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Il modo con cui gli storici
hanno interpretato la stregoneria medievale, è stato rivoluzionato
negli anni scorsi da un libro fondamentale: "I Beneandanti"
di Carlo Ginzburg.
Fino al secolo scorso erano in voga due concezioni sul tema della stregoneria,
l’una opposta all’altra. Da un lato i "clericali tradizionalisti"
che credevano al sabba come espressione di culto al Demonio, dall’altro
gli "scettici illuminati" che sostenevano esser tutto un fantasticare
di vecchie ignoranti, donnette facili preda dei "cattivi" dell’Inquisizione,
che gli facevano confessare i loro presunti, ma esclusivamente onirici,
omaggi a Satana.
Naturalmente anche la sorte processuale degli imputati di stregoneria
era profondamente diversa, a seconda dell’epoca e della corrente di pensiero
a cui apparteneva il giudice. Se il magistrato riteneva che fossero sogni
non condannava al rogo, come sarebbe invece successo col giudice che riteneva
che le streghe avessero fatto un patto con Satana.
Fino al 1200 gli "scettici illuminati" furono aiutati da un
documento ecclesiastico. Nel 900 un vescovo aveva scritto il celebre "Canon
espicopi", un insieme di domande che i preti in confessione dovevano
rivolgere alle penitenti.
Una di queste domande si riferiva al cavalcare la notte su animali al
seguito della dea Diana per andare a feste notturne. Ecco il testo integrale:
"Esistono certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana
e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono
e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana,
dea dei pagani, e di una moltitudine di donne; di attraversare larghi
spazi di terre grazie al silenzio della notte e ubbidire ai suoi ordini
e di essere chiamate alcune notti al suo servizio. Ma volesse il cielo
che soltanto loro fossero perite nella loro falsa credenza e non avessero
trascinato parecchi altri nella perdizione dell’anima. Moltissimi, infatti,
si sono lasciati illudere da questi inganni e credono che tutto ciò
sia vero, e in tal modo si allontanano dalla vera fede e cadono nell’errore
dei pagani, credendo che vi siano altri dèi o divinità oltre
all’unico Dio."
La domanda stessa rivelava che, per la concezione ufficiale, la stregoneria
era un sogno. Un grande giurista della chiesa, Graziano, nel 1200 inserì
la domanda del "Canon espicopi" in una raccolta di documenti
ufficiali, e i giudici "buoni", gli scettici, rifacendosi a
Graziano, potevano evitare il rogo alle streghe.
Se fino al 1200 prevalse la tesi del sogno, dopo quella data ci fu un
mutamento, causato dall’inizio delle persecuzioni contro eretici patarini
e albigesi. L’ordine religioso dei Domenicani e l’inquisizione, create
per combattere gli eretici, rivolsero sempre di più le loro forze
contro chiunque non fosse cattolico, comprendendo nel mucchio anche chi
credeva ad antichi riti agrari. Il tutto fu aggravato dalla riforma protestante.
Dopo il 1500 ci furono regolari ispezioni dei vescovi anche nelle parrocchie
più sperdute. Giravano per i monti facendo precise domande su tutto
e tutti, e il minimo sospetto di non-ortodossia bastava a finire sotto
processo. Nella repressione dei protestanti finirono così anche
le streghe, condannate a morte per tutto il 1600.
Dopo la Rivoluzione francese
e il positivismo, tornò invece in voga l’ipotesi degli "scettici
illuminati": la stregoneria era solo il vaneggimento di povere contadine
e di vecchie pazze, vittime di credenze superstiziose, colpevoli di false
allucinazioni, ma innocenti delle malie e delle fatture per cui venivano
processate.
Una "storica dilettante":
Margaret Murray
Unica voce fuori del coro fu quella di una "storica dilettante",
Margaret Murray, un’antropologa che quando nel 1921 espresse la sua tesi,
fu presa poco sul serio.
Secondo M. Murray, discepola di J. Frazer, i convegni descritti dalle
imputate erano reali, e la stregoneria era una religione antichissima,
un culto precristiano di fertilità, in cui i giudici non sapevano
vedere che una "perversione diabolica".
La "tesi" della Murray, respinta aI suo apparire da storici,
antropologi e folkloristi finì poi con l’imporsi, e sembrò
più che sensata là dove scorgeva nelle orgie del sabba la
deformazione di un antico rito di fertilità.
Questa affermazione è stata recentemente supportata dalle ricerche
dell’antropologo Carlo Ginzburg, che - nel suo "I Beneandanti",
Einaudi - ha dimostrato la presenza inequivocabile, nella zona del Friuli,
di un culto di fertilità, i cui portatori - i Benandanti - si presentavano
come difensori dei raccolti e della fertilità dei campi.
Grazie ad un paziente lavoro di ricerca compiuto negli archivi vescovili,
Ginzburg ha rintracciato tutti i processi a cui furono sottoposti gli
stregoni adepti di questa particolare setta. L’autore ha potuto seguire
vari interventi giudiziari, che, a partire dal 1570 fino al 1670, avevano
come imputati dei Beneandanti, e ha notato come sia le credenze degli
imputati sia le accuse degli inquisitori si siano andate evolvendo nel
tempo.
Agli inizi la setta si presentava come residuo di un culto agrario, poi,
nel giro di un secolo, i Benandanti si trasformarono in stregoni, e i
loro convegni notturni volti a procurare fertilità, si tramutarono
nel sabba diabolico.
Ma iniziamo dai primi processi, in cui emerge come, secondo quanto credevano
gli adepti della setta, la prosperità e l’abbondanza dei prossimi
raccolti dipendevano anche da una cerimonia beneaugurale che loro dovevano
compiere.
Due gruppi di adepti simulavano uno scontro simbolico e si battevano danzando:
"
le donne battevano con le canne di sorgo gl’homeni che erano
con loro, et li quali non havevano in mano altro che mazze di finochio";
"nel combattere che facciamo, una volta combattiamo per il frumento"
altre volte per la biada o l’avena o il vino " et così in
quattro volte si combatte tutti li frutti della terra, et quello che vien
vinto da Benandanti quell’anno è abondanza, et perdendo è
carestia in quel anno".
Sul battere parti del corpo come rito di fertilità, il Mannhardt
[W. MANNHARDT, "Wald und Feld culte"] raccolse un gran numero
di testimonianze, soprattutto tedesche, sull’uso di battere al principio
della primavera o alla fine dell’inverno uomini o animali con piante o
rami d’albero, uso che interpretò come cacciata degli spiriti maligni
ostili alla vegetazione.
In seguito questa interpretazione è stata rifiutata, e si è
visto in queste battiture un rito magico volto a comunicare a uomini e
animali le virtù dell’albero usato come frusta.
Del resto anche presso gli antichi romani esistevano riti, come i Lupercali,
in cui i sacerdoti correvano intorno al colle Palatino colpendo i passanti.
Molti di loro chiedevano di ricevere i colpi dei Luperci, e tra loro in
particolare le donne adulte, poiché si riteneva che così
avrebbero potuto rimanere incinte. Era una cerimonia tesa a propiziare
la fecondità della terra, degli animali e dell’uomo alle porte
della primavera, quando tutta la natura si risveglia.
Dicevamo come le credenze degli
imputati sia le accuse degli inquisitori si siano andate evolvendo nel
tempo. Se i Beneandanti processati nel 1570 parlano delle battaglie simboliche
e il loro è senz’altro il residuo di un culto agrario, quelli processati
un secolo più tardi raccontano il loro culto così: "le
streghe nella congregatione vanno tutte a baciare il culo al Diavolo,
e doppo il diavolo gli dà autorità di far del male, cioè
di far le malie, di far consumar le creature, di far venir le tempeste,
e secondo l’autorità che gli dà il Demonio di far del male,
così bisogna che lo faccino, altrimenti nell’altra congregatione
rendono conto al Diavolo di quel male che hanno fatto, se hanno mancato
di far male, il Diavolo gli dà delle battiture".
I processi contro i Benandanti
evolvono nel senso che i settari citati nel 1570 come combattenti per
il bene e la fertilità, in un processo più tardo, nel 1595,
diventano "quelli che levano fatture e malie". Non fanno più
battaglie simboliche ma levano il malocchio. Passano pochi anni e - per
il principio che chi lo leva sa anche metterlo - ecco che il popolino
e la Chiesa vedono nei Benendanti del tardo ’600 degli stregoni anche
loro capaci di fare del male.
Da una battaglia simbolica e collettiva per il raccolto abbondante, si
arriva ad accuse di mettere intrugli - dentro il materasso, sotto lo stipite
o nelle pareti di casa - per far cadere la gente in malattia.
Che sostanze con potere malefico potessero essere nascoste in una casa
per nuocere magicamente, è cosa accettata senza problemi in Papuasia,
ma anche la classe dirigente romana imperiale credeva a queste influenze
malevole. Racconta Tacito che ’’...si estraevano dalle pareti della casa
di Germanico lembi di cadaveri, formule magiche e imprecazioni, resti
umani a metà bruciati sporchi di sangue raggrumato."
Chi sono dunque questi Benandanti
del periodo più tardo? Da un lato, essi affermano di contrapporsi
a streghe e stregoni, di ostacolarne i disegni malefici, di curare le
vittime delle loro fatture; dall’altro, non diversamente dai presunti
avversari - gli stregoni "cattivi" - asseriscono di recarsi
in sogno a misteriosi raduni notturni, di cui non possono far parola sotto
pena di essere bastonati, cavalcando lepri, gatti e altri animali.
I culti agrari
Dei culti agrari medievali ci è comunque rimasto pochissimo. Ne
deriva per noi una salutare lezione di modestia su quel che possiamo decifrare
analizzando le testimonianze del passato.
Lo storico medievale si accanisce su monete, resti archelogici di antiche
ville o fattorie, leggende orali, toponomastica, ecc. e si attacca a qualsiasi
testo scritto, purchè getti un po’ di luce. Si diceva "qualsiasi
testo scritto", ma attenzione. Nel medioevo c’erano due grandi classi
sociali: i contadini e tutti gli altri. Di costoro, e più in generale
dei "ricchi", pochi sapevano scrivere, chi scriveva spesso non
lasciava molto di interessante: aride cronache vescovili, vite di santi,
ecc.. Del punto di vista contadino non ci resta nulla di scritto, se non,
come è capitato a Ginzburg, i verbali di confessione trascritti
dai loro giudici. Rispetto ai poteri onirici troviamo solo magistrati
più o meno scettici che mettono a verbale questa "credenza
popolare". Questo vale per il mondo maschile, ma la stregoneria fu
un culto prevalentemente di donne - chi altro avrebbe messo la massima
passione per temi come la fertilità - ma della donna medievale
noi conosciamo meno di nulla.
Noi non sappiamo che sogni erotici facesse una contadina, che voleva dire
per lei il sogno di una festa con sesso libero e selvaggio, quanto questo
sogno ricorrente entrasse a costituire la sua scala di valori.
Precedenti storici
Le testimonianze di sopravvivenze di culti agrari pagani sono rarissime
e estremamente labili, solo Ginzburg è riuscito a trovare qualcosa
di preciso e documentato.
I processi contro le streghe iniziano nel 1300 - 1400, ed hanno un’impennata
nel 1500 e 1600. Di precedente a questo periodo abbiamo solo alcune scarne
testimonianze:
1. Apuleio
2. Il "Canon episcopi"
3. Il nome e il culto di Diana
4. Boccaccio.
Vediamole nell’ordine.
Apuleio è autore di un romanzo latino del 170 d. C.: "Le metamorfosi",
anche conosciuto come "L’asino d’oro". Venne accusato di essere
un mago - abbiamo di suo pugno l’orazione con cui si difese - quindi era
uno che di stregoneria se ne intendeva. Apuleio ci lascia nell’"L’asino
d’oro" un’insospettabile precedente della pratica dell’unzione delle
streghe.
È un particolare che finora non ho trovato analizzato dagli "storici
di professione", e su cui vorrei attirare la vostra attenzione. Ecco
il brano:
"...verso le prime ore della notte, la strega Panfila comincia con
lo svestirsi di tutti gli abiti, e aperto un armadio, ne trae numerosi
vasetti. A uno di questi leva il coperchio, ne toglie l’unguento, se ne
spalma a lungo le mani, poi si unge interamente dai piedi sino alla sommità
dei capelli, e parlando sommessamente alla lucerna, muove le membra tremando
tutta. A mano a mano che si scuote, le spuntano molli piume poi forti
penne, il naso le si indurisce e le si incurva, le unghie diventano uncini.
Panfila diventa un gufo. Poi, fatto uscire un lamentoso strido, la strega
saltella in terra e tutt’a un tratto, levatasi in volo, fugge ad ali spiegate".
Ecco dunque il racconto di un’unzione di una strega che sembra proprio
una scena del 1500. C’è l’unguento, e c’è il tramutarsi
in animale, in questo caso un uccello, un gufo. Il "termine "stregoneria"
proprio dai gufi ha la sua etimologia, (strix è infatti il termine
latino per ’’gufo’’). Unzioni e tramutazioni che il popolino romano riteneva
credibili nel 170 d. C., vengono poi credute per altri 1400 anni.
C’è poi il "Canon
episcopi" e la sue domanda: "Hai sognato di cavalcare la notte
su animali al seguito dei Diana per andare a feste notturne?".
I preti del medioevo sapevano che molte donne credevano di fare voli magici.
Bisognava rimproverarle e insegnare che quelle erano solo fantasie.
Si tratta di credenze, testimoniate per la prima volta nel secolo X, ma
risalenti sicuramente a un periodo anteriore, in misteriosi voli notturni,
soprattutto di donne, verso convegni dove non vi è traccia di presenze
diaboliche, di profanazione di sacramenti o di apostasia della fede, convegni
presieduti da una divinità femminile, chiamata ora Diana, ora Erodiade,
ora Perchta. La presenza di divinità legate alla vegetazione come
Perchta o Diana significa che le credenze sottostanti alla più
tarda stregoneria diabolica sono riconducibili a culti di fertilità?
Sembra quindi di sì.
Importa notare che questa credenza nelle cavalcate notturne ebbe una notevolissima
diffusione, testimoniata dagli antichi penitenziali tedeschi. In essi,
tuttavia, il nome di Diana viene talvolta sostituito da quello di divinità
popolari germaniche, come Holda. Holda, infatti, analogamente alla sua
consorella della Germania meridionale, Perchta, è ad un tempo dea
della vegetazione, e quindi della fertilità, ed è la guida
dell’"esercito furioso" o "caccia selvaggia" - e cioè
della schiera dei morti anzitempo - che percorre di notte, non placata
e terribile, le vie dei villaggi, mentre gli abitanti sbarrano le porte
in cerca di protezione. Non c’è dubbio che le cavalcate notturne
delle donne seguaci di Diana siano una variante della "caccia selvaggia":
e si spiega cosi la stupefacente presenza di Diana "dea dei pagani"
tra questi miti.
Alle schiere notturne vaganti guidate da una figura femminile si accenna
anche in un passo di Guglielmo d’Alvernia (m. 1249). Secondo il volgo,
una misteriosa divinità (ma si tratta in realtà, spiega
Guglielmo, di un demonio), chiamata Abundia o Satia, gira di notte per
case e cantine, accompagnata dai suoi seguaci, mangiando e bevendo ciò
che trova: se s’imbatte in cibi e bevande lasciate come offerte, procura
prosperità alla casa e ai suoi abitanti, altrimenti si allontana
rifiutando la sua protezione.
A "dame Abonde" e ai suoi seguaci allude anche un passo del
Roman de la Rose, composto verso la fine del 1200: alcuni credono (ma
il poeta giudica tutto ciò "folie orrible") che i terzogeniti
siano costretti ad andare, tre volte alla settimana, in compagnia di dame
Abonde nelle case dei vicini. Nulla li può fermare, né muri
né porte sbarrate, giacché è soltanto la loro anima
che viaggia, mentre il corpo rimane immobile.
Ma, come si è detto, Abonde è soltanto uno dei nomi assunti
da questa divinità popolare. Una donna processata dall’Inquisizione
milanese nel 1390 per aver asserito di far parte della "società"
di Diana, dichiara che la dea accompagnata dalle seguaci gira la notte
per le case, soprattutto quelle dei ricchi, mangiando e bevendo: e allorché
la compagnia s’imbatte in dimore ben spazzate e ordinate, Diana impartisce
la sua benedizione augurale.
Il Canon episcopi ci lascia
però un altro segno, un indizio semiotico: il nome "Diana".
Se, parlando di religione romana, i primi nomi che vengono in mente sono
Giove, Venere o Giunone, per il contadino dell’inizio del Medioevo si
tratta di Dei morti e sepolti, che furono onorati solo finchè lo
Stato pagano pagava marmi per i tempi, incenso e sacrifici di animali.
A questa strage di divinità sopravvivono invece due Dei: Diana,
citata come sovrana delle cavalcate notturne, e Pan (in latino Fauno).
Quest’ultimo è un dio di pastori, poco venerato nelle città
ma popolare in campagna, e la discriminante tra religione delle città
e culti delle campagne merita un approfondimento. Quando dopo Costantino
il Cristianesimo divenne prima "religione dominante" e poi "unica
religione autorizzata", il nuovo culto fu quasi esclusivamente cittadino.
Nel tardo Impero il termine "pagano", che originariamente vuol
dire ’’campagnolo’’, diviene in seguito sinonimo di non-cristiano perché
il culto di Cristo si affermò in Occidente solo nelle città,
mentre i villici continuavano ad adorare i loro antichi numi.
Il Dio pastorale Pan lasciò in eredità le sue sembianze
(corpo coperto di peli, mezzo uomo e mezzo animale, gambe come quelle
di un montone, zoccoli biforcuti) al Diavolo, che poi così venne
raffigurato.
Il Dio dei non-cristiani, Pan, diviene l’antidio dei seguaci di Gesù,
diventa la rappresentazione di Satana.
I cristiani ’’rubano’’ questa figura simbolica al culto concorrente. Non
solo: il Cristianesimo è così dominante e parla con la voce
piena di potere di giudici e inquisitori, che le reminiscenze dei vecchi
culti agrari con la fine del 1500 scompaiono totalmente, e i non-cristiani
del 1600 confessano e operano come se il Diavolo fosse davvero il loro
Dio. Dopo i primi processi, nessuno parla più di battaglie simboliche.
Ben presto nelle riunioni - oniriche o reali che fossero - si vedranno
solo "messe nere" e riti satanici. I Beneandanti si riuniscono
ormai solo per scambiarsi ricette per fatture e resoconti/vanterie di
malvagità compiute; se fanno sogni collettivi, vi si vedono intenti
solo a baciare la coda di Satana.
E veniamo a Boccaccio. Nel
"Decameron" (ottava giornata novella nona) c’è un racconto
che mostra le credenze popolari circa la stregoneria nel 1350.
Narra di una burla che due tizi - Bruno e Buffalmacco - fanno a un medico
credulone. Lo convincono che vanno a raduni magici, e che in questi convegni
si può far sesso con le più belle donne del mondo. Il medico
inizia chiedendo a Bruno che vede sempre allegro, da dove venisse l’abbondanza
sua e del suo amico Buffalmacco. Gli risponde Bruno:
"il mio compagno e io viviamo così lietamente non perché
andiamo ad imbolare [a rubare], ma noi andiamo in corso [al sabba], e
di questo ogni cosa che a noi è di diletto o di bisogno, senza
alcun danno d’altrui, tutto traiamo, e da questo viene il nostro viver
lieto che voi vedete.
In Firenze fu un gran maestro in nigromantia [stregoneria], il quale ebbe
nome Michele Scotto, per ciò che di Scozia era, [il filosofo Michele
Scoto, che nel medioevo aveva fama di esser stato un grande mago] e volendosi
di qui partire, ci lasciò due suoi sofficienti discepoli [degli
spiriti serventi]. Costoro adunque servivano [i partecipanti al sabba],
li quali due volte almeno il mese insieme si dovessero ritrovare in alcun
luogo da loro ordinato; e quivi essendo, ciascuno a costoro il suo disidero
dice, ed essi prestamente per quella notte il forniscono. Noi insieme
ci raccogliamo, ed è maravigliosa cosa a vedere i capoletti intorno
alla sala dove mangiamo, e le tavole e la quantità de’ nobili e
belli servidori, così femine come maschi, il vasellame d’oro e
d’argento, ne’ quali noi mangiamo e beiamo; e oltre a questo le molte
e varie vivande
Ma sopra tutti gli altri piaceri che vi sono, si è quello delle
belle donne, le quali subitamente, purché l’uom voglia, di tutto
il mondo vi son recate. Voi vedreste quivi la gumedra [imperatrice] del
gran Can d’Altarisi [l’imperatore mongolo della Cina], la donna dei Barbanicchi,
la reina de’ Baschi, la moglie del soldano, la imperadrice d’Osbech, la
ciancianfera di Norrueca, la semistante di Berlinzone, la scalpedra di
Narsia, infino alla schinchimurra del Presto Giovanni, che ha per me’
’l culo le corna: or vedete oggimai voi!
Dove, poi che hanno bevuto e confettato, fatta una danza o due, ciascuna,
con colui per cui istanzia v’è fatta venire, se ne va nella sua
camera
E questa cosa chiamiam noi vulgarmente l’andare in corso; per ciò
che sì come i corsari tolgono la roba d’ogn’uomo, e così
facciam noi; se non che di tanto siam differenti da loro, che eglino mai
non la rendono, e noi la rendiamo come adoperata l’abbiamo [la donna,
che è venuta in sogno, torna alla sua famiglia]."
Quindi Bruno gli spiega che, per partecipare al convegno:
"A voi si convien trovar modo che voi siate stasera in su uno di
quegli avelli [sepolcri, tombe] che poco tempo fa si fecero di fuori a
Santa Maria Novella. Verrà per voi una bestia nera e cornuta, e
andrà faccendo per la piazza dinanzi da voi un gran sufolare e
un gran saltare per ispaventarvi; ma poi, quando vedrà che voi
non vi spaventiate, ella vi s’accosterà pianamente; quando accostata
vi si sarà, voi, senza ricordare o Iddio o’ Santi, vi salite suso.
Ella allora soavemente si moverà e recherravverle a noi; ma infino
ad ora, se voi ricordaste o Iddio o’ Santi, o aveste paura, vi dich’io
che ella vi potrebbe gittare o percuotere
Come notte si venne faccendo, Buffalmacco, il quale era grande e aitante
della persona, messosi in dosso un pilliccion nero a rovescio, in quello
s’acconciò in guisa che pareva pure uno orso; se non che la maschera
aveva viso di diavolo ed era cornuta. E così acconcio, se n’andò
nella piazza. E come egli si fu accorto che messer lo medico v’era, così
cominciò a saltabellare e a sufolare e ad urlare. Il quale come
il medico sentì e vide, così tutti i peli gli s’arricciarono
addosso, e tutto cominciò a tremare, come colui che era più
che una femina pauroso. Temendo gli facesse male se su non vi salisse,
sceso dello avello, pianamente dicendo, - Iddio m’aiuti -, su vi salì.
Allora Buffalmacco andando carpone il condusse infin presso alcune fosse
[buche nelle quali i contadini facevan depositare il letame e liquami
di fogne e latrine per concimarci i campi]. Alle quali come Buffalmacco
fu vicino, messa la mano sotto all’un de’ piedi del medico e con essa
sospintolsi da dosso, il gittò in essa fossa, dove costui, sentendosi
in questo luogo così abominevole, si sforzò di rilevare
e di volersi aiutare per uscirne, e ora in qua e ora in là ricadendo,
tutto dal capo al piè fu impastato."
Ecco quindi il sabba - altrove
chiamato "strigozzo", o "gioco", o, come qui, "corso"
- che viene immaginato come un luogo di sesso sfrenato.
Emerge però anche la diffusa opinione popolare che il sabba sia
in contraddizione con la Chiesa: chi ci va non deve nominare il nome di
Iddio o dei santi, altrimenti farà adirare gli Spiriti.
Infine, è narrato come al sabba può arrivare gente che si
è tramutata in animali.
"Nati con la camicia"
Tornando ai Benandanti, nel 1500 si riteneva che fossero predestinati
- quasi moralmente obbligati - a partecipare alle battaglie simboliche
tutti coloro che avevano un elemento comune, un segno caratteristico che
li "marchiava" fin dalla nascita: l’essere nati con la camicia,
cioè involti nella membrana amniotica.
Quest’oggetto (la "camicia") proteggeva i soldati dai colpi,
allontanava i nemici, aiutava persino gli avvocati a vincere le cause.
Era un oggetto dalle virtù magiche: e per accrescere queste virtù
alcuni usavano farvi celebrare sopra delle messe. Ai generici poteri della
"camisciola" si aggiungeva quello specifico di predestinare
gli individui nati entro di essa alla "professione" di Benandanti.
La "camicia" portata al collo li legava ad un destino al quale
era impossibile sottrarsi. Il contadino friulano del ’500 che aveva la
ventura di nascere con la camicia apprendeva ben presto - dai familiari,
dagli amici, dall’intera comunità - di essere nato sotto un "pianeta"
speciale. Arrivato all’età virile, in un giovedì notte,
il Benandante avrebbe iniziato la sua "professione" piombando
in un letargo misterioso, uno stato di profonda prostrazione, di totale
catalessi, sulla cui origine si è discusso molto. Durante questa
"trance" ci si ritrovava in un universo popolato di figure e
di eventi, destinati a ripetersi, con minime variazioni, per anni, in
cui trovavano sfogo aspirazioni e timori collettivi: il terrore della
carestia, la speranza di un buon raccolto, il pensiero dell’oltretomba,
la nostalgia senza speranza per i defunti, l’ansia per la loro sorte ultraterrena.
Ci si ritrovava a partecipare a strane cerimonie che - a detta dei Beneandanti
stessi - avevano la caratteristica di essere puramente oniriche. In realtà
i Benandanti si esprimono diversamente, e non mettono mai in dubbio la
realtà di quei convegni a cui si recano "in spirito".
Ma su questo mi riservo di farvi avere presto un nuovo intervento.
Altro materiale sui Benandanti, con citazioni integrali delle pagine di
Carlo Ginzburg, lo potete trovare su
www.ilpalo.com/storia/materiali/337
- 361 beneandanti.htm
In passato mi sono anche cimentato in un romanzo storico, sulla sopravvivenza
dei culti pagani nell’Alto medioevo. Lo potete trovare sul Web alla pagina:
http://www.ilpalo.com/libri-e-racconti/index.htm
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