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Bucharin
e Stalin
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Stalin ha modo di valutare il peso dellaiuto buchariniano . Questo piccolo uomo, col camiciotto alla russa, la giacca di pelle, gli stivali, gentile di modi, con i suoi dolci occhi grigio-azzurri , sapeva farsi benvolere. Nessuno intravedeva in lui un politico spietato, un cinico cacciatore di potere. Trozki , che pure lo stimava intellettualmente, era solito dire di lui: «Rimarrà sempre un vecchio studente». Una delle sue tipiche sottovalutazioni. Il piccolo, simpatico Bucharcik , pur privo delle doti organizzative e della costanza dimpegno necessarie a un dirigente di partito, aveva peraltro una grande passione per il potere. Era tutt altro che disinteressato. Lo aveva ampiamente dimostrato i anni precedenti, lo confermava adesso, trasformandosi in implacabile accusatore di Zinoviev , al cui soccorso va, nella conda giornata dei lavori, la sola Krupskaia , anche lei molto emica con Bucharin . La vedova di Lenin solleva un problema etico-politico : è giusto affermare che la maggioranza ha sempre ragione? s i chiede, ma risponde negativamente con decisione. Fu subito rimbeccata dagli ortodossi cultori dellunanimismo. Al terzo giorno Stalin comincia a mandare allattacco i suoi uomini, Mikojan , Uglanov , Jaroslavski : tutti chiedono al duo Zinoviev-Kamenev di sottomettersi alla «ferrea legge della maggioranza». Era il secondo atto della tragedia: prima lo avevano chiesto Zinoviev e Kamenev a Trozki , ora lo chiedevano a loro. Il partito si stava soffocando con le sue mani. Ma al quarto giorno il congresso tocca la sua punta più alta di drammaticità. Kamenev , il bolscevico della vecchia guardia, uno dei prediletti di Lenin, il compagno desilio di Stalin, rompe gli indugi e va alla tribuna. Parlerà per cinque ore, dimostrandosi assai più abile di Zinoviev . Ormai aveva compreso che il punto chiave della lotta nel partito era diventato Stalin. Lui andava colpito, non altri. Due i cardini del suo intervento: Il gensek è prigioniero di una linea profondamente errata, quella di Bucharin ; i suoi poteri sono diventati eccessivi. Non era più accettabile una situazione «in cui la segreteria accomuni la po litica e lorganizzazione e in realtà decida la politica in anticipo». Da qui la netta presa di posizione di Kamenev . «Mi sono convinto che il compagno Stalin non può assolvere alla funzione di tenere unito lo stato maggiore bolscevico.» Scoppiano in aula, a quel punto, clamori e tafferugli. Per la prima volta in unassemblea di partito viene scandito il nome di Stalin: lo fanno i suoi più stretti seguaci, ma lo fanno anche i buchariniani . A nessuno di loro appariva un tiranno come lo aveva dipinto Kamenev . Alla tribuna si susseguono gli oratori: gli esponenti della maggioranza negano che nel partito ci sia un capo che prevalga sugli altri. Parola di Tomski , il grande leader dei sindacati, parola di Rykov , capo del governo sovietico, che con Bucharin costituivano la triade della destra del partito. Il giorno dopo i giochi si fanno pesanti. Gli zinovievisti fanno circolare fra i delegati unintervista di Stalin, più volte smentita dallinteressato, nella quale il gensek esaltava la proprietà privata della terra. Rudzutak va alla tribuna per denunciare pratiche scorrette di Kamenev contro il segretario generale. Voroscilov , il vecchio compagno staliniano darme di Zarizyn e che grazie a quell amicizia era appena diventato capo delle forze armate, porta la sua solidarietà al gensek sotto accusa. La replica dei due relatori sulla linea politica del partito chiude la prima parte di quel tumultuoso congresso. Zinoviev , in un discorso di quattro ore e mezza, disperde gli effetti che in qualche modo aveva raggiunto Kamenev con la sua esplicita proposta di rimuovere Stalin dalla segreteria, o comunque di modificare la Struttura di quel fondamentale centro di potere. Lunico contributo che Zinoviev porta è la citazione di un vecchio articolo di Stalin nel quale si metteva in dubbio la possibilità del socialismo in un solo paese . Un po poco, al punto in cui era arrivato lo scontro . Zinoviev , poi, commette lerrore di arroccarsi nella difesa a oltranza del partito leningradese dando così un sapore meschino, provinciale, di «bottega», a una battaglia che aveva ben altre poste in gioco. Ma, soprattutto, in quel clima così passionale, da ultima spiaggia, nel quale uno dei due schieramenti doveva per forza vincere, lascia intendere che era giunto il momento di riammettere nel lavoro di partito tutti «gruppi precedenti». La frase è talmente ambigua e aperta a tutte le interpretazioni, che la presidenza del congresso invita loratore a ripeterla. E Zinoviev la ripete provocando in sa la un pandemonio. Tutti hanno capito, a quel punto, che egli si stava facendo paladino di tutte le passate opposizioni, da «centralismo democratico» a «democrazia operaia» per finire al trozchismo . Opposizioni che potevano essere tranquillamente etichettate dalla maggioranza del partito come «antileniniane ». Una mossa maldestra, quella di Zinoviev , che avrebbe accentuato la sua posizione frazionista e la sua spregiudicatezza . Il congresso era ben consapevole che i gruppi ai quali Zinoviev rivolgeva la mano erano tutti frutto della sinistra del partito, contro la quale egli si era battuto spietatamente, senza esclusione di colpi, durante il periodo della troika. Stalin, nella sua replica, ha bisogno di sole due ore per liquire politicamente il duo Kamenev-Zinoviev , mettendone in uce , con astuzia, tutti i dati deboli e contraddittori. Innanzitto contrappone la propria azione moderata, volta alla conti ìua ricerca dellunità, a quella settaria e repressiva dei suoi due oppositori. Rivela al congresso che entrambi gli avevano chieto larresto di Trozki , durante la fase più acuta di lotta, in base alla loro «politica di amputazione», da lui efficacemente esemplificata: «Oggi tocca a uno, domani a un altro, e dopodomani a un terzo. Che cosa poi rimarrà nel partito ?». Stalin, con grande maestria, collega il passato attacco del duo a Trozki a quello che stavano portando adesso contro Bucharin , lispiratore della politica nepista nelle campagne. Usando toni e parole drammatiche giunge a dire: «In realtà che cosa vogliono da Bucharin ? Chiedono il sangue del compagno Bucharin . Questo è quello che chiede Zinoviev ... Volete il sangue di Bucharin ? Noi non ve lo daremo, siatene certi». E poi viene al problema sollevato da Kamenev : la sua permanenza o meno alla segreteria. Ammette: «Sì, compagni, sono un uomo sincero e brutale, non lo nego», ma di questo suo pessimo carattere se ne fa un vanto, perché lo impiega e lo utilizza nella lotta contro i nemici del partito. Sul tema del suo potere personale ha buon gioco nel ricordare che due volte aveva proposto di dimettersi da geusek nel caso di Kislovodsk e prima e dopo il XIII congresso ma sempre era stato pregato di restare al suo posto, in particolare da Kamenev e Zinoviev . I quali, dopo essersi a lungo battuti per la politicizzazione della segreteria, adesso intendevano trasformarla in semplice strumento tecnico e organizzativo. Il loro gioco era fin troppo chiaro: volevano impadronirsi a tutti i costi del potere. La battaglia congressuale è finita: delegazioni favorevoli alla maggioranza giungono adesso da Leningrado, per sconfessare pubblicamente, dalla tribuna, i delegati zinovievisti . Stalin chiude con un colpo maestro: invita la maggioranza a votare nel Comitato centrale anche i candidati della nuova opposizione. Il congresso si chiude al canto dellInternazionale. In un angolo cè anche Trozki , con i fedelissimi Pjatakov e Rakowski . Col suo abituale fare sprezzante, è ancora lui il vero leader dellopposizione. Amis M ., Koba il terribile, Einaudi , pag. 126 |
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