|
Circa il precedente
intervento su "Edgardo, il bambino rapito dal papa Pio IX",
ci ha scritto Raffaello Minimi rafminimi@infinito.it
che sembra non condivivere l’impostazione e il commento a quell’evento.
È comunque interessante il suo intervento, anche perché
riporta le parole di Edgardo, che - non si sa quanto autonomamente - scelse
comunque la nuova religione come sua, fino a diventare un sacerdote cattolico.
In fondo alla sua risposta offro una mia breve replica e ripropongo l’intervento
dell’altra volta e che avete già letto, per riunire in un solo
documento tutto il materiale del dibattito. Sarebbe interessante se altri
cattolici intervenissero nel dibattito.
Scrive Raffaello Minimi:
"Cominciamo dalla morale di tutto: Il caso Mortara, in sè,
è INCOMPRENSIBILE per chi non ha la Fede cattolica. Al contrario,
alla luce di essa si spiega senza fare una grinza. Si tratta di una questione
in cui si creò un conflitto tra il più sacrosanto ed inalienabile
dei diritti naturali: la patria potestà dei genitori sui figli
ed un diritto soprannaturale, quello di Gesù Cristo SU un’anima
che aveva ricomprato al prezzo del suo SANGUE. È una verità
di fede che il battesimo conferito validamente rende il battezzato soggetto
alla Chiesa, perchè lo fa aderire al Cristo. Se la Chiesa rinunciasse
a questo solo articolo di Fede, rinuncerebbe a tutta quanta la Fede. Essa
è unica ed indivisibile. Violata anche su un solo articolo è
COMPLETAMENTE *PERSA*. La Chiesa ha sempre proibito di battezzare i figli
dei non cattolici contro la volontà dei genitori, ma una volta
conferito validamente, essa, pur punendo chi ha compiuto ciò, tranne
il caso in cui il piccolo fosse in PERICOLO DI VITA, (come accadde al
Mortara), non può negare la realtà e la verità di
Fede: QUELLO È UN CRISTIANO!
Il Codice di Diritto Canonico del 1917, comma 750, paragrafo 1, dice :"Se
prudentemente si prevede che il bambino morirà prima di raggiungere
l’età di ragione, si può LECITAMENTE battezzare il bambino,
anche contro la volontà dei genitori."
Cedo la parola allo stesso don Pio Edgardo Mortara:
"Sono nato a Bologna, da genitori israeliti, il 21 agosto 1851. All’età
di circa 17 mesi fui colpito da gravissima malattia, neurite, che mi ridusse
in fin di vita. Accortasi del pericolo, la fantesca Anna Morisi, residente
in Persiceto, di anni 17, cristiana e bravissima ragazza, che, i miei
genitori, VIOLANDO LE LEGGI ALLORA IN VIGORE NELLO STATO PONTIFICIO, TENEVANO
AL LORO SERVIZIO prese la determinazione di amministrarmi il Santo Battesimo.
In un momento in cui eravamo soli mi battezzò. Il fatto fu mantenuto
nel più assoluto e totale segreto dalla Morisi, sorpresa dalla
mia pronta guarigione. Sette anni dopo, un mio fratello Aristide, pure
si ammalò gravemente. Un’amica sollecitò la Morisi a battezzarlo
in extremis. Ella ricusò di farlo, in ragione della mia sopravvivenza
al Battesimo. Così venne meno il segreto. La notizia giunse all’Autorità
ecclesiastica del luogo. Gli Ordinari, giudicando il caso troppo grave
per la loro competenza, ne riferirono direttamente alla Curia Romana.
Il Santo Padre incaricò Padre Feletti O.P., della mia separazione
dalla famiglia, la quale ebbe luogo per intervento dei gendarmi della
Legione di Bologna e Ferrara il 24 giugno 1858. Dopo una breve sosta a
Fossombrone fui condotto a Roma e presentato a Sua Santità Pio
IX, che mi accolse con la più grande bontà e si dichiarò
mio padre adottivo, e come tale si comportò finchè visse,
preoccupandosi del mio avvenire e della mia carriera. Otto giorni dopo
si presentarono i miei genitori all’Istituto dei Neofiti, per iniziare
le pratiche per riavermi. Essendo stata data loro facoltà di vedermi
e trattenersi con me QUANTO TEMPO VOLEVANO, prolungarono la loro residenza
in Roma per oltre un mese, VENENDO A TROVARMI TUTTI I GIORNI. Adoperarono
ogni mezzo per riavermi. Ad ontà di tutto ciò, NON MOSTRAI
MAI LA PIÙ LIEVE VELLEITÀ DI RITORNARE IN FAMIGLIA, del
che, io stesso, a tutt’oggi, non so rendermi plausibile ragione, se non
pensando alla forza SOPRANNATURALE DELLA GRAZIA."
(dalla deposizione di don Pio Edgardo Mortara C.R.L., al processo di beatificazione
di Pio IX, resa nel 1912, pubblicata negli atti del processo nel 1954).
Pio IX rispose alla famiglia che, in coscienza, il fatto, pur causandogli
pene e lacrime, ORMAI era andato così. NON POTEVA PERMETTERE CHE
UN BATTEZZATO FOSSE EDUCATO IN UN’ALTRA RELIGIONE. *NE SAREBBE ANDATO
DELLA SALVEZZA DELL’ANIMA PROPRIA!*
Del resto, violando la legge che proibiva agli Ebrei di avere servitù
cristiana, pensata anche per evitare queste situazioni incresciose, (legge
applicata all’italiana) si può dire che, in un certo senso, sa
la erano cercata
"Si perda ogni cosa, piuttosto che togliere
a CRISTO un’anima che ha ricomprato con il suo SANGUE" (Pio IX).
Sir Mosè Montefiore, suo nipote Lionel Rothshild di Londra, il
loro parente James Rothschild di Parigi e tutti i notabili ebrei di tutto
il mondo (Piemonte, Francia , Inghilterra, Prussia, USA, Turchia etc.)
scesero in campo. Per anni si vide una violenta polemica, in cui intervennero
le diplomazie degli stati protestanti (DA CHE PULPITI! Proprio in Inghilterra
ed in Prussia si assisteva al ricovero coatto degli orfani irlandesi e
polacchi nei collegi protestanti).
I bersaglieri entrati a Porta Pia, avevano l’ordine di sequestrare i due
famosi Ebrei convertiti, il Coen ed il Mortara. Con Coen, una folla di
facinorosi, incitata dalle nuove Autorità italiane, riuscì
a prelevarlo dall’Istituto degli Scolopi.
Con il Mortara si riuscì ad organizzarne in tempo la fuga a Bressanone,
allora territorio austriaco. Due anni dopo passò in Francia, dove
ricevette il sacerdozio (20 XII-1873).
Dopo una vita avventurosa, ricca di zelo pastorale, che lo vide predicare
in tutto il mondo, dopo una nuova malattia gravissima, da cui fu guarito
miracolosamente da don Bosco, si stabilì definitivamente nel 1906
nell’Abbazia di Bouhay in Belgio, dove serenamente si spense l’11 marzo
1940."
Questo è quanto scrive
Raffaello. La mia personale opinione - che è quella di un non cristiano
- è che si sia violato un "comandamento" che è
alla base della società, quello che Raffaello chiama "la patria
potestà dei genitori sui figli", il diritto di educare un
figlio nella religione della sua famiglia. Questo dovere - che è
comune a tutti, cristiani e non cristiani - è superiore all’altro,
al "
diritto soprannaturale, quello di Gesù Cristo SU
un’anima che aveva ricomprato al prezzo del suo SANGUE", accettato
solo da alcuni membri della società.
|