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Poskrebyscev. Il segretario di Stalin. La corrispondenza del dittatore russo


Continuiamo gli invii per il settore “Segretari di uomini potenti”. Questa volta un brano ripreso da un libro di narrativa e non di saggistica, ma che a me sembra descrivere in maniera precisa cosa voleva dire essere segretario del dittatore russo durante il periodo delle purghe, delle spiate, del terrore.
«…Stalin rientrando nel suo ufficio disse a Poskrebyscev, il suo segretario personale:
”Venga da me un attimo”.
Poskrebyscev seguì Stalin nell’ufficio, chiuse con ogni cura la porta dietro di sé (a Stalin non piaceva che la porta restasse aperta, ma neppure gli piaceva quando la facevano sbattere) e si fermò a qualche passo dal tavolo, in modo da non trovarsi al suo fianco (altra cosa che Stalin non gradiva), ma abbastanza vicino per poter udire la sua voce bassa e non doversi far ripetere le cose (Stalin non gradiva che lo facessero ripetere).
“Prenda questa lettera”ordinò Stalin.
Poskrebyscev si avvicinò e prese i fogli che gli venivano tesi.
“Porti a conoscenza della lettera i membri del Politbjuro. Insieme con la lettera faccia pervenire a tutti loro il progetto di risoluzione: il compagno Krorin è sollevato dall’incarico di capo-redattore della rivista Boscevik. L’incarico di caporedattore viene affidato al compagno Steckij. Zinoviev è estromesso dal comitato di redazione della rivista, il suo posto viene assunto dal compagno Tal.”
Poskrebyscev capiva al volo ciò che il compagno Stalin voleva. In quel caso preciso il compagno Stalin voleva: a) che la lettera restasse in un unico esemplare e che, una volta presa in visione dai membri del Politbjuro, fosse custodita nella sua cassaforte personale; b) che chiarisse al Politbjuro le ragioni dei mutamenti interni al comitato di redazione del Bolscevik; c) che non vi sarebbe stata alcuna spiegazione ufficiale su detti trasferimenti.
“Agli ordini!” Rispose Poskrebyscev.
Ma non se ne andava. Possedeva ancora un’altra virtù: leggeva esattamente sul volto di Stalin se poteva o non poteva ancora andarsene.
Stalin prese dal tavolo una cartellina di marocchino rosso scuro e la passò a Poskrebyscev.
“Prenda la posta.”
Adesso Poskrebyscev sapeva di poter andare. Guadagnò la porta retrocedendo come un gambero, girò su se stesso e usci dall’ufficio, chiudendo con ogni cura la porta.
Seduto al proprio tavolo, Poskrebyscev dette un’occhiata alla posta che Stalin gli aveva consegnato nella cartellina di marocchino.
A Stalin perveniva direttamente solo la posta di assoluta importanza. Anche la capacità di saper distinguere l’importante dal trascurabile, il necessario dall’inutile, era un pregio di Poskrebyscev. Naturalmente non era fisicamente in grado di leggere da solo tutta la posta indirizzata a Stalin, di ciò si occupavano alcuni addetti della segreteria che operavano una prima cernita della corrispondenza e passavano successivamente a Poskrebyscev ciò che ritenevano sostanziale. A questo punto era lui a scegliere quanto riteneva necessario far pervenire direttamente a Stalin. Gli addetti della segreteria conoscevano bene il loro compito, sapevano ciò che veniva loro richiesto, sapevano che le lettere riguardanti i membri del CC e soprattutto quelli del Politbjuro andavano trasmesse assolutamente. Ogni mattina Poskrebyscev disponeva la corrispondenza sul tavolo di Stalin in quella stessa cartellina di marocchino rosso e la ritirava solo quando Stalin stesso gliela riconsegnava, così come aveva fatto quel giorno.

Come sempre, Poskrebyscev suddivideva la posta che gli era stata riconsegnata in due pile: le lettere che la penna di Stalin aveva sfiorato e quelle che invece non erano state sfiorate. Le prime venivano immediatamente trasmesse alla segreteria e protocollate, dopo di che si operava secondo le disposizioni indicate da Stalin; le seconde, cioè le lettere senza alcuna disposizione di Stalin, non venivano protocollate, ma custodite in cassaforte fino a che Stalin non decideva in merito.
C’era poi ancora un altro gruppo di lettere, quelle che Stalin non restituiva subito, anzi, che talora non restituiva affatto e conservava nel suo ufficio o distruggeva. Erano lettere di eccezionale importanza.
Quando al mattino Poskrebyscev metteva la posta sul tavolo del compagno Stalin, segnava con precisione il numero delle lettere dopo averle contate e ricontate. Quando gli venivano riconsegnate, egli le ricontava di nuovo e in tal modo sapeva con esattezza quante erano le lettere che Stalin aveva trattenuto. Sapeva altresì quali lettere aveva trattenuto, grazie alla sua tenace memoria da burocrate: quando al mattino le metteva sul tavolo di Stalin, riusciva a memorizzarne a grandi linee il contenuto.
Quella volta era stata riconsegnata tutta la corrispondenza, tranne un plico sigillato con una relazione di Jagoda [il capo della polizia politica].
Ma quei plichi venivano sempre trattenuti da Stalin…»

(tratto da Anatolij Rybakov “I figli dell’Arbat”, Rizzoli, pag. 302)

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