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In questa pagina ho raccolto una serie di
notizie su Hitler


Il tutto parte da una mia  passione per la Storia, a cui ho dedicato una serie di pagine web e una mailing list di cui sono il moderatore, e soprattutto dalle riflessioni suscitate da un volume di Ron Rosenbaum, “Il mistero Hitler”, Mondadori.
Non ho problemi ad ammettere che, benchè studi e legga notizie su di lui da anni, non sono ancora riuscito a farmi un’idea univoca su cosa spinse il dittatore tedesco a diventare quello che fu.
Ho capito che il tutto si gioca tra il
1918, quando - ancora convinto che la Germania poteva vincere, si ritrovò ferito e accecato dai gas in un ospedale tedesco e seppe che il suo Stato aveva chiesto la pace, e il
1919, quando divenne un informatore dello Stato maggiore tedesco, incaricato di raccogliere notizie sui gruppi antibolscevichi di Monaco.
Era antisemita perchè era un modo facile per "essere accettato" e ascoltato nelle birrerie bavaresi?
Credeva in quello che diceva?
Era un attore o un fanatico?
Come mai ebbe successo e dove sbagliò?

Per farvi un esempio di interpretazioni divergenti, secondo lo storico Fackenheim Hitler non credeva neppure nel suo antisemitismo, e si atteggiava di fronte allo specchio.
Invece secondo lo storico Bullock era un grande attore che credeva nella parte che recitava.

Insomma non sono il solo a non aveve una visione univoca e definitiva, ed esente da dubbi, su Hitler.
In questo senso il volume di Ron Rosenbaum, “Il mistero Hitler”, è stato per me rivelatore.
È un libro basato su interviste ai più celebri biografi di Hitler. Ne emerge un quadro desolante e insieme curioso: gli storici non sono affatto concordi sulla risposta al quesito: “Che cosa fece di Hitler Hitler?».
Ecco che di un personaggio pubblico, morto meno di un secolo fa, di cui sono stati catturati tutti gli archivi segreti, con le registrazioni dei suoi colloqui allo Stato maggiore tedesco: e tanti documenti di prim’ordine, incredibilmente vasto e incomparabilmente maggiore di quel che abbiamo su Stalin; eppure su di lui non esiste ancora un giudizio unanime.
Con la modestia degli storici seri, bisogna accettare questo stato di cose e... continuare a studiare!

A seguire trovate il brano di Rosenbaum, e altre notizie su Hitler. E’ materiale raccolto in maniera disordinata, con un’abbondanza di citazioni sullo staff del dittatore.
Perché tante pagine sullo staff di Hitler?
È materiale per uno studio ancora da iniziare che parte da questa domanda: se non riusciamo a capire Hitler, forse potremmo decifrarlo meglio studiando il suo staff.
Un leader si giudica anche dagli uomini che sceglie a governare al suo fianco.

Potete trovare altre informazioni sul perchè di queste pagine nell’indice di "Cosa insegna la storia", uno spazio web e una mailing dedicata agli "storici dilettanti". Ho messo on line anche estratti di libri sui campi di concentramento:

Buona lettura

Francesco Cascioli

126

CHE COSA FECE DI HITLER HITLER?

Quanto meno sapeva di Hitler, tanto più ci si mostrava convinti di averlo "inquadrato". Siamo in presenza di un abbandono della "capacità negativa": la capacità di sopportare l’incertezza senza una ’"irascibile ricerca" della certezza.

CHE COSA FECE DI HITLER HITLER

“Che cosa fece di Hitler Hitler?». Si chiede Ron Rosenbaum, e spiega:
“…rimasi colpito nel constatare quante persone colte citavano come verità di Vangelo l’interpretazione di Hitler proposta da uno solo dei tanti volumi sull’argomento. Quando discutevo con “non specialisti” ero stupito di quanto spesso molti di loro fossero convinti di essersi fatti un’idea precisa e definitiva di Hitler, soltanto perché avevano letto un libro, quello della Miller o quello di Erich Fromm o di qualcun altro, oppure per essere venuti a conoscenza di qualche teoria ardita ma sostanzialmente fasulla, come quella del «sangue ebraico» o la storia della sua perversione sessuale.
Mi resi conto che, più mi addentravo in quelle storie, e nel mare magnum delle spiegazioni e delle prove addotte per giustificarle, più aumentava la mia incertezza. E cominciai a percepire che la gente, quanto meno sapeva di Hitler, tanto più si mostrava convinta e certa su di lui, liquidando ogni questione con affermazioni semplicistiche (era paranoide, o una semplice pedina dei grandi interessi economici, e così via).
Mi affascinò questo fenomeno di ricorrente abbandono della «capacità negativa» (la qualità che fu definita per la prima volta da John Keats come la capacità di sopportare l’incertezza senza un’”Irascibile ricerca” della certezza). [Ron Rosenbaum “Il mistero Hitler”, p. 39]

 

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Hitler

L’Hitler pubblico, secondo lo storico Fackenheim, era una creazione a cui collaboravano insieme l’attore e l’uditorio. Hitler non credeva neppure nel suo antisemitismo, e si atteggiava di fronte allo specchio

Posi allo storico Fackenheim la una domanda fondamentale: «Lei vuoi dire che Hitler stesso non credeva neppure lui nel suo antisemitismo?».
«Non credo che conoscesse la differenza fra recitare e credere.» Proseguì ricordando un particolare riferito in un memoriale scritto da uno degli intimi di Hitler, secondo cui «prima dei comizi, Hitler si atteggiava di fronte allo specchio». Citò le cronache di una delle prime adunate, in cui «all’inizio Hitler ha un’espressione interrogativa, poi riesce a suscitare una genuina approvazione nel pubblico, e allora si rilassa e sorride. Era un uomo che veniva considerato un signor nessuno quando nella vita privata si trovava in compagnia di persone qualsiasi, soprattutto donne. Diventava un dio davanti alle masse».
L’Hitler pubblico, ribadiva Fackenheim, era una creazione a cui collaboravano insieme l’attore e l’uditorio. «Ovviamente» aggiunse con una punta di raggelante ironia «è sconvolgente pensare che sei milioni di ebrei siano stati assassinati a causa di un attore.»

Ron Rosenbaum “Il mistero Hitler”, p. 397

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Hitler

Hitler era un commediante. La doppiezza è umana

Parlai a Bullock  della teoria di Emil Fackenheim, secondo la quale Hitler era un commediante: l’odio di Hitler per gli ebrei era, come tutte le convinzioni da lui professate, un cinico atto di opportunismo.
Ma la risposta di Bullock mi colse di sorpresa.
«Ah!» disse. «Era un grande attore che credeva nella parte che recitava. Questa è l’unica cosa che si può dire di lui. Era un grande attore, ma... aspetti, c’è una magnifica citazione di Nietzsche che ho sottomano.»

Da un altro scaffale del suo studio prese un volume di Nietzsche e lesse ad alta voce un passo (da “Umano, troppo umano”) che sembrava racchiudere la sua nuova, riveduta visione dell’universo mentale di Hitler:

“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. ... Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza [i corsivi sono miei].”

Il processo mentale qui descritto è complesso, dinamico. Comincia con quello che sembra un cinico calcolo opportunistico: ciò che più importa non è credere, ma esser visti credere; cioè, la finzione del credere è più importante della sincerità. Ma, se c’è un calcolo dietro il comportamento iniziale (quel calcolo che per Fackenheim è essenziale alfine di tener ferma l’immagine di Hitler come consapevolmente malvagio), ciò che segue è un «fenomeno degno di nota» nel corso del quale l’attore-mistificatore si fa trasportare dal suo modo di agire, ne è ossessionato, sopraffatto, fino a credere alla sua stessa mistificazione.

La nuova visione dialettica del processo mentale di Hitler acquisita da Bullock prende le mosse dalla sua concezione originaria (quella di Bullock I, come potremmo chiamarla), che vedeva in Hitler un astuto calcolatore, un abile attore-mistificatore, molto simile allo scaltro criminale descritto dai giornalisti della «Munchener Post»; incorpora poi l’Hitler di Trevor-Roper, quello «sincero», posseduto dal demonio, che con la sua oratoria affascina le folle; e infine, facendo reagire tesi e antitesi, perviene a una sintesi, l’Hitler di Bullock Il: l’attore che finisce per credere sinceramente a ciò che fa.

Il cambiamento decisivo nel suo modo di pensare, mi disse Bullock, avvenne alla luce del ruolo svolto dall’ideologia nell’universo mentale di Hitler: la questione che è al centro dell’interesse dì Trevor-Roper. «Ho cambiato idea su Hitler: prima pensavo che fosse interessato unicamente al potere... Adesso credo nel ruolo decisivo dell’ideologia. Credo che essa lo corazzasse contro il rimorso, contro il senso di colpa, contro tutto. Hitler era incrollabile nella sua ideologia, nella sua fede di essere l’uomo inviato dalla Provvidenza. La fede in se stesso: credo di averlo chiarito meglio nel mio secondo libro [“Hitler e Stalin”] che non nel primo. Nel primo ero molto… non avevo ancora afferrato bene questo punto.»

Rimasi colpito dall’umiltà di Bullock, ma non ero ancora convinto. che questa nuova, più complessa interpretazione della mentalità di Hitler non fosse contraddittoria.

«Intende dire» gli chiesi «che c’è un calcolo, il quale poi genera un’ossessione, che alla fine diventa autentica, e non semplicemente recitata?»

«Penso esattamente la stessa cosa di Stalin» rispose. “Stalin era molto diverso, sotto vari aspetti. Poiché non era un oratore, non aveva assolutamente alcun carisma; vi era solo il culto di Stalin, che egli stesso alimentava e che gli dava la sicurezza di essere apprezzato. Un apprezzamento che, all’inizio, era artificiale, non spontaneo. Alla fine diventò naturale per moltissima gente. E per lui stesso: egli era consapevole di quel che stava facendo [creare un culto del proprio genio], ma, nei momento stesso in cui era consapevole di ciò che stava facendo, sapeva che la cosa era vera: che egli era un genio.»

«Nel momento stesso?”

«Non ci vedo alcuna difficoltà» disse Bullock. «Gli uomini sono perfettamente capaci, nella vita pubblica, di avere due convinzioni. fra loro incompatibili. E, per quasi tutto il giorno, le ho anch’io.»

«Ma si può essere sinceri e insinceri nello stesso tempo?»

Credetti, a quel punto, di averlo messo in difficoltà, ma egli ebbe ancora la meglio su di me, servendosi del racconto di un funerale.

Mi raccontò di un funerale che aveva avuto luogo quella mattina stessa. Un suo collega era annegato mentre nuotava in acque molto mosse. Bullock aveva preso la parola durante la funzione funebre. «Ho fatto anch’io quell’esperienza stamattina, mentre parlavo» mi disse. «Le parole mi venivano dal cuore, perché ero veramente molto addolorato. La moglie del mio collega, che aveva avuto quel colpo terribile, era di fronte a me e mi guardava. E, mentre parlavo, dicevo a me stesso: “Mi stanno ascoltando? Sto avendo successo?”. Sarò franco con lei. Non credo di essere un uomo insincero, ma sono perfettamente consapevole di quello che faccio, e volevo avere successo. C’è qualcosa dell’attore in molte persone. È come se in me ci fosse un diavoletto che salta su e mi dice: “Come ti sembra che vadano le cose? Te la cavi piuttosto bene, no?”,»

«Il diavoletto della perversità?» gli chiesi. «Non è così che lo chiama Poe?»

«Proprio così. Ed è stato descritto più di una volta. Ce ne parla anche Goethe, per esempio.»

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Hitler

La eccessiva sicurezza fa fermare l’esercito tedesco davanti a Mosca

Anche se non ero dei tutto convinto che il diavoletto della perversità di cui mi parlava Buliock fosse commisurato alla volontà di sterminio di Hitler, la dinamica che mi stava descrivendo sembrava adeguata a spiegare quella che, a suo parere, fu la causa della definitiva sconfitta militare di Hitler. Secondo Bullock, la svolta decisiva, il vero inizio della fine, cominciò per Hitler dopo le sue prime esaltanti vittorie sul fronte russo nel 1941, e forse proprio a causa di esse.

Prima di allora, secondo Bullock, era un uomo piuttosto cauto e calcolatore: per esempio, sappiamo che nel 1936 Hitler sarebbe stato pronto a ritirarsi immediatamente se la Francia avesse mostrato un segno qualsiasi di opposizione militare alla rioccupazìone tedesca della Renania. «Fino a quel momento [il 1941], egli fu esitante, e quindi spietato» disse Bullock. «Ma, una volta intrapreso l’attacco alla Russia, io credo che Hitler abbia pensato: “Ci siamo!”. A quel punto egli divenne così pieno di fiducia in se stesso e nel suo destino vittorioso, che si autodistrusse. E veramente interessante: fa fermare l’esercito tedesco davanti a Mosca, gli vieta di ritirarsi, non tiene in alcun conto il parere di tutti i suoi generali, insiste perché resistano sul posto. Vede, se fosse stato più flessibile, se fosse stato pronto a tornare sui suoi passi, non è irragionevole pensare che Stalin avrebbe potuto stipulare una pace di compromesso. E una delle cose che rimangono misteriose. Ma in tutto questo la cosa straordinaria — dove emerge l’elemento della hybris — è che egli ormai non manipola più la sua immagine ma crede interamente in essa, e così facendo si distrugge. Fu distrutto dalla propria immagine. Finché credeva e recitava [ebbe successo], ma quando si trovò alle porte di Mosca smise di recitare: da quel momento in poi, fu la Volontà, solo la Volontà”.

Ron Rosenbaum, “Il mistero Hitler”, p. 154

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Hitler

Una ipotesi: far risalire i momenti di insicurezza nelle scelte di Hitler all’influenza ebraica

Da questo punto di vista, per comprendere il legame fra l’incertezza di Maria e quella di suo nipote Adolf, è necessario tener conto delle stravaganti teorie sulla sessualità, a sfondo fisiologico-mistico, di Hitler. Il teorico antisemita da lui preferito, Julius Streicher, aveva pubblicato in «Der Stùrmer», ad ammonimento dei suoi lettori, alcune storie di donne ariane che avevano avuto rapporti sessuali con ebrei e che, dopo ripetuti incontri amorosi, avevano scoperto con orrore che il «seme ebraico» si era insinuato nel loro sangue e che, di conseguenza, stavano diventando ebree.

Lo storico del Williams College Robert Waite, uno dei più convinti sostenitori della plausibilità del racconto di Hans Frank come spiegazione soddisfacente dell’antisemitismo di Hitler, cita un passo del Mein Kanipf nel quale Hitler parla dello straordinario potere esercitato da una presenza, anche minima, di sangue ebraico, e del modo in cui esso si infiltra nell’organismo sovvertendone la componente ariana: un passo nel quale, secondo Waite, Hitler parla di una lotta che stava avvenendo in lui stesso. Egli descrive la lotta che avviene, all’interno di un «essere razzialmente diviso», fra la componente ariana e la componente ebraica, e l’infallibile sintomo che permette di individuare la presenza di sangue ebraico: “Soprattutto i primi prodotti di incroci, per esempio nella terza, quarta, quinta generazione [lui, naturalmente, apparteneva alla terza generazione], debbono soffrire amaramente: non solo sono privi del valore proprio del più nobile fra i primitivi elementi dell’incrocio, ma, mancando loro l’unità del sangue, manca pure l’unità del volere e della forza della decisione, necessaria alla vita. In tutti i momenti critici, in cui l’essere di razza pura prende decisioni giuste e unitarie, l’essere di razza mista diventa esitante e prende mezze misure».

Secondo Waite, il retaggio di incertezza sulle scelte sessuali di Maria Schicklgruber avrebbe posto Hitler in uno stato di continua, ossessiva vigilanza. Egli sarebbe stato sempre alla ricerca, dentro di sé, del sintomo rivelatore: ogni sia pur piccola esitazione o incertezza, ogni minimo vacillare della sua volontà, avrebbero indicato che il suo sangue ariano era stato contaminato dal funesto siero semitico. Qui sta il nucleo essenziale dell’interpretazione proposta da Waite: Hitler cercava di dimostrare di essere puro e non affetto da alcuna debolezza conducendo con implacabile ferocia la sua guerra contro gli ebrei; distruggeva il dubbio di essere egli stesso un ebreo sterminando tutti gli ebrei su cui poteva mettere le mani.

Ron Rosenbaum, “Il mistero Hitler”, p. 75

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Hitler

Geli Raubal bionda

La visita che feci alla nipote di Geli lasciò irrisolto un problema apparentemente banale, ma forse simbolico, un mistero concernente la letteratura su quel caso: come tanti cronisti siano giunti a considerare Geli Raubal bionda. La maggior parte delle fotografie mostrano una donna che, pur essendo di pelle chiara, ha indiscutibilmeflte i capelli castano scuri. Eppure, anche quei contemporanei che dovrebbero averla vista da vicino trasformano in biondi i suoi capelli castani.

Per esempio, un biografo di solito attendibile come Heiden, evoca una Geli dotata di «un’immensa corona di capelli biondi». La sua descrizione di Geli come bionda è stata ripresa da un certo numero di scrittori del dopoguerra; ancora nel 1989 l’”Encyclopedia of the Third Reich” di Louis Snyder ci presentava una Geli con la sua «immensa corona di capelli biondi», il tratto regale ariano!

Ron Rosenbaum “Il mistero Hitler”, p. 195

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Hitler

Hitler nella prima guerra mondiale non tentenna. Gli piace la guerra

Nella gran parte di quanti partirono per il fronte la partecipazione diretta agli orrori della guerra distrusse ogni iniziale entusiasmo; non così fu per Hitler. Egli rimase sempre un fervente patriota che mai si lamentò delle sofferenze e dei pericoli, dotato di un senso del dovere finanche eccessivo, e capace di far infuriare i commilitoni con i suoi incessanti discorsi declamatori da manifesto di reclutamento. «C’era tra noi questa mosca bianca che non era d’accordo quando maledivamo la guerra».

Non era mal visto, ed era anzi considerato un buon camerata, ma continuò sempre a starsene in disparte, rifiutando le licenze, non mostrando alcun interesse per le donne, senza fumare né bere. Qualsiasi reminiscenza su Hitler in veste di soldato contiene invariabilmente un riferimento alla sua stranezza. Dev’essere senza dubbio questo il motivo per cui non andò mai oltre il grado di caporale; i suoi ufficiali erano sempre pronti a raccomandarlo per una decorazione, ma ritenevano che non avesse doti di comando neanche come sottufficiale.

In tutto quanto ha detto e scritto sulla guerra, in Mein Kampf, nei suoi discorsi o nelle «Conversazioni a tavola», mai egli esprime quella ripulsa avvertita dalla maggior parte di quanti combatterono in trincea nell’assistere a quell’orribile spreco di milioni di vite umane, alla distruzione di qualsiasi forma di esistenza civile — città, villaggi, case — e di qualsiasi traccia di vita organica. La reazione di Hitler fu al contrario una sensazione di orgoglio per il fatto che l’esperienza vissuta gli aveva non solo rafforzato il corpo, bensì anche temprato il carattere, che egli aveva finalmente smesso di tentennare, che il giovane inesperto era diventato un veterano rotto a tutte le esperienze, sordo a qualsiasi richiamo alla pietà o alla compassione.

Bullock, ”Hitler e Stalin”, p. 72

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Hitler

Libro amato da Hitler: “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Schopenhauer

Uno dei pochi libri specificamente menzionati da Hitler e che egli raccontava di portare con sé nello zaino era “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Schopenhauer, che influenzò profondamente anche Wagner.

Bullock ”Hitler e Stalin”, p. 73

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Hitler

Pugnalata alla schiena

Hitler non sopportava di stare lontano dal fronte. Rimpatriato per le ferite riportate nell’inverno del 1916 -17, Hitler prese a denunciare come traditori tutti gli imboscati, i profittatori e i renitenti alla leva che incontrava. Trovò Monaco molto cambiata e disprezzava l’atmosfera che si respirava nel battaglione di riserva. Chiese di poter tornare al fronte: il reggimento, dichiarò, era la sua casa. Il suo desiderio venne esaudito.

L’inverno 1917-18, tuttavia, mise a dura prova il morale di tutte forze militari: in Germania provocò un acuta scarsità di generi alimentari e la proclamazione di uno sciopero generale che in gennaio radunò a Berlino 400.000 operai. Hitler si infuriò per questa «pugnalata alla schiena» del paese.

Il 21 marzo 1918, Ludendorff sferrò una serie di attacchi in Francia che costrinsero gli eserciti francese ed inglese a indietreggiare e sospinsero le truppe tedesche a sessanta chilometri da Parigi.

Il reggimento di Hitler prese parte a tutte le fasi dell’offensiva tedesca, durata quattro mesi: sulla Somme, sull’Aisne, sulla Marna. Lo spirito combattivo di Hitler era alle stelle. In estate egli si convinse di essere in vista della vittoria, ed il 4 agosto fu premiato con la Croce di ferro di prima classe «per meriti generali e per il coraggio personale». Per un caporale era questa un’onorificenza molto rara, ed Hitler la portò orgogliosamente al petto per tutta la vita.

Le forze dell’esercito tedesco erano tuttavia allo stremo. Ludendorff avrebbe successivamente definito il contrattacco inglese che l’8 agosto sfondò le linee tedesche ad Atniens «il giorno nero dell’esercito tedesco». Tuttavia, il capovolgersi delle sorti della guerra che seguì in agosto e settembre e la richiesta da parte dell’alto comando di trattative di pace furono tenuti nascosti al popolo tedesco, così come allo stesso esercito che, sebbene in ritirata, si muoveva in buon ordine ed era ancora ben attestato al di là delle proprie frontiere quando la guerra ebbe termine.

Solo il 2 ottobre i dirigenti dei partiti del Reichstag furono informati che si era in vista non della vittoria, bensì della sconfitta.

Per la maggior parte del popolo tedesco lo shock fu troppo improvviso perché potesse realmente capire quanto stava avvenendo. Per Hitler il colpo fu doppiamente pesante, venendo meno quel senso di eccitazione, appagamento e liberazione che la guerra gli aveva regalato. Dopo una lunga serie di fallimenti e delusioni egli aveva finalmente trovato uno scopo nella vita e una propria identità come soldato dell’esercito tedesco. Ora, di punto in bianco, come sembrava, egli vedeva disintegrarsi il suo intero mondo, e crollare tutto ciò in cui credeva.

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Hitler

Percorso suo nel dopoguerra - ospedale

Alla metà di ottobre Hitler fu ferito nel corso di un attacco inglese con gas asfissianti. Si trovava in ospedale a Pasewalk, temporaneamente cieco, quando giunsero le notizie dapprima di un ammutinamento navale tedesco, quindi della costituzione di soviet di operai e soldati e dello scoppio di una vera e propria insurrezione. Infine, il 10 novembre, Hitler venne a sapere dell’abdicazione del Kaiser e della proclamazione della repubblica, e che il giorno seguente il nuovo governo avrebbe accettato le condizioni delle forze alleate per un armistizio.

Descrivendo successivamente l’ondata di emozioni da cui fu travolto, Hitler sostenne che fu in quel momento e in quel luogo, nell’ospedale di Pasewalk, che decise di votarsi alla politica e profondere tutte le sue energie nell’obiettivo di lavare l’onta della sconfitta. In realtà, egli trascorse quasi un altro anno vagabondando e vivendo alla giornata.

Bullock, ”Hitler e Stalin”, p. 74.75

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Hitler

Percorso suo nel dopoguerra - volontario al servizio di guardia in un campo per prigionieri di guerra

Il dopoguerra di Hitler

L’uomo destinato a ricoprire quel ruolo venne dimesso dall’ospedale alla fine di novembre del 1918 e fatto rientrare a Monaco attraverso un paese che egli non riconosceva più. Lo spettacolo (così come gli appariva) di vedere coloro che egli maggiormente detestava — socialdemocratici, bolscevichi ed ebrei (Hitler non faceva distinzione tra essi) — quali nuovi padroni del paese fu per Hitler uno shock altrettanto grande di quello procuratogli dalla sconfitta della Germania.

A Monaco, la dinastia dei Wittelsbach, giunta al termine di un regno millenanio, aveva abdicato di fronte alle sollevazioni degli operai e dei soldati guidate da un idealista socialista di sinistra ebreo, Kurt Eisner, ed era stata proclamata una repubblica bavarese. Hitler, senza un’occupazione o una casa in cui tornare, si aggrappò all’unica cosa che gli fosse rimasta, l’uniforme, e andò a fare rapporto alla caserma del suo reggimento a Monaco, solo per trovarsi di fronte a edifici sudici, all’abbandono del pur minimo senso della disciplina e a un Consiglio di soldati insediatosi lì in pianta stabile.

Hitler scappò via, presentandosi come volontario al servizio di guardia in un campo per prigionieri di guerra a Traunstein, e non fece ritorno a Monaco fino al marzo del 1919.

Ad aprile, il governo socialdemocratico moderato bavarese fu costretto a lasciare Monaco a causa di un colpo di mano dell’ala sinistra che proclamò la formazione di una repubblica sovietica la cui direzione fu assunta da tre emigrati russi, due dei quali erano anche ebrei. Hitler rimase spettatore passivo della presa del potere a Monaco da parte dei comunisti, nonché del contrattacco dell’esercito e dei Freikorps e della susseguente serie di massacri che costarono centinaia di vite umane. Allorché tutto ebbe fine egli si fece nuovamente vivo, fornendo informazioni a una commissione dell’esercito incaricata di identificare tutti gli elementi conniventi col regime sovietico. In seguito, fu inviato dal Comando militare distrettuale a partecipare a un corso educativo tenuto da «professori di orientamento patriottico» all’università di Monaco.

Uno dei professori, lo storico K.A. von Mùller, uscendo un giorno dall’aula delle conferenze trovò la strada bloccata da un gruppo di persone,

“…che si accalcava affascinato intorno a un uomo, il quale parlava loro con una strana voce gutturale, senza pause e con sempre maggior calore. Ebbi la strana sensazione che quell’uomo andasse nutrendosi dell’eccitazione che andava via via suscitando. Scorsi un volto pallido e magro sotto una selva di capelli cascanti alquanto indegna di un soldato, con dei corti baffetti e degli occhi azzurri straordinariamente grandi, sfavillanti di un freddo fanatismo.”

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Hitler

La foto insolita.

Elemento emblematico che fa rivedere la storia

Uno storico dilettante di Monaco, Anton Joachimsthaler, è l’autore di un caparbio e polemico studio dei dati biografici di Hitler fino al 1920. Questo eccentrico, ma utilissimo storico dimostra quanto siano infide alcune delle più importanti notizie relative a Hitler. Fu Joachimsthaler che contribuì a svelare il fatto, tuttora sconcertante, della partecipazione ufficiale di Hitler al corteo funebre di un ebreo socialista assassinato a Monaco nel febbraio 1919, pochi mesi prima della sua adesione al Partito nazista.

Ron Rosenbaum “Il mistero Hitler”, p. 193

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Hitler

Percorso suo nel dopoguerra - uomo di collegamento con l’esercito - spia

Da qui Hitler, ancora sul libro paga dell’esercito, fu promosso in un «reparto di chiarimento», cioè di indottrinamento, assegnato al campo di Lechfeld per i soldati di ritorno dalla guerra, dove iniziò a sviluppare le sue doti di persuasione. Fu in tale veste che scrisse su richiesta del suo ufficiale superiore, il capitano Mayr, un articolo sul «pericolo del giudaismo per il nostro popolo». E questa la sua prima dichiarazione pervenutaci (datata 16 settembre 1919) su una questione che sarebbe divenuta di suo esclusivo dominio. In essa egli operava una significativa distinzione:

“L’antisemitismo basato su motivi puramente emotivi troverà la sua espressione ultima sotto forma di pogrom. L’antisemitismo razionale, tuttavia, deve condurre ad una opposizione legale pianificata e all’eliminazione dei privilegi goduti dagli ebrei. Il suo fine ultimo, tuttavia, deve assolutamente consistere nella rimozione degli ebrei nella loro totalità. Solo un governo di unità nazionale, e mai un governo di impotenza nazionale, sarà capace di attuare entrambe.”

Hitler venne impiegato dal comando distrettuale di Monaco anche come «uomo di collegamento » per investigare sulla sbalorditiva varietà di gruppi radicali di destra che stavano proliferando in Baviera. Fu in tale veste che, il 12 settembre del 1919, egli incontrò uno di tali gruppi, il Partito dei lavoratori tedeschi, fondato da un fabbro degli stabilimenti ferroviari di Monaco, Anton Drexler, e da un giornalista sportivo, Karl Harrer. Nel corso della discussione, uno dei partecipanti propose la secessione della Baviera dal Reich e la sua unione all’Austria. Nel sentire queste parole Hitler si scagliò in un violentissimo attacco contro l’incauto interlocutore. Drexler fu impressionato dal suo eloquio e lo invitò a tornare, cacciandogli tra le mani un suo pamphlet, “Il mio risveglio politico”.

Il rapporto di Hitler non fu affatto entusiastico: il gruppo non aveva idea di come conquistare un più vasto seguito, e neanche tanta voglia di farlo.

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Hitler

Percorso suo nel dopoguerra – parla in pubblico

Ma se intendeva entrare in politica, Hitler doveva pur incominciare da qualche parte. Nessuno dei partiti esistenti lo soddisfaceva, o avrebbe offerto spazio a una recluta ignota a tutti. Lì invece c’era il nucleo di un’organizzazione abbastanza piccola e oscura da poter essere trasformata in qualcosa di diverso, in un partito capace (a differenza di tutti i partiti di destra esistenti) di attirare le masse allo stesso modo in cui sia Lueger che i suoi rivali, i socialdemocratici, avevano fatto a Vienna.

E così, dopo una seconda visita, in occasione questa volta di una riunione di comitato, e due giorni di esitazione (una caratteristica questa comune a tutte le sue decisioni), Hitler accettò l’invito ad entrare nel Partito dei lavoratori tedeschi in veste di responsabile per il reclutamento e la propaganda, immediatamente adoperandosi a vergare inviti e spedire annunci della convocazione di una riunione pubblica. Quando questa ebbe luogo, il 16 ottobre 1919, con poco più di cento persone presenti in sala, egli elettrizzò i presenti col suo appassionato effluvio di parole, riuscendo a raccogliere la somma di trecento marchi.

“…Parlai per trenta minuti, e ciò che avevo sempre sentito nel profondo del mio cuore, senza mai poterlo verificare, si dimostrava ora essere vero: sapevo parlare.”

Sarebbe stata questa una scoperta memorabile.

La riunione dell’ottobre del 1919 non era abbastanza grande per mostrare ad Hitler quali risultati avrebbe potuto ottenere se gliene fosse stata offerta l’opportunità. Questa arrivò il 24 febbraio 1920, allorché un pubblico di quasi duemila persone si stipò nella Festsaal dell’Hofbràuhaus. Hitler non figurava come oratore principale, e quando parlò dovette affrontare una rumorosa opposizione che ben presto degenerò in una serie di tafferugli. Egli tuttavia riuscì a controllare la baraonda, si assicurò l’approvazione al cambiamento del nome del partito in Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi e insistette nel presentare i venticinque punti del suo «inalterabile» programma chiedendo agli astanti di esprimersi semplicemente con un «sì o no».

In seguito Hitler avrebbe palesemente gonfiato il successo ottenuto spacciandolo per un vero e proprio trionfo di cui non si trova traccia nei resoconti giornalistici dell’epoca. E certamente vero, tuttavia, che quell’esperienza si rivelò per lui decisiva. E questo infatti il momento in cui la decisione di dedicarsi alla politica attiva assunse carattere definitivo ed egli si dedicò ad affinare la propria capacita di sobillare le più profonde emozioni del pubblico cui si rivolgeva, una capacità che avrebbe in seguito posto a fondamento stesso della propria carriera. Non fu certamente questo il suo unico talento, ma senza dubbio quello con cui nessun altro uomo politico tedesco fu mai in grado di competere e che lo distinse nettamente da Stalin, che simile talento non possedette mai.

Bullock, ”Hitler e Stalin”, p. 102 - 105

 

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Hitler

Hitler recita con un diplomatico inglese

Una volta, mentre Ribbentrop stava pranzando con Hitler a Monaco, fu annunciato l’arrivo di un emissario britannico. Hitler balzò in piedi e disse:

«Gott im Himmel! Aspettate a farlo entrare. Sono ancora di buon umore». Egli quindi prese a eccitarsi dinanzi al proprio staff fino a che il volto gli si oscurò, il respiro gli si fece pesante, l’occhio vitreo. L’accoglienza riservata all’inglese fu così burrascosa da essere facilmente udibile attraverso la porta da quanti erano ancora seduti a tavola. Quand’ebbe finito, Hitler rientrò asciugandosi la fronte. « Signori», disse sogghignando, «ho bisogno di un tè. L’inglese pensa che io sia furioso».

Bullock,”Hitler e Stalin”, p. 746

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Hitler

Hitler recita con un primo ministro inglese

il signor Hitler non ingannerebbe mai deliberatamente un uomo che rispettava e con il quale aveva intavolato dei negoziati

Durante un incontro nel 1938, per risolvere la questione cecoslovacca, Hitler ingannò il primo ministro inglese Chambenlain. All’ultimo momento, con una scelta del tempo degna di un attore consumato, Hitler continuò il proprio gioco dichiarando: «Per farle piacere, Mr. Chamberlain, farò una concessione. Lei è uno dei pochi uomini per i quali abbia mai fatto una cosa simile. Accetterò il giorno 1° ottobre quale data per l’evacuazione, se questo può facilitare il suo compito». Chambenlain affermò poi di «avere la sensazione che si fosse stabilito un rapporto di fiducia tra lui e il Fuhrer »; e una volta tornato riferì al gabinetto di essere sicuro che « il signor Hitler non ingannerebbe mai deliberatamente un uomo che rispettava e con il quale aveva intavolato dei negoziati.”

Bullock, ”Hitler e Stalin”, p. 755

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Hitler Terzo Reich

Geli aveva vent’anni, biondi capelli fluenti

Geli aveva vent’anni, biondi capelli fluenti,

Geli aveva vent’anni, biondi capelli fluenti, bei lineamenti, una voce piacevole e un carattere allegro che la rendeva attraente per gli uomini.

Ma circa i sentimenti nutriti dalla ragazza, si possono solo fare delle congetture. Che essa si sentisse lusingata per le attenzioni di un uomo che stava ormai divenendo famoso, e che ne avesse piacere, era ovvio, ma che ricambiasse l’amore dello zio non è certo; con ogni probabilità non lo ricambiava, e alla fine di certo non lo ricambiò. Sorsero fra loro profondi dissensi di cui non sono mai state completamente chiarite né l’origine né la natura. Sono state fatte a tale proposito molte supposizioni: ma non si sa nulla di positivo. Sembra che l’uno fosse geloso dell’altra. Geli si sentiva offesa dalle attenzioni che Hitler dimostrava per altre donne, fra cui Winifred Wagner. Lui la sospettava di avere una relazione nascosta con Emil Maurice, un ex condannato che aveva fatto parte della sua guardia del corpo. La ragazza accusò anche lo zio di tiranneggiarla. Hitler non voleva che si facesse vedere in compagnia di nessun uomo all’infuori di lui. Le proibì di andare a Vienna per continuare a prendere lezioni di canto, soffocò la sua ambizione di far carriera sulle scene dell’Opera. Desiderava averla solo per sé.

Da alcuni oscuri indizi, pare che le inclinazioni masochistiche del suo amante le ripugnassero; sembra che il brutale tiranno, bramasse essere schiavo della donna amata, ciò che, secondo i sessuologi, non è infrequente in uomini del genere.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi  44

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Hitler

Lo staff di Hitler

Lo staff di Hitler

Molto più a proprio agio Hitler si sentiva con gli elementi più rozzi del partito: Max Amann, il suo ex sergente maggiore; Ulrich Graf, sua guardia del corpo, un apprendista macellaio e lottatore dilettante con una spiccata inclinazione alla rissa, cui faceva il paio Christian Weber, un ex commerciante di cavalli dotato di grande forza fisica che aveva lavorato come buttafuori in diverse birrerie. Hoffmann, il fotografo ufficiale del partito, era un altro bavarese alquanto rozzo, con un debole per la bottiglia e gli scherzi volgari. Hermann Esser veniva descritto dallo stesso Hitler come un farabutto che viveva sulle spalle delle sue numerose amanti, uno specialista nella scoperta di scandali sugli ebrei, ma ne conservava il favore in virtù delle sue qualità di comiziante. A parte Hitler, il solo rivale di Esser in campo oratorio era Julius Streicher, un maestro elementare di Norimberga perennemente con un frustino in mano, fondatore del «Der Stùrmer» (Il soldato d’assalto), la più famosa di tutte le riviste antisemite, in cui pubblicava racconti fantasiosi di assassinii rituali e crimini sessuali perpetrati dagli ebrei. Più di una volta Hitler venne invitato a liberarsi di tali disgustosi personaggi, ma tuttavia mantenne sia Esser che Streicher in varie cariche di partito in Baviera per tutta la durata del Terzo Reich, sempre difendendoli per la loro fedeltà.

Negli anni Quaranta, nel riandare con la mente al tempo trascorso, Hitler non mostrò alcuna illusione circa il tipo d’uomo che il suo movimento aveva attratto nei primi tempi, difendendo tuttavia la loro importanza:

“Simili elementi sono inutilizzabili in tempo di pace, ma nei periodi di turbolenza è ben diverso... Cinquanta borghesi non valgono uno solo di essi. Con quale cieca fiducia essi mi seguivano! Fondamentalmente, non erano altro che bambini un pò cresciuti... Durante la guerra avevano combattuto con la baionetta e lanciato bombe a mano. Erano creature semplici, tutte d’un pezzo. Non potevano permettere che il paese fosse svenduto alla feccia venuta fuori dalla sconfitta. Fin dall’inizio io sapevo che solo con elementi di quel genere sarebbe stato possibile creare un partito.“

Un personaggio chiave nel successo di Hitler fu Ernst Ròhm, un soldato di ventura nato, capo dello staff per le cui mani passavano i misteriosi fili che collegavano il comando distrettuale dell’esercito tedesco (la Reichswehr), le organizzazioni nazionaliste antirepubblicane che proliferavano in Baviera e i gruppi di Freikoips lì riparati all’atto del loro scioglimento ufficiale. Fu Ròhm che fornì clandestinamente a Hitler dei sussidi tratti dai fondi segreti della Reichswehr; che lo raccomandò e presentò agli ufficiali superiori; che fece sì che si sapesse in giro che godeva del favore della Reichswehr; e che guadagnò numerosi adepti alle SA, alla cui crescita egli si adoperò più di Hitler o di chiunque altro.

Altrettanto importante fu per Hitler avere degli amici nella polizia. Il capo della polizia di Monaco, Pòhner, e il suo consigliere politico, Wilhelm Frick, così come anche il ministro della Giustizia bavarese, Gùrtner, erano tutti pronti ad offrire protezione a Hitler.

Bullock, ”Hitler e Stalin”, p. 118

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Hitler Terzo Reich

Lo staff di Hitler

Strasser, Rohm, Goering, Goebbels e Frick

Lo staff di Hitler

A quel tempo, cinque seguaci si distinguevano tra tutti gli altri. Erano Gregor Strasser, Rohm, Goering, Goebbels e Frick.

Goering

Alla fine del 1927 un’amnistia politica generale, che i partiti di destra appoggiati dai comunisti avevano fatto votare al Reichstag, permise a Goering di rientrare in Germania. Espulso dalla sua patria per aver partecipato al putsch deI 1923, egli aveva trascorso gran parte del periodo di esilio in Svezia. Curato per intossicazione da narcotici all’ospedale di Langbro e ristabilitosi, si guadagnava da vivere lavorando in una società aerea svedese. L’asso della guerra mondiale, già uomo bello e aitante, era divenuto corpulento, però senza perdere minimamente la sua energia e il suo gusto per la vita. Aveva lasciato in Svezia la moglie epilettica e affetta da tubercolosi, che egli amava profondamente, e si era stabilito a Berlino in un piccolo ma elegante appartamento da scapolo della Badischestrasse. Aveva ottenuto un impiego come consigliere di società aeree, fra cui la tedesca Lufthansa, e curava rapporti sociali di notevole livello: essi andavano dall’ex Kronprinz e il principe Filippo d’Assia, che aveva sposato la principessa Mafalda, figlia del re d’Italia, fino a Thyssen e altri magnati del mondo degli affari, nonché a un certo numero di eminenti ufficiali dell’esercito.

Proprio queste alte relazioni mancavano a Hitler. Di esse aveva bisogno e Goering si dette subito da fare per presentare il capo nazista ai suoi amici e per neutralizzare negli ambienti più aristocratici il cattivo odore emanato da qualche ribaldo delle Camicie Brune. Nel 1928 Hitler scelse Goering come uno dei dodici deputati nazisti rappresentanti il suo partito al Reichstag, del quale egli doveva divenire presidente nel 1932, quando i nazisti divennero il più forte partito tedesco. Fu nella residenza ufficiale del presidente del Reichstag che vennero tenute molte riunioni e intessuti molti intrighi che condussero il partito al trionfo finale, e fu là che, per accelerare alquanto i tempi, fu ordito il piano che permise al Fùhrer di mantenersi al potere dopo la sua nomina a cancelliere: quello di incendiare il Reichstag.

Rohm

Nel 1925 Ernst Rohm aveva rotto le relazioni con Hitler e poco dopo se ne era andato in Bolivia per entrare nell’esercito boliviano col grado di tenente colonnello. Verso la fine del 1930, il Fùhrer lo invitò a ritornare in patria per assumervi di nuovo il comando delle SA che gli sfuggivano di mano.

Gregor Strasser

Quando Rohm assunse il comando delle SA, Gregor Strasser era senza dubbio l’uomo numero due del partito nazista. Oratore pieno di energia e brillante organizzatore, egli stava a capo del più importante ufficio del partito, della «organizzazione politica»: carica che gli permetteva di esercitare una grande influenza sui capi provinciali e locali, di cui egli ispezionava i lavori. La sua bonaria natura di bavarese faceva di lui il più popolare dei comandanti del partito, dopo Hitler, e a differenza di questi godeva della fiducia e persino della simpatia personale della maggior parte dei suoi avversari politici. A quel tempo un buon numero di persone, entro e fuori il partito, credeva anzi che Strasser avrebbe potuto sostituire con vantaggio lo Scontroso capo austriaco dalle decisioni imprevedibili. E questa convinzione era assai viva soprattutto al palazzo del presidente.

Otto Strasser

Il fratello di Gregor Strasser, Otto, era stato messo da parte. Per sua fortuna, aveva preso troppo sul serio non solo la parola «

socialista», ma che la parola «lavoratore» figurante nella designazione ufficiale del partito (Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). Aveva appoggiato cuni scioperi dei sindacati socialisti e chiesto che il partito si schierasse er la nazionalizzazione dell’industria. Naturalmente per Hitler tutto ciò a una eresia ed egli accusò Otto Strasser di essersi reso colpevole del peccato mortale di “democrazia e liberalismo”. Il 21 e il 22 maggio 1930 e chiamare il suo subordinato ribelle esigendo la sua completa sottomisone. Otto rifiutò e fu espulso dal partito. Allora Strasser cercò di formare un movimento nazionale autenticamente «socialista»: l’Unione dei socialisti nazionali rivoluzionari, nota sotto il nome di Fronte Nero, che però alle elezioni del settembre riuscì a strappare ai nazisti di Hitler soltanto uno scarsissimo numero di voti.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi p. 160

Goebbels

Goebbels era restato a Berlino in qualità di Gauleiter e i risultati da lui conseguiti nella riorganizzazione del partito, insieme alle sue doti di propagandista, avevano fatto una favorevole impressione sul Fuhrer. La sua parola facile ma mordente, la sua mente pronta non gli avevano procurato le simpatie degli altri principali luogotenenti di Hitler, che non si fldavano di lui. Ma il capo nazista era contentissimo dei dissidi fra i suoi principali dipendenti perché erano già una garanzia che essi non si sarebbero uniti per cospirare contro di lui, quale Fùhrer. Egli, che non si era mai del tutto fidato di Strasser, aveva invece piena fiducia nella fedeltà di Goebbels. Inoltre il piccolo e zoppo fanatico aveva una mente fertile di idee assai utili. Infine l’abilità di Goebbels quale giornalista agitatore — ora egli aveva a Berlino un proprio giornale, “Der Angriff”, dove poteva blaterare a piacere — e, quale oratore che sapeva trasportare la canaglia, aveva per il partito un valore senza pari.

Frick

Wilhelm Frick, quinto e ultimo membro del gruppo, era in esso la sola personalità sbiadita. Era un tipico funzionario tedesco. Si era guadagnata la duratura riconoscenza di Hitler quando, giovane ufficiale di polizia a Monaco, prima del 1923 era stato una delle spie di Hitler al quartier generale della polizia. Spesso aveva assunto compiti ingrati. Per l’interessamento di Hitler, fu il primo nazista che riusci a occupare un ufficio provinciale, nella Turingia, e in seguito divenne capo del gruppo nazista al Reichstag. Era ottusamente fedele ed efficiente, e, grazie alla facciata costituita dal suo carattere riservato e dai suoi modi cortesi, era assai utile nei contatti coi funzionari indecisi del governo repubblicano.

Himmler

Altre figure minori del partito dei primi anni del ‘30 dovevano successivamente acquistare una notorietà e un potere personale spaventoso nel Terzo Reich. Henrich Himmler, l’allevatore di pollame, che coi suoi occhiali a pince-nez avrebbe potuto esser scambiato per un mite mediocre maestro di scuola — aveva preso il diploma in agronomia all’Istituto tecnico superiore di Monaco — stava a poco a poco organizzando il corpo dei pretoriani di Hitler, le SS dalla divisa nera. Ma fuori della sua nativa Baviera, egli era poco conosciuto, anche nell’ambiente del partito, e lavorava all’ombra di Rohm, comandante sia delle SA che delle SS.

C’erano poi il dottor Robert Ley, chimico di professione e ubriacone inveterato, Gauleiter di Colonia, e Hans Frank, giovane brillante avvocato che fungeva da dirigente alla sezione legale del partito. C’era Walther Darré, nato in Argentina nel 1895, abile agronomo, guadagnato al nazionalsocialismo da Hess, che col suo libro I contadini come sorgente vitale della razza nordica, attirò l’attenzione del Fi.ihrer e gli procurò l’incarico di capo della sezione di agricoltura del partito. Lo stesso Rudolf Hess, privo di ambizioni personali e fedelissimo al capo, aveva soltanto il titolo di segretario particolare del Fiàhrer. L’altro segretario particolare era un certo Martin Bormann, uomo-talpa che amava rintanarsi nei più oscuri recessi della vita del partito per intesservi i suoi intrighi, e che aveva scontato già un anno di carcere per complicità in un omicidio politico.

Vi era anche Alfred Rosenberg, indigesto e oscuro pseudofllosofo baltico che, come si è detto, era stato uno dei primi mentori di Adolf Hitler e che dopo il putsch del 1923 aveva prodotto un fiume di libri e di libelli confusi nel contenuto e nello stile, per arrivare infine alla nota opera di settecento pagine intitolata Il mito del ventesimo secolo. Tale libro era un intruglio di idee mal assimilate circa la supremazia nordica, rifilato come il risultato di ciò che nei circoli nazisti passava per erudizione. Scherzando, più di una volta Hitler disse di aver tentato senza riuscirvi di leggerlo, e Schirach che s’immaginava di essere anche lui uno scrittore, notò come «nessun altro autore avesse mai venduto tante copie di un libro che nessuno aveva mai letto», perché nei primi dieci anni dopo la sua pubblicazione, nel 1930, ne erano state vendute più di mezzo milione di copie. Sino alla fine, Hitler ebbe un debole per questo sciocco , noioso e maldestro personaggio che egli ricompensò affidandogli vari incarichi nel partito, tra cui quello di direttore di pubblicazioni naziste; e nel 1930 lo nominò tra i deputati del partito al Reichstag, dove rappresentò il movimento hitleriano in seno al comitato per gli affari esteri.

Rohm

Due membri di quell’insignificante partitino meritano qui di essere menzionati, perché tutti e due avranno una parte importante nell’ascesa di Hitler. Il capitano Ernst Rohm, appartenente al comando del settimo distretto militare di Monaco, che aveva aderito al partito prima di Hitler, era un soldato di professione, tozzo, col collo taurino, gli occhi porcini e la faccia sfregiata: la parte superiore del suo naso era stata asportata da un proiettile nel 1914. Possedeva uno speciale intuito politico e doti naturali di organizzatore. Era pervaso, come Hitler, da un odio violento per la Repubblica democratica e per i «criminali di novembre» che l’avevano creata. Il suo obiettivo era di ricostituire una forte Germania nazionalista, e credeva, come Hitler, che tale compito potesse essere assolto solo da un partito basato sulle classi inferiori della nazione, dalle quali egli, a differenza della maggioranza degli ufficiali regolari dell’esercito, proveniva. Era un uomo ostinato, spietato e impulsivo. Come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale. Ebbe una grande parte nell’organizzazione delle prime squadre armate naziste che dovevano dare origine alle SA, i reparti d’assalto che egli comandò fino all’ultimo, fino a quando nel 1934 fu ucciso per ordine di Hitler. Ròhm non solo convogliò nelle file del nascente partito un vasto numero di ex combattenti e di volontari dei Freikorps (che durante i primi anni formarono il midollo dell’organizzazione), ma nella sua qualità di ufficiale di quell’esercito che teneva sotto il suo controllo la Baviera ottenne, per Hitler ed il suo movimento, la protezione e a volte anche l’appoggio delle autorità. Senza il suo valido appoggio probabilmente Hitler non sarebbe mai riuscito a lanciare la sua campagna per incitare il popolo a rovesciate la Repubblica. È evidente che egli noti sarebbe riuscito a farla franca coi suoi metodi di terrore e d’intimidazione senza l’atteggiamento tollerante del governo bavarese e della polizia.

Eckart

Dietrich Eckart, di ventinove anni più vecchio di Hitler, è stato spesso designato come il padre spirituale del nazionalsocialismo. Giornalista non privo di spunto, mediocre poeta e drammaturgo, aveva tradotto il Peer Gynt di Ibsen e scritto un certo numero di lavori teatrali, mai rappresentati. Aveva condotto a Berlino, come Hitler a Vienna, una vita raminga da bobémien, finendo poi alcolizzato e morfinomane. Secondo lo Heiden, era stato anche ricoverato in una clinica psichiatrica, dove poté infine rappresentare i suoi drammi usando i ricoverati come attori. Fece ritorno alla sua nativa Baviera alla fine della guerra. Si esibiva dinanzi a unì gruppo di ammiratori e di amici nella cantina Brennessel a Schwabing, il quartiere degli artisti di Monaco, predicando la superiorità della razza ariana, l’eliminazione degli ebrei e la caduta dei «porci» di Berlino.

«Abbiamo bisogno di un camerata che ci sia Capo, di un camerata che sappia sopportare il crepitio della mitragliatrice. La plebaglia ha bisogno di sentire la paura, tanto da farsela sotto. Non possiamo servirci di un ufficiale, perché il popolo non rispetta più gli ufficiali. La migliore soluzione sarebbe un operaio che sappia parlare... A costui non occorrerebbe molto cervello... E dovrebbe essere scapolo, così potremmo avere dalla nostra le donne». Non stupisce quindi che questo poeta ubriacone trovasse in Adolf Hitler l’uomo che stava cercando. Eckart diventò il più stretto consigliere del giovane Hitler, che cominciava la sua ascesa nel Partito dei lavoratori tedeschi, gli diede libri in prestito, lo aiutò a migliorare il suo tedesco scritto e parlato, e lo presentò ai suoi numerosi gruppi di amici, tra i quali vi erano non solo molte persone ricche in grado di contribuire al finanziamento del partito e al sostentamento di Hitler, ma anche i suoi futuri aiutanti, Rudolf Hess e Alfred Rosenberg. L’ammirazione di Hitler per Eckart restò immutata e l’ultima frase di Mein Kampl è un’espressione della sua gratitudine per questo bizzarro mentore. Egli fu uno dei migliori — scrive Hitler al termine del suo libro — “un uomo che consacrò la propria vita al risveglio del suo, del nostro popolo: la consacrò con la penna e col pensiero e, in ultimo, con l’azione”

Tale era il bizzarro assortimento di individui che fondarono il nazionalsocialismo: senza rendersene conto, essi cominciarono a dar vita a un movimento che nel giro di tredici anni doveva impossessarsi del paese. Ad esso il fabbro stralunato Drexler aveva fornito il nucleo centrale, il poeta ubriacone Eckatt alcuni dei fondamenti «spirituali», l’eccentrico economista Feder ciò che sembrava un’ideologia, l’omosessuale Rohm l’appoggio dell’esercito e degli ex combattenti; e l’ex vagabondo Adolf Hitler, un uomo di trentun anni completamente sconosciuto, fu colui che si accinse a trasformare ciò che in origine non era stato che un ciarliero circolo da retrobottega in un formidabile partito politico.

Questo era il coacervo di uomini attorno al capo dei nazionalsocialisti. In una società normale, essi sarebbero apparsi come un grottesco assortimento di scombinati. Invece negli ultimi caotici tempi della Repubblica, a milioni di confusi tedeschi essi cominciarono ad apparire come dei salvatori. E sui loro avversari avevano due punti di vantaggio: erano guidati da un uomo che sapeva esattamente quello che voleva, ed erano abbastanza senza scrupoli e opportunisti per aiutarlo sino in fondo a raggiungere il suo scopo.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi, p.161

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Hitler Terzo Reich

von Schirach antisemita dopo la lettura di un libro di Henry Ford dal titolo L’eterno ebreo

Il comandante della Gioventù del Reich era Baldur von Schirach, giovanotto dalla mentalità romantica e organizzatore pieno di energia, la cui madre era americana e il cui bisavolo, ufficiale dell’Unione (nella guerra civile americana), aveva perduto una gamba alla battaglia di Bull Run. A Norimberga, egli disse ai suoi carcerieri americani di esser divenuto antisemita a diciassette anni, dopo la lettura di un libro di Henry Ford dal titolo L’eterno ebreo.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi p 65

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Hitler Terzo Reich

L’incendio del Reichstag

L’incendio del Reichstag

Dal palazzo del presidente dei Reichstag, che allora era Goering, un passaggio sotterraneo, costruito per le condutture del riscaldamento centrale, portava all’edificio del Reichstag. Attraverso questa galleria, Karl Ernst, ex inserviente d’albergo divenuto capo delle SA di Berlino, la notte del 27 febbraio aveva guidato un piccolo reparto di uomini dei reparti d’assalto nel Reichstag, dove essi sparsero benzina e sostanze chimiche autocomburenti, tornando poi rapidamente nel palazzo da cui erano venuti. Nello stesso tempo un comunista olandese semideficiente che aveva una mania per gli incendi, Marinus van der Lubbe, era penetrato nel gigantesco edificio, da lui non conosciuto e immerso nell’oscurità; per conto suo aveva appiccato qua e là qualche fuoco. Per i nazisti, questo piromane semideficiente sembrò inviato dal cielo. Era stato fermato dalle SA un paio di giorni prima, essendo stato sorpreso mentre si vantava in un bar, di aver tentato di dar fuoco a diversi edifici pubblici e diceva che prossimamente avrebbe tentato di incendiare il Reichstag.

La coincidenza che i nazisti avessero trovato un incendiario comunista demente il quale intendeva fare esattamente quanto essi stessi avevano deciso di attuare può ben sembrare incredibile; eppure ve ne sono delle prove. Quasi certamente l’idea dell’incendio era nata nelle menti di Goebbels e di Goering. Hans Gisevius, a quel tempo funzionario del Ministero prussiano degli Interni, ha testimoniato a Norimberga che «fu Goebbels a pensare a dar fuoco al Reichstag», e in una sua testimonianza giurata Dtels, capo della Gestapo, ha aggiunto che “Goering sapeva esattamente come l’incendio doveva essere appiccato», e che a lui aveva ordinato «di preparare, prima dell’incendio, una lista di persone da arrestare subito dopo di esso». Il generale Franz Halder, capo dello Stato maggiore tedesco, ricordò, a Norimberga come in una occasione Goering si fosse vantato del suo atto. Nel 1942 a pranzo, nel genetliaco del Fuhrer la conversazione si portò sul palazzo del Reichstag e sul suo valore artistico. Udii con le mie stesse orecchie che Goering, interrompendo la conversazione, gridò: «L’unico a sapere davvero qualcosa sul Reichstag sono io, perché fui io ad appiccarvi il fuoco!» E si batté la coscia con la palma della mano.

Sembra chiaro che van der Lubbe sia stato uno strumento dei nazisti, che lo incoraggiarono a cercar di dar fuoco al Reichstag. Ma il lavoro principale — naturalmente, senza che lui lo sapesse — doveva essere compiuto dagli uomini dei reparti d’assalto. In effetti al successivo processo, tenutosi a Lipsia, risultò che l’olandese semideficiente non poteva avere i mezzi necessari per dar fuoco così rapidamente a un edificio talmente grande. Due minuti e mezzo dopo che vi entrò, la grande sala centrale era tutta in fiamme. Come esca, egli aveva unicamente la sua camicia. Secondo le perizie degli esperti interpellati al processo, nei punti principali l’incendio era stato provocato da una notevole quantità di sostanze chimiche e di benzina. Ovvio che un’unica persona non avrebbe potuto portare tutto ciò nell’edificio e appiccare il fuoco in tanti punti sparsi qua e là in cosi breve tempo.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi 75

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Hitler Terzo Reich

Prima verifica che sapeva parlare in pubblico

Prima verifica che sapeva parlare in pubblico

Ciò ripugnava talmente alla sua natura — secondo quanto egli stesso disse —che decise di «partire al più presto possibile». Passò l’inverno prestando servizio come guardia in un campo di prigionieri di guerra a Traunstein, nelle vicinanze della frontiera austriaca e tornò a Monaco nella primavera successiva. Nel Mein Kamp/ racconta di essere incorso nella «disapprovazione» del governo di sinistra e sostiene di esser sfuggito alla prigione spianando la sua carabina contro tre «furfanti» venuti ad arrestarlo. Subito dopo la caduta del governo comunista, Hitler diede inizio a ciò che egli chiamò la sua «prima attività più o meno politica», che consisteva nel fornire informazioni alla commissione d’inchiesta creata dal 20 reggimento di fanteria per accertare le responsabilità delle persone implicate nel breve regime sovietico instaurato a Monaco.

A quanto pare, i servizi resi da Hitler in tale occasione furono tali da indurre l’esercito a utilizzano ulteriormente. Per sostenere il proprio punto di vista conservatore, l’esercito organizzava dei corsi di «istruzione politica» destinati ai soldati; a uno di essi partecipò quale attento allievo Adolf Hitler. Un giorno Hitler —  secondo quanto egli riferisce — prese parte a una conferenza in cui un tale si era espresso in favore degli ebrei. La polemica antisemita che egli allora sostenne fu assai gradita dai suoi superiori, tanto che provvedettero al suo rapido trasferimento ad un reggimento di Monaco in qualità di ufficiale addetto all’istruzione della truppa (Bildungsoflizier), il cui compito principale era di combattere le idee giudicate pericolose: pacifismo, socialismo, democrazia. Tale era la concezione che l’esercito aveva dei propri compiti nella repubblica democratica che aveva giurato di servire.

Fu quello un passo importante nell’attività di Hitler, il primo riconoscimento ottenuto nel campo della politica, cui presto doveva dedicarsi. Fu anzitutto una buona occasione per collaudare le sue qualità di oratore, requisito indispensabile — egli sostenne sempre — per una fortunata carriera politica. «Improvvisamente, — racconta, — mi venne offerta la possibilità di rivolgermi ad un pubblico più vasto, e la convinzione che avevo sempre avuta, senza tuttavia averne le prove, ora trovò conferma: sapevo “parlare”». Tale scoperta gli procurò un grande piacere ma non lo sorprese troppo. Aveva temuto che il volume della sua voce fosse stato irrimediabilmente compromesso dai gas asfissianti respirati al fronte. Adesso constatava di essersi ristabilito quanto bastava per essere udito «almeno fino in ogni angolo delle stanzette della truppa».

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi p. 38

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Hitler Terzo Reich

Riunioni noiose

Riunioni noiose

Un giorno di settembre del 1919, Hitler ricevette l’ordine dal dipartimento politico dell’esercito di occuparsi dell’attività di un piccolo gruppo politico di Monaco, che si autoproclamava Partito dei lavoratori tedeschi. Hitler racconta che tale gruppo gli era «completamente sconosciuto”. Partecipò alla riunione, per eseguire l’ordine ricevuto, ma non ne fu particolarmente colpito. Vi era andato convinto che si trattasse di una noiosa riunione di circa venticinque persone, in una buia stanza dello scantinato della birreria Sterneckerbniiu. Scrisse: “Era una nuova organizzazione come tante altre. A quei tempi tutti coloro che non erano soddisfatti della piega presa dagli avvenimenti, si sentivano in dovere di fondare qualche nuovo partito. Tali organizzazioni sorgevano dappertutto, per sparire silenziosamente poco dopo. Io giudicai il Partito dei lavoratori tedeschi alla stregua degli altri”. Quando Feder ebbe finito di parlare, si alzò un “professore” che, dopo aver messo in dubbio la solidità dei ragionamenti dell’oratore, propose lo sganciamento della Baviera dalla Prussia e la creazione di una nazione tedesca meridionale insieme all’Austria. Tale idea era assai diffusa nella Monaco dell’epoca, ma la sua enunciazione fece andare in collera Hitler che — come ricordò più tardi, — volle scambiare quattro chiacchiere con il “colto gentiluomo”. Il suo intervento fu talmente violento che, secondo lo stesso Hitler, il “professore” abbandonò la sala con l’aria di un cane bastonato, mentre gli astanti guardavano lo sconosciuto oratore “con facce meravigliate”. Qualcuno — Hitler riferisce che non poté ben capire il suo nome — venne d’un balzo verso di lui e gli mise fra le mani un opuscolo.

Quest’uomo era Anton Drexler, di professione fabbro, l’uomo che può considerarsi il vero fondatore del nazionalsocialismo. Era un individuo malaticcio, portava gli occhiali, non aveva fatto studi regolari e aveva una mente indipendente, ma ottusa e confusa; mediocre scrittore e pessimo oratore, Drexler a quel tempo lavorava negli spacci ferroviari di Monaco. Il 1° marzo 1918 aveva organizzato un comitato di lavoratori indipendenti allo scopo di combattere il marxismo in seno ai sindacati e di agitare le coscienze per una “giusta” pace per la Germania. In realtà, si trattava della diramazione di un movimento più vasto della Germania settentrionale, noto come “Associazione per promuovere la pace secondo le direttive della classe operaia” (la Germania era allora, e tale doveva rimanere fino al 1933, piena di infiniti raggruppamenti politici contraddistinti da nomi altisonanti).

Drexler non riuscì mai a raccogliere più di quaranta membri, e nel gennaio 1919 fuse il suo comitato con un raggruppamento simile, il Circolo politico dei lavoratori, capeggiato dal cronista di un giornale, un certo Karl Harrer. La nuova organizzazione, che contava meno di cento iscritti, venne designata col nome di Partito dei lavoratori tedeschi, e Harrer ne fu il primo presidente. Comunque, sembra che Drexler fosse la maggiore forza propulsiva di quel piccolo e anodino Partito dei lavoratori tedeschi.

La mattina successiva Hitler si mise a leggere attentamente l’opuscolo che Drexler gli aveva messo fra le mani. L’obiettivo fondamentale di Drexler era la creazione di un partito politico fondato, si, sulla classe operaia, ma che a differenza della socialdemocrazia avrebbe dovuto essere d’orientamento decisamente nazionalista. Drexler era stato membro del Fronte patriottico ma ben presto si era stancato dello spirito piccolo borghese di quel movimento, privo di ogni contatto con le masse. Come abbiamo già visto, durante il periodo viennese Hitler aveva imparato a disprezzare la borghesia per la stessa ragione: per la sua assoluta indifferenza di fronte alla classe lavoratrice e ai suoi problemi politici. Le idee di Drexler pertanto destarono in lui il più grande interesse.

Lo stesso giorno, un po’ più tardi, Hitler fu sorpreso nel ricevere una cartolina in cui gli si comunicava di essere stato ammesso nel Partito dei lavoratori tedeschi. “Non sapevo se dovevo adirarmi oppure ridere, — ricorderà più tardi. — Io non avevo l’intenzione di iscrivermi a un partito già costituito, desiderando fondarne uno per conto mio, ma poi “la curiosità prese il sopravvento” e egli si decise a partecipare a una riunione di comitato alla quale era stato invitato.

La trattoria dove la seduta doveva aver luogo era la vecchia Alte Rosenbad nella Herrengasse; un luogo piuttosto squallido, dove solo di rado capitava qualcuno...

Attraversai la sala principale, poco illuminata; non c’era nessuno. Aprii la porta della saletta, ed ecco davanti ai miei occhi la “seduta”. Nella mezza luce di una lampada a gas pressoché fuori uso sedevano attorno a un tavolo quattro giovani, tra i quali vi era l’autore dell’opuscolo; costui mi salutò cordialmente e mi diede il benvenuto come nuovo membro del partito. Io ero piuttosto stupefatto... Venne letto il verbale della seduta precedente, e approvato. Poi fu la volta della relazione di cassa — la società possedeva in quel momento 7 marchi e 50 pfenning — e anche al cassiere fu espressa la fiducia dei membri, e messa a verbale. Poi vennero lette le risposte del primo presidente a una lettera arrivata da Kiel, a un’altra da Dusseldorf e a una terza da Berlino, e anche qui tutti erano d’accordo. Poi venne comunicato l’ordine di arrivo delle risposte a quelle risposte...

Disastroso! Disastroso! Non potevo immaginare una riunione più mediocre e inane; e avrei dovuto entrare in una simile organizzazione?.

Qualcosa, comunque, attirò Hitler nell’atteggiamento di quei poveri diavoli che si riunivano nel male illuminato retrobottega: “il vivo desiderio di un nuovo movimento che fosse qualcosa di più di un partito, nel significato finora dato a questo termine». Quella sera rientrò in caserma per “affrontare il più grave problema della sua vita: doveva aderire?” La ragione — ammette — gli consigliava di no. E tuttavia.., proprio l’irrilevanza dell’organizzazione avrebbe fornito a un giovane energico e dotato di idee chiare l’occasione per svolgere una “vera attività personale”. Hitler si mise a considerare come avrebbe potuto contribuire al compito che il piccolo gruppo si era proposto.

Io ero povero, senza mezzi. E se ciò era forse la cosa più lieve da sopportare, più grave però era il fatto che appartenevo al gregge degli anonimi, a quei milioni di individui che il destino lascia vivere e poi richiama dalla vita, senza che la loro esistenza sia comunque presa in considerazione da qualcuno. S’aggiunga a ciò la difficoltà che nasceva dalla mia mancanza di istruzione scolastica.

Dopo due giorni di tormentosi pensieri, giunsi finalmente alla convinzione che quel passo era necessario.

Fu questa la decisione più importante della mia vita.

Da quel momento, io non potevo più tornare indietro”.

Cosi Adolf Hitler venne iscritto quale settimo membro nel comitato del Partito dei lavoratori tedeschi.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi p. 43

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Hitler Terzo Reich

Primi comizi

Primi comizi

Tutte le idee che erano germogliate nella mente di Hitler fin dai giorni di fame e solitudine trascorsi a Vienna, trovavano ora uno sbocco: l’energia interna accumulatasi poteva ormai prorompere liberamente. Hitler incitò il timido comitato a organizzare comizi sempre più numerosi, occupandosi personalmente di battere a macchina e di distribuire gli inviti. In seguito ricordò come una volta, dopo aver distribuito ottanta inviti, “ci sedemmo aspettando l’arrivo della gente convocata che sarebbe dovuta arrivare da un momento all’altro. Il presidente dovette aprire la seduta con un’ora di ritardo. Eravamo sempre in sette, i soliti sette”. Ma non si scoraggiò per cosi poco: moltiplicò il numero degli inviti facendoli copiare al ciclostile. Raccolse i pochi marchi necessari per inserire un annuncio sul giornale locale con un invito. Il risultato fu veramente sorprendente. Centoundici persone erano presenti. Il giovane Hitler pronunciò quella volta la sua prima allocuzione “pubblica”, dopo il discorso principale di un “professore di Monaco”. “Parlai per trenta minuti. E ciò che prima era una semplice convinzione mai controllata, divenne ora una realtà: sapevo parlare in pubblico!” “. Hitler asserisce che il suo pubblico era letteralmente «elettrizzato dalla sua oratoria e che l’entusiasmo da lui risvegliato si era tradotto in una colletta di trecento marchi, che almeno per il momento servirono a ridurre le difficoltà finanziarie del partito.

Agli inizi del 1920 Hitler s’incaricò della propaganda del partito. Cominciò subito organizzando un raduno che avrebbe dovuto superare di gran lunga tutti gli altri già tenuti dall’insignificante partitino. Doveva aver luogo il 24 febbraio 1920 nella sala delle feste della famost Hofbriiuhaus, che poteva contenere duemila persone.

Hitler non era l’oratore principale. Tale ruolo era stato riservato a un certo dottor Johannes Dingfelder, un medico omeopatico mezzo pazzo che pubblicava articoli di economia nei giornali sotto lo pseudonimo di “Germanus Agricola» e che fu ben presto dimenticato. Il suo discorso lasciò tutti indifferenti.

Poi cominciò a parlare Hitler. Ecco come egli descrive la scena:

Dopo che il primo oratore ebbe finito, io presi la parola, Pochi istanti dopo grandinarono le interruzioni, scoppiarono nella sala litigi violentissimi, gruppetti di fedeli camerati di guerra si scontrarono coi disturbatori, e riuscirono gradatamente a ristabilire la calma. Io potei continuare a parlare. Dopo una mezz’ora gli applausi soverchiarono le interruzioni e gli insulti...

Quando, dopo circa quattro ore, il salone cominciò a sfollarsi e la massa, come un lento fiume, rifluì verso l’uscita, io sapevo che i principi del movimento cominciavano a spargersi nel popolo tedesco, né sarebbe più stato possibile dlimenticarli.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi p. 46

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Hitler Terzo Reich

Ribellione interna al partito

Giudizio su Hitler

Ribellione interna al partito

Durante l’estate del 1921, Hitler s’era recato a Berlino per prender contatto con gli elementi nazionalisti della Germania settentrionale e parlare al Club Nazionale, che era il loro centro spirituale. Voleva rendersi conto della possibilità di estendere il suo movimento oltre la frontiera bavarese e di lanciarlo nel resto della Germania. Forse sarebbe riuscito a stringere alcune alleanze utili a tale scopo. Ma durante la sua assenza gli altri membri del comitato direttivo del partito nazista credettero venuto il momento di porre in discussione il potere che aveva nel partito: sembrava loro che Hitler fosse diventato un po’ troppo autoritario. Essi proposero di allearsi con altri gruppi similari che svolgevano la loro attività nella Germania meridionale, in particolare col Partito socialista tedesco che un noto “mangiatore di ebrei”, Julius Streicher, fiero nemico e rivale di Hitler, stava organizzando a Norimberga. I membri del comitato direttivo erano convinti che realizzando la fusione con questi gruppi, capeggiati da dirigenti ambiziosi, il predòminio di Hitler sarebbe stato ridotto di molto.

Avendo avuto sentore del pericolo che correva la sua posizione nel partito, Hitler fece precipitosamente ritorno a Monaco per stroncare le mene di quegli “stupidi pazzi”, come egli li chiamò in Mein Kamp. Presentò le sue dimissioni. Gli altri membri del comitato si resero subito conto che il partito non poteva permettersi di accettarle. Non solo Hitler era il loro più efficace oratore ma anche il migliore organizzatore e propagandista. Inoltre a lui si doveva la maggior parte dei fondi di cui disponeva l’organizzazione, provenienti sia da collette effettuate durante le adunate dove egli prendeva le parola, sia da altre fonti, tra cui l’esercito. Senza di lui, il nascente partito nazista sarebbe senza dubbio andato a rotoli. In ogni modo il comitato non accettò le sue dimissioni. La posizione di Hitler in seno al partito ne uscì talmente rafforzata che egli poté ora richiedere la completa capitolazione degli altri dirigenti: per sé chiese poteri dittatoriali quale unico capo del partito, volle che il comitato direttivo venisse abolito e si mettesse fine agli intrighi intessuti con altri gruppi, come quello di Streicher.

Tutto ciò, per gli altri membri del comitato, era evidentemente troppo. Guidati dal fondatore del partito, Anton Drexler, essi stesero un atto d’accusa contro l’aspirante dittatore e lo resero noto attraverso un opuscolo. Si trattava della più drastica accusa proveniente dalle file del proprio partito che Hitler si vide mai rivolgere, accusa mossa da uomini che conoscevano de vicino il suo carattere e il suo comportamento.

La sua brama di potere e la sua ambizione personale hanno indotto il signor Adolf Hitler a riprendere il suo posto dopo un soggiorno di sei mesi a Berlino, il cui scopo non ci è ancora stato rivelato. Egli pensa che i tempi siano maturi per seminare la discordia e lo scisma tra le nostre file appoggiandosi agli elementi equivoci che stanno dietro di lui, nell’interesse degli ebrei e dei loro amici, Ogni giorno appare sempre più chiaro che egli intende servirsi del Partito nazionalsocialista solamente come di un trampolino di lancio per raggiungere i suoi flni immorali. Vuole averne la direzione per sovvertire la linea del partito nel momento psicologicamente più opportuno. Ciò appare evidente dall’ultimatum da lui inviato pochi giorni addietro ai dirigenti del partito, nel quale arriva a chiedere, tra l’altro, di esercitare una dittatura totale e assoluta nel partito e ad esigere dhe i membri del comitato, compreso il fabbro Anton Drexler, fondatore e capo del partito, diano le dimissioni. E in quale modo conduce la sua campagna? Come un ebreo. Deformando i fatti! Nazionalsocialisti! Imparate a conoscere i personaggi di questo stampo! Non commettete errori! Hitler è un demagogo... Egli crede di potervi... somministrare storie tutt’altro che vere

Anche se inficiate da insulse accuse di antisemitismo (Hitler che si comporta come un ebreo!), le critiche erano fondamentalmente giuste, ma il renderle di pubblica ragione non giovò ai ribelli, come avevano sperato. Hitler querelò immediatamente per diffamazione gli autori dell’opuscolo, e lo stesso Drexler si vide costretto a ripudiarlo in una riunione pubblica. Hitler impose le sue condizioni nel corso di due sedute speciali del partito. Gli statuti del partito dovettero essere emendati per abolire il comitato direttivo e accordare a Hitler poteri dittatoriali quale presidente del partito. L’umiliato Drexler venne “promosso” presidente onorario e ben presto scomparve dalla scena. C’era tuttavia un’altra novità, più gravida di conseguenze: nel luglio del 1921 venne senz’altro sancito il “principio dell’autorità del Fùhrer” (Fùhrerprinzip) che doveva costituire la legge fondamentale prima del partito nazista, poi del Terzo Reich. La figura del “Fùhrer” era apparsa sulla scena politica tedesca.

Il “capo” si mise allora a riorganizzare il partito. La tetra stanza interna della Sterneckerbr — agli occhi di Hitler “tomba, più che ufficio” — fu abbandonata e i nuovi uffici si trasferirono in un’altra taverna della Conrneliusstrasse. Questi locali erano più spaziosi e avevano più luce. Si acquistò a rate una vecchia macchina da scrivere, e a poco a poco anche una cassaforte, degli schedari e dei mobili. Si mise il telefono e si assunse una segretaria fissa.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi p.

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L’attacco alla Jugoslavia fa perdere 5 settimane

L’attacco alla Jugoslavia fa perdere 5 settimane

I ministri jugoslavi erano appena rientrati a Belgrado, allorché il 26 marzo il loro governo fu rovesciato, insieme al principe reggente, da una rivolta popolare guidata da un certo numero di ufficiali superiori dell’aviazione e sostenuta da gran parte dell’esercito. Il giovane erede al trono, Pietro di Jugoslavia, che era sfuggito alla sorveglianza dei tutori reggenti calandosi giù da una grondaia, fu proclamato re e, benché il nuovo regime del generale Dusan Simovic si fosse subito offerto di firmare un patto di non-aggressione con la Germania, a Berlino apparve chiaramente che egli non avrebbe accettato per il proprio paese la parte di marionetta assegnatagi dal Fuhrer. Durante dimostrazioni deliranti a Belgrado, nel corso delle quali la folla sputò contro l’automobile dell’ambasciatore tedesco, i serbi avevano mostrato in qual senso andassero le loro simpatie.

Il colpo di stato di Belgrado provocò in Hitler uno dei più violenti accessi di rabbia di tutta la sua vita. Egli lo considerò come un affronto personale e la sua ira gli fece prendere decisioni improvvise che dovevano dimostrarsi quanto mai disastrose per la sorte del Terzo Reich.

Convocò in fretta i suoi capi militari alla Cancelleria di Berlino per il 27 marzo — la riunione fu indetta in un termine così breve che Brauchitsch Halder e Ribbentrop vi giunsero in ritardo — e diede in escandescenze dicendo che si sarebbe vendicato della Jugoslavia. Affermò che il colpo di stato di Belgrado aveva pregiudicato l’«operazione Marita» e ancor più l’«operazione Barbarossa». Così era deciso «a distruggere la Jugoslavia militarmente e politicamente, senza attendere eventuali dichiarazioni di lealismo da parte del nuovo governo». Ordinò che «non si doveva procedere a sondaggi diplomatici e che non si dovevano presentare ultimatum». La Jugoslavia doveva essere schiacciata «con spietata durezza». Ordinò immediatamente a Goering di «distruggere Belgrado mediante attacchi a ondate» di bombardieri operanti da basi aeree ungheresi. Diramò le direttive n. 25 61 per l’immediata invasione della Jugoslavia e incaricò Keitel e Jodl di redigere quella sera stessa i piani militari. Disse a Ribbentrop di avvisare l’Ungheria, la Romania e l’Italia che ciascuna avrebbe avuto una fetta della Jugoslavia, smembrata e divisa fra loro, a parte la creazione di un piccolo Stato-marionetta croato.

Dopodiché, secondo un passo sottolineato delle annotazioni segretissime

Disse ai suoi generali: «L’inizio dell’”operazione Barbarossa” dovrà essere rimandato di quattro settimane »

Questo rinvio dell’attacco contro la Russia, allo scopo di permettere al Signore nazista della Guerra di sfogare il suo rancore personale verso una piccola nazione balcanica che aveva osato sfidarlo, fu forse la decisione più catastrofica di tutta la carriera di Hitler. Non è eccessivo dire che nel momento in cui la prese, quel pomeriggio di marzo nella Cancelleria di Berlino, durante un momento di ira convulsa, egli gettò via l’ultima preziosa occasione di vincere la guerra e di fare del Terzo Reich, da lui creato con una genialità così sbalorditiva, anche se barbarica, il più grande impero della storia tedesca, e di se stesso il padrone dell’Europa. Il feldmaresciallo von Brauchitsch, comandante in capo dell’esercito tedesco, e il generale Halder, l’intelligente capo di Stato maggiore, avrebbero ripensato a quella decisione con profonda amarezza e ne avrebbero capito meglio le conseguenze, allorché la neve alta e le temperature sotto zero della Russia accorciarono di tre o quattro settimane il tempo da essi ritenuto necessario per la vittoria definitiva. Essi e i generali loro colleghi dettero in seguito la colpa di tutti i disastri che derivarono a quella affrettata e inconsiderata decisione presa da un uomo vanitoso e infuriato.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi, pag. 892

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Hitler Terzo Reich

L’aiutante non annota la guerra con gli Usa

L’aiutante non annota la guerra con gli Usa

Il generale Halder, l’intelligente capo dello Stato maggiore, nell’annotazione dell’11 dicembre del suo diario non accennò nemmeno al fatto che la Germania aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. Egli menzionò soltanto che nella serata aveva ascoltato una conferenza sul «retroscena della guerra navale nippo-americana» tenuta da un ufficiale di marina. Cosa abbastanza comprensibile, poiché il resto del diario era occupato dalle brutte notizie che arrivavano di continuo dalla maggior parte dei settori del fronte russo, soggetto a dura pressione. Il suo pensiero non si spinse fino a considerare il giorno in cui i suoi eserciti indeboliti avrebbero dovuto misurarsi anche con truppe fresche provenienti dal Nuovo Mondo.

W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, Einaudi, pag. 972

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Hitler Terzo Reich

Il disastro di Stalingrado.

Il disastro di Stalingrado.

Hitler e i più alti generali dell’OKW si trattenevano ancora nell’incantevole soggiorno alpino di Berchtesgaden quando si ebbe la prima notizia della controffensiva russa sul Don, trasmessa poche ore dopo che era stata sferrata durante una tempesta di neve all’alba del 19 novembre 1942. Un attacco sovietico in quella zona era atteso; ma all’OKW non si credeva che fosse così importante da richiedere l’immediato ritorno di Hitler e dei suoi principali consiglieri militari, Keitel e Jodl, al quartier generale nella Prussia orientale, dopo l’altisonante discorso del Fùhrer ai vecchi compagni di partito nella birreria di Monaco la sera dell’8 novembre. Così i tre erano rimasti sull’Obersalzberg a godersi l’aria di montagna.

La loro pace e tranquillità furono bruscamente turbate da una telefonata urgente del nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Zeitzler, che era rimasto indietro, a Rastenburg. Egli aveva ricevuto, come fu segnato nel giornale dell’OKW, « notizie allarmanti ». Fin dalle primissime ore dell’attacco forze armate russe soverchianti avevano sfondato le linee della terza armata romena sul Don, fra Serafimovic e Kletskaja, immediatamente a nord-ovest di Stalingrado. A sud della città assediata altre ingenti forze sovietiche avevano sferrato un violento attacco contro la quarta armata corazzata tedesca e la quarta armata romena, minacciando di spezzarne i fronti.

Per chiunque avesse esaminato la carta geografica e soprattutto per Zeitzler che dal servizio segreto dell’esercito aveva saputo come il nemico avesse ammassato nel Sud tredici armate con migliaia di carri armati, l’obiettivo dei russi appariva ovvio. Evidentemente i russi stavano avanzando con grandi forze da nord e da sud per tagliar fuori Stalingrado e per costringere la sesta armata tedesca, che vi si trovava, a battere rapidamente in ritirata verso occidente, pena il trovarsi accerchiata. In seguito Zeitzler affermò che appena si era accorto di quel che stava succedendo aveva sollecitato Hitler di autorizzare la sesta armata a ritirarsi da Stalingrado e a ripiegare verso l’ansa del Don, dove il fronte spezzato avrebbe potuto essere ricostituito. Il semplice accenno a una simile mossa aveva però provocato nel Fuhrer un accesso d’ira.

«Non intendo lasciare il Volga! Non voglio che s’indietreggi al di qua del Volga!», egli gridò, e cosi questa decisione, presa in un momento di rabbia, condusse immediatamente a un disastro. Il Fuhrer ordinò dunque personalmente alla sesta armata di star salda attorno a Stalingrado.

Hitler e i suoi generali tornarono al quartier generale il 22 novembre. Quando vi giunsero, l’offensiva russa era al suo quarto giorno e le notizie erano catastrofiche. Le due armate sovietiche avanzanti da nord e da sud si erano incontrate a Kalach, quaranta miglia a ovest di Stalingrado, sull’ansa del Don. La sera giunse per radio un messaggio del generale Paulus, comandante della sesta armata, il quale confermava che le sue truppe ormai erano circondate. Hitler rispose subito, ugualmente per radio, ordinando a Paulus di spostare il suo quartier generale all’interno della città e di organizzare, per la difesa, un campo trincerato, La sesta armata sarebbe stata rifornita per via aerea fino a che potesse venir liberata.

Ma quelle erano parole inutili. A Stalingrado si trovavano ora, tagliate dal resto dell’esercito, venti divisioni tedesche e due divisioni romene. Paulus avverti per radio che avrebbero avuto bisogno di rifornimenti aerei per un minimo di 750 tonnellate di provviste al giorno. Ciò andava molto al di là delle possibilità della Luftwaffe, che non aveva aerei da trasporto sufficienti. E anche se tali aeroplani fossero stati disponibili, non tutti avrebbero potuto attraversare una zona ove imperversava la tormenta e ove i caccia russi erano ormai in numero superiore. Ciò nondimeno Goering assicurò Hitler che l’aviazione era in grado di assolvere quel compito. Ad esso, invero, non sa diede neppure inizio.

Più pratica e incoraggiante era l’idea di liberare la sesta armata. Il 25 novembre Hitler richiamò il feldmaresciallo von Manstein, il più abile dei comandanti di campo, dal settore di Leningrado e gli affidò il comando di una formazione recentemente creata, il gruppo delle armate del Don. Il suo compito era di aprirsi una via da sud-ovest e soccorrere la sesta armata chiusa a Stalingrado.

Ma il Fùhrer impose al nuovo comandante condizioni impossibili. Manstein cercò di fargli capire che l’unica probabilità di successo si legava a una sortita della sesta armata da Stalingrado in direzione ovest, mentre le sue forze, precedute dalla quarta armata corazzata, avrebbero premuto a nord-est sugli eserciti russi dislocati fra i due schieramenti tedeschi. Ma Hitler, ancora una volta, si oppose a una ritirata dalla linea della Volga. La sesta armata doveva restare a Stalingrado e Mansteiri doveva aprirsi combattendo una via sino alla città.

Manstein cercò di dimostrare al supremo Signore della Guerra che ciò non era fattibile. I russi erano troppo forti. Ciò nonostante, il 12 dicembre Manstein, con l’animo amareggiato, sferrò l’attacco. Quella fu giustamente chiamata l’ «operazione Tempesta Invernale», perché proprio allora l’inverno russo si abbatté in tutta la sua violenza sulle steppe meridionali, facendo scendere le temperature sotto zero e ammucchiando montagne di neve. A tutta prima l’offensiva ebbe successo e la quarta armata corazzata, al comando del generale Hoth, avanzò per circa settantacinque miglia a nord-est da Kotelnikovski, verso Stalingrado, da ambo i lati della linea ferroviaria che unisce le due città. Il 19 dicembre essa era giunta a circa quaranta miglia dalla zona periferica meridionale della città; il 21 era a trenta miglia, e attraverso le steppe nevose le truppe assediate della sesta armata, di notte potevano già vedere i segnali luminosi dei loro salvatori.

Secondo successive testimonianze dei generali tedeschi, in quel momento una sortita da Stalingrado della sesta armata per raggiungere le linee sempre più vicine della quarta armata corazzata, quasi certamente sarebbe riuscita. Ma ancora una volta Hitler si oppose. Il 21 dicembre Zeitzlet aveva strappato al capo l’autorizzazione, per le truppe di Paulus, di fare una sortita a condizione che esse tenessero anche Stalingrado. Il capo dello Stato maggiore riferisce che una simile assurdità lo fece quasi uscir pazzo.

Egli in seguito raccontò: «L’indomani sera pregai Hitler di autorizzare la sortita. Gli feci notare che rappresentava davvero l’ultima possibilità di salvare i duecentomila uomini dell’armata di Paulus».

Hitler non volle cedere. Invano gli descrissi la situazione all’interno della cosiddetta fortezza: la disperazione dei soldati affamati, la loro mancanza di fiducia nel comando supremo, i feriti che morivano per mancanza di cure, mentre altre migliaia morivano per congelamento. Egli restò impassibile di fronte a questi e ad altri argomenti che avanzai.”

Per la crescente resistenza opposta dai russi di fronte alle sue truppe e ai fianchi, il generale Hoth non riusci a superare le ultime trenta miglia che lo separavano da Stalingrado. Era certo che se la sesta armata avesse fatto una sortita, egli avrebbe potuto ricongiungersi, e con essa ritirarsi a Kotelnikovski. Ciò, almeno, avrebbe salvato circa duecentomila vite tedesche. Verosimilmente ancora per un giorno o due — fra il 21 e il 23 dicembre —tale piano avrebbe potuto essere effettuato, ma dopo il 23 era diventato impossibile. Infatti l’Armata Rossa, senza che Hoth lo sapesse, aveva attaccato più a nord, ed ora minacciava il fianco destro di tutto il gruppo di armate del Don di Manstein. La notte del 22 dicembre Manstein telefonò a Hoth che avrebbe ricevuto nuovi, drastici ordini, che gli vennero infatti trasmessi l’indomani. Hoth doveva sospendere l’avanzata verso Stalingrado, inviare una delle sue tre divisioni corazzate al fronte nord del Dan e difendersi, con le rimanenti forze, dov’era e come poteva.

Il tentativo di liberare Stalingrado era fallito.

Manstein impartì questi nuovi, drastici ordini in seguito a notizie allarmanti pervenutegh il 17 dicembre. La mattina di quel giorno un’armata sovietica aveva sfondato le linee dell’ottava armata italiana a Boguchar, a monte del Dan, aprendovi la sera una falla profonda ventisette miglia. In tre giorni, lo sfondamento raggiunse un ‘ampiezza di novanta miglia; gli italiani, presi dal panico, si diedero alla fuga, mentre a sud anche la terza armata romena, già duramente provata il 19 novembre, giorno dell’inizio dell’offensiva russa, stava disintegrandosi. Perciò non stupisce che Manstein fosse costretto a richiamare una parte delle forze corazzate di Hoth per cercare di chiudere la falla. Ne segui una reazione a catena.

Non solo gli eserciti del Dan, ma anche le forze di Hoth spintesi casi vicino a Stalingrado dovettero indietreggiare. Questa ritirata a sua volta mise in pericolo l’armata tedesca del Caucaso, che sarebbe stata tagliata fuori qualora i russi avessero raggiunto Rostov sul mare d’Azov. Un giorno o due dopo Natale Zeitzler comunicò a Hitler: « Se non ordinate subito la ritirata dal Caucaso, avremo una seconda Stalingrado ». Il 29 dicembre il comandante supremo imparti con riluttanza le necessarie istruzioni al gruppo A delle armate di Kleist, comprendente la prima armata corazzata e la diciassettesima armata, che non era riuscita nel suo compito di impadronirsi dei ricchi giacimenti petroliferi di Grozny. Anch’esso iniziò una lunga ritirata dopo essere giunto in vista della meta.

I rovesci dei tedeschi in Russia e degli eserciti italo-tedeschi iii Africa settentrionale fecero riflettere Mussolini. Hitler lo aveva invitato a Salisburgo per la metà di dicembre per un colloquio, e il «duce» aveva accettato; soffriva di stomaco, doveva tenere una dieta rigorosa, e quindi, come disse a Ciano, pose una condizione: di consumare i pasti da solo, «perché non voleva che una massa di voraci tedeschi si accorgesse che egli era costretto a nutrirsi soltanto di riso e di latte».

Mussolini decise che era giunto il momento di dire a Hitler di non esporsi ad altre perdite sul fronte orientale, di venire a un’intesa con Stalin e di concentrare le forze dell’Asse per la difesa del resto dell’Africa settentrionale, dei Balcani e dell’Europa occidentale. «Il 1943 sarà l’anno del grande sforzo anglo-americano», disse a Ciano. Hitler non poté lasciare il suo quartier generale dell’Est per incontrare Mussolini; fu quindi Ciano, che invece di quest’ultimo, il i8 dicembre fece il lungo viaggio fino a Rastenburg e riferi al capo nazista le proposte del «duce». Hitler le respinse e assicurò il ministro italiano degli Esteri che senza indebolire affatto il fronte russo poteva inviare altre forze nell’Africa settentrionale, la quale — egli disse — doveva essere tenuta. Malgrado le assicurazioni e la fiducia di Hitler, Ciano trovò il quartier generale assai depresso.

“L’atmosfera è pesante. Porse alle non buone notizie si aggiunge la tristezza di quella foresta umida e la noia della vita collettiva nelle baracche. Non si è nascosto né a me né ai miei collaboratori il disagio per le notizie della rotta sul fronte russo. Si tendeva apertamente a darne a noi la colpa.”

Proprio allora i superstiti dell’ottava armata italiana del Dan cercavano di salvarsi la vita. Uno dei componenti del gruppo di Ciano chiese a un ufficiale dell’OKW se gli italiani avevano subito gravi perdite, la risposta fu: «Nessuna perdita: scappano».

Quanto alle truppe tedesche del Caucaso e del Dan, se non scappavano, stavano sganciandosi dal nemico il più rapidamente possibile per evitare di essere tagliate fuori. All’inizio del 1943, esse si allontanarono ogni giorno di più da Stalingrado. Per i russi era venuto il momento di eliminare le truppe tedesche asserragliate nella città. Ma prima offrirono ai soldati della sesta armata, la cui sorte era ormai segnata, la possibilità di salvarsi la vita.

La mattina dell’8 gennaio 1943 tre giovani ufficiali dell’Armata Rossa si avvicinarono con una bandiera bianca alle linee tedesche della cinta settentrionale della città e presentarono, da parte del generale Rokossovskij, comandante delle forze sovietiche sul fronte del Dan, un ultimatum al generale Paulus. Dopo avergli ricordato che il suo esercito era tagliato fuori e non poteva essere soccorso per terra né rifornito dall’aria, il memorandum diceva:

“La situazione delle vostre truppe è disperata. State soffrendo la fame, le malattie e il freddo. Il crudo inverno russo è appena incominciato. Debbono ancora venire il gelo, i venti glaciali e le tormente di neve. I vostri soldati mancano di equipaggiamento invernale e vivono in condizioni sanitarie paurose... La vostra situazione è senza speranza, ogni ulteriore resistenza è insensata.

In vista di ciò e per evitare un inutile spargimento di sangue vi invitiamo ad arrendervi alle seguenti condizioni...”

Le condizioni erano onorevoli. A tutti i prigionieri sarebbero state assegnate «razioni normali» di viveri. Ai feriti, ai malati e agli assiderati sarebbe stata prestata adeguata assistenza sanitaria. Tutti i prigionieri potevano conservare i distintivi del grado, le decorazioni e gli effetti personali. A Paulus vennero date ventiquattro ore per rispondere.

Egli trasmise immediatamente per radio a Hitler il testo dell’ultimatum e chiese libertà d’azione. La richiesta fu nettamente respinta dal supremo Signore della Guerra. Ventiquattro ore dopo lo spirare del termine dell’ultimatum, cioè la mattina del io gennaio, i russi iniziarono l’ultima fase della battaglia di Stalingrado con un bombardamento di cinquemila pezzi di artiglieria.

I combattimenti furono accaniti e cruenti. Le due parti si batterono con coraggio e temerità incredibili su di un terreno devastato e gelato e fra le rovine della città: ma non a lungo. Sei giorni dopo la sacca tedesca si trovò ridotta alla metà, entro un’area lunga quindici miglia e profonda al massimo nove miglia. Il 24 gennaio tale area fu spezzata in due dagli attacchi nemici e andò perduta l’ultima piccola pista per atterraggi di emergenza. Gli aeroplani che avevano portato agli assediati alcuni rifornimenti, soprattutto medicinali per i malati e i feriti, e che avevano evacuato 29 ooo uomini da ricoverare negli ospedali, non poterono più atterrare.

I russi tornarono ad offrire ai loro coraggiosi nemici la possibilità di arrendersi. Il 24 gennaio emissari sovietici si presentarono alle linee tedesche con nuove proposté. Combattuto fra il suo dovere di obbedire al folle Fuhrer e l’obbligo di salvare dallo sterminio ciò che restava delle sue truppe, Paulus si rivolse ancora una volta a Hitler. Il 24 gli fece, per radio, la seguente comunicazione:

“Le truppe mancano di munizioni e di viveri... Non è più possibile mantenere comandi efficienti... Vi sono 18 000 feriti senza né rifornimenti, nè vestiti, nè medicinali... Resistere ancora non, ha senso. Il crollo è inevitabile. L’esercito chiede l’immediata autorizzazione ad arrendersi per salvare la vita delle truppe che restano.”

La risposta di Hitler ci è stata conservata:

“Proibisco la resa. La sesta armata terrà le posizioni fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia, e con la sua eroica resistenza darà un indimenticabile contributo alla costituzione di un fronte di difesa e alla salvezza del mondo occidentale.”

Il mondo occidentale! Era un boccone amaro per gli uomini della sesta armata che solo poco tempo prima avevano combattuto contro quel mondo in Francia e nelle Fiandre.

Continuare la resistenza era non solo assurdo e inutile, ma anche impossibile, e quando il mese di gennaio 1943 volse alla fine l’epica battaglia si esauri da sé, come la fiamma di una candela consumata che vacilla e muore.

Il 28 gennaio quel che restava di ciò che già era stata una grande armata si trovò diviso in tre piccole sacche. Il generale Paulus aveva il suo quartier generale in quella a sud, nella cantina delle rovine di un grande emporio, l’Univermag. Secondo un testimone oculare il comandante in capo se ne stava seduto sul suo letto da campo in un angolo oscuro, in uno stato vicino al collasso.

L’animo suo e dei suoi soldati non era tale da apprezzare il fiume di telegrammi di congratulazione che ora cominciò a giungere. Goering, che per buona parte dell’inverno era stato ad ammazzare il tempo nel mite clima dell’Italia, pavoneggiandosi nella sua ricca pelliccia, con preziosi anelli alle dita, il 28 gennaio mandò questo radio-messaggio:

“La lotta ingaggiata dalla sesta armata passerà alla storia; le future generazioni parleranno con orgoglio della temerità di Langemarck, della tenacia dell’Alcézar, del coraggio di Natvik e del sacrificio di Stalingrado.”

Né i sopravvissuti di Stalingrado si rincuorarono l’ultima sera, il 30 gennaio il decimo anniversario dell’ascesa al potere dei nazisti, nell’ascoltare l’ampollosa radiotrasmissione del grasso maresciallo del Reich:

“Ancor fra mille anni i tedeschi parleranno con reverenza e con sacro rispetto di questa battaglia [di Stalingradol e ricorderanno che, nonostante tutto, là fu decisa la vittoria finale della Germania... Negli anni futuri, della eroica battaglia sulla Volga si dirà: Se venite in Germania, dite che ci avete visti giacere a Stalingrado, come il nostro onore e i nostri capi ci avevano ordinato, per la maggior gloria della Germania!”

Le ore di gloria e la terribile agonia della sesta armata ormai stavano per finire. Il 30 gennaio Paulus comunicò a Hitler per radio: «Il crollo finale non può più esser ritardato che di altre ventiquattro ore».

Questa comunicazione indusse il comandante supremo a coprire di promozioni gli ufficiali il cui destino, a Stalingrado, era segnato, evidentemente nella speranza che simili onori avrebbero rafforzato il loro proposito di morire gloriosamente sulle posizioni insanguinate. «Nella nostra storia militare non vi è ricordo che un feldmaresciallo tedesco sia mai stato fatto prigioniero», disse Hitler a Jodl, dopodiché egli conferì per radio a Paulus l’ambito bastone di maresciallo. Circa altri 117 ufficiali furono promossi al grado superiore. Era un lugubre gesto.

L’epilogo, in se stesso, fu tetro. L’ultimo di gennaio a tarda ora Paulus inviò l’ultimo suo messaggio al quartier generale tedesco:

“La sesta armata, fedele al suo giuramento e conscia di tutta l’importanza del suo compito, ha tenuto le posizioni fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia — per il Fùhrer e per la patria — sino alla fine.”

Alle 19,45 il radiotelegrafista del quartier generale della sesta armata mandò, per proprio conto, ancora un messaggio: «I russi sono alla porta del nostro bunker. Stiamo distruggendo gli apparecchi». Aggiunse le lettere CL che secondo il codice internazionale dei radiotelegrammi voleva dire:

«Questa stazione cessa le trasmissioni».

Al quartier generale non vi furono combattimenti all’ultimo momento.

Paulus e il suo Stato maggiore non resistettero fino all’ultimo uomo. Un reparto russo comandato da un ufficiale di grado non elevato si affacciò nel buio ambiente della cantina dove si trovava il comandante in capo. I russi intimarono la resa e il capo dello Stato maggiore della sesta armata, generale Schmidt, capitolò. Paulus sedeva, affranto, sul suo letto da campo. Schmidt si rivolse a lui: «Posso chiedere al feldmaresciallo se vi è altro da aggiungere?», ma Paulus era troppo stanco per rispondere.

Più a nord, in una piccola sacca, quel che rimaneva di due divisioni corazzate e di quattro divisioni di fanteria, teneva ancora duro fra le rovine di una fabbrica di trattori. La notte del 1 febbraio giunse loro un messaggio dal quartier generale del Fuhrer.

“Il popolo tedesco si attende che facciate il vostro dovere esattamente come lo han fatto le truppe che hanno difeso la fortezza a sud. Ogni giorno e ogni ora che continue-rete a combattere faciliterà la creazione di un nuovo fronte.”

Poco prima di mezzogiorno, il 2 febbraio, questo gruppo superstite si arrese dopo aver inviato un ultimo messaggio al comandante supremo:

« ... Abbiamo combattuto sino all’ultimo uomo contro forze di gran lunga superiori. Viva la Germania! »

Finalmente su quel campo di battaglia coperto di neve e spruzzato di sangue scese il silenzio. Alle 14,46 del 2 febbraio un apparecchio da ricognizione tedesco volò a grande altezza sulla città e trasmise per radio la comunicazione: « Nessun segno di combattimenti a Stalingrado ».

Intanto 91.000 soldati tedeschi ivi compresi ventiquattro generali, affamati, intirizziti, dei quali molti feriti, tutti inebetiti e affranti, procedevano incespicando fra la neve e il freddo, stringendo sulle teste le coperte incrostate di sangue per proteggersi contro una temperatura di ventiquattro gradi sotto zero, alla volta dei tristi, gelidi campi di prigionieri di guerra della Siberia. A parte circa 20 000 romeni e 29.000 feriti evacuati per via aerea, era tutto ciò che rimaneva di un esercito vittorioso che due mesi prima aveva contato 285.000 uomini. Il resto era stato massacrato. E dei 91.000 tedeschi che in quel giorno d’inverno iniziarono la triste marcia verso la prigionia, solo 5.000 avrebbero rivisto la patria

Nel frattempo nelle retrovie, nel ben riscaldato quartier generale della Prussia orientale, il Signore nazista della Guerra, responsabile per testardaggine e stupidità di quel disastro, se la prendeva con i generali di Stalingrado perché non avevano saputo come e quando morire. Il resoconto di una conferenza che Hitler ebbe all’QKW coi suoi generali il 1 febbraio ci è stato conservato e mette in chiaro quale fosse l’animo del dittatore tedesco in quel periodo critico della sua vita, del suo esercito e della sua patria.

“Si sono semplicemente arresi, mentre avrebbero dovuto stringere le file, formare un baluardo e poi uccidersi con l’ultima loro pallottola... Quell’uomo [Paulus] avrebbe dovuto uccidersi con un colpo di pistola allo Stesso modo che i capi antichi si gettavano sulla punta delle loro spade, quando vedevano che la loro causa era perduta,.. Perfino Varo ordinò al suo schiavo: «Ora uccidimi!».”

Il rancore di Hitler per Paulus, che aveva scelto di vivere, si faceva sempre più velenoso mentre continuava a blaterare.

“Immaginatevi: egli sarà trasportato a Mosca, e pensate a quella trappola da topi! Firmerà tutto. Vedrete: farà confessioni, farà proclami. Ormai percorreranno sino in fondo la china di un crollo spirituale... Vedrete: non passerà una settimana, e Seydlitz, Schmidt e perfino Paulus parleranno alla radio...  Li getteranno nella Ljublanka, dove i topi li divoreranno. Si può essere codardi a tal punto? Io davvero non lo capisco...

Che cosa è la vita? La vita è la Nazione. L’individuo è, in ogni caso, destinato a sparire. Di là dalla vita dell’individuo, c’è la Nazione. Come si può temere il momento della morte, con cui ci si può liberare da tale miseria, se il proprio dovere non ci incatena a questa Valle di Lacrime?

Molti son dovuti morire, ed ecco che un uomo come questo, all’ultimo minuto macchia l’eroismo di tanti altri. Egli avrebbe potuto liberarsi da ogni affanno e ascendere all’eternità e all’immortalit