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Cartoline preconfezionate da cancellare

Le notizie dai fronti di guerra sono sempre – più o meno – controllate e/o viziate dalla censura. Si danno anche casi di “censura autoimposta”, e di “comunicazione controllata”, che deve avvenire entro certi limiti, finchè – in un controllo crescente - è il Potere stesso ad elencare le informazioni che tu PUOI dare.

Fussel Paul, in “La Grande Guerra e la memoria moderna”, Il Mulino, pag. 232 ci parla di una usanza delle poste militari inglesi.

«È chiaro che qualsiasi storico commetterebbe un grosso sbaglio se si basasse solo sulle lettere dal fronte per ottenerne una testimonianza effettiva sulla Prima guerra mondiale.

Per colmo di ironia, il riserbo che nasceva dalla sollecitudine degli scriventi per i sentimenti dei destinatari era destinato semplicemente, a lungo andare, ad ampliare l’abisso d’incomprensione che si era aperto tra loro.

Se poi uno era stufo di trascrivere i luoghi comuni di lettere convenzionalmente flemmatiche, il soldato inglese poteva sempre ricorrere alla famosa Field Service Post Card (cartolina postale in franchigia), che gli consentiva di cancellare semplicemente le frasi che «non servivano»; dal fronte ne furono spedite a casa a milioni.

La Field Service Post Card di solito era utilizzata proprio a questo modo: veniva spedita — cancellando tutte le frasi tranne «Io sto bene» — subito dopo una battaglia alla quale i parenti potevano pensare che il loro congiunto avesse preso parte. I rischi di occupare i crateri di mine aperti di recente erano tali che, secondo George Coppard, «prima di iniziare il turno di dodici ore in un cratere ciascuno doveva completare una cartolina postale per i parenti prossimi lasciando intatto il conciso messaggio: ‘Sto davvero bene’».

Su questa parte non si deve scrivere nulla tranne la data e la firma del mittente. Le diciture non necessarie possono essere cancellate.

Qualora venissero fatte altre aggiunte, la cartolina sarà eliminata.

Sto davvero bene

Sono stato ricoverato all’ospedale malato

e le cose procedono bene

Sono stato ricoverato all’ospedale ferito

e spero di essere presto dimesso.

Sono stato spostato alla base

Ho ricevuto la vostra (il vostro) lettera, in data……..

telegramma, in data……….

pacco, in data…………

Alla prima occasione seguiranno lettere

Non ho ricevuto lettere da voi da tempo

Soltanto la firma

Data  

È interessante notare l’implicito ottimismo della cartolina, il fatto che non fornisce la possibilità di trasmettere notizie quali «Ho perduto la gamba sinistra», oppure «Sono stato ricoverato in ospedale ferito, e non mi aspetto di cavarmela». E poiché non dava neppure la possibilità di far sapere «Sto per tornare in prima linea», gli scriventi erano costretti a improvvisare. Wilfred Owen si era accordato con la madre in questo senso: se cancellava con due tratti la frase «Sono stato rimandato alla base», voleva dire che era tornato in prima linea. Addirittura brillante era il fatto che la cartolina non consentisse di comunicare uno stato di salute che fosse qualcosa di mezzo tra lo stare «davvero» bene, da un lato, e l’essere tanto ammalato da dover entrare in ospedale, dall’altro. Quel grossolano davvero a quanto sembra aveva a tal punto colpito e imbarazzato gli scriventi che, col passare degli anni, giustamente se ne dimenticarono. Quindici anni dopo, ricordando la guerra, Llewellyn Wyn Griffith rammenta soltanto «Sto bene», e cosi è per Stuart Cloete; quanto a P.W. Turner e R.H. Haigh, ricordano «Sto bene e non sono ferito». La comodità di servirsi di quella cartolina postale imponeva un prezzo: quello di accettare la sua serena visione delle cose, di pretendere che si viveva in un mondo nel quale il peggio che potesse capitare era un ritardo della posta e una ferita suscettibile di guarire in fretta, un mondo in cui ci si poteva spostare in una sola direzione: verso le retrovie.

A questa cartolina postale spetta l’onore di essere stato il primo e largamente diffuso esemplare di quel genere di documento che caratterizza unicamente il mondo moderno: la «formula». E la progenitrice di tutti i moderni documenti che richiedono o di compilare qualcosa, o di cancellarla o di spuntarla, dalle convocazioni della polizia stradale ai «questionari» e ai moduli per le tasse sul reddito. Quando la cartolina fu escogitata, la novità della sua sfacciata autosufficienza, così come il suo implicito assunto che le creature umane abbiano un’identità uniforme, costituirono un divertimento tanto per i più sofisticati quanto per i più semplici che si divertirono a farne la parodia.

Riproduzione all’infinito e uniformità totale: ecco i principi su cui ci si basò per la Field Service Post Card, la cui prima emissione in tempo di guerra, nel novembre 1914, fu di un milione di copie. Come primo esempio su larga scala di comunicazione automatizzata e disumanizzata, essa divulgò un genere di retorica divenuto indispensabile per la condotta di guerre successive, combattute da immensi eserciti di coscritti senza volto. Qualcosa di simile fece la sua memorabile apparizione durante la Seconda guerra mondiale. Quelle cartoline stampate ufficialmente, dove si doveva cancellare ciò che non serviva, furono per la gente comune l’unico mezzo di comunicazione tra la Francia occupata e quella non occupata, nel 1942. La perversione di una retorica adattabile a tutti gli usi suggerita dalla cartolina parve caratterizzare a tal punto non soltanto la condotta di guerre successive ma anche la loro «causa», che gli umoristi ne fecero il loro bersaglio preferito.

In Comma 22 di Heller, il colonnello Cathcart scrive lettere-tipo di condoglianze che richiedono implicitamente, da parte del destinatario, la cancellazione di «ciò che non serve»:

Cari Signora, Signor, Signorina, oppure Signore e Signora Daneeka:

Le parole non possono esprimere il profondo e personale cordoglio che ho provato quando vostro marito, figlio, padre o fratello è stato ucciso, ferito o dato per disperso durante un’azione.

Naturalmente, con ciò le implicazioni suggerite dalla famosa cartolina in franchigia aumentano: il destinatario si rende conto non soltanto del fatto che il morto non aveva una sua individualità, ma che anche colui che legge la «formula» ne è parimenti privo.

Nel solco di questa tradizione, un’altra opera recente è «Lederer’ s Legacy», un breve racconto di Janìes Aitken su uno stanco capo-ufficio in Vietnam. Il suo lavoro assolutamente «moderno» consiste nel distribuire i clichés con le «citazioni» che accompagnano le medaglie dei soldati. Il suo repertorio include frasi come tenace dedizione al dovere, azioni intrepide, totale noncuranza per la propria salvezza, ispirata capacità di comando, coraggiosa manifestazione di eroismo, sprezzo del pericolo incombente, al primo scontro, travolgendo le posizioni nemiche, e — con una più precisa reminiscenza della cartolina in franchigia — col massimo dispiegamento di bravura/coraggio/intrepidezza.

Fussel Paul, “La Grande Guerra e la memoria moderna”, Il Mulino, pag. 232

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