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Come costruire chiodi a quattro punte




QUESTI I FATTI
Verso la metà di ottobre del 1943, nell’Italia occupata dai nazisti contro cui stava nascendo la Resistenza, il partigiano Lindoro Boccanera, addetto ai lavori nel Museo del Bersagliere a Porta Pia, scoprì tra i cimeli delle guerre passate un chiodo a quattro punte di fabbricazione austriaca [D’Agostini e Forti, "Il sole è sorto a Roma - Settembre 1943", Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Comitato Provinciale di Roma pag. 145]. Era un cimelio della prima guerra mondiale, utilizzato dagli austriaci nelle loro nove ritirate sull’Isonzo prima del contrattacco a Caporetto.
Nei primi tempi della Resistenza i chiodi contro i camion nazisti erano stati fabbricati con due punte. Il partigiano, munito di un martello e di un cappelletto conico di ferro, doveva piantare il chiodo sulla carreggiata stradale. Il sistema si rivelò poco efficace e molto pericoloso, per il fatto che i colpi di martello, battuti durante la notte, mettevano in allarme le pattuglie tedesche.
Il chiodo del museo fu esaminato dal Comando partigiano, e poi venne costruito in vari quartieri di Roma dai fabbri vicini alla Resistenza, e gli attacchi ai camion nazisti subirono un’impennata. Era fabbricato con il tondino di ferro da 10 millimetri, quello che comunemente viene impiegato per le costruzioni in cemento armato, che era facile ricavare dagli edifici bombardati. Se ne tagliavano tanti pezzi lunghi 20 centimetri, si piegavano ad angolo retto dopo averne appuntite le estremità, quindi si saldavano a squadro con un punto di fiamma ossidrica.
Quel solo e unico chiodo conservato nel Museo servì ad una battaglia per la libertà. Ogni tanto quindi anche i musei servono a qualcosa, specie oggi che capita di andare al confronto in piazza armati di un… estintore! A quando un museo con una Molotov?

MILITARISTI E NON
Forse questa riflessione può cadere sotto le reprimende di chi sostiene che "chi si appassiona alle cose militari è, per sua natura, un violento e un militarista".
Tenzin Gyatso, il Dalai Lama del Tibet, è il leader spirituale e secolare in esilio del popolo tibetano. Pur non avendo un potere concreto, è riconosciuto come uno statista di livello mondiale per la sola forza della sua autorità morale, e nel 1989 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Nessun essere umano potrebbe essere più predisposto, per il modo in cui è cresciuto e per il ruolo che gli è stato affidato, ad avere pensieri nobili e puri.
Nel 1993 un giornalista del "New York Times" gli ha chiesto dì parlare di sé. Il Dalai Lama ha raccontato che da ragazzo amava le armi giocattolo e specialmente il suo fucile ad aria compressa. Ora che era adulto, si rilassava guardando fotografie di campi di battaglia e aveva appena ordinato una storia illustrata in trenta volumi
della Seconda guerra mondiale edita da Time-Life. Come accade a molta gente, gli piace studiare immagini di dispositivi militari quali carri armati, aereoplani, navi da guerra, sommergibili e soprattutto portaerei. Fa sogni erotici e si sente attratto dalle belle donne, tanto che spesso deve ricordare a se stesso "sono un monaco!".
Nulla di tutto ciò gli ha impedito di essere uno dei grandi pacifisti della storia.

ATTENTATO
Sabotare una strada e immobilizzare i camion del nemico vuol dire compiere un attentato. Oggi che quest’ultima parola suscita unanime disgusto, la storia può insegnare qualche curiosità.
Fu un attentatore uno degli eroi del Risorgimento italiano: Felice Orsini, che il 14 gennaio 1859 fece un attentato contro Napoleone III di Francia. Orsini con la collaborazione di altri due rivoluzionari italiani, lanciò tre ordigni esplosivi contro la carrozza imperiale. Napoleone e la sua consorte Eugenia ne uscirono illesi, ma il bilancio fu comunque tragico: due morti e una cinquantina di feriti. Ebbene: la Storia Italiana fece di Felice Orsini un eroe. A Milano è a lui dedicata una via.
Nel 1868, quando l’Italia si era in gran parte unita ma il Lazio ancora no, alcuni patrioti liberali fecero saltare in aria la caserma degli Zuavi (mercenari francesi dell’esercito papale) di Trastevere, provocando una decina di morti. Era una strage o un atto di legittima difesa contro gli oppressori?
E inoltre: Pisacane era un dirottatore, Cesare Battisti un disertore, Garibaldi era un ceffo da galera condannato a morte in ben cinque stati: Regno di Sardegna, Austria, Regno delle due Sicilie, Uruguay e Brasile. L’Eroe dei Due mondi era, tra l’altro, un tipo dal linguaggio scurrile: definì Sua Santità Papa Pio IX: ’’un metro cubo di letame’’.
Israele condanna gli attentati che oggi subisce. Nel 1947 invece, quando la Palestina era dominata dagli Inglesi, la popolazione ebraica era solidale coi membri dell’Irgun, un gruppo armato clandestino di terroristi, in cui Begin - che poi divenne primo ministro d’Israele - ebbe un ruolo chiave. Nel ’47 l’Irgun fece saltare in aria un’ala dell’Hotel King David, adibito a quartier generale dell’esercito inglese, provocando novantuno morti.
E che dire del Presidente Sandro Pertini, un ex carcerato, un pluripreguidicato, già ricercato dalla polizia italiana durante il ventennio, finito prima personalità della Repubblica?
Garibaldi o Pertini, per ottenere nobili scopi, potevano infrangere la legge?
Stalin che nel 1907 rapinava le banche e uccideva i portavalori per finanziare il partito bolscevico, era un ladro o un eroe?
L’attentato più tragico dell’intera storia del mondo non è quello alle Torri Gemelle, ma quello di Sarajevo del 28 giugno 1914, che provocò una guerra mondiale con 10 milioni di morti. Riflettiamo sulle implicazioni morali di un attentato: certi fini giustificano certi mezzi?
L’illegalità e gli attentati non sono che la ’’prosecuzione della lotta politica con altri mezzi’’?
E’ giusto uccidere per una ’’giusta causa’’?
Però così si può finire per giustificare Pol Pot e i massacri in Cambogia.
Dov’è il confine tra ’’azione lecita’’ e ’’gravissima infamia’’?

Elaborando una "Storia degli attentati", li si vede esser prevalentemente strumento di protesta dei popoli che mirano all’indipendenza, arma di gente - come oggi i Palestinesi - privata di una patria.
Auswitz è stata una vergogna per l’intera umanità, gli israeliani hanno diritto ad una loro patria. Possibile che proprio il popolo che più ha sofferto per avere una suo territorio, tratti la gente che non è della sua razza come subumani, senza diritti se non quello di sottostare al popolo più forte?

LE MINE ANTIUOMO E L’ECOLOGIA
La legittima curiosità verso il mondo delle armi può quindi convivere con uno spirito nobile e non-violento, anche perché conoscere cosa provocano le armi moderne può aiutare a capire dove va il mondo.
I paesi con più mine antiuomo sono l’Angola e la Cambogia, l’Afghanistan arriva solo terzo. Come si svolge la vita in un territorio minato? Ognuno negli spostamenti cerca di percorrere esattamente la strada di chi l’aveva preceduto. In auto si fa attenzione a avanzare nei solchi lasciati da altre macchine. Andando a piedi si mettono i passi il più possibile sopra le orme di chi avanza per primo. Niente più diversioni per andare a funghi, niente nuove scorciatoie da trovare nella foresta; l’uomo si autocostringe a "non penetrare" nei territori sconosciuti.
Paradossalmente si ottiene così uno strano ’’rispetto per la natura’’. Nessuno si inoltra nelle foreste. Dovremmo allora minare i confini dell’Amazzonia?

FORTUNA CI SONO LE VIPERE
Le vipere sono una "quasi innocua" alternativa alle micidiali mine antiuomo, molte delle quali costruite in Lombardia. L’accostamento sa quasi di blasfemo, ma ci consente di ricordare - anche se tramite un paradosso - la micidialità di un arma autenticamente "inumana" e fonte di sofferenze in tante parti del mondo. Tornando alle vipere, In Italia per il loro veleno muore in media una persona l’anno, cioè a volte due, qualche anno nessuno. I decessi riguardano sempre persone che avevano qualche aggravante: anziani, deboli di cuore, o sfortunati morsi proprio sulla giugulare. Rispetto a questa paura ingiustificata, il rovescio della medaglia è che tutta una serie di ’’timorosi’’ non osa avventurarsi in un bosco. Meglio! Meno sprovveduti girano per la macchia, meno incendi potranno appiccare. Se la Forestale allevasse e diffondesse bisce, la paura delle vipere crescerebbe a dismisura (tanto ogni animale che striscia, agli occhi di un ignorante, è una vipera), ci sarebbero senz’altro meno lattine e bottiglie di plastica abbandonate tra gli alberi.
Chi ha fatto di più per la salvaguardia dei nostri boschi: la guardia forestale o la tanto vituperata vipera?


 

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