettazione  o rifiuto della proposta. Sarebbe un comodo stratagemma per passare a lui la grana della quantificazione, ma nella realtà commerciale non avviene mai così. Chi chiede denaro, deve indicare lui quanto vuole.

Il consulente si muove un po’ come l’architetto di questa breve barzelletta:

«Tre professionisti stanno per essere esaminati, a turno, da un grosso committente, che vuol verificare le loro competenze. Sono un matematico, un ingegnere e un architetto.

Al matematico la commissione chiede:

“Quanto fa 2 + 2?”

E il matematico:

“Di sicuro 4.”

All’ingegnere la commissione chiede:

“Quanto fa 2 + 2?”

“Circa 4”

All’architetto la commissione chiede:

“Quanto fa 2 + 2?”

E l’architetto: “Dipende. Lei quanto vuole che faccia?” »

Insomma: a quanto vendere i miei oggetti artistici – sempre che non vi abbia inspirato a farne voi di altrettanto belli – è un grosso problema.

La soluzione è il BARATTO e vado a spiegare come.

Se l’acquirente offre denaro – che è insieme una merce adatta al pagamento e che è semplice quantificare, il problema diventa complesso (curioso questo passaggio da “semplice” a “complesso”. Ma se il cliente anche lui paga con una quantità materiale di difficile quantificazione, ecco che due complicazioni diventano “semplicità”. È come in matematica, dove “+1” e “-1” si annullano.

Prendiamo il caso di un avvocato che mi dicesse “voglio una tua scultura, in cambio ti rilascio un “buono” per una consulenza legale gratuita”. Ecco: questo è un baratto che sarei prontissimo ad accettare, come un dentista che mi offra un buono per una dentiera, o un traslocatore che offre in cambio un trasloco gratis o semi-gratis. Notate che per ora non ho bisogno di dentiere, né di assistenza legale. Quindi io consegno cose pronte subito, e il pagamento avviene in differita.

Benissimo!

Non ho problemi anche ad accettare pagamenti differiti, tutto è meglio del tenere begli oggetti nella mia soffitta aspettando che si facciano avanti acquirenti.

L’arte, come la intendo io, deve viaggiare, stimolare, comunicare. Tenerla ferma è un delitto, tenerla nell’ombra uno spreco inammissibile.

Il baratto può, in questo caso, sperimentare forme nuove di transazioni e sbloccare situazioni. Può essere una forma vincente di scambio. La scultura che vedete alla pagina, è stata compensata con una tv e un lettore dvd usati ma in eccellenti condizioni.

Lo stesso avviene con la “Banca del tempo”, modalità che si va diffondendo. Qui la quantificazione è superata con una regola di base: un’ora vale tanto quanto un’altra ora. Un’ora di idraulico che mi aggiusta il lavandino vale quanto un’ora di lezioni di informatica.

In questo scambio arte = servizio, il passaggio non è misurato in ore. È difficile dire quante ore mi ci son volute per creare l’oggetto, e difficile è anche vedere quante ore di studi abbiano creato la competenza legale di un avvocato, e quanta parte di questa si riversa nel suo seguire il mio eventuale processo.

Bene, basta con le chiacchiere. Se volete un mio oggetto potete offrirmi del denaro (non meno di 100 euro al pezzo, comunque). Oppure, se “sapete fare qualcosa” potete offrirmi la vostra competenza – attuale o futura – ed io valuterò con piacere la possibilità di uno scambio.

W il baratto! Abbasso le gallerie d’arte!